Cronicario: Calano le vendite, ma è un dettaglio

Proverbio del 7 novembre Il denaro sognato non si può spendere

Numero del giorno: 1,5 Crescita % Germania rivista al ribasso per il 2019 

Siccome va tutto bene, e la manovra del popolo lo farà andar meglio, non dovete affatto preoccuparvi di leggere gli ultimi dati sulle vendite al dettaglio che la solita diabolica Istat, in pervicacia osservazione della realtà (che neanche è stata eletta) ha diffuso oggi.

Notate la finezza. Prima le buone nuove e poi le cattive. Tanto lo sanno tutti che si e no uno su cento legge oltre al terza riga. Chiamarle buone nuove, poi, è un po’ esagerato. A parte che il tendenziale sul trimestre luglio-settembre è negativo, è negativo pure il congiunturale mensile (-0,8% in valore e -0,7% in volume), quindi le vendite rispetto al mese precedente, sia il tendenziale annuo (-2,5% in valore e -2,8% in volume), ossia le vendite rispetto a settembre 2017.

Degno di nota il fatto che su base annua calano sia le vendite alimentari (-1,6% in valore e -3,1% in volume) sia quelle di beni non alimentari (-3,1% in valore e -2,6%in volume). Fra questi ultimi ” si registrano variazioni tendenziali negative in quasi tutti i gruppi di prodotti, ad eccezione di Elettrodomestici, radio, tv e registratori (+2,1%)”. Il gadget elettronico è proprio l’oppio dei popoli del nostro tempo.

Ai pochi che sono arrivati fin qui farà piacere inoltre sapere che “a livello tendenziale, il valore delle vendite al dettaglio registra un calo dell’1,2% per la grande distribuzione e una diminuzione ancora più sostenuta, del 4,3%, per le imprese operanti su piccole superfici. Il commercio elettronico registra una crescita del 2,7%”.

A parte questo, si conferma la meravigliosa eccezionalità italiana che non poteva lasciare indenni le vendite al dettaglio, specie da noi che siamo di natura sparagnina e abbiamo capito che il conto ancora ce lo devono presentare. Nell’Ue, infatti, è andata diversamente.

Su base annua – mi limito a questo sennò vi ubriaco di cifre – nell’eurozona le vendite al dettaglio a settembre sono aumentate fra lo 0,7 e l’1,1%, a seconda del settore considerato. A noi è andata peggio. Ma in fondo è un dettaglio.

A domani.

I principali investitori in Cina sono gli europei, non gli Usa

Un approfondimento pubblicato da Bofit, ci comunica un’informazione molto interessante che dice molto su come stia cambiando la geografia degli interessi economici globali. Il dato, che non ha bisogno di molti commenti, è che la guerra commerciale con gli Usa non ha impedito alla Cina di continuare a ricevere corposi flussi di investimenti diretti esteri (FDI) nei primi nove mesi del 2018, pure al netto di alcune discrepanze fra le diverse misurazioni statistiche. I numeri diffusi dal ministro per il commercio estero cinese (MCO) riportano infatti che gli afflussi netti hanno raggiunti quota 98 miliardi fra gennaio e settembre di quest’anno, il 6% in più rispetto allo stesso periodo del 2017. Tuttavia i dati della bilancia dei pagamenti differiscono notevolmente da quelli del ministero. Secondo i primi, gli afflussi nei primi sei mesi del 2018 avrebbero raggiunto i 126 miliardi, più del doppio rispetto al primo semestre del 2017.

Ma aldilà di queste differenze, connesse probabilmente ai diversi metodi di misurazione adottati, il dato interessante è un altro: “Il 9% dei flussi di investimenti diretti arriva dall’Ue mentre gli Usa contribuiscono per il 2%”. A quanto pare la promessa cinese di aprirsi sempre più agli investimenti esteri al momento convince gli europei assai più che gli americani, certamente meno motivati a causa della guerra commerciale fra i due paesi che “ha forzato molte compagnie straniere a dislocare i propri investimenti fuori dalla Cina”.

