La fragile ragnatela dei prestiti internazionali in dollari


“Quando una compagnia aerea messicana acquista aerei brasiliani, è probabile che finanzi l’acquisto con un prestito in dollari statunitensi ottenuto da una banca non statunitense. Questo è solo un esempio del ruolo del dollaro nelle transazioni finanziarie internazionali tra controparti non statunitensi”. Così il Fmi presenta uno dei capitoli del Global Financial Stability Report dedicato a una questione parecchio strategica, ossia il finanziamento dei rilevanti prestiti in dollari concessi da banche non americane in giro per il mondo.

L’esempio sopra spiega bene a cosa servano e perché esista questo mercato che non è meno che rilevante. Gli ultimi dati, infatti, stimano in circa 12 trilioni di dollari gli asset denominati in dollari della banche non Usa, persino più elevati del livello pre-crisi (10 trilioni).

Per comprendere perché la questione sia delicata, basta ricordare che durante la crisi del 2007-08, quando gli Usa smisero di prestare dollari al mondo, essiccando la fonte del funding di queste banche, la Fed dovette attivare linee di swap per 500 miliardi con le principali banche centrali per evitare danni ulteriori.

Da allora ovviamente sono state prese molte precauzioni per irrobustire questa regnatela di prestiti internazionali, ma il miglioramento, che pure c’è stato, non ha eliminato la fonte di rischio. L’ha semplicemente addomesticata. Il problema rimane e si può persino misurare quantificando il gap che c’è fra gli asset e i debiti denominati in dollari. Ossia il buco che deve essere finanziato pena scompensi dalle conseguenza imponderabili.

Parliamo di un gap da 1,4 trilioni, pari al 13% degli asset, in crescita rispetto al 10% (un trilione) del 2008. Segno evidente che la crisi avrà pure contribuito a migliorare la capacità di risposta dell’organismo finanziario, ma non lo ha certo sanato: il mondo continua a dipendere sostanzialmente dalla liquidità internazionale espressa in valuta Usa. E d’altronde, come saprà chiunque conosca la storia recente, non potrebbe essere diversamente, vivendo il mondo immerso in una globalizzazione a marca statunitense.

Questo gap, quindi, deve essere finanziato e di solito ciò accade pescando alle varie linee di swap che fungono come rubinetti di liquidità attivabili a comando. Il problema è che quando il sistema si surriscalda, ossia quando la fiducia scarseggia, il costo di questo funding aumenta e il peso del conto si riverbera sul sistema finanziario globale. Alcune banche, nei paesi maggiormente esposti al funding in dollaro, potrebbero subire danni gravi.

Questa problematica riguarda in particolare molte economie emergenti, che sono particolarmente suscettibili a un eventuale calo dei trasferimenti transfrontalieri di dollari e hanno notevoli difficoltà a trovare fonti alternative. Ciò significa che sarebbero i primi a pagare le conseguenze di un essiccamento della liquidità internazionale.

La storia, insomma, non si ripete ma si somiglia. E’ dagli anni ’70 che i paesi emergenti pagano il prezzo dell’esuberanza irrazionale dei prestiti internazionali in dollari. Pare che non ci sia alternativa. Possono solo imparare a difendersi meglio. E noi con loro.

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