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Il commercio internazionale cammina al rallentatore

Gli ultimi dati diffusi da Ocse sul commercio internazionale confermano una situazione di debolezza che sembra dar ragione ai tanti che parlano di de-globalizzazione ed altre amenità. La realtà purtroppo è assai più semplice: si commercia meno sia perché si produce meno (le scorte sono diminuite bruscamente e anche la produzione di beni intermedi) sia perché le varie domande aggregate, vuoi per l’inflazione, vuoi per la scarsa fiducia, rimangono deboli, specialmente in Europa e nei paesi asiatici più dinamici. A ciò si aggiungano i costi crescenti del denaro, che scoraggiano il finanziamento del commercio.

Ciò non vuol dire che non ci siano tensioni internazionali, ovviamente. Ma semplicemente che la forza di gravità della globalizzazione è assai più forte di quello che si può credere scorrendo le nostre cronache, che hanno la consistenza temporale di un post social, a fronte di strutture e prassi che sono codificate e rodate dalla storia. Creare o spostare catene di fornitura richiede tempi del tutto incompatibili con le abitudini della nostra quotidianità.

La debolezza del commercio, tuttavia, è un fattore di preoccupazione perché, paradossalmente, alimenta lo scontento che poi trova nella critica alla globalizzazione, ossia al commercio internazionale, il suo ristoro momentaneo. E poiché andiamo incontro a un anno complicato, con elezioni politiche sensibili sia negli Usa che in Europa, allora dovremmo sempre ricordarci di questo modo curioso che ha molta parte dell’opinione pubblica di guardare alla questione delle politiche commerciali.

A livello statistico, Ocse ci informa che ormai dalla metà del 2022 la quota di commercio sul pil globale tende a declinare, vuoi per motivi strutturali – il cambio di costituzione economica in corso in Cina – vuoi per pura circostanzialità. Rimane il fatto che nessuno si aspetta di rivedere i tassi di crescita del commercio dei primi Duemila, almeno fino a quando il mondo non troverà (se lo troverà) un nuovo equilibrio basato su una paziente voglia di cooperare.

E’ proprio su questa vocazione che si cumulano i dubbi. L’aumento delle restrizioni commerciali che Ocse osserva con un certo scoramento testimoniano semmai del contrario. Racconta di un mondo che serra le fila, anziché aprirle.

E i fattori ciclici, che sono numerosi e fonte ognuno di loro di straordinarie complessità, non fanno che aggiungere benzina al fuoco dell’inimicizia fra i paesi.

Chi conosce la storia ricorda con quanta facilità gli anni Trenta del XX secolo condussero alla rovina dell’economia internazionale, con ciò che ne conseguì. Poiché ci avviciniamo ai nostri anni Trenta, faremmo bene a ripassare questa lezione di storia. Non tanto perché la storia si ripeta. Al massimo tendiamo a ripetere sempre gli stessi errori: l’essere umano è una notevole testa dura. Quanto perché rischiamo sempre di far peggio, se non impariamo una volta per tutte a pensar meglio.

Cartolina. Tassi interessanti

I tassi di interessi reali sono tornati a livelli che non si vedevano da un ventennio abbondante e la vulgata vuole che tutto ciò abbia effetti depressivi sul ciclo economico, che già di suo non esibiva particolare vitalità. Sicché va in scena il solito avanspettacolo di politici che chiedono di abbassare i tassi e banchieri centrali che nicchiano e prendono tempo. La musica, insomma, è sempre la stessa. Ma questo non impedisce che nel silenzio della platea gli osservatori inizino a farsi due conti con quel sovrappiù di serietà che richiede una situazione complicata. Il denaro più caro, a ben vedere, potrebbe favorire un maggior giudizio nelle scelte di consumo e di investimento. Col risultato che il prevedibile rallentamento che porta con sé una maggiore riflessione possa giovare alla robustezza della propria azione economica domani, una volta che la decisione svolga i propri effetti. Un tasso di interesse alto potrebbe essere un buon viatico per scelte economiche interessanti. Se imparassimo a contemplare con giudizio l’importanza del fattore tempo nell’economia, questo pensiero non sembrerebbe così astruso.

La prevedibile metamorfosi del mercato del lavoro

Andiamo verso il 2024 ormai, e tuttavia si legge ancora nelle analisi degli osservatori internazionale degli effetti più o meno presunti che la pandemia ha svolto sulla nostra economia, e in particolare sul mercato del lavoro, che ancora risulta molto “tirato” specie nelle economia avanzate.

