Il blog va in vacanza, ci rivediamo a settembre. Scarica Redde Rationem, il freebook con tutti i post della terza stagione


E quattro. Con grande fatica, e sempre grazie all’impareggiabile lavoro di Leonardo Braghetto (@leobpd), anche la terza stagione di TheWalkingDebt è diventata un libro liberamente scaricabile in diversi formati, che trovate qui. A @leobpd va il mio ringraziamento più sincero per il tempo che dedica ogni anno a questo lavoro ormai dal 2013, per la sua cortesia di ospite dei freebook nel suo spazio web, per la creatività e la fantasia che mette nella costruzione dei libri. Senza di lui questi freebook non esisterebbero.

Questo freebook, che porta a quattro i libri finora pubblicati sulle pagine del blog e che trovate in questa sezione del blog, contiene alcune novità di navigazione che la fertile fantasia di @leobpd ha elaborato per consentire ai lettori una fruizioni sempre più soddisfacente dell’ormai lungo discorso economico che abbiamo sviluppato insieme su queste pagine.

In particolare, il nuovo freebook contiene link rossi e link blu, come le pillole di Matrix. I link blu vi condurranno dentro il libro che state sfogliando, facilitando i collegamenti ai post contenuti nel testo. I link rossi invece vi condurranno fuori dal libro, dentro il blog. Assicuratevi quindi di avere una connessione attiva prima di cliccarci sopra, pena una cocente delusione.

Quest’innovazione l’ho trovata estremamente intelligente. Come sa chi segue il blog dal principio, l’evoluzione del discorso che qui si propone è lenta ma coerente, come un sommovimento geologico, la cui profondità, come diceva Karl Kraus, è costantemente dissimulata sulla superficie delle cronache. Talvolta però in alcuni post tale movimento profondo e persistente emerge con brutale chiarezza, facendo di questi scritti dei punti di riferimento per il navigatore che ritengo sia utile riportare all’attenzione. E non è detto che siano nell’ultimo freebook, ma è opportuno che ne siano distinti.

Alcune novità sono intervenute nel corso della stagione. La prima è che ormai siamo diventati più di tremila e abbiamo superato la soglia dei 170 mila articoli letti, quando un anno fa di questi tempi stavamo circa a 80 mila. Andiamo piano, ma andremo lontano.

La seconda è che da qualche mese ho sperimentato un servizio di infografica, ossia post che contengono solo grafici estratti da documenti ufficiali, che sembra sia molto gradito da tutti voi. E posso capirlo: vi ho sfiancato per anni con post lunghissimi e scrittissimi. E comunque l’innovazione piace anche a me. Oltre ad essere utili per i post, i grafici mi danno la possibilità di comunicare più informazioni in poco tempo. Quindi evviva i grafici (ma sempre lontani dal testo).

Un’altra novità è che da qualche tempo alcuni dei post di TheWalkingDebt trovano ospitalità anche su Econopoly, un blog del Sole 24 ore, grazie alla gentilezza di @albe_ che mi ha invitato a partecipare a un bellissimo gioco informativo insieme a diverse persone che ho conosciuto qui sul web grazie a questo blog. Ve lo dico non per vantarmi – ormai dovreste sapere che non mi curo del mio ego – ma perché è una bella storia, dove un signor nessuno decide di fare quello che che pensa di saper e voler fare e piano piano qualcuno se ne accorge e lo valorizza. E’ una storia che ha profonde ricadute economiche, anche se finora non mi paga nessuno, che sono coerenti con lo spirito di questo blog, che vuol suggerire un’alternativa all’economania di questo tempo, o quanto meno far notare che è possibile.

E ciò mi porta alla conclusione, che poi è la parte che preferisco, come sa chi mi segue anche su Twitter: i ringraziamenti. Render grazie ed esser lieto è lo spirito che informa questo lavoro e che provo tutti i giorni a condividere con voi. Quindi non vi stupirà se anche qui ringrazio tutti voi, i follower, chi fa Rt, chi legge e consiglia, chi ne parla al bar, chi scrive i commenti, chi ci pensa sopra, chi continua a leggere anche se un post non gli è piaciuto, chi mi scrive per dare spunti e suggerimenti, chi crede, come me, che scrivendo, leggendo e parlando il mondo possa diventare migliore.

Grazie a tutti voi, perciò.

E buona lettura.

Il redde rationem sfocia in un bad equilibrium


Questo post chiude e in qualche modo riepiloga la terza stagione del nostro blog, dedicata al redde rationem, ossia alla resa dei conti dell’economia globale che, come abbiamo osservato in questi mesi, ha compiuto decisi passi in avanti culminando nell’eruzione della crisi greca.

Quest’ultima, per non essere declassata al rango di epifenomeno, merita di essere osservata nella sua costituente più profonda, che poi è comune praticamente a tutte le economie che abbiamo esplorato insieme in questi mesi: l’ipoteca del debito che chiama altri debiti per essere sostenuto.

Questa situazione, che è sistemica, si declina un conflitto che è politico, ma che viene analizzato con la lente dell’economia, come è logico che sia, visto che si discute di contabilità. Ma il fatto che il debito sia un problema politico, pure se viene narrato con la parole, che sono politiche anch’esse ma travisate, dell’economia dovrebbe essere il centro della nostra attenzione.

