Etichettato: the walking debt
Cartolina. Il paese del sole

Fra il 2016 e il 2023, ci dice Istat nel suo rapporto annuale, sono stati erogati 64 miliardi di euro di contributi a famiglie, imprese e soggetti pubblici per incentivare la produzione di energia da fonti rinnovabili, che nel 2020 coprivano ancora appena un quinto del nostro fabbisogno. Oltre 60 miliardi dopo, siamo arrivati al 23%, quindi a quasi un quarto. E gran parte di questo progresso è dovuto agli investimenti nel solare, che nel 2023 segnava una potenza complessiva installata pari a 30,3 GW, il 57 per cento in più rispetto al 2016. E solo nel 2023 la crescita è stata del 20,9 per cento. pari a 5,2 GW. Siamo il paese del sole, dopotutto. Peccato costi caro.
Cartolina. Ciao mamme

Fra le note a margine dell’ultimo rapporto Istat ce n’è una che tutti coloro che blaterano di sussidi alla maternità dovrebbero scolpirsi nella memoria: ci sono sempre meno donne in età fertile nel nostro paese. Al primo gennaio scorso le mamme potenziali, ossia le 15-49enni, sono scese a 11,5 milioni, quando erano 13,8 milioni vent’anni fa. Peggio ancora: dieci anni fa, ossia nel 2014, erano ancora 13,4 milioni. Ciò significa che mentre nei dieci anni fra il 2004 e il 2014 le mamme potenziali sono diminuite “solo” di 400 mila unità, nei dieci anni che ci portano ai nostri giorni, sono diminuite di altri 1,9 milioni: una slavina demografica che spiega meglio di mille chiacchiere perché le nascite siano ormai abbondantemente sotto le 400 mila unità , ossia il 25% meno del 2014. Le culle vuote non dipendono ormai dalla mancanza di sostegni alla maternità, che magari andavano concessi a metà degli anni ’70, quando le donne italiane iniziavano a fare meno di due figli pro capite, ossia, la soglia statistica della stabilità della popolazione. Ma invece si è scelto di usare le risorse pubbliche per mandare la gente in pensione prima a godersi il futuro. E il futuro, notoriamente dispettoso, si è girato dall’altra parte.
L’Italia fra dipendenza e rilevanza strategica nel commercio internazionale

Un quarto di secolo è un tempo lungo abbastanza per osservare una tendenza che abbia un minimo di fondamento. Vale la pena perciò leggere un’analisi molto istruttiva che Istat ha pubblicato nel suo ultimo rapporto annuale che dice molto dell’evoluzione del nostro paese nelle lunghe catene del commercio internazionale, che incidentalmente è cresciuto parecchio proprio in quest’ultimo quarto di secolo.
Per osservare come ciò abbia cambiato il modo italiano di partecipare al commercio, Istat usa due strumenti concettuali: quello di rilevanza strategica, che misura quanto le produzioni italiane siano utilizzate, direttamente o indirettamente, nei sistemi produttivi esteri, e quello di dipendenza strategica, che invece dice quanto le produzioni estere siano utilizzate dai produttori italiani. L’orizzonte di riferimento è quello fra il 1995 e il 2020, quindi gli anni clou della globalizzazione più recente, quando gli scambi, almeno fino al 2008, sono cresciuti rapidamente.
Il risultato è quello che si può osservare dal grafico sopra. L’Italia ha visto crescere la dipendenza strategica a fronte di un calo della rilevanza strategica. Questo alla fine del periodo. Vale la pena osservare, però, che fra il 1995 e il 2008, quando tutto è cambiato, rilevanza e dipendenza crescevano insieme.
Insomma, andava meglio prima. Questo non vuol dire che ce la caviamo male. Ormai da diversi anni abbiamo un fisionomia da esportatore netto: nel 2020 il livello della rilevanza strategica era superiore di tre volte a quello di dipendenza strategica. Ma è vero altresì che nel 1995 era sei. E questo dipende dal fatto che – dato 2019 – quasi la metà della produzione italiana (il 45%) viene utilizzata come input per le produzioni estere a fronte del fatto che solo il 21% delle produzioni estere vengono usate da produzioni interne. E questa è la buona notizia.
Quella meno buona è che la dipendenza dall’estero è cresciuta di 1,8 volte in 25 anni, con grandi differenze fra dipendenza dai paesi Ue, in linea con quella media (1,7 volte) e quella nei confronti della Cina (13,4 volte), mentre si è ridotta rispetto a Regno Unito e Stati Uniti.
In termini settoriali, il contributo delle produzioni italiane a quelle estere si è ridotto per la manifattura (-11% nei 25 anni considerati), sia per i servizi di mercato (-15%). Fra i settori si dimostrano rilevanti per le produzioni italiane il comparto agro-alimentare (+30%) e l’alloggio e la ristorazione (+24%).

