Categoria: cronicario
Cronicario: E alla fine arriva il deficit con la garanzia
Proverbio del 9 novembre L’acqua non si divide se la colpisci col bastone
Numero del giorno: 369.300.000.000 Titoli di stato detenuti dalle banche italiane ad agosto
Siccome qualche certezza dobbiamo averla per sopportare il nostro cronicario quotidiano, bisogna pure accontentarsi di quello che passa il convento, fosse pure un bisministro vicepremier in piena lallazione politica che – dice – garantisce lui.
E che garantisce il nostro vicepremier uno e bino? Non potendo garantire la crescita economica, contro la quale come è noto cospirano quelle che una volta si chiamavano le forze della reazione (oggi più semplicemente realtà), il nostro beneamato garantisce nientemeno che il deficit.
“La garanzia che diamo è che il 2,4 è il termine massimo di deficit e saremo pronti a garantirlo e ad intervenire quando servirà nella legge di bilancio”. Ipse dixit il bicefalo, con ciò facendo strame di tutta una letteratura e una prassi aneddotica che mostra con chiarezza come i deficit tendano a crescere naturalmente quando rallenta la crescita, vuoi a causa degli stabilizzatori automatici, vuoi perché il numerino magico al denominatore non cresce quanto dovrebbe. Insomma, viviamo inconsapevoli nel magico mondo in cui un governo che vuole fare espansione fiscale per stimolare la crescita garantisce che farò austerità quando la crescita venga a mancare, ossia il contrario di quello che serve. Mi sorge il dubbio che il ministro bicefalo sia vittima di un refuso.
Anche perché nel frattempo il suo collega dell’Economia, il cui nome rima sempre più con Mammamia, stava rilasciando dichiarazioni altrettanto edificanti in audizione parlamentare delle quali vi offro un florilegio assortito perché non serve granché per capirne il tenore. “Le nostre preoccupazioni su un rallentamento sono confermate” e questo rende ancora “più necessario confermare l’effetto anticiclico della manovra”, dice. Quindi la manovra è anticiclica, ma il deficit è garantito. “Le stime di crescita della commissione europea, che fissano all’1,2% la crescita del Pil per il prossimo anno, riconoscono evidentemente l’effetto espansivo”. Quindi la Commissione fa “defaillance tecniche”, ma solo un po’. Mentre sullo spread, “è un livello di spread che preoccupa se viene mantenuto a lungo. Continuiamo a pensare che la definizione della manovra possa chiarire la situazione. Lo spread non può dipendere dal disavanzo per il 2019 al 2,4%”.
A proposito, mentre i due fenomeni recitavano le loro preghiere, lo spread tornava felicemente sui 300 punti, da quali in realtà si è discostato poco nelle ultime settimane. E questo mi ha ricordato un principio aureo:
Buon week end.
A lunedì.
PS In audizione pure lui in Parlamento, il vice dg di Bankitalia ci ha allietato il venerdì facendoci sapere che il carospread ci è già costato 1,5 miliardi, che sarebbero circa lo 0,1% del pil, rispetto a quanto avremmo pagato di interessi ai tassi di aprile. Se continua coi tassi attuali (e sperando che non crescano), “il costo sarebbe di oltre 5 miliardi nel 2019 e circa 9 miliardi nel 2020”. Ossia fra lo 0,3 e lo 0,6% del pil. Per fortuna il deficit è garantito.
Cronicario: Un altro grande successo su Italia Zero: la produttività
Proverbio del 6 novembre Un coltello non taglierà il proprio manico
Numero del giorno: 1.400.000 Liberi professionisti in Italia (+21% dal 2008)
Anche oggi Italia Zero, la nostra meglio tivvù del dolore, ci ha regalato di che pascere la nostra smania autodepressiva mandando in onda una meravigliosa release Istat che dice tutto quello che c’è da sapere e non avete mai osato chiedere sul perché siamo quello che siamo.