Succede invece che il discorso venga spostato sulle tecnicalità, che sono la coperta più o meno corta con la quale viene dissimulata la questione del debito, che a sua volta è la catena che piano piano, accorciandosi, ci sta strangolando e ci conduce verso un’evidenza che chiunque abbia buon senso conosce già: a un certo livello i debiti diventano inesigibili. Tutti.

Questo è il senso profondo della resa dei conti. Il redde rationem altro non è che l’accettazione che i conti si devono regolare, pure a costo di cancellare i debiti. L’alternativa è continuare in un contesto economico di relazioni falsate da montagne di capitale fittizio – i crediti inesigibili – che continuano a circolare per il mondo generando relazioni debito/credito fondate su una fiducia teorica che chiede costanti rassicurazioni, ieri dagli stati, oggi dalle banche centrali, ormai costrette ad azzerare il senso stesso dell’agire economico pur di non spaventare l’Idra dei mercati.

Anche qui, basta osservare la crisi greca per averne contezza e i suoi esiti. La richiesta dei greci di un haircut forse era sbagliata nei modi e nei tempi, ma che il Fmi sia arrivato alla stessa conclusione dovrebbe farci capire che è insensato ostinarsi a scrivere nei nostri bilanci economici debiti che forse si pagheranno fra un secolo, come usava una volta con i debiti di guerra. E basterebbe ricordare i danni provocati dall’inesigibile debito tedesco dopo il primo dopoguerra e per i vent’anni successivi per dimostrarlo.

L’istanza del debitore, tuttavia, non può essere scissa da quella del creditore, pena uno squilibrio peggiore di quello che si va a sanare. Il debitore ha il diritto di poter pagare i propri debiti, e quindi essere titolare di un debito che si possa pagare sul serio, così come il creditore ha il diritto di essere pagato. Al tempo stesso il debitore ha il dovere di pagare i propri debiti, così come il creditore ha il dovere di favorire tale pagamento.

Questo difficile bilanciamento di diritti e doveri richiede certamente una cornice istituzionale per essere sostenuto, ma soprattutto necessita di pazienza e buona volontà. Ossia tutto il contrario di ciò di cui dà prova l’economia internazionale.

Basta un semplice esempio per averne contezza. Nel mondo in cui viviamo, succede che la Francia presti denaro alla Spagna che lo presta al Brasile. Quindi, al di là dei nomi che sono solo un esempio fra i tanti possibili, che il paese più ricco presti denaro al più povero, che a sua volta sostiene quello più povero di lui.

Questa sarabanda di prestiti ha come unico movente il margine di interesse. Ossia lo spread sui rendimenti. Il paese più ricco prende un rendimento minore prestando a quello a lui più vicino, perché lo giudica meno rischioso, e quest’ultimo, dovendo ripagare i suoi debiti, presta a quello più povero di lui che dovrà pagare di più il prestito perché più rischioso. Sicché finisce che il più povero deve sostenere i debiti di quello meno povero di lui, che deve a sua volta ripagare il più ricco guadagnandoci pure qualcosa. Per un semplice proprietà transitiva, ciò implica che il più povero debba sostenere il più ricco: tutto il contrario di come suggerisce il senso economico comune.

A monte di questa girandola di relazioni più o meno false, c’è il Grande Debitore, ossia gli Usa, che si può permettere di estendere all’infinito i suoi debiti perché nessuno gliene chiederà mai il conto, per motivi che sono essenzialmente politici, con ciò svelandosi la profonda falsità del dibattere economico.

In questo gioco truccato qualcuno vede nel dilemma fra democrazia e mercato l’arco lungo il quale si muove il pendolo della storia. Ma a ben vedere anche questo è un falso problema. La lotta fra democrazia e mercato, di cui ancora una volta il caso greco è una perfetta rappresentazione, a ben vedere non è altro che un conflitto fra fazioni che usano il denaro per decidere chi debba gestire il denaro. La retorica democratica e quella dell’economia di mercato sono due facce della medesima medaglia. Una medaglia coniata sull’incudine della massimizzazione del profitto dal martello dell’uomo economico, al fuoco sempre più freddo dell’interesse composto.

Se questo è lo scenario, forse sarebbe saggio attingere all’esempio di culture più antiche della nostra, che della cancellazioni dei debiti facevano un momento che consacrava il senso della socialità. Quel senso che abbiamo ormai smarrito e che è stato sostituito dalla paura del redde rationem, come ha confessato un eminente politico europeo quando gli hanno chiesto cosa aveva fatto decidere al termine di una trattativa infinita l’accordo greco. La paura, ha risposto, nulla più.

Ma vivere nella paura non porta nulla di buono. Porta a un’economia schizofrenica e sconclusionata, ostaggio di statistiche farlocche e costruzioni matematiche che non capisce più nessuno ma tramite le quali si vuole regolare l’esistenza. Conduce semplicemente alla disperazione proprio perché si dice di volerla evitare.

Sicché, in mancanza di un autentico redde rationem, rimane solo l’attualità. Un oggi eterno dove tutti pensano più o meno ipocritamente di fare l’interesse dell’altro in nome del bene comune mentre il risultato dimostra il contrario. Un bad equilibrium, lo chiamano gli economisti.

Ossia il titolo della prossima stagione del blog che ripartirà a settembre.

Bon voyage.

