Categoria: Annali
Cartolina. Mala tempora

L’Ue ha calcolato che gli eventi climatici avversi hanno provocato 650 miliardi di perdite dirette ai mercati europei fra il 1980 e il 2022. Di queste perdite meno del 20 per cento erano coperte da assicurazioni. Degna di nota la circostanza che il 59 per cento di queste perdite siano state provocate solo dal 5 per cento degli eventi. Altresì il fatto che ogni decennio i danni aumentano. Dagli 8 miliardi l’anno degli ’80, ai 17 miliardi degli anni Dieci del XXI secolo. Nei primi tre anni della nostra decade siamo arrivati a 42 miliardi. Su base trentennale si è avuto un incremento annuale dei danni medio del 3 per cento negli ultimi 14 anni. Cosa ci dicono questi calcoli? Che le assicurazioni hanno risparmiato un mucchio di quattrini di risarcimenti, intanto. Poi che i tempi si fanno sempre più cattivi. Mala tempora, dicevano i latini. Ma forse non si riferivano al clima.
La spinta deflazionistica che arriva dalla Cina


Il rallentamento dell’inflazione che ormai si osserva un po’ ovunque ha molte cause, che la Bce nel suo ultimo bollettino economico non trascura di osservare. Una in particolare merita un approfondimento perché ci dice molto di come giri il mondo che oggi tutti dicono di voler cambiare. Ossia il peso specifico della Cina sull’economia mondiale, misurato stavolta dalla sua capacità di influire sul livello globale dei prezzi. E in particolare su quelli dell’eurozona.
Come è noto, la Cina ha registrato una sostanziale deflazione negli ultimi periodi, quindi è del tutto logico domandarsi se tale deflazione svolga effetti anche dalle nostre parti, visto che uno dei tanti canali che alimentano il nostro carovita è quello dei prezzi all’importazione. E poiché importiamo, come Ue, molte cose dalla Cina – l’import dalla Cina pesa il 21 per cento dell’import complessivo dell’EZ – dovrebbe osservarsi un miglioramento del nostro indice dei prezzi al deflettere dei costi importati dalla Cina. Si è sempre detto che importavamo deflazione dalla Cina, negli anni in cui l’inflazione era la nostra peggiore nemica, e adesso è un momento per vedere se il teorema ha anche un corollario positivo.
I dati raccolti dalla Bce ci dicono che a giugno scorso i prezzi alle importazioni dei beni esterni all’area sono diminuiti del 14 per cento su base annua. Gran parte di questo calo è dovuto al raffreddarsi dei prezzi energetici, visto che al netto di questi ultimi i prezzi all’importazione sono diminuiti di appena il 2 per cento.
In Cina nel frattempo l’indice dei prezzi alla produzione si è contratto per dieci mesi consecutivi, anche perché il governo ha allentato le restrizioni all’uso del carbone che in precedenza avevano fatto impennare i prezzi alla produzione. Il carbone, notate bene, è ancora la prima fonte di energia dell’industria cinese. Questo mentre dal settore immobiliare arrivano ancora segnali di forte rallentamento, che aggiungono pressione deflattiva a molti prezzi.
L’Eurozona, com’era prevedibile, ha visto declinare i propri prezzi all’importazione di beni cinesi, una quota ampia dei quali è denominata in dollari. E proprio una quota dei beni denominata in dollari è diminuita significativamente in valore. Se convertiamo in euro, ci accorgiamo che i prezzi alla produzione dei beni cinesi sono diminuiti addirittura del 15 per cento a giugno rispetto a un mese prima, e la Bce non esclude che al calo di questi prezzi, oltre ai minori costi di produzione cinesi, abbia contribuito una certa volontà delle aziende cinesi di abbassare i prezzi per spingere le vendite all’estero.

“L’analisi empirica conferma che gli shock alla domanda e all’offerta in Cina possono dare luogo a notevoli effetti di propagazione sui prezzi all’importazione di beni dall’esterno dell’area”, conclude la Bce. In dettaglio, a partire dal 2021 si calcola che questi shock abbiano congiuntamente aggiunto 8 punti percentuali di aumento dei prezzi all’importazione dei beni esterni all’eurozona, che corrispondono a circa un quarto dell’aumento complessivo. Mentre a giugno 2023 la deflazione cinese ha contribuito a un calo del 5 per cento dei prezzi all’importazione dei beni esterni.