Gli ultimi a parlare (fra gli altri) di effetto pandemia sono gli economisti della Bis di Basilea, che al “mistero” dei mercati del lavoro globale hanno dedicato un approfondimento allo scopo di giungere almeno ad alcuni punti fermi.

E il primo, di questi punti, è appunto la circostanza che i mercati sono ancora “tirati”, ossia che c’è un profondo squilibrio, misurato in posti di lavoro vacanti o dai tassi di disoccupazione, fra la domanda di lavoro delle imprese e l’offerta di lavoro delle persone. E questo squilibrio (grafico sopra al centro) è maggiormente visibile nelle economie avanzate dove non a caso sono nate autentiche leggende metropolitane come quella della great resignation.

La pandemia perciò, certamente. Come se la gente, scampato il pericolo, avesse riscoperto le gioie della famiglia o di chissà cos’altro decidendo di lesinare il proprio contributo al sistema produttivo. Il che è certamente suggestivo, ma assai poco informativo.

Rimane il fatto: i mercati sono tesi. Perché? Una risposta certamente più convincente i nostri osservatori la ricavano mettendo insieme gli andamenti molto contrastanti fra domanda e offerta che la pandemia ha sicuramente esasperato. Sul lato della domanda, la riapertura delle produzioni dopo il blocco forzato ha strappato al rialzo la curva, mentre sul lato dell’offerta la risposta è stata assai più moderata. E non solo perché come sembra credere qualcuno siano cambiate le priorità della vita – cosa che sicuramente sarà accaduta a molti ma non a tutti – ma perché si inizia a misurare con mano (ossia con le statistiche) la “crescita contenuta della popolazione in età lavorativa”, che sicuramente contribuisce ai “cambiamenti nella partecipazione alla forza lavoro”. Ad esempio, sembra che le preferenze dei lavoratori si siano spostate verso impieghi che richiedano meno tempo di lavoro.

Sul versante della domanda delle imprese, si ipotizza che la scarsità percepita dell’offerta abbia incoraggiato le azienda a ricercare più lavoratori del solito, amplificando quindi le tensioni sui mercati, con relativi effetti sui costi unitari del lavoro, che poi sono l’osservato speciale in quest’epoca di inflazione. Peraltro si è osservato che “l’eccesso di domanda di lavoro si è concentrata nei settori evitati dai lavoratori durante la pandemia”.

L’insieme di questi fattori prova a spiegare l’apparente paradosso che si osserva fra mercati del lavoro tesi e livelli di produzione assai meno entusiasmanti, peraltro gravati da aspettative inflazionistiche ancora poco rassicuranti, anche se gli ultimi dati lasciano credere che, almeno a scenari invariati, il peggio sia alle nostre spalle. Che non vuol dire sia terminato: basta che entrino dei tanti colli di bottiglia della nostra globalizzazione: adesso lo vediamo succedere nel Mar Rosso, ad esempio. In ogni caso, “la forza e la persistenza dei cambiamenti nell’offerta e nella domanda di lavoro sarà un’importante determinante delle dinamiche di inflazione”, conclude la Bis.

Ciò che quindi dobbiamo chiederci è se questo “strappo” del mercato del lavoro sia o no destinato a ricucirsi, ben sapendo che l’invecchiamento della popolazione, che porta con sé la diminuzione della forza lavoro, graverà sempre più sull’offerta di lavoro. Se non facciamo figli e non apriamo i mercati, siamo destinati ad avere sempre meno lavoratori. E poiché non è immaginabile che il progresso tecnico possa sostituire interamente queste carenze, avremo meno produzione, più inflazione. Tutto il resto è noia, come diceva il poeta.

La nuova frontiera del subprime: il Buy Now, Pay Later

L’ultima rassegna trimestrale della Bis di Basilea ci propone un interessante approfondimento su un tema ancora poco conosciuto al grande pubblico ma in rapida espansione negli Usa e ormai anche in Europa: il sistema Buy Now, Pay Later (BNPL), che circa un anno fa era finito anche fra le comunicazioni di Bankitalia, ovviamente molto interessata al fenomeno per ragioni di ufficio.