Gli altri greci dell’eurozona: Torero camomillo trasloca in Spagna


La Spagna, dunque, con la sua economia da torero che nella prima metà dei Duemila strappava gli olé da mezzo mondo. Chiunque ricorderà un qualche amico o conoscente che a quel tempo studiava spagnolo e cercava casa a Barcellona, ansioso di darsi alla produttiva movida spagnola.

Senonché, com’è noto, il torero finì incornato dal cattivissimo toro reso furioso dal maltempo finanziario e anche indispettito, forse, dalla noncuranza con cui il torero, vagamente sbruffone, ignorava gli allarmi, che pure c’erano, sulla sua costituzione fragilina.

Sia come sia, i medici, corsi al capezzale del malato, notarono atterriti, ben nascoste sotto la muleta, le cicatrici profonde di una crescita nutrita a mattone e debito, e prescrissero una cura da cavallo, alla quale il nostro torero si premurò di obbedire, ben lieto di onorare il suo antico curriculum di hidalgo.

Della storiella edificante del torero spagnolo, che così per sommicapi vi ho narrato, esiste anche una versione 2.0 secondo la quale il torero, dopo le amorevoli cure dell’ospedale Troika, sta pensando seriamente di tornare a calcare l’arena, la quale per l’occasione, si scalda elargendo al pubblico una sorta di coming soon. L’economia spagnola torna a crescere, dicono i banditori. E cosa importa di tutto il resto?

La Spagna peraltro ha chiuso il suo programma di aiuti, attingendo solo in parte ai 100 miliardi che le istituzioni estere le avevano concesso, col che denotandosi, per lo meno a livello di percezione, che la situazione spagnola non doveva poi essere così grave. Non a caso di recente son tornate a fischiarmi nelle orecchie voci di amici e conoscenti che parlano della Spagna come la patria di un nuovo miracolo economico.

Senonché, educato allo scetticismo da San Tommaso, sono andato a rivedermi cosa scrive la Commissione Ue sul redivido torero spagnolo, al quale ovviamente vanno i miei più calorosi auguri di una lunga e serena vita, e mano a mano che mi ubriacavo di grafici e tabelle succedeva che nelle orecchie, invece degli olé di amici e conoscenti, iniziava a farsi sentire un motivetto familiare a chi ha figli piccoli o sia un patito dello zecchino d’oro: il torero camomillo. In effetti l’arena è già affollata, come dice la canzone, però non c’è il torero, o almeno quello dei primi anni duemila. Al suo posto è arrivato il matador tranquillo che dorme appena può, e che sul toro preferisce dormirci sopra piuttosto che stordirlo con le sue piroette. Converrete che il ritornello si adatta perfettamente alla Spagna in versione 2015.

Evito di ripetere cose ormai ampiamente note (o forse no). Mi basta ricordare che la Spagna deve vedersela ancora con un tasso di disoccupazione superiore al 23%, che ha debiti, privati e pubblici, per oltre il 350% del Pil, la maggior parte dei quali sono privati, e soprattutto ha una posizione estera netta negativa per quasi il 100% del Pil che, scrive la Commissione, richiederebbe notevoli e prolungati surplus di conto corrente. ” La Spagna – scrive l’Ue nell’ultimo Country report – avrebbe ancora bisogno di raggiungere un avanzo corrente record del 1,7% del PIL in media nel periodo 2014-24, al fine di dimezzare la sua NIIP-to-PIL entro il 2024″. Dimezzare, non eliminare. Quindi arrivare a un deficit del 50%. E ricordo che la soglia Ue per lo squilibrio macroeconomico esterno è un deficit del 35% del Pil.

Per darvi un’idea di cosa vuol dire, avere un avanzo corrente dell’1,7 medio, osservo solo che nel 2014 il saldo corrente è tornato negativo per lo 0,1% e si prevede torni in attivo, al +0,6%, nel 2015. All’apice della correzione, avvenuta nel 2013, il saldo corrente, come si può osservare dal grafico, non è riuscito a superare la soglia del 2%.

Ancora peggio mi sento, quando vedo che nemmeno ai tempi buoni il torero spagnolo riusciva a chiudere in equilibrio i suoi conti esteri. Al contrario: all’apice del boom e degli olé, il conto corrente sprofondava, fra il 2005 e il 2006, a un deficit dell’8% del Pil.

Come abbiano fatto gli spagnoli a recuperare lo si capisce osservando le componenti del conto corrente, dove si nota il crollo del deficit della bilancia dei beni, che da sola aveva raggiunto l’8% del Pil, e che nel 2012 aveva ridotto il buco a meno del 2% del Pil.

E qui casca l’asino. Se infatti andiamo a vedere come la Spagna abbia ottenuto la sua crescita dell’1,4% nel 2014, che si prevede arrivi al 2,3% nel 2015, notiamo che il driver è stata la domanda interna, contribuendo negativamente l’export. Ciò significa che gli spagnoli devono consumare e investire a casa loro per poter crescere, sia a livello privato che pubblico, ma appena cominciano a farlo il saldo corrente va a farsi benedire.

E viceversa. Nel momento della correzione, infatti, la curva del Pil scendeva sottozero perché la componente positiva dell’export netto non riusciva a compensare quella negativa del crollo della domanda interna. Pensare che uno grande paese come la Spagna possa pagare i suoi debiti con le esportazioni, in effetti, sembra alquanto avventuroso. Tanto più se osserviamo che nel frattempo la quota di mercato estero dei prodotti spagnoli si è pure ridotta di oltre il 20%.

