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Cronicario: Evviva la pensione, e chi non ce l’ha emigri


Proverbio del 21 giugno La necessità è madre di ogni invenzione

Numero del giorno: 2,1  Investimenti pubblici in % del Pil in Germania nel 2016

Ma io che gli ho fatto al mio paese, mi domando preda d’un vittimismo insensato – visto che a detta di tutti vivo nel paese più bello del mondo – che però mi cattura come un genio maligno appena mi capita sotto gli occhi l’ultima fatica dell’Istat che tratta della redistribuzione del reddito in Italia.

Che ci capite voi da questa tiritera? Io solo che vivendo in coppia con figli minori, a me il governo toglie molto più di quello che dà e perciò sono a rischio povertà. Perciò: ma che gli ho fatto io all’Italia?

Vabbé, mi consolo pensando che forse andrà meglio ai figli. Ma poi arriva Ocse e mi disillude.

Ora non dico che ambivo alla Norvegia, che spende quasi il 2% del sul pil per la cura e l’educazione dell’infanzia. Ma neanche ad essere il sestultimo con lo 0,4% suppergiù però. Poi dice che i figli crescono maleducati.

Mi arrovello e mi tormento quando d’improvviso mi capita sott’occhio una ricerca presentata dai consulenti del lavoro secondo la quale fra il 2008 e il 2016 oltre 500 mila italiani sono scappati all’estero, e vi faccio grazia dei 300 mila stranieri che hanno fatto la stessa cosa, confermando che chi non ha alle spalle un patrimonio familiare, o almeno una pensione, ormai piglia e ne va. Se ne vanno pure i pensionati, a dirla tutta. Si godono i soldi nei paesi che tassano e costano meno.

Dove? Solo quest’anno 20 mila hanno scelto la Germania, terra che attrae i nostri fin dai tempi dei Magliari. Gli altri oscillano fra GB e Francia. Ci penso sopra e mentre che cerco la valigia viene fuori che Banca Intesa ha fatto sapere che rileverà a un prezzo simbolico attivi e passivi delle banche venete, salvo la spazzatura tipo npl, obbligazioni subordinate e rapporti societari disfunzionali e quant’altro. E allora mi ricordo: in Italia non serve solo una pensione. Bisogna avere anche una banca.

A domani

 

 

Cronicario: Scoppia la guerra del Golfino


Proverbio del 5 giugno Lo stolto, pur di non rischiare, non tenta mai nulla

Numero del giorno: 2,7 Crescita pil prevista da Banca mondiale nel 2017

Ditemi voi se si può iniziare un lunedì mattina, che uno parte già rincoglionito dopo l’ennesimo ponte, con questa roba:

Che, che che? Si il Qatar tuttodunotratto ha fatto incazzare mezzo Medio Oriente. Se guardate una mappa dell’area vi fate un’idea più chiara.

No lo vedete il Qatar? Spetta..

Ecco ora lo vedete: è quello spuntone di sabbia che si affaccia sul Golfo Persico, già teatro di grandi e magnificenti guerre di fronte alla quale il ban sul Qatar impallidisce di vergogna. La guerra del Golfo si è ridotta a quella del Golfino.

Senonché c’è poco da ridere. A parte il fatto che i poveri qatariani rischiano di rimanere a stomaco vuoto, visto che il Medio Oriente fornisce il 49% delle importazioni di cibo, buona parte del quale dal confine Saudita, ora chiuso,

lo spuntone laggiù è uno dei paesi più ricchi del mondo, nonché notevole esportatore di materie prime e dotato di un fondo sovrano a dir poco pingue che ha un qualche interesse anche dalle nostre parti.

Che ne sarà di noi? Si chiedono gemendo e contriti gli osservatori made in Italy. Probabilmente nulla. Peraltro stamattina il petrolio è salito di un’anticchia, salvo poi tornare dov’era e per giunta calare. Perciò quest’argomento lo consegnamo al cazzeggio degli sedicenti analisti e andiamo oltre. C’è vita fuori dal Golfino.

Ad esempio se andiamo giusto un filo più a Oriente troviamo la nostra amatissima Cina, fresca di litigio con l’Ue sulla questione MES, ossia lo status di economia di mercato che Bruxelles avrebbe dovuto riconoscerle, dove qualcuno osserva una crescere dei deflussi nel mese di aprile.