In effetti i dati sui deflussi sono abbastanza eloquenti. I dati del ministero del commercio estero li quantificano i 89 miliardi nei primi nove mesi dell’anno, in crescita del 6% rispetto allo stesso periodo del 2017. Il grosso si è concentrato nei primi sei mesi, mentre nel terzo trimestre i deflussi sono diventati negativi.

Dal canto suo anche la Cina ha rallentato gli investimenti diretti esteri. Secondo i dati del China global investment tracker (CGIT) nei primi nove mesi del 2018 Pechino ha investito all’estero solo 56 miliardi di dollari, ben 101 in meno rispetto allo stesso periodo del 2017, quando però i cinesi avevano effettuato un mega acquisto da 43 miliardi del colosso svizzero Syngenta. Ma anche qui si osserva una interessante circostanza: il 35% degli investimenti cinesi è andata all’Europa e solo il 10% agli Usa, leggermente meno che nel 2017. Europa e Cina, evidentemente, condividono molti più interessi. Usa e Cina sempre meno.

Cronicario: Un altro grande successo su Italia Zero: la produttività

Proverbio del 6 novembre Un coltello non taglierà il proprio manico

Numero del giorno: 1.400.000 Liberi professionisti in Italia (+21% dal 2008)

Anche oggi Italia Zero, la nostra meglio tivvù del dolore, ci ha regalato di che pascere la nostra smania autodepressiva mandando in onda una meravigliosa release Istat che dice tutto quello che c’è da sapere e non avete mai osato chiedere sul perché siamo quello che siamo.

E che sarà mai, vi chiederete. Indovina indovinello. Cos’è quella cosa che ha sicuramente a che fare col fatto che tendiamo a fare zero di pil, o quasi, quando va bene e che è sicuramente correlata a quell’altra abitudine che abbiamo, ossia fare zero di crescita demografica?

No, non c’entra la sfortuna. Leggete qua.

Nel caso non fosse chiaro, questa è la tabella che misura l’andamento dei fattori totali della produzione, ossia di quelle cose che dovrebbero far crescere in maniera robusta un’economia. Guardate quanto è cresciuta la produttività totale dei fattori negli ultimi 22 anni.

Esatto: zero. Due zeri in fila sono un indizio. Tre sono una prova. E adesso provate a convincervi che dipende dall’Europa.

A domani.

L’Italia paga un conto da 30 miliardi per le sanzioni Usa contro l’Iran

Qualora nella concitazione delle cronache vi fosse sfuggito, è opportuno ricordare, come ha fatto egregiamente l’Ispi qualche tempo fa, che l’Italia paga un prezzo molto caro a causa dell’uscita unilaterale di Trump dall’accordo iraniano, che  ieri ha subito una ulteriore esclation. Se ancora è difficile valutare con chiarezza quali saranno le conseguenze per il mercato petrolifero globale – molti temono un aumento dei prezzi – possiamo farci un’idea delle difficoltà che ne deriveranno per la nostra economia semplicemente guardando questo grafico diffuso dall’Istituto.

In sostanza noi italiani siamo i primi partner commerciali dell’Iran. Ed è un po’ difficile fare affari con un paese che non dovrebbe avere più accesso al mercato finanziario denominato in dollari. “Oltre alla perdita di contratti e investimenti per un valore stimato attorno ai 30 miliardi di euro, – scrive Ispi – Roma rischia di subire nuovamente gli effetti della destabilizzazione del Medio Oriente che l’isolamento di Teheran rischia di causare”.

Se a questo si aggiunge che insieme a Francia e Germania, Spagna e Paesi Bassi, osserviamo che il 76% dei suoi scambi l’Iran li fa con l’Europa. Le sanzioni Usa, quindi, sono innanzitutto un problema europeo. E questo spiega perché la Mogherini qualche tempo fa aveva parlato della necessità di creare un veicolo finanziario per consentire agli europei di continuare i propri commerci con la repubblica islamica. Questa entità, ammesso che nasca, non potrà operare prima dell’anno prossimo.

Se guardiamo esclusivamente alla questione petrolifera, il problema diventa ancora più complesso. Per noi italiani, che siamo fra i grandi acquirenti, ma soprattutto per i paesi asiatici, Cina in testa, che sono i principali acquirenti.

