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Cartolina: I black out di Bitcoin


Scoprire che per far girare la giostra di bitcoin i cosiddetti minatori hanno impiegato una quantità di energia elettrica che sarebbe bastata ad alimentare la Svizzera sorprenderà molti e lascerà indifferenti moltissimi. In fondo inseguire il mito della ricchezza digitale, per giunta contrabbandata come reazione antisistema al cattivo mondo bancario, al costo di un potenziale disastro ambientale non è così diverso dagli altri modi con i quali gli esagitati amanti della ricchezza provano a cavar denaro dal mondo. Qualcun altro forse ci rimarrà male notando come tutta questa fatica e questa spesa servano appena a compilare un pugno di operazioni al secondo. Ma è una fortuna che sia così. Perché se fossero di più il rischio assai concreto è che all’esaurimento dei terawattora corrisponda anche quello di Internet. La blockchain crescerebbe al punto da strozzare il web. Il black out della rete è persino peggiore di quello elettrico. Perché d’improvviso spariscono anche i bitcoin.

Bitcoin for dummies: Dalla blockchain alla DLT


Mano a mano che la blockchain di Bitcoin si allunga, tessuta pazientemente da legioni di utilizzatori dei sistema di pagamento basato sulla moneta virtuale, agli osservatori più attenti e interessati non è sfuggito il senso profondo dell’innovazione inaugurata dal sistema elaborato dal misterioso Satoshi. La blockchain, riepilogando l’universo delle transazioni svolte in bitcoin dal suo esordio, appare come un gigantesco libro mastro digitale che riporta fedelmente i desideri e le transazioni di infiniti user celati a malapena da uno pseudonimo che, come accade nella logica del web, manifesta a stento le pulsioni profonde dei suoi utilizzatori.

Paradossalmente è proprio questo libro mastro, assai più della moneta che lo popola, che è diventato l’oggetto del desiderio di tanti osservatori allocati nei piani alti del potere politico, finanziario e anche industriale. Quindi non solo le banche centrali, che vivono letteralmente nel sistema dei pagamenti, ma anche i governi, che in qualche modo tale sistema sono chiamati a garantire e che minaccia di essere terremotato dalla diffusione di questo strumento – la blockchain – che ormai si è evoluto nella sua connotazione più generale che viene denominata distributed ledger technology (DLT), che potremmo tradurre con libro mastro digitale distribuito, ossia pubblico e sociale.

Questo strumento ormai ha travalicato il confortevole recinto di bitcoin connotandosi come l’autentica innovazione della rivoluzione promossa da Satoshi. Nel frattempo, infatti, gli strumenti di pagamento virtuali si sono moltiplicati, ormai le monete virtuali si contano a centinaia, mentre il sistema di pagamento, che la blockchain rappresenta, sta entrando nella sua fase espansiva, non tanto per la moneta che veicola, ma per la tecnologia che incarna e che minaccia di rivoluzionare proprio il sistema dei pagamenti. “Con la DLT – recita in apertura uno studio recente promosso dal governo inglese proprio su questa tecnologia – potremmo assistere ad una di quelle esplosioni di potenziale creativo che catalizzano eccezionali livelli di innovazione”. Questa tecnologia infatti “potrebbe dimostrare di avere la capacità di fornire un nuovo tipo di fiducia a una vasta gamma di servizi”. E tuttavia, ciò può comportare alcuni decisivi cambiamenti: “Gli algoritmi che consentono la creazione di registri distribuiti sono potenti”, si tratta di “innovazioni dirompenti che potrebbero trasformare l’erogazione di servizi pubblici e privati e migliorare la produttività attraverso una vasta gamma di applicazioni”.

Non solo pagamenti, ossia scambio di moneta per beni e servizi, quindi. Ma è il senso stesso dell’intermediazione che cambia con le DLT. Questa tecnologia si propone nientemeno che espungere dal circuito dei pagamenti l’autorità centrale che ad essi sovrintende, che nel caso della moneta è la banca centrale. Ma la DLT va oltre la semplice gestione dei pagamenti in moneta. In teoria questa tecnologia è applicabile a qualunque tipo di transazione perché quest’ultima può esser resa direttamente fra i soggetti che la attivano senza bisogno di una mediazione di un ente terzo.