Se guardiamo alla dipendenza strategica, osserviamo che tutti i settori, compresi quelli più rilevanti strategicamente, hanno visto crescere la dipendenza dall’estero. L’agricoltura, ad esempio, del 160%. Se guardiamo al terziario, si osserva l’aumento del 315% dell’informatica e del 127% dei servizi finanziari.

Questo andamento risulta molto condizionato dal successo registrato dai paesi emergenti nel posizionarsi lungo le catene del valore. L’Italia ha perso quote nella manifattura ed ha aumentato la sua dipendenza dai servizi importati. Ce n’è abbastanza per ragionare su una strategia di lungo termine di riposizionamento. Ma prima bisogna capire per andare dove.
Le inflazioni europee non sono tutte uguali. E questo complica il lavoro della Bce

Può sembrare banale ricordarlo, ma repetita juvant, come dicevano gli antichi: i paesi europei sono ancora notevolmente diversi quanto a costituzione economica, stante la ancora persistente provvisorietà del quadro istituzionale che ancora caratterizza l’Unione Europea. Tale debolezza, che corrisponde a una crescita asfittica, si riflette anche nel comportamento molto diverso che le principali economie europee hanno mostrato durante lo shock inflazionistico, che l’Istat, nel suo rapporto annuale, ci consente di apprezzare (grafico sopra).
In Italia, per restare al nostro paese, si è avuto un’inflazione più violenta – con un picco del 12,6% fra ottobre e novembre del 2022 – e una disinflazione, in compenso, più rapida, con l’indice armonizzato dei prezzi al consumo sceso sotto il 2%. La grande protagonista di questo comportamento è stata la bolletta energetica, che in Italia pesa più che altrove. Ma anche i beni alimentari, che ancora a dicembre 2023 risultavano in crescita del 5%, hanno avuto la loro quota di responsabilità. Circostanza che certo non stupisce chi abbia un minimo approfondito le ragioni dietro la crescita dei beni alimentari e il notevole contributo che ad essi apporta l’andamento dei beni energetici. Anche in Italia, come altrove, la componente dei servizi ha mostrato un andamento più lento nel processo di disinflazione.

Ovviamente gli andamenti inflazionistici molto diversi hanno generato effetti altrettanto differenti in tutte le economie europee, sia per le imprese che per i lavoratori. Limitandoci al caso italiano, si osserva ad esempio un andamento delle retribuzioni di gran lunga inferiore a quello inflazionistico, con una notevole caduta del potere d’acquisto.

Tutto ciò rende evidente la difficoltà che deve affrontare la banca centrale per effettuare manovre di politiche monetarie efficaci in economie così diverse. E’ chiaro che la manovra sui tassi di interesse, che insieme a quella del bilancio per l’acquisto o la vendita di titoli, ha effetti che replicano la frammentazione del tessuto economico europeo.
Questo spiega perché la Bce appaia a volta esitante o esibisca una certa tendenza al temporeggiamento. Se è difficile per la Fed far politica monetaria, in un paese che è profondamenti unificato, per la Bce è un esercizio di equilibrismo. Ad alto rischio di inciampo.
Che storia racconta l’andamento del pil nei principali paesi europei

