Un diluvio di petrolio sul vertice Opec di Vienna


Qualche giorno fa l’Iea, l’Agenzia internazionale dell’energia, ha rilasciato il suo outlook recente sulla situazione del mercato petrolifero che potrebbe sintetizzarsi così: non solo 2016, ma anche il 2017 si caratterizzerà per un eccedenza di offerta, prevista in crescita, sulla domanda, prevista in calo. Col risultato che l’industria dovrà vedersela con quotazioni ballerine ma tendenti al basso, con tutto quello che ciò provoca a livello globale, sia per i paesi esportatori (vedi equilibrio fiscale e commerciale) che importatori (inflazione depressa).

All’inizio dell’autunno alcune speranze di erano accese fra gli osservatori di cose petrolifere quando si era intravista la possibilità che la Russia e l’Arabia Saudita trovassero un accordo per arrivare a un congelamento della produzione. E l’attenzione si è concentrata sul meeting Opec del prossimo 30 novembre a Vienna, che molti individuavano come il momento in cui i paesi del cartello sarebbero arrivati alla definizione di una politica di tagli o almeno di freno della produzione.

Senonché i fatti recenti hanno raffreddato parecchio l’entusiasmo. All’ultimo vertice Opec di Algeri di fine settembre si era detto che si sarebbe trovato il modo di settare la produzione Opec fra il 32,5 e i 33 milioni di barili al giorno, con l’intenzione di coinvolgere anche i produttori non Opec nel contenimento della produzione. Senonché, ha notato l’Iea, il mese di ottobre si è segnalato per un notevole incremento della produzione Opec, arrivata a 33,8 milioni di barili. La qualcosa non è certo un buon viatico per il vertice del 30 novembre di Vienna. Un diluvio di petrolio non sembra il miglior modo per inaugurare un meeting di contenimento della produzione.

Peraltro non sembra che la Russia, che pure non aderisce all’Opec, abbia fatto diversamente. Al contrario, la produzione è aumentata di 230 mila barili al giorno nel 2016 e si prevede che crescerà di altri 200 mila l’anno prossimo per arrivare al livello record di 11,1 milioni di barili. La produzione è prevista in crescita anche in Brasile, Canada, Kazakistan, per un totale di 500 mila barili al giorno l’anno prossimo a fronte del calo di 900 mila quest’anno. “Ciò significa – sottolinea l’Iea – che il 2017 potrebbe essere un altro anno di incessante crescita dell’offerta globale similmente a quanto osservato nel 2016”.

Dal lato della domanda il quadro è stabile, con una crescita di domanda per 1,2 milioni di barili al giorno per il 2016 e il 2017. Ma se i tagli non verranno effettuati, si rischia di confermare anche per l’anno prossimo l’eccedenza di offerta “con la conseguenza che si verifichi un altro calo dei prezzi”.

Il problema è che se tutti i produttori sono d’accordo su un livello di produzione che garantisca un prezzo stabile, nessuno sembra intenzionato a fare il primo passo per dare il buon esempio. La situazione si è particolarmente complicata dopo la fine dell’embargo nei confronti dell’Iran, che ha riportato il paese nel circuito della produzione petrolifera, con gli effetti che si possono osservare in questo grafico. Come si osserva il grosso degli aumento di produzione si deve a Iran, Iraq e Arabia Saudita, e questa circostanza apre una difficile partita geopolitica, specie dopo il cambio di guardia nell’amministrazione Usa, circa il futuro del cartello. Fra i due litiganti che dovrebbe trovare un accordo, ossia i paesi Oec e non Opec, si è inserito da un pezzo il gigante Usa, con il suo settore shale e adesso con il suo jolly Trump.

In queste condizioni il vertice di Vienna servirà a poco. Giusto agli auguri di felice anno nuovo.

 

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