Etichettato: deflationary mindset

L’ennesima piroetta della BoJ per far funzionare il QQE


Ormai è un lavoro da appassionati seguire le evoluzione monetarie della BoJ, da un triennio impegnata nel difficile compito di far uscire il paese dalla deflazione da un ventennio e insieme dare un calcione all’economia nazionale, che vivacchia con poco entusiasmo da altrettanto. Eppure vale la pena investire un po’ di tempo e leggere i documenti ufficiali. Per la semplice ragione che la BoJ, come rivendica il suo governatore Kuroda, è da sempre all’avanguardia negli esperimenti monetari, seppure con esiti discordanti.

Anche di recente, riferendosi ai nuovi strumenti messi in campo, il governatore ha sottolineato che “la BoJ è la prima nel mondo a introdurre questi nuovi tool”, riferendosi allo yield curve control e all’inflation-overshooting commitment. Non cambiate canale: si tratta di cose molto semplici che solo la complicazione linguistica della politica monetaria rende esotici. Il succo è presto detto: malgrado il grande sforzo avanguardistico la BoJ ancora fatica a riportare l’inflazione dove vorrebbe. In compenso il suo QQE ha contribuito significativamente ad abbassare la curva dei rendimenti a un livello tale che la BoJ ha avvertito l’esigenza di fornirsi di uno strumento capace di regolare lo yield, ossia il rendimento reale, utilizzando, come ha fatto sinora gli acquisti massicci di bond pubblici come strumento di controllo.

In sostanza, da un lato si sottolinea il profondo impegno (inflation-overshooting commitment) a far crescere la base monetaria, ormai arrivata all’80% del pil nominale per tirare su i prezzi. Al tempo stesso si prova a manovrare la curva dei rendimenti (yield curve control) per evitare che gli acquisti di bond pubblici, effettuati in ottica di QE, abbassino troppo o troppo poco i rendimenti rispetto agli obiettivi di stabilità finanziaria che la BoJ comunque deve tenere presente.

A tal proposito è sufficiente ricordare, come fa lo stesso Kuroda, che “l’efficacia della politica di declino dei tassi di interesse dipenderà dal suo impatto sui profitti delle istituzioni finanziarie, che si riflette nella loro capacità di prestito”. Detto chiaramente, poco serve il QQE se poi le banche soffrono e gli assicuratori e i fondi pensioni vedono aggravare la loro profittabilità e sostenibilità. Raggiungere il target d’inflazione con un sistema finanziario fragile sarebbe una vittoria di Pirro per la BoJ. Ed ecco perché sono stati introdotti questi nuovi strumenti. Sempre nella presunzione che siano efficaci.

Ed è proprio sulla funzionalità delle misure intraprese che la BoJ e lo stesso Kuroda impegnano e si giocano tutta la loro credibilità. Kuroda, nel suo speech, ha ripetuto ancora una volta che la cosa più difficile da sconfiggere per le autorità monetarie giapponese è il deflationary mindset, ossia la psicologia deflazionaria nata a cresciuta nel ventennio perduto giapponese ancora permanente pure se la deflazione è stata tecnicamente superata, e Kuroda lo rivendica: il CPI (consumer price index) per tutti i beni meno il pesce fresco è in territorio positivo dall’autunno 2013 e lì è rimasto per due anni e dieci mesi. “E’ la prima volta dalla fine degli anni ’90 che succede”, nota il banchiere. Ma la deflazione è ancora nella testa dei giapponesi, sembra di capire. E ovviamente Kuroda, che è un sacerdote della moneta, deve credere che tramite la politica monetaria – il QQE e le sue varie piroette – questa deformazione dello spirito si possa raddrizzare.

Tutto ciò richiede un’esibizione di argomenti che la BoJ ha collazionato in un documento di 60 pagine col quale ha fatto il punto sull’evoluzione e gli esiti delle politiche monetarie. Una lettura sicuramente istruttiva che consiglio a tutti gli appassionati di politica monetaria. Qui basterà arrivare al punto. Tre anni dopo, e dopo aver sperimentato un’infinità di tool, la BoJ deve ancora convincere i giapponesi, oltre che se stessa e il resto del mondo, che riuscirà a raggiungere il suo target di inflazione. A fronte di questa difficoltà, Kuroda rivendica che il “QQE ha portato ad una inversione di tendenza positiva dell’attività economica e dei prezzi”. Come è giusto che sia, Kuroda guarda il bicchiere mezzo pieno, senza nascondere quello vuoto, per il quale è sempre pronta una ricetta di policy o un nuovo tool. E la storia continua.

Over and over again.

