Etichettato: maurizio sgroi cronicario

Cronicario: Zitti zitti (ma anche no) finalmente decresciamo


Proverbio del 31 luglio Il ramo troppo duro si spezza col vento

Numero del giorno: 10,9 Tasso % disoccupazione Italia in crescita a giugno dello 0,2

E adesso che il pil del secondo trimestre segna un accelerazione che decelera al +0,2% rispetto al primo, ci vogliamo fare un applauso? Anche perché il dato fa scopa con l’andamento (sempre dello 0,2, guarda il caso) del tasso di disoccupazione che però aumenta a giugno arrivando al 10,9. Godetevi in diretta la cronaca della nostra decrescita felice. Istat, parte 1:

Aggiungo, visto che il commento non lo dice, che “la variazione congiunturale è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nel comparto dell’agricoltura, silvicoltura e pesca e di un aumento sia in quello dell’industria, sia in quello dei servizi. Dal lato della domanda, vi è un contributo positivo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto negativo della componente estera netta”. L’export netto, insomma, ha remato contro. La variazione acquisita per il 2008 è +0,9. Per adesso. Quanto al mercato del lavoro, godetevi Istat/2.

Qualcuno si sorprenderà nel leggere che la buona notizia del calo degli inattivi si sposi con la brutta notizia dell’aumento dei disoccupati, ma dipende fatto che forse ignorano come funzionino le rilevazioni statistiche. Ma stiamo procedendo a passo spedito verso l’emersione delle disoccupazione che servirà, nei piani di qualche genio che dà consigli al governo, a farci avere più flessibilità di bilancio grazie alla quale magari pagare il reddito di cittadinanza.

Scherzi a parte (ma come si fa?) il dato italiano è sottotono sia rispetto al livello della crescita dell’Eurozona (+0,3 nel secondo trimestre rispetto al primo, +2,1% su basi annua), sia rispetto all’andamento della disoccupazione, che nell’EZ rimane stabile all’8,3%.

Tutto ciò accade mentre l’inflazione nella zona euro accelera, +2,1% a luglio, prendendo slancio persino in Italia (+1,5%), con carrello della spesa che arriva al +2,3%, con ciò assecondandosi le recenti scelte di politica monetaria che concluderanno a fine anno l’esperienza del QE.

Tutte queste belle notizie arrivano mentre le aule parlamentari sudano copiosamente per sfornare prima di ferragosto il mitico decreto Dignità che dovrebbe limitare i contratti a termine che sono l’unica cosa che aumentano in Italia, ma soprattutto mentre ormai 34,5 milioni di italiani fanno o si preparano alle vacanze, secondo i dati suggeriti da Federalberghi. Si osserva con piacere che l’80,2 di costoro faranno vacanze sovrane, contro il 78,6 dell’anno scorso. Ma soprattutto che sono aumentati dello 0,5% quelli che le fanno. E ancora non c’è il reddito di cittadinanza.

A domani.

 

 

Annunci

Cronicario: Prima gli italiani, poi l’estinzione (passando per la pensione)


Proverbio del 10 luglio Racconta i tuoi guai a te stesso e le tue felicità al mondo

Numero del giorno: 334.000 Ristoranti in Italia nel 2017 (+7% dal 2012)

Visto che vanno di moda le primazie italiane, mi sembra patriottico farvi sapere quella del giorno che arriva dritto dal cuore dell’Europa, quindi Eurostat visto che al momento l’Europa esprime solo contabilità, in occasione della giornata della popolazione.

Vabbé, siamo gli ultimi nel poco commendevole risultato del numero di nascite per mille abitanti (7,6), ma consolatevi ricordando che gli ultimi saranno i primi. A estinguersi in questo caso.

Visto che la nostra decrescita felice è iniziata da un pezzo, per adesso quella della popolazione ma ci stiamo rapidamente attrezzando per tutto il resto, non dovrebbe stupirvi notare, come fa la sempre diabolica Eurostat, che questo dato esce in contemporanea con quello sull’andamento del mercato immobiliare nel primo trimestre 2018 che cresce dovunque su base annua nell’EZ (+4,5%) tranne che da noi (-0,4). Lungi da me l’affliggervi su cause e ragioni che i cervelloni del piano nobile hanno già sviscerato. Noi del seminterrato – d’altronde il Cronicario non è mica perfetto – ci conteniamo di osservare che quest’altra primizia – o primazia se preferite – si sposa bene con la prima e fa scopa con la terza di giornata: quella del numero di over 65 e di over 80.

