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Cartolina: Cercasi fiducia disperatamente
I teorici delle magie dell’intervento governativo nell’economia guarderanno alla scarsa propensione delle imprese industriali italiane all’investimento come la conferma pratica della loro necessità teorica. Sostengono, costoro, la facilissima equazione secondo la quale poiché il privato equivale al pubblico, almeno per la contabilità nazionale, se i privati non investono, deve farlo lo stato. E via col fiorire di litanie vagamente superstiziose sugli investimenti “ad alto moltiplicatore” che dovrebbero insieme risanare la nostra economia e il nostro bilancio pubblico, visto che “si ripagano da soli” e anzi “generano crescita che abbatte il debito”. Contro questo armamentario di luoghi comuni, che farebbe inorridire anche l’inventore di questi argomenti, c’è poco da fare. Fanno parte dello spirito del tempo e sono la consolazione di chi non capisce (o non vuole capire) che la fiducia è argomento troppo serio perché se ne occupino gli economisti, specie quando sono al governo. Costoro dovrebbero farci tornare la voglia di investire, che significa credere che possiamo impiegare le risorse di cui disponiamo e persino guadagnarci qualcosa. O quantomeno disabituarci all’idea che qualunque cosa accada ci penserà lo stato. Perché non fa solo diminuire la fiducia nel guadagno che deriva dal nostro impegno. Ma anche in noi stessi.
Cartolina: I black out di Bitcoin
Scoprire che per far girare la giostra di bitcoin i cosiddetti minatori hanno impiegato una quantità di energia elettrica che sarebbe bastata ad alimentare la Svizzera sorprenderà molti e lascerà indifferenti moltissimi. In fondo inseguire il mito della ricchezza digitale, per giunta contrabbandata come reazione antisistema al cattivo mondo bancario, al costo di un potenziale disastro ambientale non è così diverso dagli altri modi con i quali gli esagitati amanti della ricchezza provano a cavar denaro dal mondo. Qualcun altro forse ci rimarrà male notando come tutta questa fatica e questa spesa servano appena a compilare un pugno di operazioni al secondo. Ma è una fortuna che sia così. Perché se fossero di più il rischio assai concreto è che all’esaurimento dei terawattora corrisponda anche quello di Internet. La blockchain crescerebbe al punto da strozzare il web. Il black out della rete è persino peggiore di quello elettrico. Perché d’improvviso spariscono anche i bitcoin.
Cartolina: L’invecchiamento del reddito italiano
Chi parla di guerra generazionale, osservando la grande disparità dei redditi fra vecchi e giovani italiani specie all’indomani della crisi, trascura di sottolineare che nei dieci anni trascorsi dal 2008 non è semplicemente aumentato il reddito equivalente dei ultra65enni. La notizia è che sono aumenti gli ultra65enni. La guerra, se così vogliamo chiamarla, l’hanno vinta da un pezzo. I giovani sono sempre meno e per giunta vengono puniti da una congiuntura economica che ormai si orienta verso i bisogni degli anziani, che sono sempre più. Questa maggioranza relativa ha un potente effetto di attrazione gravitazionale, orientando l’offerta politica e il dibattito pubblico. Ai giovani viene riservata l’attenzione distratta di qualche titolo di giornale ogni volta che la statistica fotografa la loro povertà. E poi via a parlare di pensioni. L’invecchiamento della popolazione genera quello dello spirito. Si cerca sempre meno l’avventura e si preferisce la stabilità. Gli slanci spericolati del cuore cedono alla seduzione del riposo. L’economia invecchia con la popolazione. E perciò anche il reddito.
Cartolina: Lavorare in meno, lavorare per tanti
Ed eccolo qua, sotto i nostri occhi il miracolo del nostro tempo economico: il settore industriale computer e prodotti elettronici, che negli Stati Uniti, ha visto crescere la produttività del lavoro di oltre l’8 per cento in trent’anni, quattro volte in media l’incremento osservato negli altri settori, che, in linea con un’economia che stagna, arrancano. Per capire questo miracolo dobbiamo guardare un altro dato, secondo il quale fra il 2006 e il 2016 l’economia digitale ha espresso appena il 3,9 per cento dell’occupazione Usa, garantendo però stipendi pari al 6,7 del monte totale delle retribuzioni. Detto in altro modo, l’economia digitale crea pochi posti di lavoro, ma ben pagati. Questi lavoratori, pur essendo pochi, nel 2016 hanno prodotto il 6,2 per cento del pil statunitense, e così il dato si spiega aggiornando un vecchio slogan. I miracolati dell’economia digitale lavorano in meno, ma lavorano (e guadagnano) per tanti.