E che sarà mai, vi chiederete. Indovina indovinello. Cos’è quella cosa che ha sicuramente a che fare col fatto che tendiamo a fare zero di pil, o quasi, quando va bene e che è sicuramente correlata a quell’altra abitudine che abbiamo, ossia fare zero di crescita demografica?
No, non c’entra la sfortuna. Leggete qua.
Nel caso non fosse chiaro, questa è la tabella che misura l’andamento dei fattori totali della produzione, ossia di quelle cose che dovrebbero far crescere in maniera robusta un’economia. Guardate quanto è cresciuta la produttività totale dei fattori negli ultimi 22 anni.
Esatto: zero. Due zeri in fila sono un indizio. Tre sono una prova. E adesso provate a convincervi che dipende dall’Europa.
A domani.
L’Italia paga un conto da 30 miliardi per le sanzioni Usa contro l’Iran
Qualora nella concitazione delle cronache vi fosse sfuggito, è opportuno ricordare, come ha fatto egregiamente l’Ispi qualche tempo fa, che l’Italia paga un prezzo molto caro a causa dell’uscita unilaterale di Trump dall’accordo iraniano, che ieri ha subito una ulteriore esclation. Se ancora è difficile valutare con chiarezza quali saranno le conseguenze per il mercato petrolifero globale – molti temono un aumento dei prezzi – possiamo farci un’idea delle difficoltà che ne deriveranno per la nostra economia semplicemente guardando questo grafico diffuso dall’Istituto.
In sostanza noi italiani siamo i primi partner commerciali dell’Iran. Ed è un po’ difficile fare affari con un paese che non dovrebbe avere più accesso al mercato finanziario denominato in dollari. “Oltre alla perdita di contratti e investimenti per un valore stimato attorno ai 30 miliardi di euro, – scrive Ispi – Roma rischia di subire nuovamente gli effetti della destabilizzazione del Medio Oriente che l’isolamento di Teheran rischia di causare”.
Se a questo si aggiunge che insieme a Francia e Germania, Spagna e Paesi Bassi, osserviamo che il 76% dei suoi scambi l’Iran li fa con l’Europa. Le sanzioni Usa, quindi, sono innanzitutto un problema europeo. E questo spiega perché la Mogherini qualche tempo fa aveva parlato della necessità di creare un veicolo finanziario per consentire agli europei di continuare i propri commerci con la repubblica islamica. Questa entità, ammesso che nasca, non potrà operare prima dell’anno prossimo.
Se guardiamo esclusivamente alla questione petrolifera, il problema diventa ancora più complesso. Per noi italiani, che siamo fra i grandi acquirenti, ma soprattutto per i paesi asiatici, Cina in testa, che sono i principali acquirenti.
Gli Usa hanno concesso a otto importatori, fra cui l’Italia, di continuare ad acquistare petrolio iraniano per i prossimi sei mesi. Ma questo non vuol dire che i problemi siano risolti. Fra gli esentati, ad esempio. non ci sono francesi né tedeschi. Ma come si vede dal grafico, il problema principale ce l’hanno i cinesi, che sempre secondo alcune fonti avrebbero già ridotto a settembre il loro import di greggio dall’Iran, raddoppiando al contrario quello dagli Usa, malgrado la guerra commerciale. Dal canto loro i giapponesi hanno fatto sapere che chiederanno agli Usa un’esenzione dalle sanzioni superiore ai sei mesi concessi, visto che “le importazioni di greggio sono vitali per alcune attività produttive per il paese”.
A fronte di questa situazione, gli iraniani hanno fatto sapere che continueranno a vendere petrolio. Non è chiaro a chi, né come. Ma l’importante è crederci.