Tale primazia ne richiama subito un’altra, com’è ovvio: quella del dibattito pensionistico sul nostro discorso pubblico, che ormai è un genuino vituperarci a vicenda con grande gioia dei venditori di smartphone e di connessione dati.

Sicché come sempre accade quando arriva un nuovo governo, tanto più quando per contratto promette la pensione di cittadinanza (pagata in minibot, ma è un dettaglio), è ripartito il dibattito sulle pensioni con i sindacati che chiedono di superare la Fornero

e il governo che rilancia promettendo più pensioni per tutti, come accade praticamente dagli anni ’50. Inevitabilmente arriverà una nuova riforma delle pensioni che farà felici i pensionati e soprattutto i pensionandi, per estendersi a macchia d’olio verso tutti. Ma non vi allarmate. Il pensionamento collettivo sarà il nostro canto del cigno. Poi semplicemente spariremo.

A domani.

Cronicario: Quando sento parlare di equità intergenerazionale metto mano al Def


Proverbio del 13 febbraio Ci vuole tutta la vita per capire che non serve capire tutto

Numero del giorno: 3 Tasso di inflazione in UK su base annua a gennaio

Oggi le comiche del Cronicario cominciano prima del solito, più o meno alle 11, quando ancora il cazzeggio vola basso per evidenti motivi legati al bioritmo sociale.

Insomma a una cert’ora leggo la seguente perla rilasciata dall’augusto eminentissimo presidente della Corte dei Conti, che non sono nobili decaduti, ma magistrati con la passione della ragioneria, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2018, evento che nel nostro paese è sempre prodigo di grandi soddisfazioni e sfoggio di toghe.

Quanto alle soddisfazioni, leggete qua: “”Il quadro attuale della finanza pubblica ci indica come non più praticabile il percorso che, per assicurare i necessari livelli di servizi alla collettività, faccia ricorso ad una ulteriore crescita del debito pubblico. Una via preclusa non tanto dagli obblighi che ci provengono dall’esterno, dagli accordi europei, quanto piuttosto dal rispetto di un maggior equilibrio intergenerazionale nella ripartizione degli oneri”.

Cedo all’entusiasmo per tre secondi netti, ma solo perché non sono ancora lucido. La mia condizione di aggrava quando, poco dopo, nel cronicario globale risuona, dopo la clamorosa affermazione del presidente dei magistrati ragionieri, la nenia del presidente dei consiglio, il gentile Gentiloni, che comunica la seguente notizia: “All’incoraggiante situazione della crescita corrisponde un andamento positivo dell’avanzo primario: è dell’1,7% nel 2017 e potrebbe ulteriormente migliorare superando il 2% nel 2018”. Mi stropiccio gli occhi e d’improvviso mi ricordo della collezione completa dei Def, il documento di economia e finanza che il governo aggiorna due volte l’anno con grande spreco pagine, che custodisco nei recessi dell’hard disk come rimedio per gli eccessi di entusiasmo. Inizio a scorrerla e improvvisamente la realtà irrompe nella giornata. Scopro la notizia: per la prima volta nella storia repubblicana recente, al netto dei condizionali, il governo ha azzeccato una previsione sul DEF. Ecco il quadro del DEF 2017 aggiornato a ottobre.

Avanzo primario 2017 all’1,7% del Pil e del 2018 al 2%. E giù applausi. Tanto chi se lo ricorda cosa diceva il Def 2016, o gli altri DEF prima di lui?

Perché se uno se lo ricorda allora la notizia non è tanto che il governo abbia azzeccato una previsione, quanto il fatto che abbia rivisto parecchio al ribasso il risultato che pensava di raggiungere nel 2016 (avanzo primario al 2,4% pil nel 2017 e al 3,3 nel 2018).

e che non siamo neanche a metà di quello che sperava nel 2015.