Cartolina: Il reddito di figliolanza
Ora che mai come prima il popolo ha votato la fantasia al potere, ci sia consentito ricordare che l’Italia, malgrado sia sfuggito ai nostri promettenti politici, ha un problema più serio dei suoi cittadini senza reddito, che chissà quanto lo sono veramente. Ossia che nascono sempre meno cittadini. L’esperienza ci suggerisce che siano costoro – i cittadini di domani – ad aver diritto di essere considerati, persino più di quelli che oggi corrono a votare. Già adesso infatti abbiamo un numero di anziani che i lavoratori faticano sempre più a sostenere e peggio sarà in futuro. Gli ultra 65enni sono quasi il 35 per cento della popolazione lavorativa. Fra cinquant’anni, saranno più del 60. E siccome servono alcuni decenni per rendere capace di reddito una persona, sarebbe meglio iniziare da subito a stimolare la nostra natalità. Perciò, gentilissimi politici, invece del reddito di cittadinanza si potrebbe avere quello di figliolanza? Almeno pensateci, grazie.
Cartolina: Il vero obiettivo degli anti global
C’è un gran girarci intorno al vero obiettivo dei vari profeti anti global, sovranisti, populisti o come meglio suggerisce la vostra fantasia. Qualcuno parte da lontano, evocando il continuo prosciugarsi della labor share, effetto di una storica ricomposizione dei pesi fra capitale e lavoro. Altri, ugualmente sofisticati, scomodano stagnazioni secolari e deflazioni dei salari che seguono trend altrettanto epocali determinati dalle orde asiatiche, entrate a pieno giro nella giostra dell’economia globale e invocano, keynesianamente, interventi pubblici, più o meno nazionali, monetari o fiscali. I meno scafati se la prendono col libero commercio, che uccide il negozio del vicino e l’industria nazionale, e spacciano il protezionismo come la panacea di tutti i mali di oggi infischiandosene di quelli di domani. Poi ci sono gli amanti delle semplificazioni, che riducono tutto al reddito e allora perché non darne uno a ognuno e risolvere d’incanto i nostri problemi? Tutti costoro indicano la direzione ma si guardano bene dal puntare il dito, forse per un residuo senso del pudore, o forse perché notare che le uniche ad averci guadagnato dalla globalizzazione, e specialmente a partire dalla crisi, sono state le multinazionali darebbe ai loro discorsi un sapore troppo retro’ persino in un tempo denso di nostalgie come il nostro. Gli anti global, sovranisti, populisti o come si chiamano, lo sappiano o no, ce l’hanno a morte con le multinazionali, che vivono e prosperano nella globalizzazione. Non vogliono che le imprese siano libere di fare affari dove e come meglio loro convenga e sognano uno stato che le metta in riga e provveda a loro come a ogni cosa, a partire da ognuno di noi. Questo è il vero obiettivo. Tutto il resto è noia.
Cartolina: Per le imprese l’America è in Europa
Nessuno oggi crederebbe che c’è stato un tempo in cui le imprese in Germania pagavano il 60% di tasse sui loro redditi, visto che da un decennio pagano la metà. E risulta persino incredibile osservare che c’è stato anche un tempo dove la tassazione per le imprese italiane superava il 50%, visto che oggi puntiamo decisi verso il livello spagnolo, che è sotto il 30. Solo la Francia resiste sopra il 30%. Ci stupiamo del taglio fiscale deciso da Trump, ma è giusto osservare che porta la tassazione corporate Usa, ferma dalla fine degli anni ’80 sopra il 35%, al livello spagnolo. L’America per le imprese europee stava nel vecchio continente. Trump deve averne preso atto.