Cronicario: Occupazione e risparmio gettano la spugna con gran dignità
Proverbio del 31 ottobre Gli stolti attraversano la vita senza curarsi delle bellezze del creato
Numero del giorno 330.000 Aumento lavoratori over 50 in Italia da settembre 2017
Ora io a quelli che ci dipingono maestri del piagnisteo vorrei dire: andatevi a leggere che dice il boss dell’Acri, che non è un ridente comune del cosentino né la gloriosa cittadella crociata in Terrasanta dei bei tempi andati, ma l’associazione delle casse di risparmio che oggi festeggia in grande spolvero la 94esima giornata del risparmio. Ancora per poco, pare, perché continuando di questo passo il risparmio degli italiani sarà una bella storia da raccontare attorno al fuoco.
E che dirà mai? Presto detto: “Il risparmio privato – e non solo – non può venire sacrificato sull’altare del debito pubblico”. Anzi “è innanzitutto responsabilità del Governo di non mettere a rischio il risparmio degli italiani”.
Dulcis in fundo: ” Questo risparmio nelle ultime settimane è già stato significativamente ridotto”. Che non lo sapevate? Dai sì che lo sapevate. Non solo ve l’ha detto il vostro Cronicario, ma poi vi sarete accorti dello sguardo vitreo del vostro bancario quando siete andati a chiedere un mutuo, o – peggio – a chiedergli conto dei vostri investimenti in quei bellissimi Btp che collezionate dai tempi della nonna.
Ecco, a questi che ci accusano di essere piagnoni io vorrei dire: provateci voi a perdere un paio di cento miliardi, e voliamo bassi, in sei mesi e non inscenare una Traviata o almeno un Rigoletto. Noi ci siamo riusciti. Abbiamo incassato la perdita con gran dignità. Si vocifera che il consenso del governo sia sceso sotto il 60%. Ma è di sicuro un’esagerazione. Ma come in questo periodo stiamo dando prova di teutonica fermezza. Per dire, siamo esposti a un costante bombardamento di minchiate: tipo la storia della terra ai genitori di terzogeniti (ma dal 2019).
Ma soprattutto c’è quel fastidioso rumore di sottofondo chiamato esageratamente realtà che continua insistentemente a punzecchiare il governo del cambiamento. Non bastasse l’Italia Zero di ieri, oggi sempre la solita Istat, che evidentemente è matura per candidarsi alle elezioni, se n’è uscita con i dati sull’occupazione, che non sono proprio bellissimi.
Il che praticamente all’indomani dell’approvazione del mitico decreto dignità non è che giovi alla narrazione del popolo. Vaglielo a spiegare che i dati mensili non fotografano un trend a quello che ha perso il lavoro perché non gli hanno rinnovato il contratto e per giunta legge sulla stampa di regime che il reddito di sanchopanza arriverà chissà quando nel 2019. E tuttavia, anche stavolta, nonostante la suonata di sveglia, neanche un tremolio di palpebra presso il popolo del cambiamento. Per gli italiani, a quanto pare, vale quello che diceva la buonanima.
D’altronde, lo stato siamo noi no?
A lunedì
ps: toglietemi tutto, ma non il mio ponte (semicit).
Cronicario: Se l’avanzo non avanza più
Proverbio del 24 ottobre Gli dei aiutano l’uomo che non riposa sul dorso
Numero del giorno: 64,7 Aumento % degli italiani all’estero in dodici anni
Visto che volano lettere e letterine, e stendo un velo pietoso sulle veline, vi scrivo anch’io una breve missiva ispirato da una immancabile release Istat sul nostro commercio extra Ue.
Lo dovete leggere tutto questo pezzetto, specie il terz’ultimo punto dove si dice che il nostro avanzo sta diventando quasi un ex. E che succede se l’avanzo non avanza più?
Ecco, sapevatelo.
A domani.