Insomma: il torero deve consumare di suo, sennò deperisce e muore. Pure adesso che è un matador tranquillo.

Come si possa immaginare che la domanda interna si sviluppi, in un contesto di debiti, privati e pubblici, di questo livello, e con un sistema bancario ancora assai problematico, malgrado i salvataggi, dove i crediti deteriorati sono in media al 13% e quelli del settore costruzioni quasi il triplo, e le banche sono ancora assai restie a prestare, è davvero esercizio che farebbe perdere il sonno a chiunque.

Capite bene perché torero camomillo dorme appena può.

(4/segue)

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Gli altri greci dell’eurozona: Cipro ci prova ancora


La piccola Cipro che fece tremare il mondo non più tardi di pochi anni fa, la ritrovo sommersa nei recessi della cronaca, ridotta al rango che evidentemente le compete, di epifenomeno marginale di un movimento più vasto e ancor più sotterraneo, che di tanto in tanto fa capolino creando panico e incertezza fra gli abitanti della superficie. Come è accaduto adesso con la Grecia.

Eppure Cipro sta lì dove l’avevamo lasciata, alle prese con una correzione profonda e ancora largamente incompleta che i dati macroecocomici raccolti dalla Commissione Ue nei suoi documenti più recenti certificano in tutta la loro desolante chiarezza.

La buona notizia è che l’economia ha smesso di contrarsi, dopo aver archiviato il 2014 con un calo del Pil del 2,8%, dopo il -5,4 del 2013, e si prevede in ripresa per lo 0,4% quest’anno e dell’1,6% l’anno prossimo. Il deficit fiscale ha seguito questo trend di miglioramento, dovendo però fare i conti con la ricapitalizzazione del settore cooperativo bancario, che è costata l’8,8% del Pil, a fronte però di un avanzo primario del 2,6%.

Nel 2015 il saldo primario è stato rivisto al rialzo, dal deficit previsto dell’1,6% a un surplus dell’1,5%. E il deficit, che nel 2013 er al 4,9%, si è ridotto allo 0,2%. Ma le buone notizia finiscono qui. Questo risultato si deve infatti a un aumento delle entrate fiscali, passate dal 36,5% del 2013 al 40,3% l’anno successivo, e a un calo delle spese dal 41,4 al 40,5% del Pil.

La Commissione peraltro ricorda che gli sforzi di Cipro dovranno durare ancora, e a lungo, visto che servirà un avanzo primario fra il 3 e il 4% del Pil nel medio termine per riportare il debito pubblico, superiore al 100% del Pil, lungo una traiettoria di sostenibilità.

Ma il peggio di Cipro non è il settore fiscale, per quanto sotto stress. E’ la situazione del debito estero e del debito privato a sollevare parecchi interrogativi. Lo scoreboard della Macroeconomic imbalance procedure (MIP) allegata all’ultimo Country report della Commissione, evidenzia con chiarezza quali sono i punti di fragilità di questa economia.

Il saldo del conto corrente, ancora negativo per il 3,1% del Pil a fine 2013, arrivato al -5,1% nel 2014 dopo l‘applicazione dei nuovi criteri di calcolo della bilancia dei pagamenti (BPM6), si accompagna a una posizione netta degli investimenti (NIIP) negativa per il 156% (con i nuovi criteri BoP, sennò sarebbe “solo il -78%) che ci racconta di un debito estero lordo che non è più il 508% del 2012, ma è pur sempre il 436% dell’anno successivo. Ciò a fronte di una continua erosione della quota di mercato estero, ossia quella che dovrebbe essere la fonte per ripagare questi debiti, iniziata negli anni ’90, e che negli ultimi cinque anni ha visto un altro 27% in meno. Col risultato che la bilancia delle merci ha un saldo praticamente azzerato, ma solo perché sono crollate le importazioni.

A fronte di questi squilibri esterni, abbiamo anche quelli interni che non sono una bazzecola. Il debito del settore privato, che avevo lasciato al 280% nel 2008 è cresciuto senza sosta arrivando al 344% del Pil, che sommato all’oltre 100% del settore pubblico, fa di quella cipriota un’economia fra le più indebitate al mondo, similmente all’Irlanda.

E poi ci sono le banche, che ancora assorbono risorse e devono pure vedersela con una quantità di crediti deteriorati che solo per il settore privato supera il 50%, collocandosi a un tasso medio del 41%. Ciò spiega perché la Bce abbiamo generosamente garantito, tramite ELA, la liquidità di questi istituti, che intanto sono alle prese con un costante e faticoso dimagrimento. Gli asset totali del sistema bancario sono passati dai 77,6 miliardi di dicembre 2013 ai 75,6 di fine 2014. Ma se guardiamo al rapporto sul Pil notiamo che ciò malgrado, a causa del calo del Pil, è cresciuto dal 547,1% al 570,7 nello stesso periodo. Certo, assai meno dell’827% del 2009.

A fronte di questa situazione la Commissione, com’è normale che sia, contempla il bicchiere mezzo pieno, ossia la circostanza che Cipro stia facendo il suo dovere di bravo pagatore, considerando che il paese vive praticamente grazie ai prestiti internazionali, innanzitutto approvando le benedette riforme strutturali. Rimane ancora inevasa quella del sistema sanitario, e anche le privatizzazioni sono bloccate nelle paludi dei dibattiti politici, come nota con disappunto Bruxelles.

