Contagio cinese sulle economie emergenti


I rischi politici, a cominciare dalla guerra commerciale con gli Usa, hanno improvvisamente accresciuto il timore che l’economia cinese possa rallentare più di quanto sia desiderabile per un’economia dinamica e insieme fortemente indebitata. Specie considerando la profondità dell’interconnessione dell’economia cinese con il resto del mondo, e in particolare con le economie emergenti, fra le quali s’iscrive anche quella cinese ma con la specificità di essere quella di maggior peso, e perciò inevitabilmente, un centro di attrazione gravitazionale irresistibile. Tali timori paiono parecchio fondati, almeno a guardare gli effetti che i tentativi cinesi di imbrigliare l’espansione creditizia interna, assai esuberante, uniti alle tensioni commerciali internazionali, hanno avuto sull’andamento dell’economia cinese.

Il grafico è stato elaborato dalla Bis nella sua ultima rassegna trimestrale, dove si rileva fra le altre cose che esiste una qualche forma di correlazione fra gli andamenti cinesi e quelli di alcune economie emergenti, specie asiatiche, che hanno con la Cina profonde relazioni commerciali e finanziarie. “Gli indicatori dell’attività economica di luglio sono stati deludenti – scrive la Bis -. L’intensificarsi delle tensioni commerciali USA-Cina ha penalizzato ulteriormente i corsi azionari e il renminbi: rispetto a un gruppo di monete di altre economie avanzate ed emergenti, la valuta cinese ha registrato deprezzamenti giornalieri insolitamente marcati in reazione alle notizie riguardanti il commercio”.

Tutto ciò ovviamente non poteva passare senza conseguenze. La Cina ha un peso specifico troppo importante – si pensi al mercato delle materie prime – nella regione asiatica e anche nell’America Latina. Infatti si è osservato che le oscillazioni della moneta cinese hanno influenzato più del solito le valute di altre economie emergenti, oltre ad aver pesato in alcuni mercato delle commodity.

Il rallentamento cinese, insomma, ha aggiunto un altro ingrediente al clima generale di sfiducia che ha condotto alla crisi estive di Argentina e Turchia, che si sono prorogate come cerchi concentrici anche ad altre economie. “Sebbene il contagio sia stato generalmente contenuto – sottolinea la Bis -, queste crisi concomitanti hanno avuto effetti di propagazione su altre EME, con entità diverse in ognuna di esse”.

Tutto ciò serve a ricordare che la Cina è un pericoloso innesco di turbolenze – si era già visto nel 2015 con la svalutazione dello yuan – e che la prosecuzione della guerra commerciale non rischia solo di destabilizzare gli scambi globali. In gioco c’è anche la stabilità finanziaria. A cominciare dal quella delle economie emergenti, già sotto pressione a causa del rincaro del dollaro e dell’elevato debito in valuta statunitense. Una crisi della Cina rischia di essere la classica goccia che fa traboccare il vaso.

 

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  1. Gianni Ercolani

    … era anche ora che la verità venisse a galla.

    La ricchezza delle Nazioni, come scrisse già Adam Smith, dipende unicamente dal lavoro della propria popolazione.

    I Cinesi lavorano e noi no, quindi sono diventati ricchi. Fin qui tutto secondo le regole della economia classica.

    Ad un certo punto, i paesi un tempo ricchi che pero non lavoravano più, non avevano più i soldi per comprare dai paesi un tempo poveri che però lavoravano.

    Una sana crisi globale sarebbe dovuta scoppiare. Essa avrebbe frenato la globalizzazione e riportato in equilibrio il sistema economici del nostro pianeta.

    Uno sviluppo equilibrato e multipolare avrebbe caratterizzato questa nuova fase di sviluppo.

    Questo evento sarebbe sconvolto i rapporti di potere in essere ed ancora di più i piani di dominazione unipolare.

    Un rimedio, per quanto poco ortodosso, fu subito inventato “La finanza derivata”.

    La finanza derivata, rimuovendo il rischio creditizio dalla banche, ha consentito una moltiplicazione della leva finanziaria.

    In questo modo le banche dei paesi Occidentali hanno “stampato credito” , finanziato il consumo occidentale e mantenuto in piedi un sistema squilibrato dal punto di vista di Adam Smith.

    L’invenzione risale agli anni ’80, la diffusione ha caratterizzato gli anni ’90. Questo ha portato tra le altre cose alla bolla di Internet e quella dei Sub-Prime.

    A questo punto la banche avevano raggiunto il limite, non potevano espandere ulteriormente il credito. Sicché sono dovute intervenire la banche centrali.

    Le quali in perfetto coordinamento sono subentrate al sistema finanziario nel conceder crediti assolutamente non giustificati dai fondamentali.

    La Cina si è anche lei adeguata a questa strategia. L’espansione della produzione tramite il credito, che già era esuberante prima, ma giustificata dalla domanda di beni da parte dell’occidente, ha continuato a crescere.

    Anche lei a credito, ma questa volta con un grosso punto interrogativo circa la domanda dei paesi occidentali.

    È a questo punto che sono nati i movimenti cosiddetti “populisti”. I lavoratori dei paesi occidentali si sono trovati disoccupati, sottooccupati, sottopagati.

    Essi hanno cominciato a votare per partiti che gli promettessero di poter tornare a lavorare. In ogni caso: soldi per comprare i prodotti dai Cinesi non ne avevano più.

    I volti pubblici di questa rivolta sono noti: da Trump a Salvini, da Le Pen ad Orban, da Kurz a Wiilders, dai “veri Finlandesi” ai “Podemos” Spagnoli.

    Il tentativo di sterminare i popoli occidentali con il gas esilarante costituito da “Sesso, droghe e rock and roll” è andato in crisi.

    Questi “Poveri di spirito” vogliono lavorare, sposarsi e fare bambini. Che dementi !

    Disturbatori dell’ordine pubblico. Cosa ce ne facciamo delle fabbriche costruite in Cina?

    Dobbiamo ammortizzarle cosi presto?

    E l’industria del Lusso per motivare i nuovi ricchi?

    Andare in crisi perché la domanda di mercato cambia?

    Che palle, non disturbate il conducente per favore….

    Gianni

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