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La crescita del costo del lavoro non frena il boom tedesco


Alcuni dati diffusi nei giorni scorsi dall’istituto tedesco di statistica consentono di scorgere, seppure come semplice tendenza, il movimento profondo che sta interessando l’economia della Germania, istruendoci su una semplice evidenza: la sua incredibile potenza commerciale, che non scema neanche sotto la pressione di un aumento del costo del lavoro e delle importazioni.

I dati relativi al commercio tedesco sono relativi al luglio del 2015 e confrontandoli con quelli di un anno prima scopriamo alcune cose.

La prima è che l’aumento dell’import, cresciuto dal valore di 535,3 miliardi del periodo gennaio-luglio 2014 ai 553,4 dello stesso arco di tempo del 2015, è stato più che compensato da quello dell’export, salito da 657,4 miliardi a 702,2. L’attivo commerciale, quindi, è passato dai 122,1 miliardi a 148,7, che vuol dire un aumento di oltre il 21%.

L’incremento del saldo commerciale è stato pressoché l’unico determinante di quello del conto corrente della bilancia dei pagamenti, passato dai 114,5 miliardi del 2014 (gennaio-luglio) ai 137,5 del 2015 (+20%), a fronte di di un deficit pressoché immutato dei servizi (-21,4 miliardi) e dei redditi secondari (-25.7 miliardi) e di un attivo altrettanto immutati dei redditi primari (29 miliardi).

La seconda informazione interessante è che i flussi commerciali verso l’Eurozona sono in sostanziale equilibrio: le esportazioni nell’eurozona sono state pari a 257,1 miliardi (+4,8% rispetto al 2014) e le importazioni pari a 249,7 miliardi (+2,9% sul 2014). Per i paesi Ue non euro, l’export è stato di 150,4 miliardi, sempre riferiti al periodo gennaio-luglio, pari a +8,3% rispetto al 2014, mentre import ha raggiunto i 112,6 miliardi (+3,5%).

Rispetto ai paesi terzi, quindi non europei, il dato illustra come l’export abbia superato quello indirizzato all’eurozona, arrivando a 294,7 miliardi (+7,9%), mentre l’import, cresciuto del 4%, è arrivato a 191,1 miliardi.

La Germania, quindi, non ha aumentato il saldo commerciale tagliando le importazioni, ma aumentando le esportazioni. Si osserverà che ciò è stato facilitato dall’indebolimento dell’euro, ma è altresì logico ipotizzare che una moneta più debole avrebbe dovuto, oltre che favorire le esportazioni, scoraggiare le importazioni dai paesi non euro. Cosa che invece non è accaduta. Anzi sono aumentate. Ciò suggerisce che la forza dell’economia tedesca risieda in ciò che produce piuttosto che nella valuta in cui lo denomina.

Un altro dato rafforza questa impressione: il costo del lavoro.

Un grafico mostra con chiarezza che dal almeno un biennio il costo del lavoro tedesco cresce più della media dell’Ue e dell’eurozona. Nel secondo quarto 2015, per darvi un’idea, è aumentato del 3,1% rispetto al secondo quarto 2014. Il Italia, per fare un paragone, è stato appena dell’1,1%.

Poiché il costo del lavoro viene considerato come una delle determinanti della competitività, dai dati dell’export si deduce che malgrado l’incremento del costo del lavoro, le merci tedesche continuano ad essere competitive all’estero. Il che mi fa sospettare che i consumatori stranieri gradiscano i prodotti tedeschi anche per ragioni che esulano dalla semplice convenienza economica.

Se poi andiamo a vedere l’indice dei salari lordi, notiamo che nel primo quarto 2015 è cresciuto del 2,5% in Germania a fronte della media EZ del 2,2% e del 2,4% dell’Ue. Quindi, pure se con le dovute precauzioni che dobbiamo ricordare, essendo un dato relativo, si può dedurne chei salari in Germania stanno aumentando più che nella media europea e dell’eurozona. Il che peraltro contribuisce a spiegare perché siano aumentate le importazioni.