Quanto al mercato del lavoro, cavallo di battaglia di tutte le politiche di aggiustamento, è stata adottata una metodologia per valutare la risposta del mercato alle innovazioni decise dal governo, per quanto ancora parziali, ma “deve essere sviluppata la capacità dei lavoratori del pubblico chiamati ai loro nuovi compiti”, osserva ancora.

Evidentemente, le riforme non bastano mai.

Peraltro la situazione del settore reale è ancora periclitante. Il tasso di disoccupazione è ancora superiore al 16%, senza che si intravedano miglioramenti sull’andamento della disoccupazione di lungo termine, malgrado il notevole dimagrimento dei salari reali, diminuiti di oltre il 9% fra il 2012 e il 2013 e ancora previsti in calo, visto che fra le altre cose il governo ha esteso a tutto il 2016 l’indicizzazione dei salari del settore privato.

E poi c’è il mercato immobiliare, che così tante gioie ha riservato nei tempi buoni, che ha già perduto circa il 30% dal 2008. Comprensibile, visto che il livello di transazioni rimane al livello di circa il 25% di quelle che erano nel 2008.

Conclusione: “La ripresa sarà consolidata nel 2016”, dice Bruxelles.

Dal che deduco che Cipro ci prova ancora.

Che riesca è da vedersi.

(3/segue)

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Gli altri greci dell’eurozona: la povertà fuori moda del Portogallo


Nel teatro dove si recita a soggetto la commedia dell’euro capita di trovarci anche personaggi in cerca d’autore che ancora oggi, sette anni dopo la crisi, rimangono comparse anonime e anodine. La vulgata infatti, grande scrittrice di sottotitoli per le economie europee, si trova particolarmente priva di parole quando si tratti di immaginare il ruolo di una piccola economia periferica della penisola iberica che ancora oggi patisce, dopo aver tanto patito, il costo sociale di una delle correzioni più pesanti e meno osservate dell’eurozona: il Portogallo.

Così, l’Irlanda è la tigre che torna a ruggire dopo la crisi, la Spagna il gigante malato, ma disciplinato, con quelli di Podemos a far le bizze, la Grecia il paese povero e disgraziato vessato dai cattivissimi tedeschi, Cipro il paradiso fiscale dei russi con le banche-rotte. E il Portogallo? Niente.

Dei poveri portoghesi che, scrive la Commissione Ue, hanno sperimentato “un profondo aumento di povertà ed esclusione sociale nel 2013” non importa granché a nessuno. Forse perché la tragedia greca assorbe tutte le lacrime che siamo capaci di spremere alla nostra sostanziale indifferenza, o forse perché i poveri greci hanno migliore stampa dei poveri portoghesi. Chissà.

Rimane il fatto che questa sorta di frammentazione dell’attenzione sulla povertà di intere popolazioni è un altro regalo di questa crisi che sarebbe stato bello risparmiarsi. Perciò mi sembra giusto riportare qui alcuni elementi raccolti dai documenti ufficiali che la Commissione Ue ha di recente dedicato al Portogallo, l’ultimo Country report di febbraio e il post programme surveillance report di luglio, dove c’è scritto tutto quello che c’è da sapere su questo piccolo Paese.

Ma prima di allietarvi con i dati macro, che sono brutti come ci si può aspettare pure al netto della buona volontà con la quale i portoghesi stanno affrontando il loro riaggiustamento, vale la pena dire ancora alcune parole sulla povertà dei portoghesi, che davvero non capisco perché sia così fuori moda.

La Commissione ci dice che “il numero di persone che vivono a rischio di povertà o di esclusione sociale è aumentato di 210 mila fra il 2012 e il 2013”. “Questo incremento – sottolinea – è stato in percentuale il più alto dell’Ue, passando dal 25,3% al 27,4”. “La gravi privazioni materiali sono aumentate di 2,3 punti percentuali, riguardando il 10,9% della popolazione e il poverty gap per la popolazione in età lavorativa è arrivato al 31,2%, il secondo aumento per grandezza nell’Ue dall’inizio della crisi”.

Ancora di più mi colpisce leggere che “le famiglie con figli sono state particolarmente colpite dalla povertà e l’esclusione sociale”, con l’aggravante che “nel 2013 i bambini a grave rischio di povertà erano in numero maggiore rispetto al totale della popolazione”. In particolare i bambini a rischio povertà erano il 31,6% a fronte di un tasso per l’intera popolazione del 27,4. Questo record del disagio infantile è stato un altro primato raggiunto dal Portogallo nel sostanziale silenzio generale, mentre lo Stato, inseguendo il mito della correzione fiscale, riduceva la spesa per il supporto delle famiglie con bambini del 30% fra il 2010 e il 2011.

Eccoli qua, perciò i portoghesi, disciplinati almeno come gli spagnoli, e senza Podemos, poveri come i greci, se non peggio, eppure continuano ad essere ignorati.

Peggio ancora si ignora il prezzo pagato da questa piccola economia per continuare semplicemente a esistere, col risultato che oggi, pure con gli indicatori in lieve miglioramento, deve portare sulle spalle una situazione debitoria, pure questa, non seconda a nessuno.

