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Usa al bivio: La demonetizzazione del dollaro


L’osservatore distratto che si avventuri lungo la storia monetaria degli Stati Uniti arriverebbe agevolmente  a un paio di conclusioni.

La prima è che le autorità Usa non si fanno alcuno scrupolo a far pagare il costo delle loro decisioni a larghi strati della loro popolazione e, in subordine, al resto del mondo. Quest’ultimo gli Usa lo vivono come un fastidioso altro da sé con cui doversi regolare e, di volta in volta, convincere, con le buone se possono, o sennò con le cattive.

La seconda conclusione è che le autorità americane si sono dimostrate sempre assai creative e altrettanto spregiudicate. Il famoso pragmatismo americano non si perita di distruggere consuetudini ultradecennali se ciò giova all’America e al suo principale feticcio: la sicurezza nazionale.

La sensazione, perciò, è che gli Usa si percepiscano principalmente come un’isola, e non a caso il dibattito sulle loro tentazioni autarchiche, che oggi trovano la migliore declinazione nell’autosufficienza energetica che gli Usa si apprestano a ritrovare, non tramonta mai, pur avendo piena contezza gli americani, ma in subordine, del loro peso globale. Ciò che va bene all’Amaerica va bene pure al resto del mondo, sembrano pensare. Ma anche se così non fosse, peggio per lui.

Tali considerazioni diventano quantomai attuali in un momento in cui è chiaro a tutti che la soluzione alla crisi che sta ancora tormentando l’economia globale non potrà essere trovata senza mettere mano all’infrastruttura finanziaria, da un parte, e al sistema monetario, dall’altra. Senonché parlare di sistema monetario senza tenere conto di ciò che decideranno gli Usa è come parlare di conto senza interpellar l’oste. E l’oste non è la Federal reserve, che pure in questi anni ha fornito pasti abbondanti a casa propria e all’estero.

L’oste è il Tesoro americano che, come la storia ci insegna, non si fa il minimo scrupolo a mettere fuori gioco la banca centrale quando serve. Ricordo che solo nel 1951, dopo la messa in panchina decisa negli anni ’30 da Roosevelt, la Fed tornò a svolgere in piena autonomia il suo ruolo di banca centrale. Il Tesoro infatti aveva affidato a un suo organismo tecnico, l’Exchange Stabilization Fund (ESF) creato col Gold reserve act del ’34, la gestione delle operazioni di mercato aperto su oro e valute.

Il fondo, capitalizzato con i due miliardi di dollari che il Tesoro ricavò dall’aumento del prezzo dell’oro decso dal presidente (dai 20,67 ai 35 dollari l’oncia), agiva in totale autonomia dalla Fed, alla quale rimase il compito di eseguire le transazioni alla stregua di un qualunque agente di cambio. Tanto è vero che il governatore Eugene Black si era già dimesso nel ’33, una volta fiutata l’aria che tirava.

A chi creda che tali informazioni appartengano all’archeologia, basterà ricordare che l’ESF americano è tuttora un organismo funzionante e che da ultimo è stato utilizzato nel 2008 dal governo per stabilizzare alcuni segmenti del mercato monetario. Così come d’altronde è ancora in vigore il Gold reserve act del ’34 che, lo ricordo, cambiò per decreto presidenziale il valore del dell’oro tramite una forte svalutazione del dollaro, il cui valore su più che dimezzato.

Fu l’inizio di un processo che condusse, quarant’anni dopo, a un altro momento di importanza storica: la demonetizzazione dell’oro. Ciò segnò l’avvento del vigente dollar standard, che peraltro gli Usa perseguivano silenziosamente già dagli anni Venti, rifiutandosi di trasformare le notevoli riserve d’oro che andavano accumulando in inflazione, come pure avrebbero richiesto le regole del gioco del Gold exchange standard, e costringendo l’Inghilterra a farsi carico di pesanti deflazioni monetarie per sostenere la parità d’anteguerra con l’oro fino a quando, nel 1931, dopo le crisi bancarie austro-tedesche, la sterlina diede forfait.

Vale la pena fare un altro rapido passo indietro per ricordare che la demonetizzazione dell’oro, ossia togliere all’oro il suo ruolo di mezzo di pagamento e di riserva, lasciandogli solo quello di riserva di valore, non è stata la prima demonetizzazione decisa dagli Usa.