Si tratta, detto semplicemente, del modo più rapido per fare acquisti, di solito per piccoli importi, se non si hanno soldi. E quindi intrinsecamente tentatore per le fasce più fragili della popolazione, ossia coloro che soldi ne hanno meno degli altri. Paradossalmente corrono sempre più rischi – e quindi sostengono più costi – quelli che meno potrebbero farlo.

Questa prassi ha iniziato a svilupparsi da un decennio e ormai è fiorente, specie negli Stati Uniti, dove la domanda privata rimane sempre molto tirata, e soprattutto grazie alle piattaforme on line. Sarà capitato anche voi, mentre fate e-commerce che il venditore vi offra la possibilità di pagare in piccole rate senza interessi anziché subito. Non è molto diverso da un comune pagamento rateale solo che, a seconda dei soggetti coinvolti, il prestito può essere più o meno coperto dalle garanzie normative del credito al consumo, e si rischiano grossi oneri per mancati pagamenti, proprio perché tutto può essere concluso rapidamente e con poche formalità. E’ la logica del subprime: il premio è alto (compri anche se non te lo puoi permettere), la punizione per chi sgarra di più.

La ricognizione della Bis è un buon modo per farsi un’idea di quanto questa nuova pratica creditizia sia diffusa, e con quali esiti. Soprattutto, ci permette di farci un’idea dell’ecosistema che alimenta. Non si tratta di fare facile moralismo. Viviamo in un mondo che ti obbliga ad avere tante cose per quali non basterebbe una vita di normali retribuzioni a comprarle tutte, e soprattutto solo con grande fatica ti permette di avere una di queste normali retribuzioni. Perciò aumenta sempre più la base di persone desiderose di acquistare senza mezzi, e il sistema, molto gentilmente si adegua, salvo poi chiederne il conto.

Non bisogna perciò stupirsi quando leggiamo che “il BNPL è più diffuso nei paese con una grande penetrazione dell’e-commerce, inflazione più alta, sistema bancario meno efficiente e protezione regolatoria e finanziaria scadente peri consumatori”. Questo identikit ci racconta di paesi non certo benestanti. Se volete invece indovinare il tipo del fruitore di questi servizi finanziari, sappiate che in media si tratta di soggetti “giovani, meno istruiti, con basso merito di credito e alti tassi di inadempienze”.

Stando così le cose, è chiaro a tutti che sopra il grande tema economico, che cela quello dei rischi per la stabilità finanziaria, se ne celano altri, che vi si richiudono sopra come matrioske. Vi sorprenderà sapere, ad esempio, che molti fondi pensione coltivano interessi in questo settore, dove la parte del leone degli investitori la fanno i venture capitalist.

Il vecchio mondo tiene a battesimo il nuovo. Non è andata sempre così? E in questa celebrazione emerge con una certa sgradevolezza il problema politico. Ossia l’idea di una società dove sempre più persone che hanno meno sono chiamate a spendere più di quello che hanno per far girare la giostra.

Questo esercito crescente di subprime salverà l’economia internazionale? Certo che no. Ma il punto è coinvolgere quanta più gente possibile nel gioco della domanda globale. In guerra a un certo punto si reclutano i ragazzi. Quando infuria la bufera, non si è mai troppo giovani per fare la propria parte. Nella nostra pacifica modernità non si è mai abbastanza poveri per avere un debituccio.

Cartolina. La pensione, effettivamente

C’è da interrogarsi davvero sul perché parliamo così tanto di età pensionabile quando poi, nella realtà, ce ne infischiamo bellamente delle regole che ci affanniamo a scrivere. Nel nostro paese, nel 2022, gli uomini sono usciti in media dal lavoro a 63 anni e le donne a 62. Certo, in Francia fanno anche peggio (o meglio, dipende da chi guarda), visto che salutano il lavoro a 60 e certo molti invidieranno i sauditi, che stanno a quota 58 (di età). Gli amanti del lavoro saranno sicuramente ammirati dagli islandesi che sfiorano i 69 malgrado potrebbero anche finirla prima. Come i giapponesi d’altronde. L’ultimo giapponese morirà lavorando, probabilmente. L’ultimo italiano sicuramente no.