Gli Usa hanno concesso a otto importatori, fra cui l’Italia, di continuare ad acquistare petrolio iraniano per i prossimi sei mesi. Ma questo non vuol dire che i problemi siano risolti. Fra gli esentati, ad esempio. non ci sono francesi né tedeschi. Ma come si vede dal grafico, il problema principale ce l’hanno i cinesi, che sempre secondo alcune fonti avrebbero già ridotto a settembre il loro import di greggio dall’Iran, raddoppiando al contrario quello dagli Usa, malgrado la guerra commerciale. Dal canto loro i giapponesi hanno fatto sapere che chiederanno agli Usa un’esenzione dalle sanzioni superiore ai sei mesi concessi, visto che “le importazioni di greggio sono vitali per alcune attività produttive per il paese”.

A fronte di questa situazione, gli iraniani hanno fatto sapere che continueranno a vendere petrolio. Non è chiaro a chi, né come. Ma l’importante è crederci.

 

Cronicario: Le correzioni che rimano con sanzioni

Proverbio del 5 novembre Nessun ago è appuntito su entrambe le estremità

Numero del giorno: 2.200.000 Famiglie italiane che avranno reddito di cittadinanza secondo M5S

M’ero persino dimenticato che c’abbiamo una manovra economica che balla sui tavoli delle cancellerie europee – ma ce l’abbiamo davvero una manovra economica? – quando d’improvviso arrivano loro: i commissari Ue.

Uno di loro, nientemeno che vice presidente della commissione, rilascia una dichiarazione memorabile, che infatti riporto così ce la ricordiamo che fra pochi giorni ci serve: “La Ue è impegnata in una discussione con l’Italia e spera di raggiungere un risultato costruttivo, c’è qualche margine, ma val la pena notare che il bilancio italiano devia in misura considerevole dalle regole, e dunque serve una correzione considerevole”.

Sennò che fai ci cacci (semicit.)? “Non vogliamo fare speculazioni, abbiamo bisogno di una risposta dalle autorità italiane e stiamo anche guardando a una procedura di deficit eccessivo sulla base della regola del debito. Se l’Italia non rispetta il braccio preventivo del Patto di stabilità, ciò potrebbe indicare che non lo è con la regola del debito”. Aldilà del periodare involuto (ma sarà colpa dell’accoppiata giornalista+traduttore) il senso è chiaro.

Poiché la rima baciata ispirerà sicuramente molti dei bardi finiti loro malgrado a tutela della cosa pubblica, è bene che sappiano che il loro eroico resistere alle malizie del commissario cattivo potrà giovarsi delle amorevoli cure del commissario buono che dice di volere con l’Italia un “dialogo vigoroso, continuo e ininterrotto”.

Mentre prega per il dialogo ininterrotto, il nostro commissario buono ricorda che le sanzioni sono “sempre ciò che può succedere alla fine, ma sono la peggiore delle vie d’uscita”. E siccome al peggio non c’è mai fine, è bene ricordare che fra pochi giorni usciranno le previsioni d’autunno delle commissione Ue, ed è assai probabile che l’Italia Zero abbia modificato le prospettive di crescita per il 2019, facendo sballare il racconto edificante costruito dalla Nadef. E qua casca l’asino.

Perché il governo prevede l’1,5% di crescita l’anno prossimo grazie ai super-moltiplicatori del deficit che nessuno ha capito come funzionano però ci credono in tanti. Ma non i commissari, buoni o cattivi che siano. Figuratevi che batosta se viene fuori che secondo loro nel 2019 cresceremo – chessò – dello 0,9%. Succede che finiamo sotto le grinfie del più cattivo dei commissari.

Nel frattempo gli amanti del Btp avranno di che pascersi. A prezzi stracciati.

A domani.

