Cronicario: L’economia ha smesso di far disastri. Ora tocca alla politica


Proverbio del 18 aprile Quando c’è una mèta anche il deserto diventa strada

Numero del giorno: 1 Incremento % annuo occupati nel manifatturiero tedesco

Come diceva quel tale, siamo fatti per soffrire. E infatti ci riusciamo benissimo. Mi stavo giusto curando la depressione da crisi del settimo anno, nel senso di settimo anno di vacche magre, piluccando con avidità le (rare) buone notizie economiche che arrivano da mezzo mondo, quando ecco farsi strada i disastri della politica. Anzi, dei politici. In un trimestre abbiamo avuto Trump che minaccia sfracelli, lo svitato nordcoreano che lancia missili, il turco che diventa imperatore d’oriente, il russo che fa il russo.

E noi europei non è che ci facciamo mancare niente. Siccome non ci bastavano le elezioni in Francia, che già sono quello che sono, e quelle tedesche di settembre, che saranno quello che saranno, ecco la vispa Theresa, tirare fuori l’annuncio di elezioni anticipate per l’UK a giugno, giusto in mezzo fra la Francia e la Germania, come sempre è stata l’UK.

Sicché capite bene perché gli aruspici del FMI, nel loro ultimo World economic outlook, accanto alla constatazione che “l’economia prende slancio”, si spertichino a parlare dei rischi che arrivano dalla politica per la timida ripresa economica che si prevede per quest’anno e il prossimo. A proposito: beccatevi questo.

Notate che le previsioni sono buone persino per il commercio internazionale, che ogni giorno si becca una sberla da Mister T. L’ultima è la firma dell’ordine esecutivo per rivedere sistematicamente  le leggi che determinano le policy con le quali gli Usa disciplinano gli acquisti di merci, e le esenzioni esistenti per i partner commerciali, oltre che rivedere gli accordi che disciplinano l’ingresso di lavoratori stranieri. Insomma, il solito simpaticone.

Giusto per ricordarvi chi passa i guai se Trump fa Trump, guardate questo specchietto messo a disposizione dal WEF.

Dopodiché guardate quest’altro grafico che vi fa capire quanto sia peloso il “protezionismo” Usa.

Quella che vedete, è la produzione di shale Usa cresciuta di circa 76 mila barili in un mese arrivando a al record di 2,36 milioni. Notate come la produzione si impenna sul finire del 2016, probabilmente a causa dell’accordo Opec del 30 novembre che ha condotto al taglio della produzione Opec e Russa. Non certo di quella Usa, che anzi è stata stimolata dal rialzo dei prezzi seguito all’intesa.

Vi saluto con una notizia che arriva dal paese della Grandi Speranze – quello col pil del primo trimestre al 6,9% – che mi ha provocato un certo prurito.

I prezzi delle case in Cina sono cresciuti dell’11,8% su base annuale a febbraio 2017. Ma non chiamatela bolla. E’ ben altro.

A domani.

 

 

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