E concludo col 2014 non perché sono sadico, ma per farvi capire che abbiamo un serio problema di memoria. Per noi quattro anni sono un’era geologica.

Cioé nel 2014 il governo ha messo per iscritto che saremmo arrivati a fine 2018 con un avanzo primario del 5% (e non eravamo neanche in campagna elettorale) e un debito pubblico lordo del 120% sul Pil. E vi faccio grazia dell’avanzo di bilancio dello 0,3%, che vuol dire in pratica che avremmo raggiunto e superato l’agognato (e promesso) pareggio di bilancio. Siamo arrivati dove siamo, invece, malgrado la ripresa economica, i tassi bassi, la ripresa del commercio estero eccetera eccetera. Ora capite perché quando sento parlare di equità intergenerazionale e di opportunità a non aumentare il debito metto mano al Def.

A domani.

Cronicario: Perdere 500 miliardi di mattone e vivere (in)felici


Proverbio dell’1 febbraio Il rimedio contro i tempi avversi è la pazienza

Numero del giorno: 145 Kg di cibo che ogni italiano getta nella spazzatura ogni anno

A chi dice che noi italiani siamo vagamente incazzati, vorrei ricordare che abbiamo avuto un lustro (a dir poco) vagamente depressivo e che, come se non bastasse, ce lo ricordano pure ogni giorno.

Ora vorrei dire a questi signori che se siamo sicuri esperti del piagnisteo dipende pure dal fatto che, oltre a essere dotati di un certo talento melodrammatico, abbiamo visto la nostra economia praticamente investita da un meteorite proprio mentre iniziavamo a credere di avere i superpoteri. Mi chiedo come avrebbero reagito – chessò – gli inglesi, maestri di aplomb, se avessero perduto più di 500 miliardi di ricchezza abitativa in cinque anni.

Bene, a noi è successo, e precisamente fra il 2011 e il 2016, come ci racconta Istat in una release molto istruttiva che mostra come la crisi abbia tosato notevolmente la nostra ricchezza patrimoniale, abitazioni in testa.

E siccome le famiglie sono le grandi proprietari di case, nel nostro paese, finisce che buona parte di questo dimagrimento coatto lo hanno subito loro. Parliamo di 350 miliardi buoni.

Ci sta che siamo un filo incazzati, che dite? Ma siccome non vedo nessuno che marcia per le strade con le chiavi di casa in mano, ne deduco che il nostro buon carattere mediterraneo abbia avuto il sopravvento. Della roba in fondo ce ne infischiamo, basta che abbiamo sole, cuore& amore.

Oddio, in effetti nel 2011 eravamo un filo più soddisfatti. Ma è questione di decimali. Abbiamo perso 500 miliardi di ricchezza abitativa – e vi faccio grazia del resto – e francamente ce ne infischiamo. Sono vagamente fiero di noi. Mi chiedo se non dipenda dal dettaglio che complessivamente la nostra ricchezza patrimoniale (esclusa quella finanziaria) nel 2016 abbia superato i 9,5 trilioni, l’84% dei quali sono immobili. Siamo un popolo di palazzinari (in)felici. Forse il buonumore viene alimentato dalla circostanza che il robusto dimagrimento dal 2012 sia stato più che compensato dal robustissimo incremento del valore del nostro patrimonio abitativo a partire dal 2001, quando inizia la serie. Il calo del valore delle abitazione dell’8,1% rispetto al 2011 non impedisce che il valore cumulato dal 2001 al 2016 sia cresciuto del 76%, passando da 3.268 miliardi a 5.738. Fino al 2008 crescevamo al ritmo del 9%. Questo mentre i nostri redditi andavano così:

Quindi al momento del picco dei nostri valori abitativi, i redditi avevano già perso quasi il 10% rispetto al livello del 2003. Vi sembra strano che il mattone sia dimagrito? A me sembra strano che sia ancora in piedi.

A domani.

 

Cronicario: Se questo è il lavoro, W le pensioni


Proverbio del 21 dicembre L’aceto regalato è più dolce del miele

Numero del giorno: 1.920.000 Produzione Eni di barili di petrolio nel 2017

Poi dice che uno vuole la pensione. E ti credo. E’ un inferno là fuori. Il lavoro intendo. E se non ci credete, date un’occhiata alle cronache che hanno ispirato il vostro Cronicario di oggi.