Cronicario: VendItalia e torna la paura
Proverbio del 19 ottobre Anche profumato all’acqua di rose, l’aglio conserva il suo odore
Numero del giorno: 70 Differenza fra il rendimento del decennale greco e quello italiano
Ogni maledetto venerdì, fateci caso, appena uno inizia a fiutare lo sbraco imminente, succede qualcosa che ti fa andare lo sfizio di traverso. Per dire: passi l’Europa che ti boccia, la manina che cambia i decreti fiscali, i tunnel del Brennero – tutto quello che volete – ma il differenziale sul Bund decennale che di venerdì supera i 340 puzza proprio di complotto degli spreadator contro il sacro fancazzismo degli italien.
E infatti è già partita la manfrina. La borsa continua a perdere – sta sui 19mila punti quando erano 24mila a maggio – i Btp s’inabissano con grande gioia delle banche e delle famiglie italiane che ne hanno in pancia un 700 miliardi abbondanti e soprattutto riparte la graticola politica, che peraltro in questi ultimi giorni ha preso a sfrigolare pericolosamente. E fosse solo questo. Il VendItalia, nuovo sport internazionale a quanto pare seguitissimo, fa riemergere dal profondo le nostre più profonde paure.
Per dire viene fuori che ad agosto l’estero ha venduto un bel pacco di miliardi di Btp (17,4 miliardi e rotti), contribuendo non poco all’innalzamento del maledetto spread. Tant’è che a una cert’ora arriva il presidente delle banche associate che fa risuonare alto e drammatico l’urlo di dolore di un’intera categoria. “Non si può rimanere indifferenti di fronte alla ulteriore crescita dello spread, che peggiora le prospettive degli equilibri dei conti pubblici e complica le attività produttive tutte e gli investimenti delle famiglie e delle imprese, e non ci si deve abituare a ciò che spingerebbe l’Italia indietro rispetto alla ripresa”.
Che detto da quelli che si sono rimpinzati di Btp fino a scoppiare suona come la canoniche lacrime di coccodrillo.
D’altronde qualcuno dovrà pure comprarli, ‘sti benedetti Btp, direte voi. E meglio allora comprarceli da soli e sottrarci così all’odiosa tirannia del capitale internazionale, al quale peraltro abbiamo tirato una bella fregatura con l’aumento dello spread.
Giustissimo, applausi. Vi dirò di più: non solo ci sottraiamo dall’odiosa tirannia. Avere i Btp tutti a casa rende facilissimo fare un’altra cosa: cancellarli. Tanto il debito pubblico è ricchezza privata no?
Uno a uno e palla al centro (tavola). Buon week end.
A lunedì.
Cronicario: La Bella Manovra finisce a Chi l’ha visto
Proverbio del 18 ottobre Piove sempre più forte sulle case pericolanti
Numero del giorno: 114.925 Domande per sussidio disoccupazione arrivate all’Inps ad agosto
La manovra è bella. Punto. Ci credo sulla parola, perché il parolaio è nientepopòdimenoche il nostro primo ministro/ cittadino, avvocato del popolo che ce l’ha notoriamente lungo, il curriculum. Costui si trova all’estero a farci fare bella figura coi suoi modi forbiti e il suo inglese perfetto mentre quei pazzerelloni del governo – so’ ragazzi, capiteli – fanno baldoria coi decreti fiscali facendosi gli scherzetti. Appena ti distrai zac, arriva il condono Iva. Sbadigli e tié condoni pure una qualche provvista illegale con la scusa della pace fiscale.
E così il nostro primo difensore, dall’estero dove si trova, ha detto parole rassicuranti a tutti noi, spaventati dalla minaccia del ministro uno e bino di portare il la pace fiscale divenuta di nascosto condono in procura per far la perizia calligrafica alla manina che ha aggiunto a penna quello che prima non c’era e che lui poverino neanche poteva immaginare.