Insomma, l’economia tedesca si sta lentamente riscaldando anche all’interno, come peraltro mostrano i dati sull’inflazione nel 2014, quandola Germania ha esibito un tasso (HCIP) del +0,8%, fra i più alti dell’eurozona.

Chi ricorda le polemiche di qualche tempo fa, quando la Germania veniva accusata di non stimolare la domanda interna per trainare la ripresa internazionale, troverà in questi dati qualche motivo di riflessione.

L’idea che me ne sono fatta io è che, lentamente ma con costanza, la Germania sta procedendo verso un maggiore equilibrio interno, che però procede di pari passo con un maggiore squilibrio esterno, come mostra il costante incremento del suo attivo corrente. Il che suonerà paradossale, ma solo perché la realtà di nutre di paradossi.

Se ricordiamo infine che il governo tedesco sta procedendo con lo stesso passo, lento ma deciso, verso la riduzione del debito pubblico cumulando surplus fiscali, si comprenderà perché la Germania somigli sempre di più a una di quelle che cent’anni fa si chiamavano potenze.

Il fatto che oggi la potenza si declini con l’economia, è solo un segno dei tempi.

Se il calo dei salari non porta al riequilibrio


Ci hanno detto, e continuano a dirci, che uno dei fattori che determinerà il riequilibrio della squilibrata eurozona è la competitività. I paesi fragili devono mettere ordine, tramite riforme strutturali, nei loro mercati del lavoro per spingere l’export e quindi riequilibrare i propri conti con l’estero, a cominciare da quelli dei paesi forti dell’area euro.

Di conseguenza ci dicono che dobbiamo accettare, noi paesi fragili, una sostanziale correzione del nostro costo del lavoro.

E in effetti, a guardare i dati, viene fuori che questa convergenza salariale verso il basso piano piano si sta verificando.

Senonché la correzione degli squilibri esteri va al rallentatore, mentre è ormai riconosciuta la diminuizione della labor share nella distribuzione della ricchezza nazionale a favore dei profitti.

Stando così le cose capirete perché ho letto con estremo interesse uno studio redatto di recente dalla commissione Ue che si intitola “Labour costs pass-through, profits and rebalancing in vulnerable Member States” che ha il merito di analizzare la questione da un punto di vista micro emacro economico.

Mi armo di pazienza e comincio a leggerlo.

Scopro che “i recenti aggiustamenti dei saldi di conto correnti degli stati membri vulnerabili (Cipro, Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo, Slovenia e ogni tanto Italia) mostrano che il rebalacing è in atto. Il conto corrente aggregato di questi paesi, considerati come un insieme, ha raggiunto il surplus nel 2012”.

Senonché, l’aggiustamento, finora, “è risultato da un mix fra importazioni più basse ed esportazioni più alte”. E tuttavia la Commissione rileva che solo in parte il calo dei salari si è trasferito sul livello dei prezzi delle esportazioni che, di conseguenza, sono rimasti più o meno stabili. Finora il calo dei salari sembra sia andato più a vantaggio dei profitti “senza dare spinta all’export”.

Se le cose stanno così, significa che mentre il calo dei salari ha un chiaro effetto sulle importazioni, che si riducono a causa del minor potere d’acquisto, l’aumento delle esportazioni pare dipenda più dall’aumento della domanda estera, piuttosto che dalla convenienza a comprare prodotti “svalutati” dal costo più competitivo.

La commissione tuttavia fa un passo in avanti e rileva che un trasferimento incompleto del calo dei salari sui prezzi “è in parte una naturale conseguenza del processo di aggiustamento”.

Conclusione: dobbiamo starci e basta. Ma vale la pena?

Guardiamo i dati.

Il grafico del costo unitario del lavoro nell’eurozona dal 2000 al 2012 mostra che il costo del lavoro unitario (ULC) era profondamento squilibrato fra i idiversi paesi, sia nel confronto con la Germania, che con la stessa media euro. Ma adesso anche questo processo di rebalacing è in corso.

