Non si ferma l’invasione dell’acciaio cinese


In attesa di capire se la Cina verrà considerata o meno un’economia di mercato, è utile dare una lettura veloce a un recente report di Fitch sull’andamento del settore cinese della produzione di acciaio, assurto agli onori della cronaca al crepuscolo di quest’estate, quando la questione fu sollevata sul tavolo del G20. Il mondo scoprì i quel frangente che c’è un problema provocato dal fatto che la Cina esporta enormi quantità di acciaio grazie a un prezzo reso competitivo – o almeno così dicono i critici – dal sostanzioso sussidio garantito al settore dallo stato cinese.

Il problema dell’acciaio sicuramente è assai più profondo, come si può immaginare. E i reiterati allarmi sulla sovrapproduzione di questi anni riecheggiano quelli che dal secondo dopoguerra. Il fatto è che l’acciaio è l’anima del nostro sviluppo – si usa per fare auto, aerei e grattacieli – e quindi la più lampante cartina tornasole della sua debolezza. In tal senso, l’acciaio a basso costo cinese in mercati che sono già in affanno somiglia alla classica goccia che fa traboccare il vaso nelle relazioni internazionali e che oggi, all’indomani delle elezioni americane, rischia di innescare la revanche protezionista degli Usa.

I dati diffusi da Fitch confermano questo timore. L’agenzia stima che nel 2017 l’export rimarrà nell’ordine di circa 100 milioni di tonnellate (metric ton Mt) a causa “dell’apparente consumo piatto e della lenta capacità di razionalizzazione”. Smettere di produrre acciaio non è semplice, ovviamente. E nel caso cinese ancor di più, visto lo stretto legame fra l’industria e il piano di sviluppo che il paese si è dato dopo la crisi del 2008.

Per questa ragione Fitch stima che il consumo cinese di acciao rimarrà fra le 700 e le 705 tonnellate, “riflettendo l’andamento decrescente del settore delle costruzioni, la domanda stabile degli investimenti per infrastrutture e l’outlook positivo dell’industria automobilistica“. D’altra parte il tema della razionalizzazione rimane sul tavolo, e non solo perché ce l’ha messo il resto del mondo. La sovrapproduzione di acciaio rischia di danneggiare i cinesi prima e ancor più degli altri. L’auspicio è che si arrivi alla normalizzazione con una graduale riduzione di alcune decine di tonnellate da qui al 2020.

Fino ad allora però “l’export rimarrà alto” in ragione soprattutto della circostanza che i produttori cinesi godono di uno yuan debole e di prezzi più bassi delle materie prime. Fitch si aspetta anche lo stato provveda ad eseguire i piani per una riforma dell’offerta che “conduca a migliorare il legame fra queste aziende e lo stato”. Forse per farlo somigliare davvero a un mercato. Ma questo Fitch non lo dice.

 

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