L’ultimo rapporto annuale Istat contiene una interessante analisi sull’andamento del pil fra il 2022 e il 2023 nei principali paesi europei, fra i quali ovviamente anche il nostro. Ciò che rende utile la lettura è la circostanza che vengono indicati i diversi contributi che hanno generato la crescita oppure, a seconda dei casi, l’hanno frenata.
Come è noto, il pil si compone sostanzialmente di domanda interna, compresa la spesa delle pubbliche amministrazioni, domanda estera netta, investimenti e scorte. Il grafico che apre questo post ci consente di vedere la notevole diversità degli andamenti in Italia, Francia, Spagna e Germania.
La prima cosa che è interessante osservare è che (grafico a sinistra) l’Italia fra il 2020 e il 2021 ha rapidamente accelerato la crescita del prodotto, portandosi già a metà del 2021 al livello pre Covid. La Francia ha avuto un andamento simile. La Spagna, che pure ha avuto una notevole crescita, ci ha messo un anno in più. La Germania qualcosa di meno. Ancora adesso l’Italia ha il livello di pil più elevato – circa cinque punti in più rispetto all’indice 100 del 2019 – con la Spagna praticamente allo stesso punto. La Francia sta un paio di punti sotto, mentre la Germania è ancora schiacciata al livello del 2019.
Se guardiamo adesso alle componenti del pil (grafico a destra), osserviamo che la domanda delle famiglie italiane l’anno scorso ha contribuito notevolmente (0,7 punti) alla crescita del prodotto, ma si osserva anche un brusco calo rispetto al 2022, quando la stessa componente sfiorava i 3 punti. Un andamento che somiglia a un fuoco di paglia, e che certo non sorprende, in un paese dove i redditi non crescono da anni. Vale la pena sottolineare con Istat che il livello dei consumi delle famiglie italiane malgrado questa fiammata è ancora sotto il livello precovid.

Un altro pezzetto di crescita è arrivata dalla domanda della pubblica amministrazione, all’incirca la stessa quota dell’export netto, mentre la parte del leone l’hanno fatta gli investimenti fissi lordi, anch’essi comune in calo rispetto al 2022. Un notevole contributo negativo lo hanno offerto le scorte. Dal che si può ipotizzare che le imprese, che avevano riempito i magazzini per difendersi dall’inflazione e dalle strozzature di domanda, li abbiano adesso svuotati. In teoria si apre uno spazio per la ricostituzione delle scorte, ma molto dipenderà dalle aspettative: una previsione di domanda debole non incoraggia a investire sulle forniture.
Questa composizione della crescita non lascia molto spazio a prospettive rosee. Pure ammettendo che l’export netto riprenda quota – notate che è stato il meno pronunciato nel confronto europeo – è facile prevedere che la domanda interna diminuirà ancora e con essa gli investimenti, anche in conseguenza delle restrizioni monetarie. A parte la teorica possibilità di un miglioramento delle scorte, non ci sono molte prospettive di progresso fino a quando la domanda delle famiglie rimane condizionata dalla disponibilità di reddito. Un paese di quasi 60 milioni di abitanti che punta solo sull’export per far crescere l’economia si condanna inevitabilmente a una crescita lenta.
Non è certo un caso, infatti, che la Spagna, sia il paese che ha avuto una crescita più veloce: nel biennio osservato, la domanda delle famiglie spagnola è stata la più robusta fra le economie considerate e nel 2023 quella della PA ha contribuito significativamente. In Germania, dove la domanda delle famiglie è stata addirittura negativa, il pil è sceso poco sotto lo zero.
In conclusione, l’economia di molti paesi europei sta soffrendo la lentezza della domanda interna, cose che non succede negli Stati Uniti, che infatti crescono più velocemente. Finché non si inizia a parlare di questo e a ragionare su possibili rimedi non andremo molto lontano.
Cartolina. Debito centrale

Quella che negli anni dei tassi rasoterra si era rivelata una cornucopia per i governi – i guadagni delle banche centrali – adesso che i tassi sono tornati nella realtà è diventata una straordinaria produttrice di debito, che ai governi interessa poco, almeno finché rimane nel bilancio delle banche centrali, ma che però esiste. L’anno scorso le grandi banche centrali hanno pagato una cifra di interessi che si aggira intorno all’1 per cento del loro pil nazionale, e questo ha generato generose perdite nei loro bilanci dei quali il governo non si cura perché, come si dice, una banca centrale non può fallire. Le banche centrali sanno solitamente badare a se stesse, per nostra e loro fortuna. Rimane il fatto che queste crisi ripetute hanno reso evidente: la centralità del debito nel bilancio pubblico. E ormai non più solo in quello del governo.
Cartolina. Ricercare i ricercatori

