Cercasi casa disperatamente

L’ultimo Bollettino economico di Bankitalia ci racconta, fra le altre cose, dell’andamento ampiamente prevedibile del mercato immobiliare italiano, che patisce (come tutto il resto delle economie avanzate) le restrizioni monetarie delle banche centrali che hanno di fatto paralizzato buona parte del credito. Ossia il carburante del mini-boom al quale abbiamo assistito negli ultimi anni, quando i prezzi sono saliti persino da noi.

Malgrado il lieve aumento del reddito disponibile nel terzo trimestre 2023, molte famiglie si sono trovate semplicemente a corto di risorse, e questo spiega il robusto calo delle compravendite che si osserva dalla fine del 2021, che solo nell’ultimo quarto dell’anno monitorato da Bankitalia mostra un timido segnale di inversione. Una rondine che non fa primavera, almeno a dar retta agli agenti immobiliari, che hanno aspettative tutt’altro che buone per il mercato.

Difficile dar loro torto. Pure se i prezzi si sono mantenuti stabili in termini nominali, per lo più grazie alle case di nuova costruzione, in termini reali, cioè al netto dell’inflazione al consumo, sono diminuiti del 3,6 solo in un trimestre. Al contrario si segnalano canoni di locazione in aumento, a conferma del fatto che si smette di comprare casa, ma non di cercarne, più o meno disperatamente, una. I dati forniti dagli agenti immobiliari interpellati dalla survey mostrano che le difficoltà per avere un mutuo si collocano ai livelli più alti dal 2014, e questo certo non aiuta.

Nemmeno aiuta il fatto che nel terzo trimestre sia vista in aumento la spesa per interessi sul debito delle famiglie a causa dell’aumento dei tassi. Chi una casa l’ha comprata e ha scelto il tasso variabile si trova oggi a vedere crescere la rata del mutuo mentre si erode il valore del suo investimento. Questa sostanziale diminuzione di reddito e ricchezza si associa a una debolezza strisciante della domanda per consumi.

La buona notizia è che il debito delle famiglie in rapporto al reddito disponibile, in media, si è ridotto al 59,3 per cento, a fronte della media dell’89 per cento nella zona euro. Le famiglie resistono, insomma, perché hanno una situazione finanziaria non troppo brutta. Da qui a dire che sia buona, però, corre una bella differenza. Non per tutti, ma per molti si.

La corsa verso la ricchezza nel secolo XXI

Un amico, che ben conosce la mia vocazione di storico della ricchezza, mi ha segnalato un bell’articolo apparso sull’Economist del 6 gennaio scorso che pone sul tappeto una interessante questione che dovrebbe impegnare tutti noi curiosi in una riflessione.

Il titolo, che pone subito il tema, è “How to get rich in the 21th century”. Come diventare ricchi ai nostri giorni, insomma. Comprendete perché ho letto voracemente, l’articolo trovando molte informazioni utili e anche un paio di conclusioni che nel mio piccolo avevo intravisto nella mia opera di ricerca e messo in evidenza nel mio libro.

La prima conclusione, davvero storica, è che “lo stato è adesso molto più attivo nello sviluppo dell’economia di quanto non sia stato nei decenni recenti”. La seconda, che dal mio punto di vista è una conseguenza, è che l’impegno finanziario degli stati – che possiamo misurare osservando la quantità del loro indebitamento – è molto più elevato.

I governi di molti paesi, insomma, specie fra gli emergenti, hanno investito somme enormi per “pagare” la strada che hanno determinato fosse la migliore per perseguire il loro sviluppo. E questo per economie piccole, come la Cambogia o il Kenya, può essere un ottimo viatico verso il default. Come è successo di recente, ad esempio, in Etiopia.

Anche paesi più grandi, l’articolo pone l’esempio di India e Indonesia farebbero molta fatica ad affrontare un drastico peggioramento della loro economia. In sostanza i loro spazi fiscali, per una serie di ragioni, si sono ridotti. Se guardiamo ai paesi più ricchi, ad esempio l’Arabia Saudita, si osserva che sono ancora nel mezzo di una difficile transizione economica, che li rende ancora dipendenti dalla rendita energetica.