Insomma, le vicende cinesi hanno pesato poco meno di un terzo nel calo osservato sui prezzi di produzione. Detto diversamente, il nostro livello generale dei prezzi ha molto a che fare con quello che succede in Cina. Meglio ricordarselo.
Cosa ci dice il declino secolare della labor share


Chi fosse interessato alle tendenze secolari, che ormai in un’epoca appassionata di megatrend vanno per la maggiore, può trovarne una leggendo un articolato paper pubblicato di recente dal NBER dal titolo più che eloquente: “Perspectives on the labor share”. E queste prospettive sono quelle che potete indovinare guardano i grafici sopra, che osservano nel lungo periodo diversi indicatori che monitorano la labor share, che potremmo definire come la quota che il lavoro si vede assegnare sul totale del reddito prodotto.
Detto semplicemente, il lavoro vede ridursi, almeno negli Stati Uniti, dove questa osservazione è stata condotta, la quota di sua pertinenza. “Nel 2022 – recita il paper – la quota del reddito statunitense destinata al lavoro è al livello più basso dai tempi della Grande Depressione”.
Trattandosi di una tendenza secolare non è certo possibile cavarsela con una spiegazione semplice. L’autore dello studio infatti coinvolge nella sua analisi i cambiamenti tecnologici, le mutazioni epocali vissute dai mercati dei prodotti e dei servizi, altri megatrend sorti nel frattempo, come la crescita dei markup, l’aumento delle concentrazioni e, dulcis in fundo, la globalizzazione. In pratica, gli ultimi cento anni di storia.
Comprendere il significato di questa tendenza è importante non solo per gli aspetti distributivi impliciti nella definizione di labor share – sicuramente i più semplici da comprendere – ma perché l’andamento di questa variabile aiuta gli economisti a capire meglio la funzione di produzione, dà informazioni sulla produttività di un paese e sull’efficienza dell’accumulazione di capitale, nonché degli incassi fiscali, e infine è una informazione che influenza le politiche monetarie, fiscali e le pratiche regolatorie.
Una volta accertata l’utilità di questa variabile si apre la difficile partita della sua misurazione. Senza bisogno di farla troppo lunga, il paper calcola una perdita di 5 punti percentuali di labor share negli Usa fra il 1929 e il 2022, con un picco fino a 7 punti nel secondo dopoguerra. Negli ultimi decenni “la gran parte delle industrie Usa mostra una labor share in declino”. E questo non accade solo negli Usa. “Abbiamo osservato una labor share in declino anche in Europa e in Asia e nelle economie emergenti”. Si stima che a livello globale la labor share abbia perduto circa sei punti percentuali dal 1980.
I cinque fattori considerati nell’analisi che possono aver contribuito a questa erosione sono la tecnologia, i mercati dei prodotti, i mercati del lavoro, i mercati dei capitali e la globalizzazione. Si tratta ovviamente di una schematizzazione che ha puro valore ipotetico, visto che nella realtà è molto difficile tenere separate queste cose. Ma l’autore è convinto che a guidare questa erosione siano stati innanzitutto i fattori tecnologici: quindi informatica e automazione. Un’opinione molto diffusa, specie nell’epoca del sorgere dell’intelligenza artificiale.
Chi fosse interessato ad approfondire i dettagli potrà farlo scorrendo il paper, che ha il vantaggio di essere molto chiaro. Qui forse può essere più utile svolgere una riflessione diversa magari in forma di domanda. L’erosione della labor share sembra la perfetta rappresentazione economica dell’erosione della “religione del lavoro” che sta vivendo la nostra società. Il lavoro, come fattore evolutivo dell’individuo, è stato uno dei cardini del pensiero che ha animato la seconda rivoluzione borghese che abbiamo raccontato nella Storia della ricchezza, e che ha trovato piena espressione dei Trenta Gloriosi che hanno generato la terza rivoluzione borghese.
Che tipo di informazione ci comunica, al di là del suo significato economico, il declino della labor share in questa fase della nostra storia? Forse che il lavoro non è più una religione. Altre seduzioni hanno preso il suo posto, e basta osservare il fiorire dell’economia dell’intrattenimento per averne contezza. Ma poiché non è pensabile una società abitata solo da celebrità, rimane da capire cosa sostituirà il lavoro come religione laica nel corso della quarta rivoluzione borghese, iniziata ormai da almeno quattro decadi, nella quale la borghesia, nel senso letterale di abitanti delle città, sembra aver assunto una fisionomia molto diversa da quella delle origini. Questa risposta non arriverà dagli economisti, ma possiamo intravederla guardando l’economia. Non perché sia un osservatorio privilegiato. Ma perché passerà da qui.
All’estremo Occidente dell’economia: il Giappone