Il livello dei debiti portoghesi, infatti, è gigantesco. Fra debito del settore privato, escluse le banche, e del settore pubblico, il Portogallo supera abbondantemente il 300% del Pil, dei quali oltre 200 il settore privato, con le banche ancora piene di non performing loans, e una situazione estera al limite della disperazione, con una NIIP (net international investment position) ancora negativa per il 115% del Pil, e un saldo di conto corrente tornato positivo, ma non abbastanza da arrivare a un riequilibrio che non sia secolare.

La Commissione, infatti, stima, che servirebbe un attivo di conto corrente del 2,5% l’anno per portare la NIIP a un deficit sostenibile. Al livello attuale di attivi di conto corrente, intorno all’1% del Pil, fra dieci anni il Portogallo sarà con un deficit estero di circa l’80% del Pil, più o meno al livello attuale dell’Irlanda, che ha notoriamente i suoi problemi.

Dal che deduco che la cura per il Portogallo dovrà continuare. Ed è facile anche capire come. Il Portogallo, infatti, è ancora strutturalmente in deficit sulla bilancia dei beni, malgrado il miglioramento indotto dal crollo delle importazioni, e a tenere in piedi il saldo corrente sono i servizi, in attivo, e i redditi secondari. Quindi per arrivare ad aumentare l’attivo di conto corrente e iniziare a pagare i suoi debiti senza doverne fare di nuovi, serviranno le solite riforme, dovendo pure fare i conti con un settore che produce beni economici e poco attrattivi e un notevole gap del costo del lavoro unitario fra i settori tradable e non tradable con la disoccupazione ancora molto elevata.

Giocoforza anche la politica fiscale dovrà adeguarsi. Malgrado alcune divergenze di opinioni sul livello previsto di deficit, che comunque orbiterà intorno al mitico 3% nei prossimi due anni, le autorità locali e la Commissione hanno vedute diverse anche sul debito pubblico, al 130,2% nel 2014, e previsto in calo fino al 123% nel 2016. Sempre che vadano in porto tutte le riforme che il Portogallo si è impegnato a fare, dovendo pure vedersela con la Corte costituzione che ha bocciato la riforma delle pensioni sulla quale il governo contava per realizzare risparmi importanti sulla spesa pubblica.

La linea Maginot del diritto costituzionale contro i diktat dell’economia è un’altro esito portoghese osservato giusto il tempo di lasciarlo decantare nell’indifferenza che popola il mainstream.

Rimane il fatto che l’analisi di sostenibilità del debito pubblico portoghese, così come quella del debiti esteri, è una piccola storia dell’orrore che si sostanzia nella constatazione che serviranno decenni di risparmi, pubblici e priati, per tenere a galla l’estremo iberico.

Ma sono ragionevolmente certo che non ce lo faranno sapere.

(2/segue)

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Gli altri greci dell’eurozona: il ruggito afono della tigre celtica


La tigre celtica, come le cronache compiacenti d’inizio secolo definivano l’Irlanda, ha finito con l’incarnare il perfetto paradigma di come le politiche europee, pedissequamente perseguite, siano capaci di raddrizzare economie cresciute storte. Tema non da poco, vista l’ostinazione con la quale si vuol far digerire l’amara medicina ai greci. Narrazione esemplare che deve proseguire, se è vero come è vero, che bisogna creare il consenso per fare “tutto ciò che è necessario”.

Perciò giudico necessario infliggermi la lettura dell’ultimo Post-Programme Surveillance Report sull’Irlanda che la Commissione europea ha pubblicato pochi giorni fa, proprio insieme a un altro paper nel quale si magnificano i risultati ottenuti da questo programma di aiuti fra il 2010 e il 2013, adottato quando l’Irlanda entrò nel cono d’ombra della sua crisi peggiore.

Come ogni narrazione, anche quella sull’Irlanda offre argomenti utili a entrambe le fazioni, che vogliono l’Europa ora maledizione perniciosa, ora benedizione necessaria, trovandosi infine la migliore sintesi nell’esordio del documento che recita più o meno così: l’Irlanda si sta riprendendo con vigore, ma le eredità della crisi rendono ancora necessari sforzi politici determinati sia nella finanza pubblica che nell’aggiustamento del settore privato.

Scorgo, in questa allocuzione, la verità più autentica celata nell’argomentare che, in quanto tale, dispiacerà a entrambe le fazioni perché, come ogni verità ha due facce. L’Irlanda sta meglio ma non sta bene. E soprattutto, l’indeterminatezza di questa situazione è destinata a durare a lungo.

In questa incertezza, che a ben vedere è globale, scorgo la differenza profonda fra gli irlandesi e i greci. I primi coltivano la speranza di migliorare ancora, e poi vedremo come. I secondi sanno già che li aspetta un cinquantennio di sacrifici, e non è detto che riusciranno a sostenerli. Merito dell’Europa, per l’Irlanda, colpa dell’Europa, per la Grecia, o viceversa: a seconda della fazione cambia l’argomento, con ciò sostanziandosi lo spirito autentico del nostro dibattere che usa l’economia, e la sua presunta scientificità, come sostegno di posizioni che sono squisitamente politiche.