Cartolina. Back to work

A quanto pare la gente ha deciso di tornare a lavorare, oppure, più semplicemente, ha trovato più conveniente farlo, dopo l’infarto della produzione generato dalla pandemia. La Great Resignation, che ha tenuto impegnate le migliori intelligenze del nostro tempo per almeno quindici minuti, sembra insomma, che si stia consegnando alla storia delle nostre mitologie. Persino i salari, cresciuti bruscamente – vuoi per risposta all’inflazione, vuoi perché l’offerta di lavoro scarseggiava mentre la domanda delle imprese si risvegliava – iniziano a mostrare segni di normalizzazione, e peggio per chi, come noi italiani, ha perso questo treno. Torniamo più o meno mestamente alle nostre abitudini, e ci convinciamo che si debba lavorare per vivere. Almeno per i prossimi quindici minuti.

Doombot, l’algoritmo che prevede le crisi (del passato)

Poiché coltiviamo sempre più pensieri suggeriti dalle macchine e istantanei, e con gioia a quanto pare, è buona prassi diffondere fra il pubblico gli esiti meno conosciuti di tale approccio all’esistenza, pensato apposta per soddisfare la nostra inesausta voglia di certezze che cresce almeno quanto il nostro panico di fronte all’incerto.

Questa sorta di dipendenza viene curata con forti dosi di metadone statistico, nella forma di algoritmi sempre più sofisticati, come quello di recente presentato da Ocse, contemporaneo già dal nome: Doombot, che potremmo tradurre con qualche libertà come algoritmo dell’apocalisse.

In realtà di tratta di un esperimento di machine learning, quindi un modello che in qualche modo apprende dai suoi stessi ruminamenti, che vengono alimentati di dati del passato nel tentativo di utilizzarli per costruire uno specchio attraverso il quale scrutare il futuro. Specchio delle mie brame, o dei timori, come preferite. Nulla di nuovo sotto il sole, solo un sovrappiù di complicazione che non arriva però a divenire complessità.

Senza voler essere ingenerosi, vale la pena riepilogare alcune caratteristiche di questo bot, che serve a capire come produciamo le nostre previsioni. Previsioni del passato, dovremmo dire, visto che alla fine emerge che Doombot avrebbe correttamente previsto la crisi del 2008, se ci fosse stato. Il che apre un discorso praticamente infinito sul senno di poi. Mentre quanto al futuro, quando fare previsioni diventa difficile come ricordava quel tale, dobbiamo accontentarci delle solite probabilità, che dicono tutto e niente, ma con indecisione.

Il punto però è ciò che segue. Poiché il bot avrebbe indovinato ciò che è successo, la probabilità che indovini ciò che succederà diventa improvvisamente più sostanziosa. La statistica è una forma di sofistica, a ben vedere, e le previsioni economiche, che formalmente si autodefiniscono come prudenti, forme popolari di gioco d’azzardo. Generatrici di profezie autoavveranti che fanno la fortuna di pochissimi e la rovina del resto degli altri.

Nel merito, il bot mette insieme alcuni dati che di solito si rivelano buoni segnali per l’avvicinarsi delle crisi. Dati che conosciamo bene, avendoli sfogliati su queste pagine per oltre un decennio: quindi dati sui mercati immobiliari, il costo del credito, i mercati finanziari e altre amenità. Dove volete che si annidi il rischio di una crisi?

Una volta compilato queste statistiche per i venti paesi Ocse, e avendo chiaro che le crisi ormai sono globali, essendo globale la realtà nella quale siamo inseriti, ecco il nostro cervello automatico tirar fuori i suoi numeretti, che si confrontano con altri numeretti che pressoché quotidianamente emergono dai tanti cervelli automatici che definiscono il nostro passato-presente-futuro.

Doombot, a ben vedere, è solo l’ultimo prodotto di una visione del mondo che schiaccia e oblitera il tempo, e quindi la realtà, sostituendolo con una falsa certezza spacciata per futuro incerto. E’ un problema culturale, più che economico. E il fatto che pochi se ne avvedano è un problema ancora più grave. Perché mano a mano che l’algoritmo impara ad affinare le sue profezie, noi disimpariamo a fidarci delle nostre. L’intelligenza artificiale forse un giorno sostituirà la nostra stupidità naturale, ma difficilmente sarà capace di prendere il posto della nostra naturale intelligenza. Sarebbe già un bel progresso se ricordassimo questa sottile differenza.