E che ha detto il premier che conta? “Abbiamo approvato il testo del decreto fiscale in Cdm e quello deve essere. Visionerò articolo per articolo”. Nessun problema per il governo verdolino, ci mancherebbe, anche perché, aldilà delle manine misteriose sui decreti e checché ne diranno gli eurocriticoni “più passa il tempo e più mi convinco che la manovra è bella”. E questo è il punto fondamentale. Aveva ragione quel tale che diceva che la bellezza salverà il mondo. Tanto che “la Merkel è stata molto attenta durante l’illustrazione della manovra italiana e impressionata dalle riforme strutturali” in cantiere.
La qualcosa sarà talmente vera che lo spread stamattina ha svettato verso i 312 punti, perché com’è noto i mercati amano la Merkel. Ma non stiamo a sottilizzare. La vera notizia che finalmente dissipa la nube di sospetti che si addensava sul governo del cambiamento l’ha comunicata poco dopo un sottosegretario all’economia. Gli chiedono chi conoscesse il testo del decreto fiscale e lui risponde: “Lo sapevano tutti”. Poi precisano la domanda e chiedono se anche il ministro uno e bino che è andato in procura praticamente ad autodenunciarsi sapesse. E lui risponde : “Non lo so”. E poi aggiunge che “non è stata mai vista né condivisa” la norma che qualcuno temeva potesse far salire il costo della rc auto al nord. Col che risulta chiaro che le norme della Bella Manovra, che escono, vengono ritrattate e poi scompaiono a colpi di tweet, hanno un futuro da star. Almeno a Chi l’ha visto.
A domani.
Cronicario: Se lo spread fa il Bot
Proverbio del 10 ottobre Il saggio non commette due volte lo stesso errore
Numero del giorno: 0,6 Impatto di crescita sul Pil della manovra secondo il governo
Il governo insiste, infischiandosene della burocrazia economica statale che come un coro critica la NADEF. Caso più unico che raro. Sicché decido di credergli: la Manovra Del Popolo è bella, ricca, identitaria, coraggiosa ma non impavida (cit.) e soprattutto prudente. E chi dice il contrario l’Europa lo colga. La possessione sovranista incede a passo di carica nella mia immaginazione mano a mano che il ministro Mammamia, che una volta rimava con Economia e adesso con ordalia, snocciola i dati della manovra: miliardi qua, miliardi là, trallallerollerolà.
La sinfonia di miliardi cantata dal ministro s’impossessa della mia attenzione come lo spirto guerrier ch’entro mi rugge, come diceva sovranamente il poeta. Fin quando a un certo punto, steso sul divano un ricordo seducente fa partire la mia mano. L’algebra ha la meglio: prendo la calcolatrice. Dice il ministro che faceva Economia ma ora sempre meno che le misure della manovra valgono 36,7 miliardi. Arrotondiamo a 37 sennò ci confondiamo subito. Quindici miliardi di spesa sono coperte, 22 no. Quindi sono in deficit. Ce li dobbiamo fare prestare. La scopertura non è una scoperta in sé, ma lo sono le stime di impatto sul pil delle singole scoperture.
Ah attenzione: dei 15 miliardi coperti quasi sette sono tagli mentre 8,1 sono aumenti di entrate. Entrate battono tagli, 1 a 0. Ma pure al netto di questa facezia, e stendendo un velo lagnoso su ciò che celano questi tagli e queste maggiori entrate, sono le stime di crescita pil delle misure in sé che mi appassionano. Complessivamente i 37 miliardi di manovra consentiranno una maggiore crescita del pil dello 0,6% nel 2019. Quindi sto spendendo un capitale in denaro (e in credibilità) per crescere una decina di miliardi in più rispetto alle previsioni inerziali. Nel 2019 il non aumento Iva, che costerà 12,5 miliardi, farà aumentare la crescita dello 0,2% del pil, quindi un tre miliardi e rotti a fronte di una spesa del quadruplo. Il reddito di cittadinanza e l’anticipo della pensione per i miracolati 62enni con 38 anni di contributi costerà 16 miliardi e farà crescere il pil dello 0,3%, quindi un po’ meno di cinque miliardi a fronte di una spesa tripla.
