L’Ocse avvisa l’UK: Brexit costerà tre punti di Pil


Poiché si avvicina la data del referendum nel quale i britannici dovranno decidere se rimanere o uscire dall’Ue era del tutto logico aspettarsi la fioritura di analisi e studi dedicati a tratteggiare la fisionomia di un possibile giorno dopo. Ciò a dimostrazione che l’ipotesi Brexit spaventa molti almeno quanto incuriosisce altri.

Una delle analisi più allarmanti l’ha presentata alcune settimane fa l’Ocse rilasciando uno studio che prova a quantificare gli effetti dell’uscita dall’Ue per l’economia britannica e per le tasche dei cittadini, in un arco di tempo che si estende fino al 2020 e poi si allunga per un altro decennio.

Lo studio è stato presentato dal segretario generale dell’organizzazione, Angel Gurria, proprio alla London School of Economics, riconosciuto tempio del pensiero economico, sempre perché in economia, come in politica, la forma è sostanza.

Il succo è presto detto: “Un’uscita dell’UK dall’Ue colpirebbe immediatamente la fiducia e aumenterebbe l’incertezza. Ciò condurrebbe a un abbassamento del Pil del 3% entro il 2020”, che equivale a un costo di 2.200 sterline l’anno per ogni famiglia. In sostanza, spiega Ocse, l’uscita dall’Ue equivarrebbe a una “tassa permanente” sulle famiglie inglesi “per le generazioni a venire”. “Invece di finanziare i servizi pubblici – ha aggiunto Gurria – questa tassa sarebbe una perdita secca pura, senza alcun beneficio economico”.

L’analisi si spinge anche oltre. Un grafico illustra chiaramente i due scenari ipotizzati fino al 2030. Il primo, quello base, quota questa “tassa di uscita” arrivare fino a 3.200 sterline entro il 2030. Il secondo, quello più pessimistico, la vede arrivare fino a 5.000. Ciò in quanto “essere fuori dall’Ue danneggerà ulteriormente il commercio, gli investimenti diretti e la produttività”, sempre secondo il nostro studio. In termini di Pil, lo scenario ottimistico ipotizza una perdita di circa il 2,7% al 2030, mentre quello pessimistico la quota addirittura al 7%. Lo scenario centrale si limita a un -5%. Ben oltre, insomma, la quota di trasferimenti che al momento l’UK garantisce all’Ue e che si stima nell’ordine dello 0,3-0,4% di Pil l’anno in futuro.

Peraltro il risparmio derivante da questi mancati trasferimenti sarebbe più che compensato dal calo di entrate fiscali derivanti dalla riduzione del Pil. L’analisi stima che entro il 2019 il deficit fiscale britannico sarebbe più alto dello 0,9% del Pil.

Lo studio infine sottolinea che rimanere nell’Ue consentirebbe all’UK di godere degli effetti benefici sul Pil che potrebbero derivare dagli sviluppi del mercato unico, specie adesso che si va verso l’unione del mercato dei capitali.

Insomma, le conseguenze economiche Brexit, per citare il titolo dello studio Ocse che ne richiama uno assai più celebre, sono assai chiare. E sono politiche.

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