Nei primi 11 mesi di quest’anno l’ispettorato del lavoro ha effettuato oltre 150 mila controlli in aziende di casa nostra trovando irregolarità nel 65% dei casi, che sembra un tantino esagerato anche in un paese devastato dalla burocrazia come il nostro. Fra questi 150 mila sono stati trovati quasi 44 mila lavoratori in nero, che magari hanno pure i vantaggi statali riservati ai poveracci senza lavoro, oltre a far salire i tassi di  disoccupazione, il numero degli inattivi e tutte quelle mestizie che ci raccontano.

E stendiamo un velo sulle condizioni di lavoro di questi “neri”, ferie, malattia e altre amenità, per la semplice ragione che non le conosciamo. Allora un dice: vabbé il nero è l’eccezione, per fortuna c’è la regola. Nel senso di quelli messi in regola. E come no, fatevi due risate.

L’Osservatorio del precariato Inps ci regala alcune perle di saggezza che vi faranno passare un sereno Natale. Nei primi dieci mesi del 2017 sono stati attivati 1,33 milioni di contratti a tempo indeterminato, in calo del 2,7% rispetto all’anno scorso nello stesso periodo, visto che le cessazioni sono state 1,343 milioni nel frattempo. Complessivamente i posti di lavoro sono aumentati di 729 mila unità, ma solo perché sono cresciuti quelli a termine (+28%)  e dell’apprendistato (+26,3%) che hanno compensato il calo di quelli a tempo indeterminato.

E anche qui stendiamo un velo pietoso sulle condizioni di questo lavoro perché non è abbastanza natalizio raccontare di part time a termine pagati a 400 euro al mese. Meglio quindi tenersi sulle generali e raccontare dell’autentico boom del nostro mercato del lavoro: quello dei contratti a chiamata. Da quando hanno abolito i voucher sono cresciuti del 126%.

Di fronte a questo teatrino vagamente scoraggiante capite bene perché risulti così seducente l’isola felice della pensione pure a vent’anni. Per farvi un’idea di come vadano le cose laggù, leggetevi l’ultima release di Istat dedicata proprio ai nostri cari, nel senso di amati e dispendiosi, pensionati.

Ma non illudetevi, anche il paradiso non è più quello di una volta. Perché è pur vero che in media aumenta il reddito, ma i pensionati diminuiscono e con loro anche la pensione dei nuovi arrivati rispetto a quelli che ce l’hanno già. E’ un paradiso che si avvia a diventare un purgatorio. Meglio godersi il nostro piccolo inferno quotidiano, quindi. Almeno da vecchi e (im)probabili pensionati saremo abituati.

A domani.

 

Cronicario: L’Odissea dell’altro Supermario: quello della Bce


Proverbio del giorno Un piccolo tarlo può far cadere un grande albero

Numero del giorno: 150 Numero dei comuni italiani che si sono uniti

Sarà capitato anche a voi di avere a che fare con un moccioso sotto i dieci (o sopra i trenta oggi tutto è possibile) che fa il conto alla rovescia nell’attesa di un nuovo videogioco, questa peste internazionale che ormai non risparmia (e non fa risparmiare) più nessuno. Per cose che succedono, a me è capitato di finire in un giro di comunicazioni informali – diciamo così – che conteggiavano alla rovescia l’uscita del prossimo Supermario che io, deviato da questioni noiose come quelle economiche, ho subito scambiato per il solo e l’unico: quello che abita a Francoforte. Mi sbagliavo.

Era questo Supermario che aspettavano tutti. E l’ho capito solo perché a un certo punto è venuto fuori che sarebbe uscito domani, mentre io facevo la fila già da stamattima per il Supermario che oggi deve spiegare il futuro del QE. Ho sbagliato di poco però. Con l’originale, il mio Supermario ha in comune di dover affrontare un’odissea niente male: il viaggio di ritorno verso la normalità monetaria, la sua Itaca.