 

Sarà mica che gli investitori tornano a riprezzare il rischio cinese? O, più probabilmente, hanno di meglio da comprare. Per dire, c’è quella roba che si chiama Bitcoin che sta arrivando al record di tutti i tempi scrivendo un nuovo capitolo del lunghissimo libro dedicato alle sòle finanziarie iniziato – grossomodo – con la mania dei tulipani scoppiata in Olanda nel XVII secolo.

Ma d’altronde pure da noi c’è poco da ridere. La borsa cala dell’1% mentre scrivo e si litiga sulla questione dell’Ilva, con le varie cordate a disputarsi il cadavere. Ma la vera notizia arriva dal MEF. Nei primi quattro mesi del 2017 le entrate fiscali sono aumentate del 2,2% rispetto allo stesso periodo del 2016. Una robetta da quasi 125 miliardi. Ed ecco un’altra cosa che in Italia cresce sempre, come le pensioni.

A domani.

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Cronicario: Se mio nonno aveva tre palle era Visco


Proverbio del 31 maggio Ogni occhio ha il suo sguardo

Numero del giorno 1,4 Stima preliminare Istat inflazione a maggio

E’ giorno di messa cantata, pure se canta solo uno e gli altri lo adorano in religioso silenzio, come si addice al monologo annuale del papa del dio denaro: il governatore della Banca d’Italia.

Papa, poi, che esagerazione. Da quando c’è la Bce, al massimo fa il cardinale. Epperò l’assise rimane perché siamo amanti della tradizione e c’è gente che fa le carte false ogni anno (o al limite i bilanci) per essere invitata ad ascoltare, misurandosi l’importanza protocollare dai centimetri di distanza dal leggio del governatore.

Esaurite le questioni di forma, e assodato che l’adunanza di Bankitalia concorre col primo maggio  e il 25 aprile a definire l’identità del paese, ho scorso in lungo e largo le illuminate Considerazioni Finali (maiuscolo, mi raccomando) provando a misurare la mia piccola intelligenza col gigantesco metro del dominus di via Nazionale, un indirizzo che è già un destino. Ne sono uscito sfinito, ma almeno e ne ho tratto alcune perle che dovete assolutamente conoscere.

Perla numero 1: “Negli ultimi sei anni gli interventi di politica monetaria mirati a
contrastare la crisi finanziaria, quella dei debiti sovrani e i rischi di deflazione
hanno inciso profondamente sulla dimensione e sulla struttura del bilancio
della Banca d’Italia. L’attivo è aumentato di oltre 440 miliardi, raggiungendo
i 774 miliardi. Il portafoglio di titoli detenuti per fini di politica monetaria è salito da 18 a 245 miliardi. Il rifinanziamento alle banche è aumentato di 157 miliardi”. Che vuol dire? che i debiti della Banca d’Italia stanno sostenendo il bilancio dello stato e quello delle banche. Nulla di strano: si chiama QE, quantitative easing.

Di buono c’è che in conseguenza della perla numero 1, Bankitalia ha restituito sotto forma di utile sui titoli 2,2 miliardi, oltre a 1,3 miliardi di imposte. Se vi sembra strano che i debiti di una banca sostengano quelli di un governo e alla fine generino utili per il governo stesso, vuol dire che siete poco addentro ai misteri gioiosi del central banking.

Ma non preoccupatevi: si vive benissimo anche senza.

Perla numero 2. “La politica monetaria non può da sola garantire il ritorno a una crescita stabile e sostenuta. I problemi strutturali delle economie nazionali vanno
affrontati accelerando i necessari interventi di riforma. Dove il debito è particolarmente elevato deve proseguire con decisione il consolidamento
dei conti pubblici, orientando la composizione del bilancio in modo più favorevole alla crescita; dove è più contenuto, è possibile sostenere la domanda interna, in particolare con investimenti in infrastrutture, evitando un livello eccessivo della posizione netta sull’estero, tale da fornire argomenti a sostegno di interventi di protezione commerciale”. E qua Visco parla a noi – quelli del consolidamento – e ai tedeschi, che fanno incazzare gli americani con i loro attivi commerciali e li spingono al protezionismo. La perla numero 2 porta con sé un corollario altresì imperdibile: “Agli attuali ritmi di crescita il Pil tornerebbe sui livelli del 2007 nella
prima metà del prossimo decennio”.