Vi parrà fantascientifico. Ma in realtà è tutto molto concreto. Già da tempo – ma è solo un esempio fra i tanti possibili – è sorto un organismo che si propone di sviluppare e applicare in maniera sempre più diffusa questa tecnologia. E se andate a vedere chi sono i sostenitori scoprirete che non sono piccoli nerd di periferia. Sono i colossi: da Jp Morgan alla Ibm.

E questo dovrebbe aiutarci a capire cosa sta succedendo.

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Bitcoin for dummies: La realtà della moneta virtuale


Abbiamo esplorato le basi filosofiche di Bitcoin/bitcoin, osservando quanto di non detto ci sia dietro ciò che è stato espresso dal manifesto di Satoshi. Quindi abbiamo assaggiato le basi tecniche della moneta virtuale: perché si connota come criptovaluta, cosa sia la blockchain, come e perché si sia scelto di costruire il sistema che sottostà alla sua circolazione. Ovviamente senza pretesa di essere esaustivi. Lo scopo di questa serie è quello di fornire ai lettori elementi di riflessione e alcuni percorsi di approfondimento, non certo dire tutto.

Rimane da fare il passo successivo, che forse è il più interessante. Vale a dire che tipo di realtà stia generando la moneta virtuale, quindi cosa sia accaduto nel sistema finanziario dal momento della sua comparsa, come stia evolvendo, e, soprattutto, come stia reagendo il resto del mondo alla sua apparizione.

A ben vedere, questa è forse la parte più interessante. Sappiamo già che molti regolatori – e segnatamente alcune banche centrali – si sono interessati a Bitcoin/bitcoin e che il tema della blockchain, ormai viene chiamata per quel che è, ossia un libro mastro digitale distribuito pubblicamente, sta diventando, per motivi che vedremo, un argomento caldo ai piani alti della finanza.

Meno nota, ma non per questo meno interessante, è l’economia che è sorta in conseguenza della moneta virtuale o come l’avvento di Bitcoin abbia impattato sull’economia. Un dato, estratto da uno studio recente promosso dal governo inglese, ci dà una importante informazione: per far funzionare Bitcoin/bitcoin si consuma una quantità significativa di energia elettrica – d’altronde è una moneta generata dalle macchine tramite le macchine – addirittura comparabile a quello dell’intera Irlanda.

A parte questa notevole esternalità, che comunque implica guadagni per alcuni a fronte di spese per altri, Bitcoin ha stimolato numerosi a investire sulla tecnologia di mining – i nuovi minatori – che adesso devono spendere molti soldi, in potenza di calcolo e corrente elettrica,  per estrarre l’oro digitale dagli algoritmi di bitcoin. Poi ci sono compagnie che si sono specializzate nella fornitura di beni e servizi pagabili in bitcoin, e tutto un sottobosco di operatori che  forniscono a loro volta servizi per consentire agli user di scambiare bitcoin, e sorvoliamo sulla fiorente attività editoriale – per lo più e-book – che sono stati scritti dal 2008 in poi per spiegare e socializzare questa astruso sistema monetario alternativo.

La realtà della moneta virtuale, scopriremo, non è poi così diversa da quella che siamo abituati a frequentare. La corsa all’oro digitale, come ai vecchi tempi accadeva per l’oro fisico, ha attratto moltissime persone ansiose di far fortuna. E oggi come ieri, gli unici che sicuramente la faranno sono quelli che vendono pale, picconi e setacci, che ai tempi di bitcoin sono processori, sistemi di calcolo, ampiezza di banda ed energia. E poi ci sono le banche, che non solo hanno raccolto la sfida di bitcoin, ma pare stiano anche pensando a come servirsene per i loro fini.