Miti del nostro tempo: Lo stimolo fiscale (e monetario)

Ricondurre a un problema reale il gran dibattere sul deficit, italiano e non solo, che in questi mesi sofferti agita le opinioni pubbliche di mezzo mondo, significa innanzitutto spostare l’attenzione sulla questione fondamentale che tutto questo dibattere lascia costantemente sottotraccia. Ossia la circostanza che il deficit, e quindi una politica fiscale espansiva, sia davvero utile alla crescita di un’economia. Ma è davvero così? Se chiedete a un qualunque governante, la risposta sarà senza dubbio positiva. Per un politico manovrare la politica fiscale, meglio se in deficit, è il modo più semplice per conquistare consenso. In tal senso il grande successo delle politiche keynesiane iniziate dal secondo dopoguerra si spiega con la promessa implicita che contenevano, sapientemente fraintesa da coloro che poi sono stati chiamati a tramutarle in azioni di governo. Ossia che il governo potesse e dovesse agire per garantire la piena occupazione. Se il privato non “tira” abbastanza, è necessario che il pubblico ci metta di suo per colmare quello che oggi viene chiamato output gap, ossia la differenza fra il pil reale e quello potenziale. Lo stimolo fiscale, quindi, non è soltanto utile, ma persino necessario.

L’idea che sta dietro questa visione del mondo è che senza il governo, evidentemente dotato di super poteri, perché oltre a sapere ciò che è necessario fare è anche capace di farlo, gestendo enormi complessità con una semplice decisione, l’economia prima o poi s’incaglia. Inutile sottolineare quanto questa visione del mondo sia debitrice della vanità degli economisti, mischiata alla furbizia del politici. Rimane il fatto che il mito dello stimolo fiscale, derivazione diretta di quello dell’onnipotenza del governo, oggi agita le cronache esattamente come ai tempi di Keynes, con la differenza che a furia di stimoli fiscali il debito dei governi è arrivato a livelli mai visti dall’ultima guerra.

Questionare i miti dovrebbe essere obbligo di qualunque osservatore guidato dal principio di realtà, però. Quindi va letto con doverosa attenzione un articolo pubblicato dal Wall Street Journal alcuni giorni fa da Edmund Phelps, che in quanto premio Nobel dovrebbe almeno meritare il rispetto di tutti quelli che agitano altri economisti da Nobel per sostenere le (proprie) teorie. L’articolo già dal titolo dice tutto quello che c’è da sapere: “La fantasia dello stimolo fiscale”, con l’avvertenza che “emerge che le politiche keynesiane sono correlate con una crescita più lenta non maggiore”. La qualcosa ci riporta a celebri dibattiti degli anni ’30, a conferma della ricorsività della storia. L’unica differenza rispetto ad allora è che oggi  “fra economisti e politici è ampiamente condiviso il pensiero che lo stimolo fiscale” abbia favorito il recupero dell’occupazione, tornata a livelli giudicati normali nel 2017 dopo il picco ribassista registrato nel 2010. Ma, si chiede l’autore, “ci sono prove che lo stimolo sia alla base della ripresa americana? E ci sono prove che l’assenza di stimoli – la stretta su la spesa pubblica conosciuta come “austerità fiscale” sia responsabile del mancato pieno recupero in Portogallo, Italia, Francia e Spagna”. Domanda che dovrebbe appassionarci, atteso che stiamo litigando con mezzo mondo e anche fra di noi in nome di una manovra economica che punta su un robusto stimolo fiscale con ampio deficit addirittura per restituire “la felicità agli italiani”.