Perla numero 3. “Per il biennio 2012-13, a gennaio del 2012 prevedevamo un calo del prodotto dell’1,5 per cento (dello 0,4 in uno scenario meno sfavorevole); in estate la stima della riduzione passava al 2,2 per cento; a consuntivo si registrava una diminuzione del 4,5 per cento. Al risultato contribuivano la decelerazione del
commercio internazionale e il crollo della fiducia nelle prospettive dell’area dell’euro, che amplificavano gli effetti della stretta creditizia e della correzione di bilancio”. Morale della perla: le previsioni del tempo sono più accurate di quelle degli economisti.

Perla numero 4. “Dal 2008 l’incremento del rapporto tra debito e PIL è stato essenzialmente determinato dalla dinamica sfavorevole di quest’ultimo. Se il prodotto fosse cresciuto in termini reali al tasso medio, pur contenuto, degli anni compresi
tra l’avvio dell’Unione economica e monetaria e l’inizio della crisi finanziaria e
se l’aumento del deflatore fosse stato in linea con l’obiettivo di inflazione della
BCE, per il solo effetto di un denominatore più elevato il rapporto tra debito
e prodotto sarebbe oggi analogo a quello del 2007”. Lo so che vi risulta criptico, ma adesso Visco ce lo spiega meglio. Più avanti infatti dice che se ci fosse “un tasso di crescita annuo intorno all’1 per cento, l’inflazione al 2 per cento e un saldo primario (ossia al netto degli interessi) in avanzo del 4 per cento del Pil, sostanzialmente in linea con il quadro programmatico del governo, ciò consentirebbe di ricondurre il rapporto tra debito e prodotto al di sotto del 100 per cento in circa dieci anni”.

No. Era Visco

A domani

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Cronicario: L’Europa ci promuove. Buone vacanze


Proverbio del 22 maggio In una lite tutte e due le parti hanno torto

Numero del giorno: 0,4 Crescita % pil nella zona Ocse nel primo quarto 2017

E per cominciare bene la settimana, una bella promozione. Non provocherà applausi ma certo giova allo spirito sapere che gli occhiuti commissari europei assolvono grossomodo l’Italia dai suoi obblighi certificando addirittura “che sono state adottate le ulteriori misure di bilancio richieste per il 2017, e che pertanto in questa fase non sono ritenuti necessari interventi supplementari per garantire la conformità con il criterio del debito”.

E così, fra il lusco e il brusco la Commissione Ue trova pure il tempo di pubblicare le sue pagelle primaverili, che disegnano una situazione persino sorprendente della nostra contabilità pubblica. Siamo usciti dalla zona rossa, e ora siamo in quella arancione.

E non finisce qui. “Riguardo a Cipro, all’Italia e al Portogallo, che presentavano squilibri macroeconomici eccessivi, la Commissione ha concluso che non vi sono dati analitici che giustifichino il passaggio alla fase successiva della procedura, a condizione che i tre paesi attuino pienamente le riforme indicate nelle rispettive raccomandazioni specifiche per paese”. Quindi promossi, ma con riserva, se non proprio rimandati a settembre. Ma va bene così. Intanto

L’unico che può guastare la festa è la Bce, se davvero insiste a dire che la crisi è alle nostre spalle e che magari potrebbe pure dare un ritocchino ai tassi. Con calma e per favore, mica vorrà interrompere un’emozione?

A proposito di emozioni, oggi è toccato all’Ocse pubblicare i dati della crescita del pil nel primo trimestre per i paesi dell’area registrando con sommo sconforto che la crescita ha rallentato dallo 0,7% allo 0,4%.

Notevole, fateci caso, il tonfo di Usa, Uk e Francia, che affossano il risultato globale delle prime sette economie. L’unica che ha superato se stessa è stata la Germania.

E per concludere in bellezza, visto che è lunedì e ci hanno pure promossi, vi svelo il sondaggio congiunturale di Bankitalia fatto con gli agenti immobiliari sul nostro mercato del mattone.

Ve la faccio semplice: gli agenti vedono rosa. Ma non per quest’anno e neanche il prossimo. Per il 2019.

A domani.