Gli storici ricordano la demonetizzazione dell’argento decisa con il Coinage Act del 1873, che tanta parte degli americani bollò con l’epiteto “crimine del ’73”. La legge fece entrare di fatto (di diritto entrerà solo nel 1900) gli Usa nel Gold Standard classico.

All’epoca a pagare il conto furono innanzitutti i proprietari di miniere d’argento, che però furono salvati per il ventennio successivo grazie alla decisione del govero di comprare argento a prezzi assai superiori a quelli di mercato, visto che l’argento iniziò a soffrire di pesanti svalutazioni verso l’oro. Il prezzo più alto lo pagarono ampie fasce di popolazioni. L’ingresso nello standard aureo provocò una notevole ondata deflazionaria che distrusse il reddito di milioni di contadini, i debitori che speravano nel potere inflazionario dell’argento, a vantaggio dei creditori, le banche, che invece avevano tutto da guadagnare acché i loro crediti conservassero il loro valore agganciandoli all’oro.

Anche questa storia parrà a molti remota. Ma il fatto che sia passato tanto tempo, non vuol dire che le cose siano cambiate. La storia è sempre la stessa: creditori contro debitori, con il governo a fare l’arbitro e decidere chi debba vincere la partita. Solo che stavolta i debitori sono gli Usa, il cui debito denominato in dollari gira come un forsennato per il mondo. E, gli Usa sono, come si usa dire, “armati e pericolosi”.

Volete una prova? Quando il problema degli Usa fu l’argento, si risolse di demonetizzarlo, sostituendolo con l’oro. Quando il problema fu l’oro, si risolse di demonetizzarlo sostituendolo con il dollaro. Adesso è il problema è il dollaro, la cui gestione ordinata richiederebbe sacrifici e responsabilità che gli Usa non sembrano volersi caricare sulle spalle.

Cosa rimane da fare allora se la ripresa continuasse ad essere inconcludente? Facile: “demonetizzare” il dollaro. Ossia “annacquarlo” in un nuova moneta di riserva, magari agganciata all’oro, dopo averlo decisamente svalutato. In tal modo si “distruggerebbe” il debito americano a spese di chi lo detiene, americani compresi. In sostanza ciò farebbe il lavoro dell’inflazione, che però non si decide a partire, e ribaltare gli indicatori di sostenibilità fiscale agendo non più sul denominatore, ossia il Pil, che scarseggia, ma sul valore reale del numeratore.

Tra l’altro la moneta di riserva già c’è: i diritti speciali di prelievo del Fmi (SDR), creati dopo il caos monetario di fine anni ’60-anni ’70, ed emessi dal Fmi, dove gli Usa, è bene ricordalo, sono ancora gli azionisti di maggioranza. Solo che ancora sono emessi in regime di fiat money, e non esiste un mercato liquido e diffuso abbastanza da prendere il posto dei verdoni. Ma è solo questione di tempo e di volontà. Sempre che, ovviamente, si trovi il consenso internazionale.

A questo serve il Fmi. Solo che gli Usa non sono tanto generosi da cedere il passo senza una corposa buonuscita. Non a caso la riforma del Fmi del 2010, che avrebbe redistribuito i pesi decisionali fra i paesi tenendo conto della crescita degli emergenti è stata stoppata dal Congresso Usa, lasciando il Fmi indispettito, ma non rassegnato.

Nell’ultimo staff report del Fmi dedicato proprio agli Usa, i tecnici dedicano giusto un paio di righe alla questione della riforma delle quote del Fondo, proprio al termine dell’analisi sulla sostenibilità fiscale americana, notando soltanto come “l’implementazione della riforma del 2010 rimane un’alta priorità e che gli Usa devono con urgenza ratificarla alla prima occasione utile”. Le autorità Usa hanno replicato all’osservazioni evidenziando che le quote Fmi devono effettivamente riflettere il peso dei paesi nell’economia globale, sottolineando di aver attivamente lavorato col Congresso per arrivare a una legge che recepisca la riforma proposta dal Fmi nel 2010″. Il problema è capire di che peso stiamo parlando.

Tale atteggiamento interlocutorio non deve tranquillizzare. Gli americani ci mettono anni a fare la propria mossa, ma poi, quando si trovano davanti a un bivio con alternative difficili, la fanno. E la fanno sempre in splendida solutudine, come è accaduto negli anni ’30 e negli anni ’70.