Da oltre un secolo ci inseguono gli epigoni di quel Tramonto dell’Occidente che un filosofo tedesco tanto citato ma chissà quanto letto, specie ai nostri giorni, coniò generando una felice formula editoriale che non smette di sedurre. All’apice della nostra ricchezza, piace pensarci declinanti, e non da oggi. Si tratta di una tendenza che osserveremo meglio in un libro di prossima pubblicazione e del quale vi darò notizie su queste colonne.
Qui invece vale la pena chiedersi se invece di tramontare l’Occidente non abbia intrapreso un percorso estremo che trova la sua composizione più compiuta assai lontano da dove tutto è cominciato. In un paese, che fin dal termine del secolo XIX si è mostrato capace di assimilare grazie ai suoi potentissimi enzimi sociali, sostanze fino a poco prima del tutto aliene alla sua costituzione fisica e spirituale, mostrando in ciò la sua più profonda vocazione. L’essere estremo.
Il Giappone, perciò, che è estremo Oriente oppure estremo Occidente a seconda di come si guardi il planisfero. Punto di congiunzione, comunque, fra due moti dello spirito che attraversano la storia degli ultimi due-tremila anni, durante i quali le vicende dell’umanità hanno seguito sempre un asse est-ovest sopra l’equatore. Due diversi principi, si potrebbe dire, per la stessa cosa.
Qui, che discorriamo di economia e dei suoi derivati, è interessante osservare come il Giappone, estremo di tutto, stia interpretando il suo e il nostro tempo, per magari scoprirlo antesignano di certe consuetudini – una per tutte il quantitative easing – che il resto del mondo ha scoperto solo dopo e delle quali abbiamo imparato a godere i vantaggi senza interrogarci più di tanto sul loro significato.
Invece c’è molto sui cui riflettere e un bel paper pubblicato dal NBER di recente (What about Japan?) ce lo ricorda molto bene. Leggendolo rimane la sensazione che il Giappone, come il dio greco Crono, abbia deciso di divorare i suoi figli per consentire la propria sopravvivenza, servendosi all’uopo di tutte le raffinatezze che offre l’ingegneria finanziaria che lega le sorti del governo a quelle della banca centrale, alleate nell’attuazione di in una sofistica repressione finanziaria in virtù della quale i più anziani e meglio dotati vivono a danno dei più giovani e meno dotati, sia di denaro che di capitale umano. L’estremo Occidente, o, se preferite, Oriente, sembra terminale, più che declinante. Ricorda certe civiltà mesopotamiche che abbiamo incontrato nella mia Storia della ricchezza, lungo le cui linee di faglia sono sbocciate, improvvise e violente, le nuove civiltà.
Staremo a vedere. Intanto limitiamoci a capire. Lo faremo nei post che seguiranno a questo, che inaugura una miniserie dedicata all’Estremo Occidente. Questo viaggio comincia in Giappone per le ragioni che ci siamo detti. Ma ci condurrà anche altrove. Restate sintonizzati.
(1/segue)
Cartolina. La Cina resta vicina

Per fortuna ogni tanto ci ricordano che le passioni si pagano, in un modo o nell’altro. O, per dirla in maniera diversa, che ogni inclinazione conduce necessariamente laddove prevede la misteriosa forza di gravità che regola le relazioni sociali. Sicché non dovremmo stupirci più di tanto che il trascorso innamoramento europeo per la Cina – ma dovremmo dire dell’intero Occidente – rimanga visibile nei collegamenti che ancora ci legano al gigante asiatico, come accade in un matrimonio che si sogna di interrompere, ma non si può. Che si voglia o non abbracciarla, la Cina resta vicina.
Cartolina. Caro affitto

Mentre sappiamo tutto del caro mattone, inteso come andamento dei costi per l’acquisto di un’abitazione, sappiamo assai meno, perché fa meno notizia, sull’andamento dei canoni d’affitto, che in teoria sono l’alternativa per chi non ha abbastanza risorse da impegnarsi in una compravendita. In teoria. Perché se guardiamo cosa è successo negli Usa, dove i canoni di locazione, non appena la pandemia ha iniziato a mordere meno, sono aumentati del 16 per cento in un anno, c’è da dubitare che l’affitto sia una soluzione facile a un problema difficile. Poi certo i canoni si sono raffreddati, ma nel frattempo avevano offerto un notevole contributo alla crescita dell’inflazione. In Europa, guardando alla Germania come punto di riferimento, la situazione non sembra meno preoccupante. I canoni sono cresciuti fra il 3 e il 4 per cento l’anno negli ultimi dieci anni, con picchi a sfiorare il 6 per cento nella seconda metà degli anni Dieci. Avere un tetto sulla testa, insomma, è sempre più un affare da benestanti. Si fa per dire.
La repressione finanziaria che tiene in piedi (per ora) il Giappone