La Flat tax , che il primo anno costerà 600 milioni spingerà il pil dello 0,1%, ossia un po’ meno di un miliardo e mezzo per una spesa della metà (ma allora perché non tagliare le tasse di più?) e 3,5 miliardi di investimenti varranno appena 0,2% di pil, quindi altri tre miliardi e spicci. Le coperture costeranno minore crescita per 0,4 punti di pil. Ora, pure prendendo per buone le previsioni del MEF – il ministro si è risentito perché nessuno crede alle previsioni del MEF che non solo ha gli stessi modelli degli altri ma anche cervelli sopraffini, e quindi perbacco, crediamogli – un semplice calcolo di costo/opportunità mi fa dubitare fortemente che abbia senso spendere 16 miliardi, ossia un punto di pil, e litigare con mezzo mondo (l’altro metà sta in Italia a quanto pare) per spuntarne 0,3. Ma mi rendo subito conto che il mio è un “ragionamento da contabile”, come ebbe a dire all’alba un illustre parlamentare della maggioranza riferendosi ai tecnici dell’ufficio parlamentare di bilancio, che come è noto si occupano di papirografia.
Figuriamoci se la Manovra del popolo si può occupare di certe pinzillacchere. Odo la voce tonante di uno dei massimi esponenti del governo dire che “noi tiriamo dritto: neanche uno spread a 400 ci fermerà”, come pure aveva lasciato credere un altro ministro ieri sera, in evidente eccesso di realtà, e mi rassicuro. I mercati capiranno e l’iceberg sui cui rischiamo di schiantarci si sposterà come le acque del Mar Rosso al nostro passaggio. Siamo il governo eletto, che diamine.
La mistica verdolina aggiunge un altro grado lisergico al mio scombussolamento. E mica solo a me. La borsa rivide un timido rialzo e persino lo spread sembra ritirarsi intimorito dalle brigati gialloverdi, oggi vieppiù ardite alla faccia dei ragionieri. Ma poi capisco che è stato un diversivo. Viene fuori che il Tesoro ha collocato 6 miliardi di bot annuali a un tasso che sfiora l’1% (0,949) a fronte dello 0,436 di settembre con un rapporto di copertura in discesa da 1,91 a 1,63. Il contabile ha la meglio: pago il doppio (anche) perché ho meno domanda di Bot. Sull’annuale. E domani c’è un’altra asta, stavolta sul medio lungo. E a fine ottobre si replica, per giunta a valle del giudizio sulla manovra della Ue e delle agenzie di rating. Novembre è il più triste dei mesi, per chi cerca credito e sta al governo di un paese che ha tanto debito e vuole farne di più. Vi ricordate cosa accadde a novembre 2011 ai Bot semestrali?
“Faremo di tutto per riconquistare la fiducia dei mercati”, dice il ministro dell’ex Economia. Che problema c’è? Basta pagarli di più. Almeno per un po’. Poi neanche quello.
A domani.
Cronicario: Sogno o son DEF?
Proverbio del 3 ottobre La fortuna non dà nulla: presta
Numero del giorno: 40,8 Pressione fiscale in % del Pil nel II Q 2018 in Italia
Mentre tutto il mondo aspetta col fiato sospeso la nota di aggiornamento al DEF (NADEF), quel cento e passa pagine di promesse scritte con l’inchiostro simpatico del governo, lei furbescamente svicola. Dov’è la Nota? chiedono a destra e a manca, ma il ministro Mammamia, che pure ha lasciato a bocca asciutta l’Ecofin perché doveva correre a scriverla, ancora non la pubblica, mostrando con ciò il suo raffinatissimo genio cinematografico.
La NADEF, come Moretti e il ministro emulo, si nota in entrambi i casi, specie perché ha il pregio di cambiare in tempo reale a seconda di chi ne parla. L’aggiornamento di oggi è che il 2,4 di deficit si farà solo il primo anno e non per i prossimi tre, e poi scenderà negli anni successivi ma chissà di quanto.