Poiché ognuno è figlio della sua storia, non dovremmo stupirci che nel paese in cui si magnifica l’invenzione del Rinascimento, che ormai risale a mezzo millennio fa, si sia smarrita del tutto la capacità di fare ricerca. Ci siamo talmente crogiolati nella nostra eccezionalità, da diventare banali. Un popolo di spettatori e di tifosi che sogna per lo più di andare in pensione. Perciò, perché sorprendersi se i ricercatori, ossia coloro che portano avanti le idee, pesano si e no il 6 per cento della nostra forza lavoro? L’italiano medio è molto più interessato a godersi la vita che a fare ricerca, e le autorità non fanno eccezione: sono molto più interessate a distribuire prebende che a interrogarsi – e quindi interrogare il proprio popolo – su ciò che è davvero necessario per far crescere la nostra società. Manca persino la consapevolezza dei benefici che si possono trarre dalla ricerca, che qualunque psicologo può spiegare. Va la faccio breve: chi impara a ricercare, e si appassiona, vive sicuramente meglio di chi passa le giornate davanti alla televisione. Sotto ogni punto di vista. Per questo dovremmo ricercare i ricercatori. Il pil seguirà, come l’intendenza.
Il ritmo della libertà: anche politica ed economia hanno bisogno di andare a tempo

Da pochi giorni è uscito il libro, con prefazione di Marta Dassù, che con Roberto Menotti, senior advisor di Aspen Institute Italia, nonché direttore Scientifico di Aspenia online e vice direttore di Aspenia abbiamo completato al termine di un lungo e piacevolissimo percorso comune di studio e ricerca su un tema di grande complessità: il tempo, in particolare come fattore di sviluppo in politica e nell’economia. Qui trovate il link al libro per maggiori informazioni.
Fare la cosa giusta implica farla non solo nel modo, ma anche nel momento giusto. E tuttavia questa evidenza non è così diffusa. Nelle nostre numerose teorie che descrivono la realtà, siano esse naturalistiche o sociologiche, il tempo è un ospite trascurato, quasi indesiderato. Una lunga tradizione culturale lo ha relegato ai margini della realtà: poco più che un parametro necessario lungo il cammino verso la perfetta reversibilità dell’azione. Come se fosse l’ascissa di un piano cartesiano che contiene nell’ordinata lo spazio delle nostre rappresentazioni.
Ciò ha prodotto descrizioni meravigliose della realtà, delle quali la realtà si burla continuamente. L’esercizio della previsione, che è una facoltà naturale dell’essere umano, sradicato dal suo contesto biologico ha generato cervelli automatici, nella forma di algoritmi predittivi, che si candidano a governare la realtà facendo leva sulla nostra altrettanto naturale ritrosia ad affrontare il disagio, a cominciare da quello che emerge dalla consapevolezza di dover decidere in ogni momento della nostra vita.
E’ in questa ritrosia ad affrontare il disagio che il tempo scompare e sorge la società istantanea. Ossia il nostro mondo, che ha trasformato l’azione in reazione e ridotto lo spazio lungo il quale si articola il pensiero, avvicinando sempre più il tempo lungo l’origine del piano cartesiano. Ossia allo zero.
Senonché, azzerando il tempo, l’uomo perde anche lo spazio del pensiero e diventa incapace di aspettare, incapace di costruire, incapace di credere. In sostanza un perfetto meccanismo. Questo non è un destino, ma una possibilità con un certo grado di probabilità. Quindi nasconde insieme un rischio e alcune opportunità.
Il libro parla proprio di questo. Discute del tempo, proponendo una nuova cronosofia, e di come, recuperandone la realtà nei processi politici ed economici, si può riscoprire quel ritmo della libertà che solo può condurci verso un futuro deciso da ognuno di noi. Ne abbiamo bisogno tanto più oggi, che viviamo in società impaurite e schiacciate dalla religione del regresso, quando invece dovremmo tornare a credere nella possibilità del progresso che è alla portata di ognuno di noi e delle nostre società, se solo torniamo a muoverci seguendo il ritmo della libertà, che significa interpretare la vita con fiducia, pazienza e senso di responsabilità.
Andare a tempo, non è solo un talento dei musicisti. E’ una capacità umana che dobbiamo recuperare, se vogliamo tornare ad essere i protagonisti della nostra storia.
INDICE
Prefazione di Marta Dassù
Parte prima
La religione del regresso
Premessa: Il rischio dell’opportunità
Fisionomia di una religione
Il Dio nascosto
Un nuovo sacerdozio
L’illusione del regresso
Il Nuovo Millennio
Parte seconda
Tempo e umanità, umanità nel tempo
Premessa: La società istantanea
L’invenzione del tempo: mito, poesia, memoria
La scoperta del tempo: il ritrovamento del passato profondo
La genialità dell’evoluzione
I cicli della complessità
L’ombra del futuro nelle scelte strategiche
Curvature della storiografia e sindrome da cortissimo termine
L’abuso del fattore tempo e la paura ambientale
I futuri estremi
La curva del tempo: causa-effetto, idea e azione
Parte terza
La formula del progresso
Premessa: l’opportunità del rischio
Sýn aisthánomai: sinestesia
Immagina-azione
Trilogia di F.
Il talento di decidere
Il futuro immaginato: libertà e responsabilità
L’inevitabile proseguire: l’attrazione del progresso
Conclusione: Andare a tempo
Note
Bibliografia
Più offerta e meno domanda: così l’inflazione rallenta