Saremo pure entrati nell’era digitale. Ma siamo rimasti gli stessi.

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Bitcoin for dummies: i nuovi minatori


Per farsi un’idea di quanto il bitcoin somigli davvero all’oro non bisogna essere grandi esperti di finanza o di informatica: basta una semplice osservazione. E’ sufficiente osservare quanto gli attuali minatori somiglino a quelli che in passato rischiavano ogni loro avere per impelagarsi nelle tante corse all’oro che hanno segnato la nostra storia.

La prima differenza è evidente: i nuovi minatori sono dotati di capitale, visto che devono investire su costosi macchinari capaci di esprimere la potenza di calcolo necessaria a dare soluzione al problema matematico risolto il quale il sistema elargisce nuova moneta. Poi vedremo come.

La seconda differenza è che i nuovi minatori devono possedere una solida cultura informatica, che li renda capaci di manovrare questi macchinari, il che ci lascia immaginare che siano opportunamente alfabetizzati.

La terza differenza è la sintesi delle prime due: partecipare alla corsa all’oro digitale è roba per molti, ma non per tutti. Mentre in passato bastavano un setaccio e un piccone e un certo gusto per l’avventura, il nuovo minatore somiglia più a Mr Robot che al vecchio Paperon de’ Paperoni, che aveva fatto fortuna nel Klondike. L’oro digitale è un affare esclusivo, insomma, tutt’altro che inclusivo. E l’architettura del sistema lo rende vieppiù esclusivo man a mano che l’emissione di bitcoin prosegue.

Per capire perché serve un piccolo approfondimento.

Nel sistema elaborato da Satoshi le caratteristiche principali relativamente alla moneta emessa sono due: il totale dei bitcoin è fissato in 21 milioni di unità e poi ogni nuova emissione è legata alla risoluzione di un algoritmo ad opera del minatore. La prima emissione di bitcoin è stata fatta dallo stesso Satoshi alle 18.15 del 3 gennaio 2009 con quello che è stato chiamato generation block.

Per adesso sorvoliamo su cosa sia un blocco – lo vedremo più avanti quando analizzeremo il funzionamento del sistema di pagamento Bitcoin – ciò che conta rilevare è che il generation block ha prodotto i primi 50 bitcoin. Il protocollo di Satoshi prevede che tale incentivo – le pepite digitali dei nuovi minatori – si riduca man a mano che i bitcoin vengono estratti. Ciò vuol dire che non solo la quantità di moneta è fissata – si dovrebbe arrivare intorno al 2033 a un valore vicino al massimo per giungere asintoticamente al totale intorno al 2140 – ma l’incentivo a scavare nuovi bitcoin diminuisce in maniera inversamente proporzionale alla loro estrazione. Oggi si è già dimezzato a 25 bitcoin per ogni soluzione dell’algoritmo. Il che obbliga i minatori a sempre maggior spesa e sforzo, per estrarre sempre meno. E questa è un’altra differenza con i vecchi minatori. Questi ultimi, mano a mano che una vena si esauriva potevano almeno sperare che se ne trovasse un’altra. I nuovi minatori invece devono spendere sempre più per avere sempre meno. Per giunta non estraggono il vecchio metallo giallo, che tutto il mondo capiva e desiderava, ma un astruso codice digitale che gran parte della popolazione neanche sa cosa sia o come si utilizza.

Insomma: questi nuovi cacciatori di tesori sono più ricchi, più istruiti ma sono condannati guadagnare sempre di meno spendendo sempre di più. In questo somigliano a molti.

Sono gli eroi del nostro tempo.

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Bitcoin for dummies: il fantasma dell’oro


Non si capisce Bitcoin, ossia l’infrastruttura di pagamento, se prima non si comprende lo spirito di bitcoin, quindi la valuta che in questa infrastruttura viene scambiata. Entrambe condividono un pensiero, che abbiamo iniziato ad annusare, ossia che le macchina siano più affidabili dell’uomo, ma andando a fondo scopriamo altre cose che celano la sostanza della sfida lanciata dal misterioso Satoshi al mondo intero.