In uno scenario siffatto, molti scommettono sulla circostanza che l’oro tornerà a giocare un nuovo ruolo, anche se non è chiaro quale. Ricordo però che gli Usa detengono ancora le più ampie riserve d’oro del mondo, a parte l’eurozona considerata nel suo complesso, e questo, in un eventuale ripensamento del sistema monetario gold-based è di sicuro un punto di forza.

Fra gli anni ’50 e i ’70 del XX secolo, a causa delle richieste di conversione di dollari in oro effettuate dagli europei, gli americani hanno ceduto 11.000 tonnellate d’oro, ma ne hanno ancora 8.133, retaggio della politica degli anni ’30, che, peraltro, sono ancora valutate a 42,22 dollari l’oncia, ossia al prezzo dell’oro fissato nel ’74 dopo la fine di Bretton Woods e le successive svalutazioni pilotate dopo la fine della parità a 35 dollari, decisa sempre negli anni ’30, e abolita da Nixon. Tale tesoro nasconde perciò una plusvalenza potenziale di centinaia di miliardi di dollari, che crescerà in ragione dell’andamento del dollaro sull’oro.

La domanda è: gli Usa possono influenzare da soli la quotazione dell’oro, usandola per svalutare il dollaro quel tanto che giudicheranno necessario per effettuare il loro riequilibrio?

Abbiamo già visto che gli strumenti messi in piedi dal New Deal sono ancora attivi. Gli Usa potrebbero semplicemente rivalutare le riserve d’oro al prezzo che ritengono più opportuno per i loro interessi. E poiché il prezzo è donominato in dollari, l’operazione avrebbe conseguenze internazionali facilmente immaginabili. Il Tesoro, fra le altre cose, può disporre di un fondo di stabilizzazione, capitalizzato abbastanza dalle plusvalenze auree, da poter intervenire con operazioni di mercato aperto sulle quotazioni auree. E inoltre i paesi del futuro blocco monetario, Eurozona e Cina, sono abbastanza piene d’oro da assorbire lo shock di un aumento improvviso del costo dell’oro semplicemente valutandolo ai prezzi correnti che saranno.

La Cina, in particolare, grande creditrice Usa, ha accumulato in questi anni notevoli riserve il cui ammontare ancora non si conosce con precisione, visto che la banca centrale non ha ancora aggiornato le sue statistiche, anche se alcune stime le collocano  intorno alle 4.000 tonnellate. Lasciare che la Cina accumuli oro a sufficienza per sopportare senza sconquassi il riprezzamento del dollaro rispetto all’oro potrebbe essere di sicuro un gesto di cortesia, da parte degli Usa. Ma non è detto che vada così.

Ovviamente nessuno sa se questo scenario sottintenda un piano, o se si tratti di ipotesi di scuola. Quel che sembra certo è che gli Usa devono dare importanti segnali di risanamento al sistema finanziario globale e non è chiaro se vorranno o sapranno darli.

Fino ad allora varrà la massima di John Connally, segretario al Tesoro dell’epoca in cui Nixon chiuse la finestra aurea, che ammoniva gli alleati europei sul fatto che “il dollaro è la nostra moneta, ma un vostro problema”.

Sono passati più di quarant’anni ed è ancora così.

(5/fine)

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Usa al bivio: la distruzione del debito pubblico


Il problema del debito pubblico americano, tuttora insostenibile, non è tanto che sia enorme, ma che sia americano. Quindi denominato in dollari, ossia la principale moneta di riserva e di scambio del mondo, nonché basato su strumenti finanziari come i T bill o i bond Usa, che sono la base e l’alimento del sistema finanziario internazionale, fungendo da quasi-moneta, ossia collaterali, nelle innumerevoli transazioni del mercato dei capitali. Basta ricordare il ruolo che i titoli del Tesoro Usa svolgono nel mercato dei repo.

Giocoforza, perciò, il debito americano coinvolge direttamente il dollaro, e quindi il sistema monetario, essendo il primo la costituente principale del secondo. Talché l’andamento del dollaro decide della buona salute del sistema monetario e, di conseguenza, dello stato dell’economia globale. Basta ripercorrere la storia monetaria degli ultimi decenni per rendersene conto.