Cartolina: I salari Usa crescono, ma anche no
Viviamo immersi in un mondo di narrazioni, la cui fondatezza è basata esclusivamente sul numero di persone che le condividono, scritte apposta per costruire certezze. Per cui suscita scontento chi dubita, chi offre strapuntini di ragionamento, chi – semplicemente – cerca dimostrazioni. Una delle storielle più ripetute in queste settimane, nelle quali le borse rifiatano dopo aver corso fino all’inevitabile infarto, è che la crescita dei salari Usa abbia acceso il motore dell’inflazione, che da anni gira a bassa intensità, e ciò potrebbe indurre la Fed a fare più di ciò che sta facendo per alzare i tassi di interesse, con conseguenze potenzialmente distruttive sui mercati finanziari. Gli osservatori più occhiuti e consapevoli sanno bene quanto fragile sia questa catena di ragionamenti, ma tanto basta ad accendere il dibattito, e così sia: l’inflazione sale per colpa della crescita dei salari, le borse calano per la paura della Fed. Facile e rassicurante. Rimane poca attenzione per chi voglia sapere oltre a credere. Giusto due righe per guardare ai dati che mostrano come, nel migliore dei casi, prendendo a esempio il dato sui guadagni orari, l’aumento reali dei salari al novembre 2017 sia stato di circa il 4% rispetto al livello di giugno 2009. Scusate se è poco.
Cartolina: La Grande Trasformazione dei media
Provare a capire che sarà di quel piccolo mondo antico di giornali, radio, televisioni, con i suoi riti e le sue insopportabili manie, una volta che la Grande Trasformazione iniziata negli Usa sarà portata a compimento è esercizio arduo anche per i previsori più spericolati. E’ difficile far congetture che non siano distopiche: i media, ormai strutture complesse con le radici in forma di cavi sottomarini che fioriscono sul nostro smartphone, grazie al quale ci trasformano in user onnivori e saccenti. Stomaci parlanti. Media noi stessi infine, sempre da soli pure se con milioni di follower. Ma poiché nessuno conosce il futuro, per adesso possiamo solo osservare Netflix, che ha creato dal nulla un mercato gigantesco usando le tecnologie di streaming, mentre At&T prova a conquistare Time Warner e la Disney compra la 21 Century Fox. I distributori di dati tentano di integrare i creatori di contenuti per realizzare il veicolo perfetto per l’intrattenimento digitale, il grande business del XXI secolo. Sullo sfondo s’intravedono i giganti del web. La capitalizzazione di uno solo di loro è superiore a quella di tutti i soggetti tradizionali messi insieme e già questo basta a valutarne il peso specifico in questo particolarissimo ecosistema. Facebook, Apple, Google e gli altri nascono già integrati. Sono nativi digitali. Stanno in cima alla catena alimentare. Nessuno conosce il futuro. Ma si può coltivare qualche sospetto.
Cartolina: La pace costa più della guerra
Quasi nove anni son trascorsi da quando l’allora presidente Obama promulgò uno degli stimoli fiscali più costosi della storia recente Usa per rianimare un’economia ancora profondamente prostrata dal crack del 2008. Gli americani non fecero in tempo a digerire il maxi salvataggio da 700 miliardi del loro sistema finanziario (poi ne verranno impiegati solo 450), deciso nel 2008 col programma Tarp, che il nuovo governo dovette farsi carico di sovvenzionare una straordinaria quantità di misure per stroncare la recessione e la sfiducia che stavano divorando il paese. Il Congresso approvò misure per 787 miliardi, mostrando ancora una volta di non badare a spese. Dentro c’erano tagli fiscali per 288 miliardi, benefit per i disoccupati per altri 224, e 275 di fondi per contratti federali, forniture e prestiti. La ripresa arrivò e tutto è bene quel che finisce bene. Pure se a conti fatti l’ufficio del Congresso ha scoperto che l’American Recovery and Reinvestment Act, questo il nome del gigantesco provvedimento, è costato al contribuente più di quanto previsto: 840 miliardi in nove anni. Per avere un termine di paragone, le operazioni militari in Iraq, fra il 2002 e il 2014, sono costate meno, “appena” 812 miliardi. La pace è più costosa della guerra. Adesso l’hanno scoperto anche gli americani.










