Etichettato: sequestro valuta esportatori

La Russia “subaffida” la sua politica monetaria


Alle prese con le sanzioni occidentali per la guerra in Ucraina, che già ha visto in pratica il “sequestro” di buona parte delle sue riserve valutarie, Mosca non solo ha dovuto imporre notevoli controlli valutari per provare a rallentare il declino della sua valuta, ma ha anche chiesto ai paesi acquirenti di pagare le forniture di energia in rubli. Tutto ciò configura una gestione quantomeno creativa della politica monetaria russa, ormai in larga parte impedita alla banca centrale. In sostanza, è come se l’avesse “subaffidata” ai privati.

Vediamo in dettaglio. Le banche centrali accumulano riserve anche per poter operare a sostegno della valuta nazionale, che sono uno degli elementi che può determinare il livello generale dei prezzi, e quindi l’equilibrio economico del paese. Con le riserve bloccate, la Banca centrale russa può fare molto poco per difendere il rublo, che infatti da inizio guerra aveva perduto fino a oltre il 30 per cento, recuperando solo nella seconda settimana di marzo, quando il governo ha adottato alcuni provvedimenti che andremo a osservare, e ancor di più da quando Putin ha dichiarato che avrebbe preteso il pagamento in rubli delle proprie forniture energetiche. Perché lo ha fatto?

La risposta si può intuire facendo un esempio. L’Europa paga in dollari le forniture energetiche. Se finisse col pagare in rubli, dovrebbe comprare rubli sul mercato. Quindi la domanda di rubli aumenterebbe e di conseguenza la parità nei confronti del dollaro. In sostanza la Russia, facendosi pagare in rubli, fa fare ai suoi clienti il lavoro della sua banca centrale. O almeno uno dei suoi lavori. Questa sorta di “subaffidamento” cela ovviamente molti rischi. Fra i tanti il fatto che la Russia si riempie di rubli che non hanno un mercato: nessuno, a differenza dei dollari, li accetterebbe in cambio delle proprie esportazioni a Mosca.

La decisione tuttavia è interessante da osservare perché va nella stessa direzione di un’altra che è stata presa nei giorni scorsi: il sostanziale sequestro dei flussi attivi in dollari degli esportatori russi, costretti a cedere i propri incassi in dollari in cambio di rubli, e insieme la vendita agli importatori dei dollari ceduti dagli esportatori per comprare le merci estere di cui hanno bisogno per produrre. Come si vede lo schema è sempre lo stesso: il sistema dell’import-export fa il lavoro che non può fare la banca centrale. E in effetti il risultato si è visto anche nei giorni scorsi. Il rublo, dopo l’annuncio dell’obbligo degli esportatori di cedere valuta pregiata, pure se ha mantenuto le perdite successive all’applicazione delle sanzioni, ha iniziato il suo recupero.

Interessante anche provare ad immaginare come funzioni questo meccanismo. La premessa ovvia che lo rende funzionale, almeno nel breve periodo, è che la Russia ha attivi commerciali. Ossia entra più valuta straniera di quanta ne esca. Infatti le sue riserve sono cresciute notevolmente negli anni. Ciò significa che il sistema import-export consente al paese di avere risorse sufficienti a sostenere per un tempo difficilmente prevedibile lo stress delle sanzioni. 

Tutto si basa sulla trasmissione dei flussi finanziari che affluiscono in Russia malgrado le sanzioni, nel quale sono coinvolti sicuramente diversi intermediari e magari in qualche modo anche la Banca centrale. Si può ad esempio ipotizzare possibile che quest’ultima abbia conti in dollari con banche russe non sanzionate (ad esempio Gazprombank). Quest’ultima potrebbe avere relazioni con banche straniere, titolari di conti in dollari americani, in una catena di rapporti bancari che risalgono fino alla Fed. Le sanzioni attuali si applicherebbero alle banche “corrispondenti” che si trovano in questa filiera. Un sistema precario, quindi, ma funzionale almeno nel breve termine.

Delle conseguenze della decisione di “sequestrare” gli incassi in valuta pregiata degli esportatori le ha illustrate anche Bofit in una interessante ricognizione dove si osserva, fra le altre cose, che con le nuove norme le società russe di esportazione sono obbligate a convertire l’80 per cento dei loro guadagni in valuta pregiata in rubli.

In questo modo aumenta l’offerta di di valuta straniera nel mercato valutario russo, favorita anche dall’impennata dei prezzi energetici che continua a far affluire corpose risorse finanziare nelle casse di Mosca.

Le restrizioni sui movimenti di capitale hanno parzialmente impedito la convertibilità del rublo. Non si possono esportare valute pregiate fuori dalla Russia e i trasferimenti bancari trans-frontalieri sono molto ridotti. Tutti gli scambi con i paesi inseriti nella lista dei “paesi non amichevoli”, nella quale c’è anche l’Italia, devono essere autorizzati da un comitato governativo, che deve esprimersi anche sul pagamento dei debiti esteri delle imprese.

Dulcis in fundo, la banca centrale ha pure modificato il suo metodo per calcolare il cambio rublo/dollaro, adesso fondato sui prezzi degli scambi su un intero giorno di contrattazioni. Conclusione: il rublo ha recuperato. Ma nessuno può sapere fino a quando.