Ne abbiamo sentore leggendo il punto sei del suo manifesto, dove si parla di incentivi, che riporto integralmente riservandomi di approfondire alcuni punti più in là. “Per convenzione – scrive – la prima transazione in un blocco è una transazione speciale che genera nuova moneta di proprietà del creatore del blocco. Ciò aggiunge un incentivo per i nodi a supportare la rete, e fornisce un modo per mettere nuove monete in circolazione, dal momento che non esiste nessuna autorità centrale che le emetta. L’aggiunta continua di una quantità costante di monete è paragonabile all’opera dei minatori d’oro, che spendono risorse per mettere nuovo oro in circolazione. Nel nostro caso a essere spesi sono tempo di Cpu ed elettricità (…). Una volta che un numero predeterminato di monete è entrato in circolazione, l’incentivo può essere costituito interamente da commissioni di transazione e risultare in un sistema monetario completamente privo di inflazione (..). L’incentivo potrebbe aiutare i nodi a restare onesti. Se un attaccante avido fosse in grado di accumulare più potere computazionale di tutti i nodi onesti, dovrebbe scegliere se usarlo per defraudare gli altri, rubando i suoi stessi pagamenti, oppure usarlo per generare nuove monete. Egli dovrebbe trovare più redditizio stare alle regole del gioco, regole tali da beneficiarlo con più monete di qualsiasi altro insieme di nodi, piuttosto che sabotare il sistema e il valore della sua stessa ricchezza”.

Sorvoliamo per il momento su concetti fondanti come quello di blocco e nodo, di cui ci occuperemo in altre puntate di questa serie, e guardiamo a come questa moneta digitale viene immaginata. Lo stesso Satoshi lo dice a chiare lettere: i bitcoin sono come l’oro, e infatti i “creatori” o sarebbe meglio dire gli scopritori di queste pepite digitali vengono chiamati minatori.

In questo scorgiamo una prima fondamentale differenza fra la moneta di Satoshi e quella in uso tutti i giorni, che rievoca la vecchia polemica fra cartalisti e metallisti che ha segnato nei secoli la storia delle moneta. Per i primi il valore di una moneta risiedeva sostanzialmente nel fatto che avesse dietro uno stato, e quindi un potere impositivo e una sua affidabilità. Per i secondi tale valore dipendeva da quello intrinseco del materiale nel quale la moneta era rappresentata. L’oro è moneta, diceva un celebre banchiere di un paio di secoli fa.

In sostanza si confrontavano due concezioni antitetiche: moneta segno versus moneta merce. Quest’ultima fino a tutto il XIX secolo e buona parte del XX è stata alla base dei sistemi monetari, prima col gold standard, poi con il gold exchange standard del primo dopoguerra e quello nella sua versione gold-dollar exchange standard di Bretton Woods, per cadere in disuso negli anni ’70, quando si affermò la pratica della fiat money, ossia della moneta fiduciaria a corso legale senza valore intrinseco.

C’è una differenza importante fra queste due concezioni della moneta. Nella moneta fiat, una moneta rappresenta innanzitutto un debito di chi la emette. Il contante, infatti, viene registrato fra le passività di una banca centrale, pure se è un debito inesigibile, visto che con la moneta non potete chiedere indietro altro che moneta, a differenza di quanto accadeva ai tempi del gold standard, quando poteva essere convertita in oro. Tale debito, avendo corso legale (legal tender, dicono gli anglofoni) deve essere utilizzata per pagare le tasse (ed ecco il legame con la funzione impositiva dello stato) e deve essere accettata per compiere qualsiasi altro pagamento all’interno del paese che la emette. Quindi si potrebbe definire una passività altrui che si deve utilizzare. Trova la sua legittimità nel potere statale.