Nell’attesa che si compia la beata speranza, dovremmo porci anche noi la stessa domanda che si fa il nostro economista. La narrazione dello stimolo fiscale, infatti, presuppone che i paesi che abbiano adottato un ampio stimolo fiscale “misurato con l’aumento del debito pubblico in rapporto al pil negli anni 2011-17” abbiano avuto un ricovero relativamente veloce. Senonché “le evidenze non supportano la stimulus story”, scrive. Succede che le narrazioni non coincidano con la realtà, purtroppo. “I grandi deficit non accelerano le riprese”, aggiunge. Anzi, “la relazione è negativa, suggerendo che la prodigalità fiscale conduce a una contrazione e che la responsabilità fiscale sarebbe preferibile”. Anche qui, la nostra storia dovrebbe essere la dimostrazione vivente di questa correlazione negativa, visto che abbiamo un ampio debito pubblico e una crescita molto lenta. Ma se allarghiamo lo sguardo, il risultano non cambia granché. Phelps ricorda che all’indomani della seconda guerra la smobilitazione dei soldati impegnati nel conflitto aumentò la forza lavoro di quasi sette milioni di persone negli Stati Uniti. Molti economisti temevano, ieri come oggi, l’aumento della disoccupazione e molti di loro, keynesianamente, suggerirono di fare deficit per “assorbire” questa forza lavoro. Tuttavia il governo prese la strada opposta. Truman scelse di fare surplus fiscale e tuttavia la disoccupazione scese e la partecipazione al lavoro salì. Pure negli anni in cui la teoria keynesiana era grande protagonista del dibattito pubblico, molti economisti, “come Franco Modigliani nel 1961”, mostrarono che il deficit fiscale ha un impatto negativo sia sull’offerta di lavoro che su quella di risparmio, e altri ancora, come James Tobin e Robert Mundell, compreso ovviamente l’autore dell’articolo, trovarono preoccupanti controindicazioni nell’uso del deficit fiscale.

Del tutto lecito, di conseguenza, porsi anche un’altra domanda. “Se lo stimolo fiscale è inefficace per combattere una recessione, che dire dello stimolo monetario?”. Anche qui basta farsi una semplice domanda: i paesi che hanno fatto uso di un largo stimolo monetario, sostanzialmente facendo acquisire asset alla banca centrale – i vari QE per intenderci – hanno avuto una ripresa più veloce? “Questa è una domanda difficile – dice Phelps – ma le esplorazioni preliminari non danno grande supporto a questa tesi”. Ma se l’armamentario di origine keynesiana, basato sullo stimolo fiscale o monetario è stato più o meno inefficiente, “cosa ha guidato la relativamente veloce ripresa Usa e del Nord Europa dopo il 2008?”. Una prima risposta è la fiducia. “Forse l’Italia ha parzialmente fallito la ripresa anche perché la sua prodigalità fiscale ha danneggiato la fiducia. Ma la fiducia da sola potrebbe non essere sufficiente”. Un’altra risposta è il dinamismo, ossia “la capacità e il desiderio di innovare”. Un paese dove campeggiano fiducia e dinamismo è sicuramente meglio attrezzato per reagire a una recessione, “a prescindere dagli stimoli”. “C’è una forte relazione fra la velocità della ripresa e il tassi di crescita di lungo termine del fattori totali della produzione”, che potremmo intendere come un indicatore del dinamismo di un’economia. “Alcuni paesi hanno istituzioni sociali e capitale umano e culturale che li attrezzano meglio di fronte a una recessione. “Molto del merito per la ripresa relativamente veloce degli Usa – conclude Phelps – dipende dalla cultura endemica di innovazione e impresa di questo paese”. Si tratta di qualità che hanno il problema di essere difficilmente quantificabili e manovrabili. Nulla che si possa comprare con deficit. Anche perché semmai servono a non farne.

Cartolina: La crescita del populismo

Un giorno qualcuno riuscirà a spiegare con parole convincenti perché all’apice del suo benessere economico, dopo una corsa al rialzo durata più di sessant’anni, il mondo abbia deciso di perdere il buonumore. Le voci degli esclusi hanno iniziato a sovrastare quella degli inclusi, che una certa sazietà – o forse inconsapevolezza – ha reso particolarmente silenti, pure in quelle società dove erano maggioranza. La retorica degli ultimi ha generato le varie primazie, nate e coccolate nel seno di quelle stesse élite che oggi guardano con orrore al populismo che hanno contribuito a generare alimentando per decenni, insieme con l’economia, i bassi istinti delle popolazioni. Il mondo non è mai stato così ricco e sicuro e tuttavia mai si è mai sentito tanto povero e insicuro. Ormai incontentabili, le popolazioni sognano la contentezza. Evocano gli uomini dei miracoli, e quelli arrivano. Tutto il resto è storia.