La prima tappa dell’Odissea di Supermario di Francoforte è cominciata oggi con l’annuncio dei tassi fermi “ben oltre l’orizzonte del QE” e dell’acquisto di titoli dimezzato da 60 a 30 miliardi al mese da gennaio a settembre prossimi. Ma hai visto mai, possono pure cambiare idea se lo cose vanno male. Gli acquisti di titoli potranno aumentare o essere prolungati anche dopo settembre, dice il consiglio della Bce, che conferma che reinvestirà i titoli in scadenza in strumenti di pari durata e quantità. Investimenti che a un certo punto saranno “massicci”, dice Draghi.

Ovviamente seguendo la stella cometa dell’inflazione, il mitico target del 2%: la bussola sulla cui sensatezza è ragionevole nutrire ampi dubbi.

Una cosa sulla quale non dovremmo dubitare, invece, è che la pacchia monetaria sta finendo. L’Eurosistema ha 300 miliardi di titoli di stato italiano in pancia, l’80% dei quali nel bilancio della Banca d’Italia, di fatto divenuta l’investitrice di ultima istanza del nostro governo al posto delle banche commerciali, che infatti stanno lentamente cedendo titoli di stato. Su cosa ci aspetta dal 2018 e soprattutto dal 2019, specie se l’inflazione torna a salire, ci sono ben pochi dubbi.

Anche per noi si prepara una bella Odissea, se ci pensate: dovremmo imparare a far quadrare i conti senza l’auto di mamma Bce. La normalità fiscale è la nostra Itaca, popolata da eserciti di proci affamati di prebende da dare e da avere. Non a caso Draghi, nel corso della conferenza stampa, ha ribadito l’importanza che i paesi adottino comportamenti coerenti con i loro obblighi europei, a cominciare dal rispetto dei trattati. Voi ci credete?

Perciò sia che vi abbeveriate alle parole del Supermario di Francoforte, sia che aspettiate di giocare (da domani) col Supermario di Nintendo, chiedetevi quale sia la vostra personalissima Odissea, visto che a quanto pare ci tocca a tutti.

A domani.

Cronicario: Il governo fa il pieno di cazziatoni per il DEF


Proverbio del 3 ottobre La mela non cade mai lontano dall’albero

Numero del giorno: 19.600.000.000 Valore della manovra finanziaria italiana

Voi che v’aspettereste se dessero un’occhiata ai vostri affarucci, nell’ordine, l’Istat, Bankitalia e la Corte dei Conti?

Ecco, appunto. E siccome c’è quella robetta della Nota di aggiornamente al Documento di economia e finanza del governo che gira come una trottola sui tavoli parlamentari, oggi è toccato nell’ordine a Istat, Bankitalia e Corte dei Conti, con un dulcis in fundo dell’Ufficio parlamentare di Bilancio, fare passarella in Senato dove una commissione congiunta si è potuta godere la lunga sfilza di cazziatoni toccata al governo. Cazziatoni bonari, ovviamente. Di quelli che ti dicono che sei bravo pure se non ti applichi abbastanza, ma che comunque sei bravo e che la puoi fare.

Il sipario si apre con Istat. Prima di dar voce al suo presiedente, l’Istituto ha rilasciato un paio di cosette niente male. Prima la revisione dei conti trimestrali, che fra le altre cose certifica il congelamento dei redditi reali degli italiani nel secondo trimestre a causa del rialzo dell’inflazione. Il potere d’acquisto perciò rimane lo stesso del primo trimestre e rispetto al I trimestre 2016 perde lo 0,3%. La propensione al risparmio, di conseguenza si affossa.

Con queste premesse il presidente Alleva si esibisce in un dignitosissimo peana sulle conseguenza nefaste dell’economia sommersa che viene quotata un centinaio di miliardi in tre anni – stima del MEF anni 2012/14 – 90 dei quali per mancati introiti tributari e un’altra decina di entrate contributive. Dal che deduco che siamo come la Svizzera e meglio della Germania, solo che la statistica non se ne accorge.

E che dice allora il presidente Istat? Che “le politiche di contrasto all’evasione assumono una valenza strategica anche per aumentare il potenziale di crescita e la competitività del sistema produttivo”. Prima cazziata e sottotitolo per il governo.