Detto ciò, l’analisi della situazione irlandese deve necessariamente poggiarsi su alcune variabili macroeconomiche, pure se la stessa commissione UE ammette che l’Irlanda dovrebbe migliorare la qualità dei suoi dati trimestrali, alla base delle previsioni, che sono giudicate troppo volatili e soggette a revisioni significative. Ma poiché sono i dati l’oggetto del dibattere, dobbiamo accontentarci di quel che passa il convento e farceli pure piacere.

Comincio dal settore pubblico perché è quello dove con maggior chiarezza si intravedono i progressi della Tigre. I dati sul deficit ci dicono che l’indebitamento, nel 2008 al 7% del Pil, ha raggiunto il suo picco nel 2010, quando il deficit pubblico raggiunse l’incredibile cifra del 32,5%, per lo più a causa del notevole sostegno che il governo dovette assicurare al sistema finanziario. Il deficit ha intrapreso un percorso declinante che l’ha condotto nel 2014 al 4,1% del Pil e si presume scenderà sotto la soglia del 3% già quest’anno (2,8%) per restarci anche il prossimo (2,9%).

Nel frattempo il debito pubblico lordo, che prima della crisi era al 42,6% e nel 2012 ha toccato il suo picco al 123,2%, è sceso al 109% nel 2014 e si prevede in calo, verificandosi alcune condizioni, al 103,8% nel 2016.

Prima di entrare nel merito, è interessante osservare un altro dato, che il report della commissione non rileva ma che è un utile indicatore per giudicare della sostenibilità di un paese, ovvero la posizione netta degli investimenti esteri (NIIP). Sempre la Commissione Ue, ma nel suo Alert Mechanism report del 2014, nota che la NIIP irlandese, dopo essere sprofondata con un deficit al 125% del Pil nel 2013, ha iniziato una risalita che adesso colloca il deficit intorno all’80%, ossia al livello del 2008, quando tutto cominciò.

Quindi il debito pubblico e il deficit sono migliorati, e con loro la posizione estera, ma d’altronde dal livello al quale erano arrivati era difficile fare peggio. E comunque siamo ancora lontani dal livello pre crisi.

Se guardiamo al settore privato, lo scenario cambia poco. Il debito privato del settore non finanziario, quindi famiglie e imprese quota intorno al 300% del Pil, sotto il quasi 350% raggiunto all’apice della crisi, ma ancora ben lontano dalla media della zona euro che sta intorno al 150%. La qual cosa ha evidenti conseguenze sul livello dei prestiti sui quali può contare l’economia irlandese, che dal grafico si osservano ancora in zona negativa. Osservo che nel 2008 questa montagna non superava il 250%, e che nel 2002 era intorno al 150%.

Ciò si inserisce nella già complessa gestione bancaria, che ha visto migliorare gli indici di capitalizzazione (vedi grafico), ma non quelli di redditività, con una quota di crediti problematici ancora al 23,1%, a fronte dell’1,9% del 2008. E ciò malgrado l’Irlanda abbia istituito una bad bank, la NAMA (National asset management agency) che ha rilevato 74 miliardi di crediti a valore facciale, svalutandoli del 57%, quindi per un ammontare di 31,8 miliardi, forte di una prestito governativo da 30,2 miliardi. Il resto l’ha messo l’agenzia emettendo obbligazioni subordinate.

Se dal settore finanziario andiamo a quello reale, i due indicatori più rilevanti, a parte il Pil, sono il mercato immobiliare, generatore di gran parte delle sofferenze bancarie, e l’andamento della disoccupazione.

I grafici mostrano che i prezzi del mattone sono in recupero, così come l’occupazione, coni disoccupati scesi intorno al 10%, e gli osservatori sono confidenti che l’andamento del Pil, cresciuto del 4,8% nel 2014 e previsto al 3,6% nel 2015, sosterranno questi andamenti anche in futuro, contribuendo così alla sostenibilità del debito irlandese, a cominciare da quello pubblico. Che poi sono proprio i debiti il vero problema dell’Irlanda, somigliando in ciò alla lontana Grecia, solo che si consideri che la somma di debito pubblico e privato supera il 400% del Pil.

A tal proposito l’analisi di sostenibilità svolta dalla Commissione rileva le grandi sfide che attendono questo paese, anche in considerazione dei suoi andamenti demografici per nulla incoraggianti, e conclude con la constatazione che questa montagna di debiti è molto esposta al rischio dell’aumento dei tassi e degli shock finanziari. E vorrei vedere, a questo livello.

Dall’analisi emerge che a politiche inerziali, il debito pubblico quoterà intorno al 106% ancora nel 2025, mentre qualora il paese prosegua nel percorso di riforme ipotizzate dalla Commissione Ue alla stessa data dovrebbe quotarsi intorno all’80% del Pil, ossia il doppio di quanto non fosse nel 2008.

Ricapitolo: anche se tutto andrà bene, l’Irlanda ha davanti a sé un lungo e duro percorso di aggiustamento, al termine del quale, almeno fra dieci anni, starà comune peggio di quanto non stesse nel 2008. La tigre celtica, sarà pure tornata a ruggire, ma appare alquanto afona.

E in più dovrà continuare a restituire denaro ai chi glielo ha prestato, come ha fatto nei mesi scorsi col Fmi, e come dovrà fare anche con le istituzioni europee, che nel frattempo hanno benignamente allungato le scadenze: un prestito da cinque miliardi dovuto quest’anno all’EFSM è stato esteso di sette anni.

