Il sistema finanziario che ruota attorno al dollaro Usa


Poiché si tratta di un discorso che dalla Storia conduce alla Cronaca, meglio partire da quest’ultima che ci aiuta a dimensionare la questione, innanzitutto raccontandoci cosa rappresenti il dollaro per il sistema economico e finanziario globale. Il grafico sotto ci dice molto di quello che c’è da sapere.

In sostanza, come scrive la Bis nel suo report che ha ispirato questo approfondimento, “il dollaro Usa gioca un ruolo centrale nel sistema monetario e finanziario internazionale”. E non potrebbe essere diversamente dato che insieme alla lingua inglese, il dominio sulle principali rotte commerciali e l’ordine politico prevalente, gli Stati Uniti denominano la globalizzazione iniziata nel secondo dopoguerra e che fra alti e bassi dura fino a oggi.

Tutto ciò è notorio e non servirebbe tornarci sopra se non fosse che nel tempo questa sorta di sistema solare che ruota attorno alla stella americana è divenuto molto complesso e ha cambiato sostanzialmente pelle dopo la Grande Crisi Finanziaria (GCF) del 2008, quando in qualche modo inizia una nuova attualità che dura fino ad oggi.

Per dirla brevemente, da allora le banche sono meno esposte e quindi più solide, mentre il rischio si è spostato su altri intermediari finanziari. Ne abbiamo parlato più volte, quindi inutile tornarci. Qui semmai serve mostrare come ciò abbia mutato la fisionomia della globalizzazione del dollaro.

La prima cosa che dobbiamo sapere è che il funding in dollari, ossia la fornitura all’ingrosso di questa sorta di materia prima, proprio in conseguenza della GCF, viene sempre più garantita tramite i mercati finanziari piuttosto che dalle banche. Ciò significa in sostanza che girano più obbligazioni che prestiti, rispetto al passato e che quindi è cambiato anche il peso specifico degli intermediari. Meno banche, insomma, a fornire dollari, e più non banche.

All’interno della banche impegnate in queste transazioni, quelle europee hanno ridotto le loro operatività in dollari mentre quelle non europee l’hanno aumentata. Una conseguenza, ipotizza la Bis, derivata sia dall’ambiente di bassi tassi di interesse, che incoraggia la ricerca di rendimenti, sia dai cambiamenti regolamentari avvenuti nell’ultimo decennio.

Ciò che non è cambiata è la sostanziale dipendenza dei mercati dallo strumento dollaro: l’efficienza economica e finanziaria globale, scrivono gli economisti dell Bis, dipende proprio dalla capacità del “sistema” di far fluire agevolmente la liquidità in dollari nel complesso reticolo di condutture rappresentato dai mercati.

Questa è una delle ragioni a fondamento dell’ampio programma di swap che la Fed gestisce da un secolo, ma che ha incrementato nell’ultimo decennio. Ovviamente avere una moneta globale significa anche globalizzare gli shock, e questo è il punto dolente della questione, peraltro costante nella storia.

Ciò che è specifico, di questa globalizzazione della valuta, è innanzitutto la sua dimensione. Non solo relativamente alle quantità monetarie in gioco – che sono esorbitanti – ma anche per la quantità di entità non Usa che vi partecipano, ora nel ruolo di prenditori dagli Usa di dollari o di prestatori di dollari agli Usa.

Quanto al primo punto la Bis calcola che l’ammontare del debito obbligazionario internazionale e dei prestiti transfrontalieri denominati in dollari ammontava a 22,6 trilioni di dollari a fine 2019, pari quindi a circa il 26% del pil mondiale, corrispondendo al 50% del totale di queste voci globalmente.

Quanto alle entità che partecipano al gioco del funding in dollari, oltre alle banche, che sono sia prenditori, che prestatori che semplici intermediari, troviamo istituzioni finanziarie non bancarie (non-bank financial institutions, NBFIs), imprese, (non-financial corporations NFCs), e governi con le loro varie emanazioni.

Ovviamente gli Usa rimangono il principale fornitore e recipiente di flussi transfrontalieri in dollari, ma molte di queste attività si svolgono fuori dai confini Usa e senza il coinvolgimenti di entità Usa. Extra-Usa, insomma, viaggiano migliaia di miliardi messi in circolazione da soggetti non americani che spesso nascondono fragilità importanti per la semplice ragione che non hanno accesso ai vari paracadute istituzionali che gli Usa forniscono ai loro soggetti finanziari. Ad esempio l’accesso ai fondi della Fed.

Da tutto deriva deriva “un network altamente globalizzato e interconnesso” del quale riusciamo appena a fotografare quello alimentato dal sistema bancario che si può vedere dal grafico sotto. Gli istogrammi sopra lo zero rappresentano gli attivi, quelli sotto le passività. I colori identificano la provenienza.

Com’era facile immaginare le banche Usa sono le maggiori prestatrici di dollari ai paesi non Usa (gli istogrammi non gialli) fra i quali primeggiano i centri finanziari off-shore. Al tempo stesso gli Usa sono i maggiori recettori di dollari transfrontalieri, per un importo che supera i 6,1 trilioni (somma di tutti gli istogrammi gialli).

Molta parte del flusso di risorse in dollari, tuttavia, non passa dal sistema bancario americano ma si svolge fra le altre aree geografiche (somma tutti gli istogrammi tranne il giallo) ed è assai più rilevante. Il grafico sotto rappresenta il sistema in tutte le sue connessioni.

Così si osserva la valuta dominante all’opera.

(2/segue)

Puntata precedente: La globalizzazione del dollaro statunitense

Puntata successiva: Le ragioni economiche dell’egemonia del dollaro

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