“In particolare – scrive – Grecia, Portogallo e Irlanda hanno subito la riduzione più significativa del costo del lavoro, oltre ad aver aumentato la produttività (che riflette il calo dell’occupazione), mentre il costo del lavoro unitario della Spagna è stato guidato più dall’aumento della produttività che dei salari”.

Quanto a noi, “l’Italia non ha sperimentato una profonda riduzione della crescita dell’ULC, anzi i salari continuano a crescere”.

In effetti, se guardiamo il grafico, notiamo subito che l’indice dell’ULC tedesco (2000=100) non arriva neanche a 110 nel 2012 e rimane il più basso fra i paesi considerati, parecchi punti sotto la media Euro (circa 130).

Il problema nasce dal fatto che “la riduzione dei salari si è trasferita con lentezza e in maniera incompleta nello sviluppo dei prezzi”. Parte di questo mancato trasferimento, scrive la Commissione, si può spiegare con il simultaneo aumento del carico fiscale, generato dalla esigenza del consolidamento dei conti pubblici nei paesi in difficoltà”.

Ma in ogni caso “il recente trend di inflazione bassa nei paesi vulnerabili suggerisce che il costo del lavoro sta progressivamente trasferendosi sui prezzi”.

Provo a tradurre. La politiche deflazionarie sul lavoro (che hanno generato più profitti) iniziano a trasferirsi sui prezzi solo di recente in virtù delle spinte deflazionarie (leggi inflazione sempre più bassa) che stanno interessando tutte le economie fragili.

Provo a dirla ancora più semplicemente. Deprimere la domanda interna (cos’altro provoca il taglio dei salari?) finisce prima o poi col far scendere tutti i prezzi, anche quelli all’export.

Ma è la depressione il driver, il costo del lavoro è solo lo starter.

Il fatto che sia aumentata la quota dei profitti, tuttavia, non comporta di per sé che le imprese ridano. “L’incremento dei margini di profitto dal 2010 – scrive la Commissione – può essere parzialmente visto come una contropartita del collasso di tali margini fra il 2008 e il 2009”. Senza contare che le imprese hanno visto aumentare il costo dei contributi e ciò ha finito con l’assorbire parte dei calo dei salari.

Ma aldilà dei margini di profitto, è la profittabilità delle imprese, la variabile sulla quale si concentra l’analisi. “Anche se i margini di profitto aumentano a causa del calo del costo del lavoro, la profittabilità può rimanere sotto pressione a causa delle vendite scarse”.

La Commissione ci regala uno studio econometrico, che come tutti questi studi va preso con le pinze, al termine del quale viene fuori che “i cambiamenti nel costo del lavoro non sono associati in generale con la profittabilità”, anche se “gli incrementi del costo del lavoro nei settori votati all’export sono negativamente correlati con il cambio della profittabilità”. Cioé se aumenta l’uno diminuisce l’altra.

Ma tale correlazione funziona bene nei paesi fragili “mentre è quasi nulla nei paesi core”.

Per giunta, tale correlazione funziona a patto però che questi paesi spostino l’attenzione dal settore non export a quello export per aumentare la propria capacità mercantile.

La Commissione conclude così: “La moderazione salariale si sta trasferendo  lentamente sui prezzi, anche se non completamente, a causa del parziale ricovero dei margini di profitto, malgrado la profittabilità rimanga bassa a causa del calo delle vendite”.

Questa parziale trasmissione della moderazione salariale sui prezzi può essere “potenzialmente positiva se conduce alla riallocazione delle risorse dalle industrie domestiche tutelate a quelle export-oriented”.

Tale riallocazione tuttavia, almeno finora, sembra più guidata dalla pressione del deleveraging e dalle difficoltà finanziarie piuttosto che da una precisa scelta di politica industriale.

Dopo l’apolitica fiscale, anche l’apolitica industriale.