Quando perciò ci poniamo il problema di analizzare il debito pubblico americano dobbiamo sempre ricordare che non stiamo parlando semplicemente dell’America del Nord, ossia di un paese “normale”. Stiamo parlando del mondo.

La premessa serve a comprendere meglio le cifre che, sempre il Fmi, snocciola con la consueta pedanteria concludendo che, malgrado la correzione decisa dal governo fra il 2011-13, che ha fatto declinare il deficit strutturale dell’1,25%, più del previsto, le previsioni di crescita – peggiorate – condurranno, dopo una stabilizzazione del debito negli anni 2015-18, a un costante incremento del rapporto debito/pil, principalmente a causa delle condizioni demografiche con le quali gli Usa sono chiamati a fare i conti, che accelereranno notevolmente la spesa per il welfare.

Seguendo lo scenario base, nel quadriennio 2015-18 il debito/pil dovrebbe rimanere al 106%. E se pure gli Usa non avranno certo problemi a finanziarlo, grazie allo stato di “safe haven” di cui ancora godono, ciò non toglie che abbassarlo, scrive il Fmi, sia una priorità chiave, visto che “malgrado le correzioni decise fra il 2011-13 le finanze pubbliche rimangono su una traiettoria insostenibile”.

In particolare, il debito detenuto dal pubblico (debt held by public), ossia l’ammontare totale di obbligazioni Usa detenute dagli investitori, e quindi non dal governo (non rientra quindi in questa categoria quello accumulato dalla Fed), passerà dal 72 all’81% da oggi al 2024, mentre quello generale raggiungerà il 111%. Anche perché la spesa per pagare gli interessi  è prevista in crescita, atteso che la Fed prima o poi dovrà alzare i tassi. Se poi la crescita non andrà come stimato, il debito Pil potrebbe arrivare addirittura al 123%, entro l’intervallo considerato, schizzando addirittura al 137%, al livello nostro, qualora nel frattempo intervenisse uno shock macroeconomico o fiscale.

Sicché il Fmi ha gioco facile nel suggerire la solita cura da cavallo di riforme che dovrebbe servire a garantire un aggiustamento fiscale addizionale di almeno il 2,75% del Pil – parliamo di circa 400 miliardi di dollari – da adesso fino al 2023 al fine di riportare il rapporto a un livello decrescente e quindi sostenibile.

In particolare i settori dove intervenire, secondo il Fmi, sono la sanità, la Social security, e la struttura della tassazione, in modo da aumentare le entrate. In sostanza: tagliare il welfare e aumentare le tasse. La solita ricetta che il Fmi proprina ai paesi con i conti traballanti. Dimenticando però che gli Usa non un paese come gli altri. Al contrario. Gli Usa non subiscono l’economia: la fanno.

E tuttavia urgono decisioni, anche per evitare che il fardello di rendere sostenibile il debito sia affidato alla sola Fed, alimentando così i rischi che derivano “da un prolungato periodo di interessi bassi”. Tutto ciò considerando che gli Usa devono fare i conti con un elevato livello di povertà, con un mercato del lavoro a dir poco inceppato, dove la creazione di posti di lavoro a lungo termine è stata sostituita da un infinito numero di part time, e con un deficit infrastrutturale che i grandi costruttori americani, sempre citati dal Fmi, hanno quotato circa 200 miliardi di dollari.

Il governo Usa ha replicato alle osservazioni del Fmi illustrando il President’s 2015 budget, ossia un complesso piano di consolidamento che si propone di abbassare il deficit fiscale dell’1,6% del Pil entro il 2024 e portare il debito/pil al 69%, sempre per quella data. E tuttavia le stesse autorità americane, memori evidentemente del caos politico sui conti pubblici che ha provocato l’ultimo shut down a ottobre 2013, costato 0,3 punti di Pil annualizzato all’ultimo quarto dell’anno, ammettono che sarà molto difficile trovare un accordo bipartisan che trasformi il piano Obama in misure reali di aggiustamento, contando al più sulla possibilità che si riesca a riformare il fisco, impostare un piano di investimenti infrastrutturali, un programma di work training e magari la riforma dell’immigrazione. Tutto ciò, ricordando, il Fmi, che a primavera prossima la tematica fiscale di ottobre 2013 tornerà sul tappeto dei politici, dopo il venir meno dell’accordo che ha innalzato il debt ceiling per il 2014, che però scadrà, appunto, in primavera.