La nuova stagione della liquidità globale

Fra gli infiniti modi attraverso i quali si può osservare la globalizzazione, fenomeno gettonatissimo almeno quanto sconosciuto nelle sue complessità, usare lo strumento della liquidità globale è sicuramente fra i più istruttivi. E questo per una serie di ragioni che risulteranno chiarissime una volta compreso cosa si intenda con queste espressione.

Ce lo ricorda la Bis di Basilea in un recente approfondimento pubblicato sul suo ultimo bollettino trimestrale, in un articolo dove si contempla la possibilità che la liquidità globale sia entrata in una fase nuova, e ciò a dimostrazione del fatto che le mutazioni in corso nella globalizzazione stanno lentamente estendendosi, com’è logico che sia, a tutte le sua diverse modalità di espressione.

Il termine “liquidità globale” è un concetto che mette al centro dell’osservazione il credito in valuta estera, inteso come somma di prestiti bancari e prestiti derivanti dal mercato obbligazionario, che un certo paese utilizza in quantità di prenditore. E’ un modo, insomma, per osservare il debito estero in valuta per un certo paese, osservato nelle principali monete di riferimento e fonti di finanziamento. Il settore, che all’interno del paese, viene analizzato come prenditore è quello delle non-banche, ossia famiglie, imprese e governi, quindi il settore non finanziario. Il grafico sotto aiuterà a capire meglio.

Si tratta, di conseguenza, di un indicatore estremamente informativo circa i flussi di finanziamenti in valuta estero per un paese. Una discreta cartina tornasole delle sue obbligazioni, e quindi delle sue fragilità.

Chiarito il concetto, veniamo al punto. La Bis svolge un’osservazione dell’indicatore nell’ultimo ventennio e arriva alla conclusione che siamo entrati in una terza fase nell’andamento della liquidità globale. Che significa che i flussi stanno cambiando, sia nelle quantità che nella composizione e nella destinazione.

La prima fase di questo ciclo è stata guidata dalle banche ed è iniziata nei primi anni 2000, quando le banche internazionali divennero grandi fornitrici di prestiti, principalmente denominati in dollari ed euro, per lo più indirizzati verso le economie avanzate. E’ il grande boom del credito bancario, che si accompagnava al restringersi di quello obbligazionario, seguito allo sboom della bolla Internet di fine ’90, che gonfiò allo sfinimento la bolla immobiliare regalando alcuni anni di vacche grasse finiti bruscamente nel 2008 non a caso con i mutui subprime.

La seconda fase del nuovo ciclo di liquidità globale iniziò dopo la grande crisi finanziaria e spostò l’attenzione sul mercato obbligazionario mentre le banche entravano nel loro purgatorio. I prestiti arrivavano sempre più dal mercato e sempre meno dalle banche. Il credito crebbe più lentamente, e per lo più veniva denominato in dollari (l’euro visse la sua crisi nei primi anni Dieci) con i mercati emergenti nel ruolo di protagonisti al posto di quelli avanzati. L’allentamento monetario spinse gli investitori a cercare rendimenti più alti dove era possibile ottenerli: ossia nei paesi emergenti, che erano stati poco toccati dalla Grande Crisi Finanziaria.

Adesso siamo entrati in una fase nuova. Restrizione monetaria sostanzialmente globale, che interrompe un ciclo ventennale di allentamento, alti tassi americani e quindi grande forza del dollaro e calo del credito estero in questa valuta, divenuto troppo costoso (notate sul grafico che apre questo post il boom di credito giapponese) con la conseguenza che si è ridotta la ricerca di rendimenti nei paesi emergenti, che infatti vedono crescere i deflussi. La tabella sotto riepiloga.

Cosa ci racconta perciò questa storia? Intanto una cosa che dobbiamo sempre ricordare quando osserviamo queste cose: la globalizzazione non finisce, come scrive qualche fantasioso aruspice: semplicemente si trasforma, seguendo linee di pura convenienza.

Fra le varie altre riflessioni che si potrebbero fare ne scegliamo solo una. Si preparano tempi difficili per i paesi emergenti, che si sono riempiti di debiti in dollari nella seconda fase e si trovano a dover gestire questi debiti in un contesto di flussi esteri in dollari declinanti a causa del costo della valuta. Non basta che i debiti si debbano pagare. Ma si rischia sempre di pagarli molto più cari del previsto.