Peggio di un deficit costoso, c’è solo un deficit inutile

Pochi dubiteranno del costo salato che l’Italia ha affrontato, e soprattutto dovrà affrontare in futuro, per portare avanti la sua politica di deficit pubblico, ampliando persino i livelli rispetto a quanto concordato con i partner europei nei mesi scorsi. Senza bisogno di ricordare cose già note, basta sottolineare l’aumento dello spread, che ha eroso significativamente il valore dei nostri titoli di stato, e  la capitalizzazione di borsa perduta soprattutto dal sistema bancario, che rischia di finire sotto stress. Infine, i tassi pagati alle aste sono aumentati parecchio, e quindi anche la nostra spesa per interessi è destinata a crescere. Tutto ciò a fronte di una aumentata tensione politica sia all’interno che all’esterno.

Del tutto ragionevole perciò porsi la domanda: il gioco valeva la candela? Rispondere senza venir iscritti d’ufficio a una qualunque delle fazioni che alimentano il nostro dibattito pubblico è molto difficile. Il deficit in sé è un non è né buono né cattivo se non si colloca in uno spazio e tempo precisi, e non si guarda alle condizioni dell’economia che lo fa. E soprattutto non si analizza per cosa vengono spesi i soldi. Per provare a rispondere può essere interessante leggere un intervento pubblicato da Olivier Blanchard e Jeorim Zettelmeyer che ha il pregio di mettere in evidenza il vero problema di fronte al quale l’Italia dovrà far fronte, pure al netto delle varie fibrillazioni che abbiamo vissuto e stiamo vivendo. Ossia il rischio che tutta questa fatica sia inutile. Se lo scopo del governo è dare soldi a chi ne ha bisogno – e poi si vedrà come accadrà – e pure sorvolando sull’idea di un governo elemosiniere, una manovra economica si può dire efficiente se consente di aumentare la crescita complessiva. Fare deficit per dare i soldi ai bisognosi e poi affossare l’economia non è certo un buon affare. Tantomeno per i bisognosi.

I due autori hanno svolto alcuni calcoli partendo dall’ipotesi, coerente con l’impostazione del governo, che “le espansioni fiscali generalmente espandono la produzione e le contrazioni la contraggono, anche nei paesi ad alto debito”. Questo in teoria. Perché in pratica “ci possono essere delle eccezioni e quello che sta succedendo in Italia potrebbe essere una di quelle”. Il motivo è presto detto: “L’aumento dei tassi di interesse sui debiti del governo è stato rilevante e la questione è se l’effetto diretto dell’espansione fiscale possa annullare o superare l’effetto dell’aumento dei tassi di interesse”. Il senso è chiaro: se spendo per interessi più di quello che guadagno in prodotto il deficit non solo è stato inutile, ma persino dannoso.

Le stime fatte sono molto semplici. A fronte di un deficit aggiustato per il ciclo in aumento dello 0,8% del pil si stima che lo 0,1% corrisponda a maggiore spesa per interessi. Poiché in Italia molto del debito pubblico è detenuto internamente, possiamo pure ipotizzare che la misura del deficit corrisponda a quella dell’espansione fiscale. A questo punto bisogna stimare i moltiplicatori, il bianconiglio di qualunque espansione fiscale fin dai tempi di Keynes, ossia il numero moltiplicato il quale un euro di espansione fiscale diventa prodotto. Gli autori ipotizzano un moltiplicatore intorno a uno “o anche più elevato”. “Per dare al governo il beneficio del dubbio, mettiamo che sia 1,5. Quindi 0,8 di espansione fiscale moltiplicato 1,5 darebbe un aumento del prodotto di 1,2 punti di pil.