La primavera 2015, perciò, sarà uno dei momenti salienti del redde rationem americano. Anche perché la resa dei conti fiscale potrebbe coincidere con quella monetaria, atteso che tutti si aspettano che la Fed inizi proprio in quel periodo ad alzare i tassi.

Che farà quindi l’amministrazione Obama per convincere il mondo che i suoi debiti sono credibili?

Non potendo seriamente pensare di ripagarli, potrebbe usare una semplice scorciatoia.

Potrebbe distruggerli.

(3/segue)

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Usa al bivio: Il crepuscolo della Social Security


Mi torna in mente, mentre sfoglio le tristezze attuariali dell’ultimo rapporto sulla social security americana, uno dei poster col quale l’amministrazione Roosevelt presentò all’opinione pubblica il Social Security act, approvato nel 1935, e rivedo la faccia in bianco e nero, bonaria e sorridente, di un vecchietto che assomiglia a Robin Williams, con la pipa in bocca, appena sotto la scritta “More security for the american family”, e più in basso una spiegazione che illustra come la nuova legge avrebbe consentito una maggiore protezione sociale ai lavoratori vicini alla pensione. Offrire sicurezza, nei terribili anni ’30, sembrava una scelta razionale per un governo che guidava un paese ricco e ancora gonfio di riserve d’oro, seppure piegato dalla peggiore depressione economica della storia.

Solo che il New Deal non fu un incidente della storia. Fu un preciso  cambio di paradigma economico che gli Usa, risultati poi vincitori della peggiore guerra della storia, finirono con l’imporre a tutta la parte di mondo finita sotto la loro tutela, e col quale ancora oggi siamo chiamati, Usa in testa, a fare i conti.

La domanda di sicurezza, economica e militare, alimentata da ottant’anni di consuetudine, ormai è diventatata un’ossessione degli americani fino a fare accettare loro incredibili scambi con le libertà civili che pure li hanno resi famosi e ammirati. Giocoforza perciò chiedersi cosa saranno disposti a fare gli Usa, e noi con loro, per saziare questo appetito ormai incommensurabile, pur non essendo più, e da tempo, un paese economicamente sano, secondo almeno quelli che sono gli standard riconosciuti.

La storia ci ricorda che a metà degli anni ’60, quando l’America già pativa importanti squilibri esteri e fiscali, l’amministrazione Johnson, quella della Great society, non si peritò di spingere sul pedale della spesa pubblica, sempre per migliorare la sicurezza sociale, varando due importanti (e costose) riforme che si aggiunsero all’armamentario del ’35, ossia il Medicare e il Medicaid anche questi tuttora vigenti, che fecero schizzare ancor più alto il costo della sicurezza e generarono nel mondo diverse ansie che finirono col generare la crisi del dollaro di fine anni ’60.

Mutatis mutandis, la situazione si sta ripetendo ai giorni nostri. L’amministrazione Obama ha aumentato la spesa per il welfare, con la riforma della sanità, e intanto però deve fare i conti con una stuazione finanziaria della social security quantomeno traballante. E sarebbe errato sottovalutarla.

La social security americana, leggo nel rapporto presentato il 28 luglio scorso dal comitato che lo gestisce, nel 2013 si basa sui redditi di 163 milioni di americani, più della metà della popolazione, che poi è la stessa quota che ha versato i contributi (payroll taxes) per sostenere questo gigante del welfare che funziona come un normale sistema a ripartizione, ossia i contributi di oggi servono a pagare le prestazioni di ieri.

I due programmi OASI e DI hanno provveduto ad elargire pagamenti a circa 58 milioni di persone: 41 milioni di lavoratori in pensione o a carico di pensionati, sei milioni di parenti di lavoratori deceduti e 11 milioni di lavoratori con disabilità o di familiari a loro carico.

Il problema è che le tasse pagate da 163 milioni di americani non bastano più a sostenere i pagamenti dei benefit a questi 58 milioni.

La spesa totale per l’OASDI, che combina i due programmi, è stata nel 2013 di 823 miliardi di dollari. Il totale delle entrate è stato di 855 miliardi, ma attenzione: di questi solo 752 miliardi derivano da contributi, mentre i restanti 103 miliardi sono il frutto dei guadagni da interessi sulle riserve, che sono investite in titoli di speciali emissione del Tesoro Usa e in normali bond americani. Nel corso del 2013 le riserve sono passate da 2.732 miliardi di dollari a 2.764.