Cronicario: E’ primavera, cadono le borse


Proverbio del 18 maggio Finché si ride di te vuol dire che sei vivo

Numero del giorno: 110.000.000 Multa inflitta dalla Commissione Ue a Facebook

Toccate ferro che passano i gufi. Visto no? La borsa s’ammoscia e tutti a urlare al lupo al lupo. Addirittura qualche fenomeno ha scritto che la borsa di Milano perde due punti, almeno mentre scrivo, perché a Trump piacciono i russi (e non sanno dei cinesi). La qualcosa ha la stessa plausibilità che se vi dicessi che cadono le borse perché è primavera.

Il livello è questo e c’è poco da fare. Quindi tenetevi forte perché si ballerà un po’ e come sempre vince ci finisce il giro, non chi molla. Nel frattempo godetevi i dati Inps sul nostro mercato del lavoro e l’andamento della nostra cassaintegrazione.

Non vi spaventate per l’impennata. Spaventatevi per il fatto che dopo otto anni siamo ancora al livello del 2008. E siamo pure migliorati eh.

Allegri anche perché fra gennaio e marzo 2017 abbiamo avuto, nel settore privato, un saldo positivo di assunzioni per 332 mila persone, qualche decina di migliaia in più del primo trimestre 2016. Allegri poi fino a un cero punto perché il saldo è notevolmente influenzato dall’andamento dei contratti a tempo indeterminato (+22.000), dei contratti di apprendistato (+40.000) e, soprattutto, dei contratti a tempo determinato (+315.000, inclusi i contratti stagionali).

Il fatto che le borse non c’entrino nulla con l’economia lo illustra bene anche il Giappone, che ha visto un pil del primo trimestre in crescita dello 0,5% – alla faccia dei gufi – per chiudere la giornata di borsa a -1,32%. Storie primaverili, appunto. Come quella dello shale oil, il nuovo petrolio americano, che trovo esemplificata in questa meravigliosa battuta di un tizio di Platts.

E che mi fa il petrolio a metà giornata? Un bel -1,3%. Sempre perché è primavera e cadono anche i prezzi del greggio, malgrado il mercato non sia poi zuppo e anzi c’è qualcuno che si aspetta che arrivi a 60 dollari appena l’offerta diverrà carente.

Per finire in bellezza le storie primaverili di oggi, non potevo che raccontarvi del Brasile che ha cominciato la giornata così.

Aprire la borsa con -10% sembrerà troppo persino in primavera. Ma in effetti laggiù è autunno, e questo spiega ogni cosa.

A domani.

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Cronicario: Bistecca texana per gli schizzinosi cinesi


Proverbio del 12 maggio Un anziano che muore è una biblioteca che brucia

Numero del giorno 3.000.000 Multa inflitta a Whatsapp per concorrenza sleale

E così, anziché dargliela a bere, ai cinesi, Mister T. è riuscito nel miracolo di dargliela da mangiare: una bella bisteccona texana con l’osso che fino a ieri non varcava le frontiere perché quei fissati dei cinesi chissà di che si preoccupavano.

Altro che involtino primavera. Finalmente entreranno a pieno titolo nella globalizzazione del colesterolo, ingurgitando carne rossa e trigliceridi opportunamente carichi di tutto ciò che serve, ormoni compresi, per crescere belli, robusti e biondi come gli americani.

Adesso mi toccherà dirlo a quel fenomeno del piano di sopra che di questa cosa della bistecca ne aveva parlato pure in radio facendo ridere mezza Italia. Pensa che risate si starà facendo lui adesso.

Comunque sia l’accordo fra cinesi e Usa sulla bistecca è solo la parte appetitosa di una roba poco saporita ma assai consistente, che riguarda cosette tipo accettare che le agenzie di rating Usa esprimano giudizi sulle imprese cinesi (e quindi ci incassino pure qualcosina), o consentire che le società di carte di credito Usa aprano una dependance a Pechino e Shanghai. Che volete che sia: una sana iniezione di American way of life in un mondo ancora timido. Magari servirà a diminuire quel debituccio commerciale che gli Usa hanno nei confronti dei cinesi.