Il che immagino abbia costretto le manine e le manone che avevano quasi finito di scrivere la NADEF col deficit al 2,4 per tre anni a buttarla nel cestino e a ricominciare daccapo. Ti pare facile mettere per iscritto quello che dicono i politici? Anche perché nel frattempo non è che hanno smesso di chiacchierare. Anche oggi come ieri, mentre i mercati continuano a vendere il debito italiano – ah nel caso vi fosse sfuggito questa è la ragione per la quale salgono i tassi (il mitico spread) – leggo dichiarazioni meravigliose che mi rassicurano come cittadino e come contribuente circa il fatto che ormai vivo nel migliore dei paesi possibili. E non tanto perché quei gufi di Confindustria dicano che la crescita sta rallentando, che sono buoni tutti a dirlo visto i chiari di luna, ma perché il nostro ministro uno, bino e trino gli manda a dire che se ne infischia e di “non farsi illusioni perché tanto la manovra non cambierà”.
Questo mentre il compare (lui il Gatto, io la Volpe, stiamo in società, cit.) conferma che “faremo una manovra coraggiosa per mantenere i sacri impegni presi con gli italiani e me ne frego delle minacce dell’Europa”.
Poi certo ci sono quelli che minimizzano, come il ministro Mammamia, sempre lui, che forte della sua straordinaria credibilità si presenta in Confindustria per rassicurare e spiegare, come si addice al bravo padre di famiglia che dovrebbe gestire la nostra contabilità. Pesco a caso fra le parole rassicuranti. Nel 2019 ci sarà “uno scostamento dagli obiettivi concordati con la commissione europea dal precedente governo”, ma “ci sarà poi un graduale ridursi del deficit negli anni successivi”. L’azione di Governo non è certamente improntata ad una “finanza molto allegra” che possa far “saltare i conti pubblici per dar spazio alle promesse”. Le “promesse sacre” (cit.) verranno mantenute con “forte gradualità nel corso della legislatura”. Serve una “strategia di politica economica diretta a conseguire una crescita più sostenuta e ridurre il gap di crescita che l’Italia ha avuto con il resto di Europa nell’ultimo decennio. Abbiamo bisogno di una crescita vigorosa, ed allo stesso tempo di una maggiore resilienza”.
Vi piace eh? Ok, continuo. Il Governo intende “intervenire con decisione su un piano di welfare, stendere maggiori reti di protezione sociale. Sarà condizione necessaria per evitare il rafforzarsi di sentimenti contrari al libero commercio, contrari al mantenimento di mercati competitivi, ed anche di sentimenti contrari all’Europa”. Ci dovrebbero ringraziare gli europei, altroché. E le pensioni anticipate? Facile: “E’ anche necessario intervenire su alcuni aspetti di transizione sulla riforma Fornero, che se da una parte garantisce la stabilità finanziaria di lungo periodo del sistema, nel breve periodo ha impedito alle imprese un fisiologico turnover delle risorse umane impiegate allo scopo di rinnovare le competenze necessarie all’innovazione”. E dulcis in fundo…Se dubitate che il reddito di cittadinanza (che ancora non si capisce cosa sarà) possa alimentare gli abusi sappiate che su mandato del ministro “la Gdf ha già predisposto un piano specifico per poter intervenire su quella linea di divisione che ci può essere tra lavoro nero e poveri. Chi giocherà su questo giocherà su un terreno molto rischioso”. Ditemi voi se tutto questo non è un sogno.
Dicono che alla fine del sogno arriverà la NADEF. Ma tanto non la leggerà nessuno.
A domani.