La terza conclusione è che il modo in cui si produce la ricchezza è cambiato. I paesi emergenti hanno puntato tutto sulla manifattura per provare a colmare il gap con gli avanzati, ma la loro evoluzione industriale sembra abbia preso nuovi percorsi. Invece di spingere sul pedale dell’aumento della produttività, molti di questi paesi hanno deciso di scommettere sulle miniere, utilizzando le occasioni offerte dalla transizione energetica, il turismo e l’assemblaggio. Tutta roba a basso valore aggiunto.

La morale della storia che il giornale trae da questa rappresentazione è che la corsa per la ricchezza nel secolo XXI sarà molto più accidentata di quella del passato.

Ma quando mai è stata facile? Quello che sembra facile, osservato a posteriori, deve esser sembrato difficilissimo ai contemporanei. E probabilmente se sfogliassimo un articolo dell’Economist degli anni ’90 ne avremmo contezza.

Su un punto però l’analisi dell’Economist tocca un punto sensibile. L’espansione dell’attivismo dei governi. Ciò che dovremmo chiederci è se tale crescente vocazione verso le politiche economiche pubbliche non rischi di scoraggiare le iniziative dei privati. Se ha senso che alcune economie, specie quelle emergenti, facciano affidamento su una mano pubblica per costruire i contesti regolatori o definire le politiche commerciali, dobbiamo sempre ricordarci che esiste sempre la possibilità che questo generi assistenzialismo ed inefficienza. La ricchezza ha molto a che fare con ciò che fanno gli individui, innanzitutto, e poi con quello che fanno gli individui quando si riuniscono in strutture istituzionali.

La storia ci mostra che la ricchezza si produce con più facilità nei paesi dove si lascia spazio all’inventiva delle persone, ben regolate da un sistema pubblico che offre garanzie di sicurezza, una certa forma di sostegno agli investimenti e certezza del diritto.

La vera domanda perciò che dobbiamo farci, circa il futuro della ricchezza, è se prevarranno realtà socio-politiche siffatte, delle quali i paesi occidentali pure se con alcuni limiti sono stati apripista, o se invece no. Perché se così non fosse allora avrebbe ragione l’Economist. Si preparerebbero anni difficili.

Cartolina. Tramonto americano

Più che la crescita stupefacente del pil pro capite che l’Ocse prevede in India per il 2060 (auguri), mi salta all’occhio l’assai meno pronunciato incremento statunitense, che si contende l’ultimo posto della classifica con il Lussemburgo. Persino noi italiani faremo (dovremmo fare) meglio, malgrado la zavorra di una popolazione sempre più senescente, che certo, a legislazione vigente, non favorisce l’aumento del pil. Ma gli Usa sono la vera sorpresa. Ovviamente l’India, sempre nel 2060, sarà ancora ben lontana dai livelli di pil pro capite statunitensi, ma la visione Ocse racconta di un paese, che è (è stato) la locomotiva del mondo che visibilmente arranca. Non sarà certo il tramonto dell’Occidente. Al limite quello americano.

Cartolina. L’anno bisestile

La crescita italiana rallenterà più del previsto (previsioni di dicembre vs quelle di ottobre), ma d’altronde anche l’inflazione rallenterà più del previsto, e poiché Bankitalia prevede un aumento delle retribuzioni del 3,5 per cento (per chi ha la fortuna di avere un contratto di lavoro e di vederselo rinnovato) finisce pure che i poveri consumatori italiani si troveranno qualche poco di potere d’acquisto in più. Certo non sarà un anno brillante. Consumi e investimenti sono ancora in territorio negativo e il commercio internazionale, grazie al ribasso dei costi energetici che gravano sulle nostre partite corrente come un macigno, vedrà appena uno spiraglio di luce. Insomma sarà un anno complicato. D’altronde il 2024 è pure bisestile.

La deflazione della popolazione cinese

Il Financial Times ci ricorda molto opportunamente che il problema demografico non è solo un problema europeo. Al contrario: è anche e forse soprattutto un problema asiatico. Del Giappone sappiamo molto, avendone scritto a lungo, del Cina se ne è parlato meno, ma questo non vuol dire che la situazione sia meno complicata. Il FT ci dice che l’anno scorso il paese ha perso 2 milioni di abitanti, quasi la popolazione di Roma.

Si dirà che la Cina paga il prezzo di una politica di corte vedute come quella del figlio unico. E sarà sicuramente anche questo parte del problema, anche perché pure se adesso il governo ha cambiato idea, si sarà anche accorto che è molto difficile invertire un trend demografico, una volta che si è innescato.