Di sicuro la vicenda della bistecca non finisce qui. Toccherà rosicchiarsela pure noi europei, ‘sta costoletta prima o poi, visto che Mister T ci ha già purgato niente male e che gli Usa e l’Ue litigano da un ventennio per questa storia della carne. E mica solo per questa. C’è anche questa storia dell’acciaio che bolle in pentola. Proprio oggi l’Ue ha confermato un bel dazio sui tubi cinesi senza saldatura che oscilla dal 29 al 54%, per dire. La storia dell’acciaio, però, se volete ve la leggete su Crusoe, che oggi ve la racconta per bene. Qui dobbiamo occuparci di bazzecole come il primo trimestre del pil tedesco, aumentato dello 0,6%, che sembra poco ma invece è più frizzante di quanto si pensasse. Vedete come s’impenna presuntuosetto?

Lo sapevamo già che l’export a marzo era stato esagerato. Ma è tutta l’economia tedesca che è esagerata se persino il cattivissimo Schaeuble ha dovuto confessare allo Spiegel che “è giusto dire che il surplus tedesco è alto, ma questo non dipende dalla politica”. Siete voi acquirenti di Mercedes, Bmw, elettrodomistici e quant’altro, i colpevoli.

E tuttavia, malgrado questo clima mesto, vi farà piacere sapere – così concludiamo in bellezza – che la fiducia globale sta crescendo.

E se lo dice la Banca d’Inghilterra che aveva previsto disastri a causa della Brexit, la cosa mi rassicura. Talmente che vi saluto.

A lunedì.

 

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Cronicario: Il petrolio si sgonfia come la France e il nostro pil


Proverbio del 5 maggio Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco

Numero del giorno: 6.100.000 Auto prodotte in Cina nel I Q 2017

Sarà colpa del caldo incipiente, ma qui inizia ad ammosciarsi tutto. Ha iniziato il petrolio di prima mattina quando il WTI è scivolato sotto i 45 dollari, a 43,76 per poi rimbalzare in tarda mattinata e riportarsi sopra i 45. Ma ormai il danno era fatto: gli occhiuti ficcanaso che scrutano i listini si sono accorti che il petrolio ha un problema.

Leggo persino un ficcante analista spiegare che “il crollo è causato principalmente dalla ripresa della produzione americana di shale oil che di fatto sta coprendo il taglio attivato dai paesi del cartello Opec”. E allora mi sorge il sospetto che i fighetti del piano di sopra, quelli che scrivono cose serie – mica come il sottoscritto – e non dicono mai le parolacce, non avessero tutti i torti quando dicevano la stessa cosa a fine dicembre scorso. Ma non gli dico niente perché se la tirano e figuratevi se non lo sanno già.

Ma soprattutto mi s’ammoscia la ripresa in Italia. L’Istat, che fa di tutto per dare buone notizie, ha pubblicato la sua nota mensile dove si legge che l’indicatore anticipatore della crescita rimane positivo ma evidenzia una decelerazione.

Che non sarebbe inquietante se non andassimo già così piano. Provateci voi a decelerare una tartaruga.

Se volete una rappresentazione del nostro stato letargico, vi basti guardare l’andamento delle nostre vendite retail, scese al livello più basso degli ultimi cinque mesi

e poi confrontarle con quelle della Germania, che hanno registrato il rialzo più alto da luglio 2015.

Ma lo sgonfiamento più solenne è quello della Francia. Madame La France ha visto ammosciarsi il dibbbattito sulle sue elezioni che ci ha sfiancato per queste due settimane pre ballottaggio – e vi faccio grazia dei mesi precedenti – solo perché aveva una candidata minacciosa. E noi che dovremmo dire?

Poiché non si può dire che vincerà Macron perché tutti i cervelloni si sono scottati prima con la Brexit e poi col trionfo americano di Mister T, ecco allora che i soliti paraculi se ne escono con cose tipo Macron è in testa ma…chi può dire che succederà? Ecco:

E invece no. Non sarebbe il cronicario globale che è se non ci fossero povericristi che si pro-curano da vivere scrivendo queste cose. Il vostro Cronicario invece è speciale. Non lo paga nessuno, perciò non dice minchiate ma solo verità cristalline. E non ha certo paura di dire le cose come stanno.

Ed è in questo spirito di profonda riverenza della vostra intelligenza che esprimiamo la verità definitiva circa l’esito delle elezioni francesi.

Il nuovo presidente francese lo scoprirete dopo le elezioni.

A lunedì.