“Fare come il Giappone” è stata ed è tuttora quasi una parola d’ordine per molta della nostra opinione pubblica che guarda con invidia la capacità di questo paese di accumulare debito pubblico, frutto di continui deficit di bilancio, senza apparenti problemi. Quindi di quella parte dell’opinione pubblica che si accontenta ingenuamente dell’apparenza, appunto, o magari della possibilità di rimandare la soluzione dei problemi finché non se ne occuperò qualcun altro.
Il caso giapponese, in effetti, è un ottimo esempio da osservare e studiare, in quanto epitome di quell’estremo Occidente che sembra si stia preparando per noi, e del quale il Giappone, e da tempi non sospetti, è un antesignano.
In questa opera di osservazione e studio ci viene in aiuto un paper del Nber di cui abbiamo parlato nella prima puntata di questa serie dedicata al Giappone e ai suoi aspiranti imitatori. Una lettura fortemente consigliata ai tanti ammiratori del miracolo giapponese, ai quali servo subito il piatto pronto delle conclusioni, sperando con ciò di incentivare il loro desiderio di approfondire.
Cominciamo dalla questione principale: come fa il Giappone a sostenere i suoi debiti pubblici, ormai ben oltre il 200 per cento del pil? Risposta: “Il governo giapponese ha architettato un massiccio disallineamento della durata (duration, ndr) del suo bilancio pubblico, ottenendo notevoli rendimenti in eccesso. Ciò aiuta a spiegare perché il governo giapponese può sostenere un ammontare elevato di debito, superiore al 200% del PIL in presenza di consistenti deficit fiscali”.
Per ottenere questo risultato il governo ha dovuto effettuare una pesante repressione finanziaria, possibile grazie all’acquiescenza del sistema bancario, a cominciare dalla banca centrale. “Il governo deve emettere titoli a prezzi più elevati di quelli di mercato. L’entità della repressione finanziaria sfiora il 2%”. Quindi senza la repressione finanziaria, “i rendimenti delle passività pubbliche sarebbero più alti del 2%”. Grazie a questo disallineamento di duration, “la capacità fiscale del governo è notevolmente rafforzata da tassi reali più bassi”.
E fin qui uno potrebbe pure dire: bravi, avete trovato il modo per stare a galla in un mare tempestoso. Ma purtroppo la fisica non è un’opinione, e tantomeno la fisica dell’economia. Se alcuni stanno a galla di solito significa che altri nuotano più del dovuto. E qui spunta la terza domanda: cosa succede alle famiglie?
Ed ecco la risposta: “Le famiglie più sofisticate dal punto di vista finanziario, che detengono una quantità significativa di attivi con una lunga duration, beneficiano dei bassi tassi, mentre quelle meno sofisticate dal punto di vista finanziario subiscono una grande perdita di benessere. Dato che le famiglie sofisticate tendono ad essere quelle più anziane e con un reddito maggiore, mentre quelle meno sofisticate sono di solito quelle più giovani e con un reddito più basso, la nostra analisi del welfare indica che una politica di tassi di interesse bassi induce un effetto di distribuzione regressiva tra ricchi e poveri, nonché un effetto intergenerazionale passaggio dal giovane all’anziano”.
In sostanza i vecchi giapponesi si stanno mangiando i (pochi) giovani giapponesi. Corollario: “Le politiche di tassi bassi potrebbero espandere la fiscalità del governo, ma comportare un grande costo in termini di welfare”.
E qui arriva la terza e ultima domanda: Come finirà questa storia? “Nel lungo termine, l’approccio giapponese basato sui tassi bassi non è sostenibile. Il governo giapponese ha fatto promesse ai pensionati e agli obbligazionisti che sono finanziate da entrate fiscali e investimenti rischiosi. Questo disallineamento del rischio non è evidente, perché il portafoglio obbligazionario e le promesse fatte ai pensionati non sono stati pienamente valutati dal mercato”. Per ora, appunto.
Nelle prossime puntate entreremo nel dettaglio del meccanismo. Per adesso datevi la possibilità di rispondere a chi vi propone di “fare come il Giappone”, di rispondere “ma anche no”.
La Cina bifronte nell’età della transizione energetica