E pure questo noi italiani lo sappiamo bene. Possiamo pure continuare a raccontarci la storia che è tutta colpa della mancanza di sostegno alla maternità (circostanza che sicuramente contribuisce), ma il problema sostanziale è la diminuzione costante delle donne in età fertile, che affonda le radici nel lungo periodo. Non c’è sostegno che possa invertire questo trend.

La Cina, perciò, deve gestire le sue tante vocazioni dovendo fare i conti con una popolazione che decresce rapidamente, con tutto ciò che questo comporta quanto a sviluppo della capacità produttiva. Per quanto si possa pensare di sostituirla con le macchine, una forza lavoro sostanziosa è necessaria per tenere in piedi un paese, specie se si pensa di voler tenere in piedi al tempo stesso una coorte crescente di anziani. Anche qui la nostra storia previdenziale, con le sue prospettive a dir poco complicate, è un utile ammonimento.

Detto diversamente, sembra molto difficile che la Cina, per non dire l’Asia, avrà la forza di sostenere la missione storica che sembra voler incarnare – quella del secolo asiatico – con una popolazione che diminuisce a questi livelli e senza troppe prospettive che questo trend si possa invertire. Forse questo secolo rimane ancora in cerca di autore.

Il dilemma fra intelligenza artificiale e disoccupazione naturale

Il Fondo monetario internazionale ho svolto una interessante ricognizione, da prendere sempre con la consueta prudenza, che sembra scritta apposta per alimentare il luddista che abita in noi, ormai quotidianamente eccitato dal minaccioso prospettarsi della macchina intelligente che fra poco penserà anche al nostro posto (qualcuno ne sarà felice, ovviamente).

Un articolo firmato dalla direttrice del Fmi lo dice a chiare lettere: “L’intelligenza artificiale influenzerà quasi il 40 per cento dei posti di lavoro in tutto il mondo, sostituendone alcuni e integrandone altri”. Per la cronaca, l’impatto di questa “sostituzione/integrazione” sarà assai più pronunciata nei paesi avanzati, dove sfiorerà il 60 per cento, e assai meno in quelli emergenti.

Sarebbe bello poter chiedere alla Georgieva se per caso il Fmi ha anche avuto modo di calcolare l’impatto del telaio meccanico nell’industria tessile inglese nel XVIII secolo, che come abbiamo osservato nella mia Storia della ricchezza, forse è stato assai più rilevante, malgrado il telaio in sé non avesse nulla di intelligente, salvo la circostanza che aumentava la produzione e diminuiva la domanda di lavoro umano.

Ciò per dire che sarebbe bello che queste considerazioni, certamente ragionevoli, fossero sempre accompagnate da considerazioni più ampie di quelle a cui ci ha abituato il nostro povero dibattito pubblico. Considerare l’intelligenza artificiale, che ha il pregio di essere di moda, come un evento capace di destabilizzare le nostre società non rende giustizia agli enormi progressi compiuti negli ultimi secoli dalla tecnologia. E soprattutto minaccia di caratterizzare questa nuova tecnologia come una potenziale nemica dell’umanità, che, a ben vedere, non ha bisogno di nuovi nemici perché capacissima di farsi del male da sola.

A tal proposito, la considerazione che “una delle cose che distingue l’intelligenza artificiale è la sua capacità di avere un impatto sui lavori altamente qualificati” espressa dall’autrice dell’articolo è una interessante evoluzione del pensiero luddistico che sempre abita in ognuno di noi. Mentre in passato erano i meno qualificati a pagare il conto dell’innovazione, sembra volersi dire, con l’IA tocca pure a quelli bravi. Ieri era il tessitore, oggi magari l’avvocato o il giornalista.

Questa “chiamata all’allarme”, diciamo così, risulta particolarmente efficace se la si legge insieme alla considerazione che i paesi avanzati sono più esposti all’effetto “distruttivo” dell’IA. “Nei casi più estremi questi posti di lavoro potrebbero scomparire”. Purtroppo non abbiamo la memoria abbastanza lunga per celebrare il lutto dei costruttori di canali fluviali, che scomparvero drasticamente dopo la nascita dei costruttori di linee ferroviarie nel XIX secolo. Fra loro c’erano straordinarie eccellenze, come può facilmente sospettare chi abbia avuto la ventura di navigare ai nostri giorni il Canal du Midi francese.