Poi arriva Bankitalia che col tono delle grandi occasioni cazzia il governo: “E’ imperativo ridurre il debito pubblico” e guai a tornare indietro sulle pensioni. Semplifico, ma il succo è questo. Cazziatone, ma sempre sottolineando che “una significativa riduzione del debito pubblico nel medio termine è possibile”.

Quando è il turno della Corte dei Conti, i contabili togati affondano l’aratro nel solco tracciato dai banchieri centrali: “Ogni arretramento” sul fronte pensioni “esporrebbe il comparto e quindi la finanza pubblica in generale a rischi di sostenibilità”. E come se non bastasse, nel conto del cazziatone ci mettono pure la spending review che in questi anni è stata condotta con criteri di emergenza che hanno penalizzato gli investimenti e i servizi dei cittadini. Maddai.

Per vie traverse mi è arrivato il pensiero silenzioso che ha formulato il governo al termine delle audizioni, che il vostro Cronicario vi rivela in esclusiva.

Tenetelo a mente.

A domani.

 

Cronicario: Il motivo della disoccupazione giovanile? L’età


Proverbio del 2 ottobre Il problema non è quando si va piano, ma quando ci si ferma

Numero del giorno: 56.3 Indice manifatturiero in Italia di settembre

E poi arriva l’Istat, in formissima già di lunedì mattina con una notizia che è meglio del quinto caffé del giorno.

E che dice la nostra portatrice di fiducia nazionale? Dice che il mercato del lavoro va alla grande, altroché. Ad agosto gli occupati crescono su base mensile di 36 mila unità e su base annuale di 375 mila.

Ma non c’è solo questo. Date un’occhiata.

Per dire, ci sono ottime notizie per l’occupazione femminile e persino per quella giovanile, diminuita dello 0,2%. Il tasso di occupazione è tornato ai livelli del 2008, al 58,2%. Il grosso del miglioramento è dovuto ai contratti a termine, cresciuti in un anno del 14,3%, pari a 350 mila unità, mentre quelli a tempo indeterminato sono pressoché stabili, con un +0,4%, pari a 66 mila posti.

Ma ancora più interessante è osservare che la disoccupazione giovanile, quella dei 15-24 rimane ancora al 35,1%, pure è se migliorata in un anno di 2,2 punti percentuali.

Mi accorgo scrutando la tabella che i tassi di disoccupazione più bassi in Italia ce li hanno i 50-64enni. E allora finalmente capisco qual è il problema della disoccupazione giovanile: l’età.

A domani.

Cronicario: Le gioie della famiglia e quelle dell’evasione Iva


Proverbio del 28 settembre Anche la mucca nera fa il latte bianco

Numero del giorno: 1,9 Crescita % prevista per la Germania nel 2017

E per fortuna che in Italia ogni tanto dedicano un qualche evento alle famiglie. Per fortuna nel senso che se ne parla e basta, visto che delle famiglie se ne parla almeno quanto ce ne infischiamo. Sono fatti loro. Delle famiglie, intendo.

Facciamo tutto in famiglia: ci manca solo che lo stato – tasse a parte – interferisca nell’ultima isola di libertà che ci è rimasta. Perciò l’idea di fare politiche per la famiglia è l’ultimo rigurgito statalista del nostro paese, per fortuna respinto con perdite. Sarà perché se ne parla talmente da sfiancare chiunque, laggiù dove si comanda, dovrebbe occuparsene.

E tuttavia oggi si è svolta addirittura una giornata per la famiglia, con la bella gente che vedete qua sotto,

tutti a magnificare le gioie della famiglia che però vengono oscurate da politiche incapaci di valorizzare l’unico autentico asset che ci è rimasto. Per dire, ha voglia il presidente Boeri a dire che “la crescita delle famiglie dipende dal lavoro delle donne” e che chi lavora ha “alti costi legati alla genitorialità”. Alla fine della Giornata, tutti amici come prima. E le famiglie?

Le gioie delle famiglie, peraltro in via di estinzione, mica possono essere turbate dall’intervento governativo. Tale considerazione resiste pure ad alcune considerazioni del presidente dell’Istat, Alleva, che ormai si esprime per grafici. Prendete ad esempio lo schema delle nostra famiglie.