D’altro canto però, avendo fatto espansione in deficit, devo anche tener conto dell’aumento dei costi del mio debito. Specie considerando che da aprile i rendimenti sui titoli italiani sono aumentati di 160 punti base. Il famoso spread. Quanto pesi sul prodotto un aumento dei tassi di interesse è tema alquanto dibattuto, quindi assolutamente incerto. Ma alcune stima ipotizzano che un aumento di 100 punti base sui tassi a lungo termine conducano a un calo dell’1% della domanda e del prodotto. Per l’Italia questa stima viene aggiustata allo 0,8% di prodotto in meno ogni 160 punti di aumento dei tassi. Anche il costo del denaro ha il suo moltiplicatore, che però sottrae prodotto al computo. Mettendo insieme i due dati, la crescita del prodotto provocata dall’espansione fiscale e la perdita del prodotto provocata dall’aumento dei tassi, e con la premessa che il primo è stato stimato molto generosamente e il secondo molto prudentemente, viene fuori che l’effetto globale sul pil italiano potrebbe persino essere negativo per uno 0,1%. Diciamo che se va bene è zero. Tanta fatica per nulla, insomma. E pure a caro prezzo. “Ciò significa – commentano gli autori – che l’espansione fiscale programmata probabilmente non aumenterà la crescita e potrebbe addirittura ridurla. Il deficit arriverà in misura maggiore del previsto. I sostenitori del governo saranno delusi. Il governo potrebbe raddoppiare e gli investitori potrebbero fuggire, portando a una grave crisi”.

Le conclusioni dei due autori sui rischi connessi all’espansione fiscale in presenza di debito elevato ricordano un paper pubblicato dalla Bis nel 2011, che arriva alla conclusione che “a livelli moderati il debito migliora il welfare e la crescita. Ma ad alti livelli può essere invece molto dannoso”. Capire quale sia il livello soglia è stato proprio il punto sul quale lo studio ha dedicato la sua attenzione. E per farlo ha analizzato i dati di 18 economie dell’Ocse fra il 1980 e il 2010. Il risultato non è molto incoraggiante per noi. La soglia individuata, sopra la quale il debito è un fardello, è quella dell’85% del pil, per il debito del governo. Ma il ragionamento vale anche per il debito delle imprese, per le quali la soglia è leggermente superiore, al 90%, e anche per le famiglie, per le quali rimane intorno all’85%. Tornando ai governi, quelli che stanno sopra dovrebbero sistemare la loro posizione fiscale, suggeriscono gli autori, anche perché è meglio avere spazio fiscale per sopportare eventuali shock futuri. E questo è un altro elemento di rischio anche per il nostro paese. Se dovesse arrivare una crisi, saremmo in grado di gestirla avendo sulle spalle un bilancio fiscale già sotto stress? Speriamo di non doverlo scoprire mai.

 

Cronicario: Occupazione e risparmio gettano la spugna con gran dignità

Proverbio del 31 ottobre Gli stolti attraversano la vita senza curarsi delle bellezze del creato

Numero del giorno 330.000 Aumento lavoratori over 50 in Italia da settembre 2017

Ora io a quelli che ci dipingono maestri del piagnisteo vorrei dire: andatevi a leggere che dice il boss dell’Acri, che non è un ridente comune del cosentino né la gloriosa cittadella crociata in Terrasanta dei bei tempi andati, ma l’associazione delle casse di risparmio che oggi festeggia in grande spolvero la 94esima giornata del risparmio. Ancora per poco, pare, perché continuando di questo passo il risparmio degli italiani sarà una bella storia da raccontare attorno al fuoco.

E che dirà mai? Presto detto: “Il risparmio privato – e non solo – non può venire sacrificato sull’altare del debito pubblico”. Anzi “è innanzitutto responsabilità del Governo di non mettere a rischio il risparmio degli italiani”.

Dulcis in fundo: ” Questo risparmio nelle ultime settimane è già stato significativamente ridotto”. Che non lo sapevate? Dai sì che lo sapevate. Non solo ve l’ha detto il vostro Cronicario, ma poi vi sarete accorti dello sguardo vitreo del vostro bancario quando siete andati a chiedere un mutuo, o – peggio – a chiedergli conto dei vostri investimenti in quei bellissimi Btp che collezionate dai tempi della nonna.