I paesi emergenti, dove l’intelligenza artificiale si prevede farà meno danni, diciamo così, pagano però il prezzo che diventeranno meno competitivi, “aumentando il rischio che nel tempo la tecnologia possa peggiorare le diseguaglianza fra le nazioni”.

Riepiloghiamo: i paesi avanzati avranno tanta intelligenza artificiale e molta disoccupazione naturale, che a ben vedere, considerando i loro trend demografici che erodono costantemente la forza lavoro non è necessariamente un male. Mentre i paesi emergenti avranno meno intelligenza artificiale e più occupazione naturale. Al prezzo però di una minore modernità, diciamo così, che rima non a caso con produttività. Morale della favola: i ricchi saranno più ricchi e meno contenti. I poveri più poveri. Contenti lo sono stati di rado.

Si può decidere di credere o non credere a questa narrazione, che tanto ci rassicura nel profondo dei nostri luoghi comuni. E sarebbe ingeneroso svalutare l’ottimo lavoro fatto dagli autori che hanno scritto il paper. Rimane il fatto: possiamo raccontarci ogni cambiamento sottolineando i rischi oppure le opportunità. La prima strada incentiva la paura, la seconda la fiducia. Entrambe sono necessarie, ma nelle giuste dosi. Ai poster l’ardua sentenza, diceva il poeta.

L’inflazione rallenta, ma non troppo

Gli ultimi dati sull’inflazione diffusi da Ocse raccontano di un graduale rallentamento dell’inflazione core (quindi senza cibi freschi ed energia) a cui si associa un calo più drastico dell’inflazione complessiva. Contengono quindi insieme una buona notizia e una meno buona.

La prima, quella buona, è che l’impatto declinante del costo dell’energia ha raffreddato significativamente i prezzi, che in certi momenti sono cresciuti di oltre il 10 per cento nell’area. Quella meno buona è che il rallentamento del carovita procede meno velocemente di quanto sarebbe auspicabile. Su base annua, nell’intera area, c’è stato un calo dal 5,6% di ottobre al 5,4% di novembre 2023 del CPI (consumer price index), mentre l’inflazione core è passata dal 6,5% al 6,3%, il dato migliore dall’aprile 2022, ma certo molto lontano dai desiderata delle banche centrali.

Se stringiamo l’osservazione ai paesi del G7, la situazione è migliore, nel senso che in questi paesi si sono osservati livelli di inflazione core più vicini ai target di banca centrale, ma ancora troppo elevati.

Complessivamente, per i paesi del G7, l’inflazione è passata dal 3,4% di ottobre al 3,1% di novembre. L’Italia si segnala per il rilevante impatto deflazionistico generato dall’energia, che quindi, guardandola da un altro punto rimane, rimane un nostro grande elemento di fragilità. In generale, tuttavia, rimane ancora rilevante il contagio che l’impennata inflazionistica ha avuto sull’intera struttura dei prezzi. La “coda” dei rincari, insomma, è ancora fin troppo lunga.

Se andiamo a guardare l’area del G20, infine, osserviamo che l’inflazione è rimasta ancora stabile: dal 5,8% di ottobre al 5,7% di novembre, con tassi in calo in Sud Africa e in Cina, dove ormai si parla di deflazione, mentre sono in aumento in Argentina, India e Indonesia.

Tutto ciò ci racconta di una tormentata transizione verso un equilibrio economico che sembra ancora lontano. Il fatto che sembra ci siamo “abituati” a convivere con l’inflazione, e quindi abbiamo superato la fase dell’allarme, non significa che siamo nella condizione di poterla sostenere a lungo. I rincari, associati all’aumento significativo del costo dell’indebitamento, erodono notevolmente il potere d’acquisto delle famiglie. E siccome non si possono contrarre più di tanto i beni di consumo di prima necessità, il conto lo pagheranno i beni durevoli. Provate a comprare un’auto nuova, avendo magari la retribuzione ferma da anni perché non vi è stato rinnovato il contratto, e scoprendo che nelle concessionarie ormai i tassi effettivi superano il 15%. Tentar non nuoce. O forse sì.

Cartolina. Global South?

