E improvvisamente il mondo scoprì il protezionismo


Come dopo un sogno che diventa un incubo, il mondo si è svegliato terribilmente spaventato dal rischio del protezionismo. Dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca la parola è improvvisamente tornata di moda nel dibattito pubblico, accompagnata usualmente da grida di dolore. Ciò che trascurano di osservare, queste appassionate prefiche, è che la crescita delle restrizioni non si è mai fermata a partire dal 2009 e che da tempo gli organismi internazionali, come ad esempio l’Ocse, ne hanno dato conto, mostrandone l’incredibile aumento. L’arrivo di Trump viene da chiedersi  se non sia la conseguenza del protezionismo strisciante, piuttosto che la causa.

Sicché in questa temperie fioriscono analisi interessanti, come quella pubblicata qualche settimana dal Peterson Institute che nota come gli importatori Usa siano in gran parte esportatori, e perciò l’imposizione di tariffe o dazi sull’import finirebbe col danneggiare l’export.La qualcosa è sicuramente rimarchevole, solo se si ricordano le recenti dichiarazioni di Trump indirizzate ai fabbricanti di automobili americane all’estero.

Questo grafico riepiloga bene la situazione. In pratica delle circa 2.000 aziende che rappresentano il top 1% degli esportatori, circa il 90% sono importatrici, trovandosi il 36% di loro al top 1% fra gli importatori, e pesando il 66% dell’import globale Usa. Queste aziende, inoltre, esprimono 14 milioni di posti di lavoro. Fra gli importatori, il Top 1% rappresenta 1.300 aziende il 96% delle quali sono esportatrici che muovono il 60% delle esportazioni Usa e impiegano 13 milioni di persone.

Questa connessione viene spiegata in tanti modi, che sostanzialmente si basano sul principio della divisione del lavoro reso celebra da Smith e Ricardo. Importando dall’estero beni si riducono i costi di produzione e così è più facile esportare all’estero i propri. Ed è per questo che da sempre molti economisti insistono sull’importanza dell’eliminazione dei dazi per favorire il commercio internazionale. E questo spiega la paura montante del protezionismo. “Politiche di restrizioni all’import come le tariffe – scrivono gli autori – che intendono aiutare le aziende di una nazione possono finire col danneggiarne i produttori più efficienti per i quali l’importazione è parte di un processo di esportazione e un pilastro della loro strategia di business”. Insomma, gli Usa possono perderci molto più che guadagnarci dall’adozione di tariffe. Ma se questo dice la ragione economica, quella politica, notoriamente focalizzata sul breve periodo, potrebbe essere tentata di scommettere sui vantaggi di breve termine delle politiche autarchiche. E’ già successo 80 anni fa. Quindi può succedere di nuovo.

 

 

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