Usa al bivio: la distruzione del debito pubblico


Il problema del debito pubblico americano, tuttora insostenibile, non è tanto che sia enorme, ma che sia americano. Quindi denominato in dollari, ossia la principale moneta di riserva e di scambio del mondo, nonché basato su strumenti finanziari come i T bill o i bond Usa, che sono la base e l’alimento del sistema finanziario internazionale, fungendo da quasi-moneta, ossia collaterali, nelle innumerevoli transazioni del mercato dei capitali. Basta ricordare il ruolo che i titoli del Tesoro Usa svolgono nel mercato dei repo.

Giocoforza, perciò, il debito americano coinvolge direttamente il dollaro, e quindi il sistema monetario, essendo il primo la costituente principale del secondo. Talché l’andamento del dollaro decide della buona salute del sistema monetario e, di conseguenza, dello stato dell’economia globale. Basta ripercorrere la storia monetaria degli ultimi decenni per rendersene conto.

Quando perciò ci poniamo il problema di analizzare il debito pubblico americano dobbiamo sempre ricordare che non stiamo parlando semplicemente dell’America del Nord, ossia di un paese “normale”. Stiamo parlando del mondo.

La premessa serve a comprendere meglio le cifre che, sempre il Fmi, snocciola con la consueta pedanteria concludendo che, malgrado la correzione decisa dal governo fra il 2011-13, che ha fatto declinare il deficit strutturale dell’1,25%, più del previsto, le previsioni di crescita – peggiorate – condurranno, dopo una stabilizzazione del debito negli anni 2015-18, a un costante incremento del rapporto debito/pil, principalmente a causa delle condizioni demografiche con le quali gli Usa sono chiamati a fare i conti, che accelereranno notevolmente la spesa per il welfare.

Seguendo lo scenario base, nel quadriennio 2015-18 il debito/pil dovrebbe rimanere al 106%. E se pure gli Usa non avranno certo problemi a finanziarlo, grazie allo stato di “safe haven” di cui ancora godono, ciò non toglie che abbassarlo, scrive il Fmi, sia una priorità chiave, visto che “malgrado le correzioni decise fra il 2011-13 le finanze pubbliche rimangono su una traiettoria insostenibile”.

In particolare, il debito detenuto dal pubblico (debt held by public), ossia l’ammontare totale di obbligazioni Usa detenute dagli investitori, e quindi non dal governo (non rientra quindi in questa categoria quello accumulato dalla Fed), passerà dal 72 all’81% da oggi al 2024, mentre quello generale raggiungerà il 111%. Anche perché la spesa per pagare gli interessi  è prevista in crescita, atteso che la Fed prima o poi dovrà alzare i tassi. Se poi la crescita non andrà come stimato, il debito Pil potrebbe arrivare addirittura al 123%, entro l’intervallo considerato, schizzando addirittura al 137%, al livello nostro, qualora nel frattempo intervenisse uno shock macroeconomico o fiscale.

Sicché il Fmi ha gioco facile nel suggerire la solita cura da cavallo di riforme che dovrebbe servire a garantire un aggiustamento fiscale addizionale di almeno il 2,75% del Pil – parliamo di circa 400 miliardi di dollari – da adesso fino al 2023 al fine di riportare il rapporto a un livello decrescente e quindi sostenibile.

In particolare i settori dove intervenire, secondo il Fmi, sono la sanità, la Social security, e la struttura della tassazione, in modo da aumentare le entrate. In sostanza: tagliare il welfare e aumentare le tasse. La solita ricetta che il Fmi proprina ai paesi con i conti traballanti. Dimenticando però che gli Usa non un paese come gli altri. Al contrario. Gli Usa non subiscono l’economia: la fanno.

E tuttavia urgono decisioni, anche per evitare che il fardello di rendere sostenibile il debito sia affidato alla sola Fed, alimentando così i rischi che derivano “da un prolungato periodo di interessi bassi”. Tutto ciò considerando che gli Usa devono fare i conti con un elevato livello di povertà, con un mercato del lavoro a dir poco inceppato, dove la creazione di posti di lavoro a lungo termine è stata sostituita da un infinito numero di part time, e con un deficit infrastrutturale che i grandi costruttori americani, sempre citati dal Fmi, hanno quotato circa 200 miliardi di dollari.

Il governo Usa ha replicato alle osservazioni del Fmi illustrando il President’s 2015 budget, ossia un complesso piano di consolidamento che si propone di abbassare il deficit fiscale dell’1,6% del Pil entro il 2024 e portare il debito/pil al 69%, sempre per quella data. E tuttavia le stesse autorità americane, memori evidentemente del caos politico sui conti pubblici che ha provocato l’ultimo shut down a ottobre 2013, costato 0,3 punti di Pil annualizzato all’ultimo quarto dell’anno, ammettono che sarà molto difficile trovare un accordo bipartisan che trasformi il piano Obama in misure reali di aggiustamento, contando al più sulla possibilità che si riesca a riformare il fisco, impostare un piano di investimenti infrastrutturali, un programma di work training e magari la riforma dell’immigrazione. Tutto ciò, ricordando, il Fmi, che a primavera prossima la tematica fiscale di ottobre 2013 tornerà sul tappeto dei politici, dopo il venir meno dell’accordo che ha innalzato il debt ceiling per il 2014, che però scadrà, appunto, in primavera.

La primavera 2015, perciò, sarà uno dei momenti salienti del redde rationem americano. Anche perché la resa dei conti fiscale potrebbe coincidere con quella monetaria, atteso che tutti si aspettano che la Fed inizi proprio in quel periodo ad alzare i tassi.

Che farà quindi l’amministrazione Obama per convincere il mondo che i suoi debiti sono credibili?

Non potendo seriamente pensare di ripagarli, potrebbe usare una semplice scorciatoia.

Potrebbe distruggerli.

(3/segue)

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