Un interessante approfondimento del quale si è discusso in una recente conferenza presso la banca centrale austriaca dal titolo più che eloquente (Geopolitical shifts and economic strategies: China’s role for CESEE and the euro area) segnala un interessante paradosso che meglio di tanti altri evidenzia la tormentata fase di transizione nella quale le grandi economie del mondo si stanno sperimentando nel tentativo di fare del mondo un luogo più fresco e meno inquinato.
Parliamo della Cina, ovviamente, che ha la caratteristica di essere il maggiore soggetto che emette CO2, e al tempo stesso quello che più di altri produce da fonti rinnovabili.

Questo paradosso non dovrebbe stupirci più di tanto. E’ la migliore rappresentazione possibile della complessità nascosta dietro che quella che con qualche semplicismo viene chiamata transizione energetica. Ogni trasformazione che conduce verso il futuro porta con sé l’eredità del passato per una quantità di tempo che non è possibile comprimere più di tanto. C’è una latenza fisiologica, in ogni transizione, che si può solo gestire, ma non eliminare.
Peraltro la Cina la sua autentica trasformazione, della quale quella energetica è solo un aspetto, l’ha iniziata negli anni ’80. Secondo i dati presentati nel corso dell’evento, il pil cinese fra il 1980 è il 2022 è aumentato 94 volte in valore, passando da 190 miliardi a 18 trilioni. A fronte di questo i consumi energetici sono cresciuti di nove volte. E questo spiega perché la Cina dovrà correre più di altri per raggiungere l’eden della decarbonizzazione.

Peraltro si osserva che il consumo cinese di carbone, che si era stabilizzato dal 2015 in poi, è risalito a partire dal 2021, ma al tempo stesso la gran parte di nuova capacità elettrica, nell’ultimo decennio è provenuta da fonti rinnovabili.
Di fronte a questa situazione, la Cina ha confermato l’obiettivo di arrivare alla neutralità delle emissioni nel 2060, dal picco previsto nel 2030.

Ovviamente tutto questo non costa poco. Si parla di costi incrementali per il settore energetico e dei trasporti pari a 14 trilioni di dollari. E anche di notevoli costi sociali. Le miniere di carbone occupano sei milioni di persone in Cina, e si stima che la decarbonizzazione possa provocare la perdita di 1-2 milioni posti di lavoro da oggi al 2030, per lo più concentrati nella Cina interna e fra i lavoratori meno qualificati.
Insomma, non sarà una passeggiata, ma una maratona. E solo alla fine si capirà chi è arrivato al traguardo. Intanto, alla fascia di partenza, la Cina si presenta con una chiara supremazia nella tecnologia che ruota attorno alla transizione energetica.

E questo è sempre utile ricordarlo.
La (de)crescita dei salari italiani e il rischio inflazione