Il primo problema nasce dal fatto che nel 2011 il governo americano ha preso in prestito 2.700 miliardi di queste riserve, per usarle per la sua politica fiscale, dando in cambio particolari obbligazioni che il Tesoro redime ogni volta che ce n’è necessità, e adesso si limita a pagare ai trust della social security gli interessi sui bond. Questo debito viene classificato come debito intergovernativo, e si dibatte molto se debba essere considerato ai fini del calcolo debito/pil oppure no.

Il secondo problema nasce dal fatto che il costo del social security, sin dal 2010, supera quello degli incassi fiscali, anche a causa della decisione del governo di abbassare per il 2011 e il 2012 la quota di contributi a carico del lavoratore del 2%. Per la cronaca, i contributi totale ammontano al 12,4%, suddivisi a metà fra lavoratori e datori di lavoro. Nel 2013 questo deficit è stato di 76 miliardi di dollari, nel 2014 si stima raggiungerà gli 80 miliardi.

Ma c’è di più. Le riserve combinate dei due trust che gestiscono i titoli dovrebbero essere adeguate a sostenere il flusso dei pagamenti per i prossimi dieci anni, ma poi inizieranno a consumarsi, obbligando il Tesoro a redimere sempre più titoli per coprire i deficit della gestione.

Le riserve del trust dedicato al programma DI si prevede saranno esaurite nel quarto trimestre 2016, rendendo il fondo capace di erogare prestazioni solo all’81% dei beneficiari. Per dirla con le parole del comitato, “il trust DI non soddisfa i test a breve di adeguatezza finanziaria”. E malgrado le riserve combinate dei due trust siano destinate a crescere fino a 2.878 miliardi a fine 2020, nello stesso tempo il rapporto fra riserve e costo scenderà dal 320% del 2014 al 233% del 2020.

A partire dal 2020, poi, il costo annuale della social security eccederà i ricavi totali, compresi quindi quelli da interesse, provocando un declino delle riserve che scenderanno a 2.698 miliardi nel 2023, portando il rapporto riserse/costi al 183%, fino a quando, nel 2033 le riserve combinate saranno completamente esaurite. Ciò comporterà che il programma potrà erogare benefit solo al 77% degli iscritti complessivi. A meno  che il Tesoro americano non si faccia carico dei deficit reperendo, fra il 2023 e il 2033 circa 3 trilioni di dollari per coprire il buco che si andrà a cumulare nelle due gestioni. La qualcosa in un paese fiscalmente in difficoltà come gli Usa non è certo entusiasmante.

Separatamente, lo abbiamo visto, le riserve per il programma DI sono previste in esaurimento a fine 2016, quelle del programma OASI a fine 2035. Ciò a fronte di un costo dei due programmi pari al 4,9% del Pil, nel 2014, che salirà fino al 6,2% nel 2035, a causa delle variabili demografiche insiste nelle proiezioni.

Il deficit attuariale, nelle proiezioni a 75 anni, calcola in oltre 10 trilioni di dollari il buco della Social Security, un trilione in più rispetto alla stessa previsione di un anno fa. La qualcosa è sufficiente a capire quanto la situazione sia scivolosa. E anche perché i gestori invochino a gran voce una riforma dell’intero sistema, come d’altronde ha fatto il Fmi nel suo ultimo staff report sugli Usa.

E qui torniamo al punto. Le riforme: ma che vuol dire?

I gestori suggeriscono sostanzialmente un aumento delle tasse, portandole dal 12,4 al 15,23%, ossia il 22,8% in più, oppure una riduzione dei benefici erogati fra il 17,4 e il 20,85% a seconda della platea scelta. Meglio ancora, un approccio combinato dei due. In sostanza un dimagrimento dei benefici per gli iscritti e un dimagrimento di reddito per chi versa.

Bisogna avere meno sicurezza economica per avere più sicurezza economica, sembra di capire. Lo stesso pensiero che fa rinunciare a un po’ di libertà per avere più sicurezza contro i cattivi là fuori.

E’ questo il meraviglioso paradosso del nostro tempo.

(2/segue)

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