Le priorità di policy secondo Ocse

Dunque, secondo Ocse “in questo contesto, le principali priorità politiche consistono nel garantire una riduzione duratura dell’inflazione, nell’affrontare le crescenti pressioni fiscali e migliorare le prospettive di crescita sostenibile e inclusiva nel medio termine”. Laddove il contesto è quello che conosciamo di crescita poco dinamica, seppure con varie sfumature (Emergenti più veloci di Avanzati, Stati Uniti, fra gli avanzati, più veloci dell’Europa), inflazione ancora persistente e soprattutto appesa al filo sempre più sottile dei rischi geopolitici crescenti, che con molta facilità potrebbero far saltare quel fragile equilibrio di fattori che sta lentamente riportando i prezzi verso i target delle banche centrali.

Le priorità di Ocse, a ben vedere, suonano come un accorato appello ai policy maker. I tre punti messi in evidenza dall’istituto, si potrebbero facilmente ridurre a uno solo: governare con fermezza e spirito collaborativo. Serve fermezza per tenere la politica monetaria restrittiva ancora a lungo, e ne serve ancor di più per riportare la politica fiscale a livelli assai più prudenti a quelli ai quali ci hanno abituato le varie emergenze che ormai ritmano la nostra quotidianità. Anzi bisognerebbe dire con voce quanto più possibile ferma che è ora di finirla con l’idea che il bilancio dello stato sia la soluzione a qualsiasi problema.

Non meno importante, anzi probabilmente la cosa più importante, è che i governi si adoperino per rilanciare la cooperazione ” per far rivivere il commercio globale”, come auspica Ocse. Piaccia o meno, il commercio internazionale, ben regolato, rimane la principale fonte di prosperità per tutti.

Soprattutto serve fermezza per guardare lo scenario che si presenta davanti ai nostri occhi, quello che Ocse chiama “long-term decline”, riferendosi alla sua manifestazione economica, che l’invecchiamento crescente della popolazione e le sfide della transizione ecologica e digitale portano con sé. Anche qui, l’appello è sempre lo stesso: fare riforme strutturali per rinvigorire la crescita e migliorare la sua qualità.

Le priorità di policy fissate da Ocse intervengono in un contesto di crescita che rimane resiliente ma che perde sempre più colpi. L’Europa guida questa poco fortunata classifica, vuoi perché nella sua economia il peso della finanza bancaria è rilevante, e questo è una zavorra quando i tassi crescono, vuoi perché l’Europa ha subito uno shock energetico più forte e quindi maggiori tensioni sui redditi. Nel terzo quarto 2023 l’Area è cresciuta solo dello 0,1%, perciò, ma sarebbe quantomeno miope affidarsi a un dato congiunturale evitando di osservare che l’Europa si trova all’ennesimo crocevia della sua vocazione esistenziale.

E il fatto che l’Eurozona sia il fanalino di coda delle varie regioni economica più importanti non dovrebbe perciò stupirci più di tanto.

La survey (grafico sopra) non fa altro che rappresentare uno stato d’animo diffuso, che racconta di un certo raffreddamento dell’ottimismo. Ossia l’unica risorsa che può tirarci fuori dalle secche di un’economia vocazionalmente stagnante perché incapace di alzare lo sguardo dal presente.

Questo è il frutto peggiore dell’invecchiamento. Del nostro invecchiamento. Il credere che il futuro sarà uguale al presente, e comunque peggiore del passato. Purtroppo l’Ocse non ha policy da suggerire, a tal proposito.

Cartolina. Piccoli subprime crescono

Si osserva una straordinaria coerenza nel nostro mondo, dove nuove forme di credito subprime, ossia prestiti a chi non se li può permettere, nascono e si sviluppano mano a mano che aumentano, proprio grazie alla fisionomia della nostra economia, i soggetti immeritevoli di credito. Il debito è la migliore forma di inclusività che siamo stati in grado di immaginare. Perciò nulla di strano che le le nuove forme del suo svolgersi – ad esempio il buy now, pay later (BNPL) – si indirizzino sempre più ai giovani, che sono quelli meno attrezzati, per reddito e conoscenza della vita, a valutarne le complessità. Far crescere giovani subprime, d’altronde, ha il vantaggio di addestrarli al pensiero che non avranno mai abbastanza reddito per poter soddisfare i loro desideri, visto quant’è malpagato il lavoro, e insieme che questo non è un problema, perché qualcuno gli presterà il denaro di cui hanno bisogno. Due piccioni con una fava.