Che poi a ben vedere è questa la differenza fra l’Irlanda e la Grecia: la prima sta al gioco, la seconda no.

In comune hanno che dovranno bruciare almeno una generazione per diventare, se mai riusciranno, economie “normali”, ossia che non dipendono dalla generosità dei creditori.

Ma a ben vedere, sono in buona compagnia.

(1/segue)

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L’exit comedy della Fed: i vorrei ma non posso della Yellen


Come tutte le commedie che si rispettino, anche quella che ormai da anni manda in scena la Fed, annunciando e poi ritirando temibili rialzi dei tassi ufficiali, va avanti seguendo i canoni classici del colpo di scena e dell’agnizione. Laddove però la finale presa di coscienza dei protagonisti non va oltre un modesto “vorrei ma non posso”, come quello declinato dal nuovo capo della Fed, Janet Yellen, davanti al Congresso americano.

Intervento attesissimo e altrettanto paventano, che arriva a poche settimane dello staff report che il Fmi ha dedicato agli Usa e dove è scritto a chiare lettere che sarebbe meglio se la Fed aspettasse almeno l’anno prossimo a muovere i tassi, adducendo a pretesto tali e tante argomentazioni che l’esiguo spazio di questa pagina non è in grado di contenere.

Perciò figuratevi che salto sulla sedia ho fatto quando ho visto le agenzie di stampa battere la notizia che la Yellen avrebbe detto che le condizioni dell’economia americana sono mature per alzare i tassi già quest’anno, e poi leggere pochi minuti dopo sul Financial Times praticamente la stessa cosa, pur con i distinguo che si devono a una gloriosa testata dell’informazione economica.

Ma poi è davvero così?

Fin dai tempi di Bernanke – correva il maggio 2013 – la Fed ci ha abituato a improvvide dichiarazioni e invenzioni gnoseologiche, tipo il taper tantrum, che sono l’evidente rappresentazione mediatica dell’inconcludenza dell’economia Usa, che va meglio ma non va bene, aumenta gli occupati ma non la partecipazione al lavoro, si è disindebitata ma è ancora carica di debiti. In più ha iniziato il 2015 con un pessimo trimestre, cui certo ha contribuito l’apprezzamento del dollaro, e ora deve vedersela con due crisi regionali niente male: quella greco-europea e quella cinese.

La Yellen, che interpreta magnificamente il ruolo di principale comparsa di tale commedia, non si è discostata granché dal copione. Dopo aver ripetuto le premesse che ho già sintetizzato finalmente è arrivata al punto. Ossia la politica monetaria, sulla quale peraltro pesa un tasso di inflazione ancora molto al di sotto dell’obiettivo del 2% scritto negli statuti della banca americana.

Ed è qui che l’interpretazione della Yellen si fa sopraffina. “Data l’attuale situazione economica – spiega – il FOMC ha giudicato che un alto grado di accomodamento monetario sia ancora appropriato”. Poi però ricorda che “nelle sue più recenti dichiarazioni sempre il Committee ha giudicato che potrebbe essere appropriato aumentare i tassi non appena si fossero osservati nuovi sviluppi positivi del mercato del lavoro e ci fosse una ragionevole fiducia che l’inflazione si sarebbe mossa verso il 2% nel medio termine”.

Se vi sembra fumoso è solo perché non sapete che il FOMC “determinerà il timing dell’incremento iniziale dei tassi decidendo di meeting in meeting: dipenderà dall’assessment dei progressi fatti”. Se, e sottolineo se, direbbe il poeta “l’economia evolverà come ci aspettiamo, le condizioni probabilmente potrebbero rendere appropriato a un certo punto di quest’anno alzare i fed funds e iniziare a normalizzare la politica monetaria”.

Se siete sopravvissuti alla probabilità accoppiata al condizionale, e ancora credete possibile che tale evento avvenga sul serio, allora dovete anche sapere che la Yellen ci tiene ad enfatizzare che “queste sono proiezioni basate su previsioni dell’andamento dell’economia, non dichiarazioni di intenti circa l’innalzamento dei tassi a un certo punto”.

Provo a dirlo con parole mie: se l’economia andrà bene (primo condizionale) è probabile (secondo condizionale) che potrebbe essere appropriato (terzo condizionale) a un certo punto dell’anno alzare i tassi. Ma non è detto che succederà. E’ solo un’ipotesi probabilistica. Più o meno l’equivalente del dire che un giorno, più o meno lontano, alzerò i tassi, forse.

E la chiamano forward guidance.

E soprattutto, pure se succedesse, ‘sto miracolo, è importante ricordare che “la politica monetaria rimarrà probabilmente (altro condizionale, ndr) estremamente accomodativa”.

L’estrema prudenza con la quale la materia viene recitata dalla Fed mi convince di alcune circostanze. La prima è che in fondo non deve essere poi così innocuo, come pure la Yellen prova a farci credere, questo minimo rialzo dei tassi, se deve essere presentato con questo gran dispendio di parole.

La seconda è che l’economia americana, e quella globale di conseguenza, non deve essere poi così in salute se non riesce a sostenere un mezzo punto di rincaro del denaro.

La terza è il combinato disposto delle prime due: i mercati fanno paura.

Persino agli Usa.

(3/segue)

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