Le coppie con figli – per dire, la famiglia tradizionale – si sono ridotte dal 41,9% del periodo 2005/16 al 35,7% del periodo 2015/16. Un capolavoro. Lasciate al libero mercato, le famiglie tradizionali stanno cedendo il passo alle persone sole, ormai una su cinque nuclei familiari.

Alleva ci ricorda anche un altro paio di cosette. La prima: la situazione occupazionale delle donne è fra le peggiori dell’Ue, siamo addirittura penultimi.

Ma soprattutto, emerge che dal 2005 al 2016 l’incidenza di povertà assoluta nelle famiglie è passata dal 3,6% al 6,3%, un meraviglioso sottosopra fra l’unità e i decimali.

Notate come schizza l’indice di povertà per chi ha tre o più figli. Ma non vi preoccupate: nessuno si sogna di interferire in questo meraviglioso processo di mercato. Le famiglie si estinguono perché lo vuole l’economia, mica penserete che possiamo intervenire ovunque. E poi, dove li prenderemmo i soldi?

No, perché stamattina ho letto da qualche parte che l’Ue ha nominato l’Italia prima in classifica per l’evasione Iva: una robetta da 35 miliardi di Iva evasa ogni anno su un totale di 150 miliardi evasi in tutte Europa. Sapete quanto siamo affezionati ai nostri primati. Quindi la nostra evasione Iva, più o meno il nostro deficit fiscale annuo, ci dà la stessa gioia del nostro primato di famiglie estinte. Sono due facce della stessa medaglia. Ma guai a dirlo: sono affari di famiglia.

A domani.

Cronicario: Abbiamo rivisto il deficit, sta bene e ci saluta


Proverbio del 22 settembre Corvi con corvi non s’accecano fra loro

Numero del giorno: 682 Morti sul lavoro in Italia nei primi otto mesi del 2017

Abbiamo rivisto il deficit: sta bene e saluta tutti. E’ in forma e promette di mantenere la sua taglia, anche se tende un po’ a ingrassare, e bisogna capirlo, ormai ha i capelli bianchi. Dice pure che è bene intenzionato a rispettare i parametri europei, ma con calma e per favore, perché siamo un grande paese e l’Europa non può trattarci a decimali in faccia. Quindi ha preso e se ne andato tutto contento perché l‘Istat, che ha rivisto oltre al deficit anche il debito del 2016, ha certificato che quest’ultimo è diminuito di una cosetta nel corso dell’anno: dal 132,6 al 132%, nientemeno.

E il deficit? L’hanno rivisto, appunto: è aumentato da -2,4% a -2,5%. Un decimale appunto, giusto un buco in meno sulla cintura del nostro risparmio pubblico.

Nulla, infatti. Vedremo adesso che presentano il DEF, che doveva arrivare oggi ma slitta a domani, che è sabato e la gente è distratta. Intanto ricordo a chi distratto non è, ma magari è smemorato, che il governatore Visco ha detto non più tardi di ieri che se si vuole portare il debito sotto il 100% in dieci anni serve un avanzo primario del 4%, a fronte dell’1,5 attuale.

Mentre il deficit ci girava la spalle, sorridente e ben nutrito, ci siamo trovati di fronte all’ira funesta dei cinesi contro S&P che ieri l’ha declassati e oggi, dopo gli strali del governo di Pechino, ha pure tolto la tripla A ad Hong Kong, che è un po’ la Cina off shore. Una delle poche tripla A rimaste al mondo. Se potessimo parlare ai cinesi diremmo loro di non rimanerci male: quando S&P ti declassa vuol dire che ormai sei entrato a pieno titolo nell’economia internazionale.

La migliore della settimana, però, se l’aggiudica il nostro beneamato Draghi che, parlando a Dublino ed evocando inconsciamente Papa Francesco (d’altronde SuperMario è il Papa laico) ha detto che “i giovani non vogliono vivere con i sussidi, vogliono lavorare e allargare le proprie opportunità” e che i governi devono darsi da fare per “rispondere alle loro richieste”.

Se fossi giovane, tanta attenzione mi spaventerebbe. Per fortuna l’anagrafe è dalla mia.

A lunedì.