Nella moneta merce, invece, l’oro non era un debito di nessuno. Era moneta scavata dalla terra. Pura creazione di liquidità che si autoaffermava come tale senza bisogno di nessuna autorità che la certificasse o le desse un valore fiduciario. Aveva valore di per sé. L’oro è moneta, diceva sempre il nostro defunto banchiere. Quindi si potrebbe definirlo come un attivo che si vuole utilizzare. Trovava la sua legittimità, per motivi storici, nel consenso sociale.

In questo sistema la cartamoneta trovava ragione nella sua semplicità di uso e nel fatto che comunque era convertibile in once d’oro. Anche la cartamoneta era un debito per la banca centrale che la emetteva, ma solo perché la obbligava a convertirla nell’oro che, di fatto e di diritto rappresentava.

Il nostro bitcoin, quindi, per questa somiglianza monetaria col vecchio metallo giallo viene chiamato oro digitale, estratto dai visceri di un algoritmo informatico, e come tale liquidità. Il fantasma dell’oro, per secoli prima evocato e poi scacciato, torna a fare capolino. Ma sempre un fantasma è: evanescente, effimero e vagamente spaventoso. Ci sono differenze profonde, che è necessario osservare e comprendere. Scopriremo alla fine che oro e bitcoin, come si diceva in un vecchio film, non si somigliano per niente.

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Bitcoin for dummies: C’è Bitcoin e bitcoin


Rivoluzione è la parola parola più utilizzata nell’ampia trattatistica che ha per oggetto la tecnologia bitcoin. Si tratta di libri scritti per lo più da persone che operano con questa innovazione, giovani, fortemente orientate verso le materie matematiche e statistiche e con buoni background informatici, mentre la conoscenza dei fondamenti di economia non supera in gran parte dei casi la manualistica di base. Anche in questo caso, insomma, si replica quanto abbiamo visto a proposito del trading algoritmico: sono i geni del computer i protagonisti di questa sedicente rivoluzione, non gli economisti. Ciò non vuol dire che un pensiero economico non ci sia, anzi è parecchio interessante analizzarlo.

Prima però, è opportuno iniziare a schematizzare il percorso di questa ricognizione, individuando i fondamenti del sistema che bitcoin sta in qualche modo questionando, proponendosi come alternativa.

Il cuore della faccenda sta in un semplice gesto che facciamo ogni giorno: il pagamento per avere qualcosa. Questo gesto si esaurisce nel passaggio di moneta da una persona a un’altra, o perché ci ha venduto qualcosa o perché dobbiamo pagare una prestazione, o magari semplicemente le tasse. Questo gesto coinvolge due cose: una moneta, che deve essere scambiata, e una infrastruttura che rende possibile questo scambio di moneta.

Bitcoin si propone come un’alternativa alle tecnologie esistenti proponendo insieme una moneta, che si chiama bitcoin (scritto in minuscolo) e una infrastruttura, che si chiama Bitcoin (scritta in maiuscolo). Questa prima distinzione permette già di fare un primo passo che aiuta a dissipare tanta confusione. Quando si parla di bitcoin, infatti, è sempre opportuno chiarire se ci riferisca alla valuta o all’infrastruttura. Perché le due cose nascono insieme, ma non sono la stessa cosa. Oltre a bitcoin, infatti, possono esistere altre valute crittografiche – si chiamano criptovalute perché usano la crittografica per essere autenticate – che usano sistemi di funzionamento simili a quelli di Bitcoin. Ne trovate un breve elenco qui.

In questa differenza risiede il primo importante discrimine fra la tecnologia tradizionale, nella quale esistono diverse valute che condividono uno o più sistemi di pagamento, e quella “rivoluzionaria” proposta dal misterioso Satoshi Nakamoto, che nel 2008, in piena crisi finanziaria, registrò anonimamente il dominio bitcoin.org lanciando il suo manifesto di cui parleremo più avanti.