Se diamo retta all’Ocse, ancora nel 2060 nessun paese del cosiddetto Global South avrà un livello di pil reale pari a quello che abbiamo oggi noi italiani, che certo non brilliamo per ricchezza collettiva, e neanche lontanamente si avvicineranno a quello statunitense, non a caso usato come base dell’indice. Ciò per dire che la tanto agognata convergenza, della quale gli aedi di questo Sud Globale son i profeti, esiste nella testa di chi scrive certi articoli, non nella struttura di queste società. Se un giorno il Global South convergerà col Global North non sarà perché il Sud improvvisamente ha scoperto la ricetta della ricchezza – per quella ci vogliono secoli non decadi – ma perché il Nord l’ha dimenticata e ha deciso di suicidarsi. Ci stiamo lavorando con impegno, in effetti.

Cartolina. Il debito (ancora) buono

Certo: non ci sono più le emissioni di una volta. Ma se per questo non ci sono più le banche centrali di una volta che ricompravano a pie’ di lista con la scusa della pandemia. E tuttavia le emissioni di debito dei governi europei, pure se meno forsennate di prima, sono continuate anche dopo che la Bce ha smesso di gonfiare il suo bilancio e si osserva che il mercato, nella sue varie articolazioni, sta supplendo con una certa scioltezza all’assenza del denaro di banca centrale. Sarà pure merito dei tassi in salita, che certo invogliano gli investitori a prestare ai governi persino in tempi di inflazione gagliarda. O, più semplicemente, dipende dal fatto che l’enorme quantità di denaro creata per le varie crisi devono pure essere impiegate in qualche modo: malgrado tutto, il debito dei governo rimane un asset “sicuro”, diciamo. Rimane il fatto. Finora il debito del governo è ancora buono. Che sia anche una buona cosa se ne può discutere.

La fine delle pensioni può anche essere un’opportunità

Nel suo ultimo Pension at glance, Ocse ci ricorda senza mezze parole che nessun paese potrà evitare di aumentare l’età della pensione, che già oggi viene collegata in moltissimi paesi alla speranza di vita. Riforma che anche nel 2023 è stata adottata nella Repubblica Slovacca, che si aggiunge alla nutrita compagnia che vede insieme Danimarca, Estonia, Finlandia, Grecia, Italia, Olanda e Portogallo, con Norvegia e Repubblica Ceca che iniziano a discuterne.

Scelta inevitabile, in un contesto in cui la vita si allunga e le nascite diminuiscono, che significa in pratica veder assottigliare sempre più la base demografica che compone la forza lavoro, e in sostanza la possibilità di pagarle, queste benedette pensioni. Perché ciò che si tende a dimenticare è che le pensioni sono state concepite e sviluppate in un mondo dove gli anziani erano una sparuta minoranza, non una maggioranza relativa come oggi, e, soprattutto domani.

Perciò non dovremmo stupirci nell’osservare che un ventiduenne italiano di oggi è previsto vada in pensione a 71 anni, come mostra il grafico sopra. Semmai dovremmo domandarci che tipo di pensione potrà avere, e chiederci con molta serietà se la promessa previdenziale ha ancora un senso storico, in un mondo dove si tende ad avere un lavoratore per ogni pensionato. Scenario che, sempre per restare in casa nostra, Istat prevede già per il 2050.

Ciò che è probabile, ma che non si può dire, è che la pensione, nel senso che la intendevano i nostri padri, di fatto non esisterà più per i nostri giovani, a meno che non si creda che i governi sfiniscano di tasse chi lavora per pagarle. Si troveranno, gli anziani di domani, in gran parte dotati di pensioni molto basse che li costringerà a tardare il più possibile l’uscita dal mondo del lavoro. O, per dirla diversamente, li obbligherà a lavorare, magari in modo diverso da quello cui siamo abituati a pensare, praticamente per sempre.

E’ un male questo? Dipende. Pure senza coltivare la religione del lavoro, in una società che invecchia senza scampo e che rimane chiusa all’immigrazione, come quella europea, avere anziani in buona salute – il che implica politiche pubbliche decise capaci di sviluppare la cultura della prevenzione – capaci di provvedere a se stessi potrebbe anche diventare un obiettivo sociale capace di generare un certo ottimismo.

La pensione, domani, potrebbe essere considerata come una base economica che metta l’anziano nella condizione di sviluppare altre attività che siano capaci di gratificarlo, oltre ad essere remunerative, talché vengano vissute con letizia e non come una condanna.

Imparare a pensarci anziani ma ancora produttivi può essere anche un deciso miglioramento per la qualità della nostra vita. Promettere invece ancora un riposo remunerato, che prepari quello eterno, non è detto affatto che lo sia. O almeno non più. E forse non lo è mai stato davvero.