Fra le molte circostanza che influenzano l’andamento dei prezzi, l’andamento dell’offerta e della domanda in qualche modo le sommano tutte, anche se ovviamente non le esauriscono. Nel senso che la quantità di beni e servizi richiesti e la loro disponibilità sui mercati impattano sui prezzi notevolmente, specie quando hanno andamenti molto diversi dai loro trend storici.
La qualcosa si è verificata durante la pandemia, quando alla crisi dell’offerta, determinata dal blocco delle produzioni, si è associato una forte domanda seguita all’allentamento delle restrizioni. Una domanda ben fornita di risorse, peraltro, visto che ai risparmi forzosi accumulati da molti durante le chiusure si sono associati gli stimoli fiscali e monetari concessi dai governi.
Questa tempesta perfetta ha iniziato visibilmente a schiarirsi l’anno scorso, quando la disinflazione è divenuta più robusta, sommandosi stavolta al ritiro degli stimoli l’aumentata produzione e una domanda mitigata dagli eccessi del 2022.
Il grafico sopra ci consente di apprezzare le differenze fra paesi molto diversi fra loro, che però hanno in comune una cosa: il contributo dell’offerta è stato per tutti negativo. Nel senso che ha diminuito la pressione sui prezzi. Notate che in molti dei paesi osservati – il caso americano è importante – anche la domanda ha contributo alla disinflazione. Nel senso che la gente ha chiesto meno beni e servizi, a fronte di una maggiore disponibilità di beni e servizi.
I due movimenti si sono quindi sommati e hanno contribuito al forte rallentamento dei prezzi che si osservato in corso d’anno, e questa è sicuramente una buona notizia.
Quella meno buona è che la disinflazione non è stata uniforme. Nei paesi Ocse si osserva una persistente inflazione dei servizi, tanto per cominciare.

In secondo luogo, proprio l’entità di questa disinflazione l’anno scorso solleva interrogativi sulla sua solidità. Andiamo verso un mondo in cui ci saranno meno beni e servizi del 2023, visto che la crescita (ossia la produzione) ha rallentato, mentre la domanda su alcuni settori rimane molto tirata. Esiste la probabilità che i due effetti combinandosi esprimano una tendenza diversa da quella osservata, specie se i governi vorranno provare a raffreddare l’economia senza troppi traumi. Fra quello che è successo e quello che succederà c’è sempre un legame. E solo il tempo, purtroppo o per fortuna, ci può dire come si sciolga.
La corsa all’oro della Cina non porta in nessun luogo