Per capire in cosa consista questa “rivoluzione”, di conseguenza, dobbiamo analizzare che tipo di moneta sia il bitcoin e che tipo di sistema di pagamento – ossia l’infrastruttura sui cui si veicolano gli scambi – voglia proporre Bitcoin. Quindi dobbiamo chiederci in cosa sia diversa questa tecnologia rispetto a quella consolidata e quali siano i presupposti economici, politici e persino filosofici sulla base dei quali questa innovazione vuole accreditarsi nei confronti della comunità internazionale.

Magari finiremo per scoprire che è bella, ma non ci piace.

O il contrario.

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Bitcoin for dummies: Quel che bisognerebbe sapere sulle blockchain


Sono certo che a voi come a me fischino le orecchie ogni volta che sentite parlare di bitcoin e blockchain. Questa roba, miscellanea di tecnica informatica e finanziaria , è ormai diventata un argomento sui generis che ha generato un crescente popolazione di specialisti che non sono semplicemente informatici – che già sarebbe difficile seguire – ma neanche esperti di materie bancarie o finanziarie, che lo sarebbe altrettanto, ma una curiosa ibridazione fra le due cose. Una nuova materia di conoscenza.

Come ogni innovazione, anche questa rischia di lasciare indietro molte persone che non hanno la voglia né il tempo di capirci qualcosa, anche perché le informazioni si susseguono con la consueta frenesia, con la conseguenza che costoro semplicemente rinunciano. Ne sentono parlare, si convincono di sapere di cosa si tratti, ma tutto ciò rimane sullo sfondo della loro coscienza, e così, inevitabilmente, si smarriscono, e in questo smarrimento perdono un’occasione per capire meglio la nostra realtà, pre-requisito fondamentale per chi voglia provare a interagirvi con consapevolezza.

E’ capitato anche a me, per questo ve ne parlo. Da anni ormai sento parlare di queste cose senza capirci granché, fino a quando ho iniziato a pensare che, discorrendo con voi di economia, fosse un mio preciso dovere provare a offrirvi una ricognizione personale di quella che sembra una frontiera inedita con la quale, ci piaccia o no, dobbiamo fare i conti. Perciò mi sono messo all’opera e ho pensato di darvi conto di quello che ho capito, essendo la condivisione della conoscenza lo spirito che anima questo blog.

Per discutere di bitcoin e blochchain è necessario però sapere prima alcune cose: come funzionano il nostro sistema bancario, il sistema dei pagamenti, la moneta, un protocollo informatico e altre cosette che ho dovuto apprendere lungo il cammino. Per darvene conto mi sono attrezzato con alcuni libri e molti paper, in gran parte prodotti dalla Bank of England che alla questione delle monete virtuali ha dedicato parecchi approfondimenti, insieme peraltro anche ad altre banche centrali, fra le quali la nostra Bce.

Non a caso, ovviamente, le banche centrali, per una serie di ragioni che vedremo sono estremamente interessate a questa curiosa evoluzione tecnologica, almeno quanto lo sono le banche commerciali. Entrambe – a ragione – vedono minacciata la loro sopravvivenza di un sistema istituzionale consolidato basato sulle banche commerciali, quali intermediarie terze del sistema di pagamento, e le banche centrali quali garanti della liquidità.

Ma non sono le sole che stanno vivendo questa sorta di rivoluzione a metà fra l’inquieto e il curioso. E’ tutto il sistema finanziario che potrebbe essere stravolto in un arco di tempo imponderabile. Per dare un’idea della posta in gioco, basti sapere che sono in gioco costi di intermediazione finanziaria per oltre 54 miliardi di dollari, che corrispondono ad altrettanti profitti per qualcuno, come spiega efficacemente Ben Broadbent, vice governatore della politica monetaria della BoE, che ha parlato di tutto questo in un recente speech (“Central banks and digital currencies“).

Vedremo nel dettaglio. Per ora quel che bisognerebbe sapere dei bitcoin e delle blockchain è che rappresentano il primo attacco poderoso finora scatenato contro un consorzio di poteri finora senza rivali e che, ovviamente, sta generando una reazione e molta confusione. E già questo rende meritevole prendersi il tempo necessario per comprenderlo.

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