Il grafico sopra, elaborato dal Fmi in occasione di un report sulla crescita dei salari in Europa, dentro e fuori l’Eurozona e l’Ue, non ha bisogno di molti commenti. La prima metà dell’anno ha prodotto una robusta crescita delle retribuzioni nominali in gran parte dell’Europa, al netto di Svezia e Italia, che si sono mosse appena dalla scala di crescita delle retribuzioni osservata nel quinquennio 2015-19.
Questo è un fatto. Le retribuzioni italiane sono ben sotto la media europea e quindi i consumatori italiani stanno pagando più caro di altri il loro costo della vita. La questione è tanto più rilevante oggi, che il tema delle dinamiche salariali è ben lungi dall’essere esaurito. Nel senso che la resilienza dell’inflazione alle restrizioni monetarie porrà con sempre maggiore frequenza sul tavolo dei decisori l’esigenza di adeguare le retribuzioni al costo della vita. Carburante ideale per l’inflazione.
Proprio di questo parla l’approfondimento del Fmi, che partendo proprio dall’osservazione delle dinamiche salariali nell’Europa Centrale, Orientale e Sudorientale (Central, Eastern, and Southeastern Europe, CESEE) invita alla prudenza. “Visti i rischi di inflazione – scrive il Fondo – le politiche monetarie e fiscali dovrebbero essere restrittive. Le politiche strutturali dovrebbero essere focalizzate sull’aumento della produttività del lavoro e sull’offerta di lavoro”.
Temi annosi, viene da dire. Da sempre la gran parte degli osservatori internazionali batte sul tasto delle cosiddette politiche dell’offerta, che hanno il doppio svantaggio di essere poco popolari e soprattutto lente a svolgerei propri effetti, mentre si vedono subito i costi. Questa asincronia, fra lo spirito (istantaneo) della nostra epoca e il lento lavorio che il tempo richiede per svolgere i suoi effetti è il cuore del nostro problema economico. La vicenda inflazionistica semplicemente ce lo ricorda.
In dettaglio, le tensioni sulle dinamiche salariali intervengono in un momento in cui i mercati del lavoro sono ancora tesi, con tassi di disoccupazione bassi rispetto alle medie storiche. Tutto congiura, insomma, per incrementi significativi delle retribuzioni mano a mano che scadono i contratti. Che sarebbe anche giusto, a ben vedere. Lo stesso Fmi riconosce che c’è “un gap sostanziale nei salari reali delle economie avanzate dell’Ue, mentre i paesi CESEE hanno recuperato i livelli salariali di lungo termine”.
Ma anche se questo gap venisse colmato, rimane il problema di come si giunge a questo obiettivo. La qualità dell’adeguamento salariale è più importante della sua quantità. In particolare bisogna distinguere fra un approccio backward looking, che si basa sull’esperienza dell’inflazione vissuta, e un approccio forward looking, che invece si basa sulle aspettative. L’analisi svolta dal Fmi mostra che nei paesi CESEE ha prevalso l’aspetto backward, che ha lo svantaggio di provocare “grandi rischi di alimentare un’inflazione sostenuta”.
Questo rischio emerge con chiarezza dalle previsioni sugli andamenti futuri delle retribuzioni. I modelli infatti ipotizzano che la crescita dei salari proseguirà a ritmo elevato anche per tutto l’anno prossimo, ed esiste anche a possibile che la dinamica acceleri più del previsto di fatto impattando su quella inflazionistica. Piccole spirali crescono.
Il triste sentiment dell’Europa

E’ un sentimento triste, anzi un sentiment, quello che affligge l’economia europea che ancora non arriva ad essere depressa, ma chissà cosa porterà il domani, sembrano chiedersi gli europei, oggi assai meno fiduciosi di ieri.
Di questo senso di triste declinare ci racconta un recente rapporto diffuso dalla Commissione, l’European Business cycle indicator del terzo quarto del 2023. La curva del sentiment segue quella dell’andamento del pil: declinano insieme insomma, e ormai è scivolata sotto la media di lungo periodo (100 punti), portandosi poco sopra 90. Tristezza, appunto, non depressione come quella osservata nel 2020, quando, complice la pandemia che già era angosciosa di suo, il sentiment sprofondò a 60, salvo poi risalire bruscamente un anno dopo.
Oggi la situazione è molto composita. I segnali buoni e cattivi si mescolano, con un tendenza, specie a causa dell’inflazione, a far pesare di più il lato della bilancia che affossa le aspettative. Questo intristirsi è visibile un po’ in tutti i settori.

Nel terzo quarto di quest’anno il sentiment si è ulteriormente indebolito nelle principali economie dell’area, con Germania (-4,2 punti) e Italia (-3,1 punti) a guidare la classifica della tristezza. Il che si comprende se si ricordano le profonde relazioni che legano le due economie.
Ovviamente questo indebolimento si trasferisce alle aspettative di occupazione e sugli ordini, che i manager vedono in ribasso a differenza di quelle di produzione che vengono viste in miglioramento pur senza variazioni previste delle scorte. Dal che si può immaginare che ci si aspetti un aumento della produttività.
Rimane il problema dei consumatori, la cui fiducia ha manifestato chiari segni di declino, mentre rimangono alte le aspettative di inflazione.

Ed è proprio questo combinato disposto che complica l’analisi. La percezione dei rincari, infatti, è assai più pronunciata di quelli effettivi, e questo ci riporta a un discorso che abbiamo già fatto, ossia di come le aspettative finiscano per “schiacciare” il futuro sul presente.

Se un consumatore crede che l’inflazione sia peggio di quella che è, e questa percezione è resiliente, si finisce col generare una frenata maggiore di quella che servirebbe a tenere in marcia, seppure a ritmo ridotto l’economia. Esattamente come aspettative di inflazioni peggiori di quelle prevedibili costringono la banca centrale costretta a stringere di più la politica monetaria.
Molto facilmente la tristezza diventa una malattia. Ma questo ce l’hanno insegnato i poeti, prima degli economisti.