Cronicario: All’Italia serve una propria monetina
Proverbio del 2 ottobre Se incontri uno senza sorrisi regalagliene uno
Numero del giorno 80 Spread Grecia-Germania meno quello Italia-Germania
Chissenefrega dello spread, certo. E ancor meno me ne frego della borsa, tanto là ci stanno solo i ricchi, come no. Però del conto corrente, almeno di quello, ce ne vogliamo occupare? Per dire, se fossi un correntista postale dovrei fare un pensierino ansioso ai miei soldarelli che ivi giacciono, scarsamente remunerati, mentre il governo verdolino sogna di usare la Cdp, che incidentalmente controlla le Poste, come manleva di tutte le catastrofi aziendali nazionali?
Capisco l’entusiasmo per il governo del cambiamento, però non sarebbe male farsi qualche domanda. Tipo: perché uno dei massimi cervelli economici del paese, che incidentalmente è anche il responsabile economico di uno dei partiti della coalizione, nonché incaricato di pubblico servizio parlamentare, dichiara senza remora alcuna che “l’Italia avrebbe bisogno di una propria moneta”? Non serve essere geni come lui per capire che poi succede questa cosa.
Specie quando l’arguta affermazione avviene dopo la precipitosa ritirata di ieri sera del ministro Mammamia dall’Ecofin col pretesto di dover scrivere il Def. Che è come dire che il ministro s’era presentato all’interrogazione senza i compiti fatti. E poi quando il Gatto e la Volpe, ormai in grandissimo spolvero, dicono che a) non arretreremo di un millimetro sul Def; e che b) faremo causa a chi vuole male all’Italia, e in particolare agli eurocrati che con le loro dichiarazioni fanno salire lo spread. Infischiandosene della circostanza che lo spread sale da maggio, quando l’Europa taceva, non da ora.
E’ chiaro a questo punto pure a persone di scarsa intelligenza come me che nessuno può essere così privo di discernimento, anche se com’è noto la stupidità è un abisso senza fondo. Sicché ne deduco che c’è del metodo in questa follia e ne prendo atto. Vorrei però che le grandi intelligenze che stanno metodicamente facendo calare il valore dei nostri titoli di stato in corso di validità – ah non lo sapevate che questa è una delle tante conseguenze dell’aumento dello spread? –
dicessero ai loro tifosi che odiano l’Europa, i tedeschi, i francesi e chissà chi altro, che un buon 70 per cento dei titoli di stato italiani sta in Italia (dati settembre 2018).
Un bel po’ ce l’ha la Banca d’Italia, via QE ormai in corso di conclusione, e poi ci sono banche e assicurazioni, dove voi, cari tifosi, tenete i vostri soldini in conti correnti e polizze vita o chissà cos’altro. Perciò fatevi un’altra domanda: quanto hanno perso in valore i titoli di stato nelle pance di banche e assicurazioni (e stendo un velo sulla capitalizzazione della borsa dove tanto stanno i ricchi, banche comprese) da quando il governo del cambiamento ha cominciato metodicamente a fare incazzare gli acquirenti/venditori dei nostri titoli di stato? Facciamo i conti della serva. Sono tirati per i capelli, ma servono solo a chiarire l’idea. Lo spread è salito di circa 150 punti da maggio. Abbiamo un 2.300 e rotti miliardi di debito pubblico, diciamo che il 70% è in Italia, quindi, malcontati saranno un 1.600 miliardi. Il debito pubblico italiano ha una durata media residua di 82 mesi e mezzo (dato di giugno 2018). Quindi il nostro orizzonte di perdite teoriche, dando per buoni i conteggi della tabella sopra, si colloca in una forchetta fra il 7 e il 13% di 1.600 miliardi, ossia fra i 112 e i 208 miliardi. E questa perdita chi la paga?
Perciò, carissimi. Più che una moneta propria, l’Italia ha urgente bisogno di una monetina da tirare in aria per affidarsi alla sorte, visto che non riesce da sola a decidere che fare da grande. Testa o croce?
A domani.













