Ecco, a questi che ci accusano di essere piagnoni io vorrei dire: provateci voi a perdere un paio di cento miliardi, e voliamo bassi, in sei mesi e non inscenare una Traviata o almeno un Rigoletto. Noi ci siamo riusciti. Abbiamo incassato la perdita con gran dignità. Si vocifera che il consenso del governo sia sceso sotto il 60%. Ma è di sicuro un’esagerazione. Ma come in questo periodo stiamo dando prova di teutonica fermezza. Per dire, siamo esposti a un costante bombardamento di minchiate: tipo la storia della terra ai genitori di terzogeniti (ma dal 2019).

Ma soprattutto c’è quel fastidioso rumore di sottofondo chiamato esageratamente realtà che continua insistentemente a punzecchiare il governo del cambiamento. Non bastasse l’Italia Zero di ieri, oggi sempre la solita Istat, che evidentemente è matura per candidarsi alle elezioni, se n’è uscita con i dati sull’occupazione, che non sono proprio bellissimi.

Il che praticamente all’indomani dell’approvazione del mitico decreto dignità non è che giovi alla narrazione del popolo. Vaglielo a spiegare che i dati mensili non fotografano un trend a quello che ha perso il lavoro perché non gli hanno rinnovato il contratto e per giunta legge sulla stampa di regime che il reddito di sanchopanza arriverà chissà quando nel 2019. E tuttavia, anche stavolta, nonostante la suonata di sveglia, neanche un tremolio di palpebra presso il popolo del cambiamento. Per gli italiani, a quanto pare, vale quello che diceva la buonanima.

D’altronde, lo stato siamo noi no?

A lunedì

ps: toglietemi tutto, ma non il mio ponte (semicit).

L’inarrestabile crescita del debito in dollari

Gli ultimi dati pubblicati dalla Bis sull’andamento della liquidità internazionale confermano la crescita robusta dell’indebitamento internazionale in dollari americani, che aveva raggiunto quota 11,5 trilioni al giugno 2018, in aumento del 6% rispetto allo stesso periodo di un anno fa.

Una crescita guidata in gran parte dal mercato obbligazionario. Le emissioni, infatti, sono aumentate dell’8,5% rispetto a un anno fa, assai più dei prestiti, cresciuti appena del 2,5%. Ciò significa che la domanda degli acquirenti di debito denominato in dollari, ma emesso fuori dagli Stati Uniti, è ancora forte. E ciò malgrado l’ormai avviatissima normalizzazione monetaria Usa renda questo debito assai più rischioso di quanto non fosse fino a un paio di anni fa.  Ciò per la semplice ragione che il rafforzamento del dollaro sposta sulle spalle dei debitori anche il rischio del cambio. Se si considera che circa 3,7 trilioni di questo debito è stato emesso da paesi emergenti, si ha una rappresentazione più chiara dei rischi annidati in questa crescita del credito denominato in dollari, che però evidentemente non bastano a moderarne la domanda.

Nei dodici mesi finiti a giugno 2018, infatti, la crescita del credito alle EME è stata del 7%, con la componente obbligazionaria cresciuta del doppio (+14%). Un dato che non rappresenta l’esposizione complessiva verso questi paesi. “Le stime – spiega infatti la Bis – non includono i prestiti effettuati tramite foreign exchange swaps/forwards che creano un debito simile a quello obbligazionario. Questi prestiti hanno una dimensione simile e probabilmente eccedono il debito contratto tramite obbligazioni e prestiti”. Detto in parole semplici, il debito degli emergenti quotato in dollari, aggiungendo anche gli accordi di swap e forward contratti sul mercato valutario, potrebbe sfiorare gli otto trilioni.

Anche il debito in euro, sebbene per quantità inferiori, fa la sua parte. L’eurodebito concesso ai prenditori fuori dall’eurozona è cresciuto del 7%, sempre nei dodici mesi finiti a giugno 2018, e quota ormai 3,1 trilioni. La crescita, al contrario di quanto avviene per il debito denominato in dollari, è guidata dai prestiti (+8%) più che dalle obbligazioni (+6%).

Questi andamenti si associano a una volatilità, espressa dall’indice VIX relativamente bassa.

I mercati finanziari, insomma, sono ancora stabili. Ciò non vuol dire che non siano seduti su un barile di polvere da sparo. Ma semplicemente che se ne infischiano. Per adesso.