Per farsi un’idea un po’ più precisa delle complicazioni economiche che rendono assai ardue certe semplificazioni politiche, è molto istruttivo osservare l’evoluzione delle riserve dei paesi che in qualche modo vogliono proporsi come co-protagonisti del Grande Gioco globale.
Le riserve sono solo una delle tante variabili che animano l’economia internazionale, e tuttavia sono un buon punto di osservazione perché mettono a nudo un problema che tutti i paesi hanno: la necessità, vale a dire, di tenere riserve per avere una base solida sulla quale ordine il loro concerto di scambi. Senza riserve, per parafrasare un vecchio detto, non si cantano messe.
Il Fmi di recente ha svolto una interessante osservazione, dalla quale è estratto il grafico sopra, mettendo a confronto il comportamento delle riserve in quelli che ormai vengono percepiti come due blocchi: quello che fa riferimento al dollaro, guidato quindi dagli Stati Uniti, e quello che invece ha scelto l’oro – il “barbarous relic” di keynesiana memoria – che sta conoscendo una seconda giovinezza mano a mano che peggiora il clima delle relazioni internazionali.
Il fatto che questo gruppo di paesi, con la Cina a guidare la carica, abbia più che triplicato le proprie riserve in oro è una notizia che ne nasconde un’altra: ossia il fatto che comunque non possano fare a meno di tenere una quota rilevante delle proprie riserve in dollari, come mostra chiaramente lo stesso caso cinese, dove la quota di dollari è molto diminuita rispetto al 2015, e in particolare dal 2019 in poi, ma rimane comunque molto ampia.
Se dalle riserve ci spostiamo alla valuta usata per gli scambi, osserviamo un’altra notizia che ne contiene ancora una altrettanto importante: cresce l’uso degli yuan nei paesi del blocco cinese, ma siamo ancora a un livello molto ridotto.

I dati raccolti dal Fmi mostrano che questo cambiamento – ossia aumento dell’uso dello yuan – è molto visibile nei paesi del blocco cinese, dove è passato dal 4 all’8 per cento, ma si osserva soprattutto nelle transazioni trans-frontaliere sei soggetti cinesi non bancari con controparti esteri. Qui l’uso dello yuan era praticamente zero 15 anni fa, mentre adesso ha raggiunto il 50 per cento, equiparando il dollaro, che prima era all’80. La Cina ha saputo evidentemente mettere a frutto il proprio sistema di pagamenti, il Cross-Border Interbank Payments System (CIPS), lanciato dalla banca centrale qualche tempo fa, che offre servizi di clearing e settlement nelle operazioni estere. Questo vuol dire che lo yuan sta lentamente diventando una valuta di riserva? Non proprio.

Quest’ultimo grafico ci consente di vedere le due cose insieme. Se ne conclude che la valuta cinese è ancora molto lontana dal rappresentare un asset di riserva, salvo per quei paesi che con la Cina fanno molti affari. Ma le proporzioni di questi affari nel gioco globale, e quindi il peso relativo delle yuan, sono quelle che vedete sopra.
Cosa dobbiamo dedurne? Sarebbe una vittoria di Pirro limitarsi ad osservare la supremazia del dollaro, che nasconde molti problemi, ai quali ormai non sfuggono neanche gli Stati Uniti. Chi pensa che gli Usa non sceglieranno mai volontariamente di abbandonare la loro supremazia monetaria, dovrebbe chiedersi se forse gli Usa non sarebbero ben disposti a cedere qualcosa delle loro responsabilità internazionali, se dal contesto internazionale arrivasse, una volta tanto, un aiuto capace di alleviare le loro tensioni interne. Sarà un bel giorno quello in cui gli americani comprenderanno che noi abbiamo bisogno di loro esattamente come loro hanno bisogno di noi. E per noi intendo il resto del mondo.
Il modo più intelligente per esercitare l’egemonia è comprenderne i limiti e trasformarla in cooperazione. In tal modo il tramonto del dollaro, come valuta internazionale, potrebbe condurre a un nuovo sistema monetario capace di far capire anche ai cinesi, e al loro blocco, che la corsa all’oro non porta da nessuna parte. L’abbiamo già fatta cent’anni fa. E’ finita male.