Il bicchiere mezzo pieno (di ketchup) del governatore giapponese


Leggo divertito che quest’anno, per la prima volta da almeno venticinque, il prezzo del ketchup in Giappone è aumentato. Che sarebbe notizia di costume, se non fosse contenuta in un recente speech del governatore della Bank of Japan, Haruhiko Kuroda, a dimostrazione del fatto che i prezzi del Sol Levante, pigri come accade ormai da una generazione, stiano iniziando a stiracchiarsi.

E sarebbe strano il contrario, atteso che il Giappone da un biennio è alle prese con una manovra a dir poco spericolata, il quantitative and qualitative easing, frontiera dell’estremismo monetario di marca nipponica che si propone di risolvere una volta per tutte la stagnazione del Paese, ancora alle prese con i postumi della sbronza di fine anni ’80.

Leggere Kuroda perciò è utile perché ci racconta in breve cosa sia successo in Giappone in questi due anni durante i quali la banca centrale ha spinto come mai nella storia sul pedale dell’allentamento monetario per arrivare finalmente ad avere un’inflazione del 2%.

Nell’anno fiscale 2013 l’azione della BoJ sembrò avesse indirizzato l’economia verso i target auspicati dalla banca centrale. La crescita reale del Pil superò il 2% e l’indice dei prezzi al consumo salì dal +0,5 all’1,5% nell’aprile dell’anno successivo.

Ma fu una fiammata che si spense subito. L’anno fiscale aprile 2014/2015 vide tutti gli indicatori peggiorare. La ragione, secondo Kuroda, fu principalmente il rialzo delle tasse sui consumi il cui impatto, per quanto previsto, fu maggiore di quanto ci si aspettasse, combinandosi con il deciso calo delle quotazioni petrolifere. Ne è risultato una diminuzione della domanda interna, specie dei beni durevoli, che ha provocato un calo del Pil dello 0,9% rispetto all’anno precedente e il sostanziale azzeramento dell’inflazione.

Tuttavia il buon Kuroda non ha perso il suo ottimismo, anzi. La sua analisi parte dal presupposto che i due fattori che hanno determinato l’arretramento dell’ultimo anno, il rialzo delle tasse e il ribasso del petrolio, sono temporanei, mentre i fattori che dovrebbero condurre al mutamento di clima dell’economia giapponese sono diventati ormai strutturali.

Il primo è che le aziende giapponesi hanno raggiunto profitti record, superando i picchi dell’ultimo ventennio, grazie al fatto che la svalutazione dello yen ha aumentato il valore in valuta nazionale dei ricavi realizzati dalle aziende giapponesi delocalizzate e il calo del petrolio ha diminuito i costi di produzione. Ciò ha rimesso in moto gli investimenti, che una recente survey svolta dalle autorità giapponesi prevede in aumento.

Il secondo cambiamento strutturale riguarda il mercato del lavoro. L’economia giapponese, dice Kuroda, ha di fatto raggiunto la piena occupazione, con un tasso di disoccupati in calo dal 2008 e ormai intorno al 3%.

Questi due fatti, combinandosi, sembrano creare il clima ideale affinché la banca centrale centri il suo target di inflazione e questo, sottolinea Kuroda, sarà il segnale più chiaro che l’economia si è finalmente rimessa in moto. Rimane ancora deludente, nonostante la svalutazione, la performance dell’export, ma ciò dipende secondo il nostro governatore proprio dall’espansione delle produzioni estere delle imprese nazionali. Che però adesso, sottolinea ancora, stanno di nuovo tornando ad investire in patria, stimolate dal clima positivo e dalla svalutazione dello yen.

Questo quadro idilliaco viene appena turbato dalla considerazione che anche nel primo quarto 2015 l’export e la produzioni hanno mostrato segni di debolezza, collegati al contesto esterno, innanzitutto in relazione a Usa e area asiatica, che hanno rallentato. E certo, sottolinea, bisognerà anche tenere conto dell’evoluzione delle economie emergenti e degli esportatori, che più di tutti in questo periodo stanno patendo un sostanziale calo dei loro redditi. Insomma: tutto va bene, finchè va bene agli altri.

Se si rimuove dal tavolo l’ipoteca delle influenze esterne, che però pesano parecchio sull’economia giapponese, e si rivolge lo sguardo a quelle interne, i motivi di ottimismo di Kuroda si rafforzano. La piena occupazione ha condotto per la prima volta da vent’anni a un aumento dei salari, ossia uno degli elementi sui quali Kuroda conta per vedere tornare in crescita l’inflazione.

Tale evoluzione, che mira a invertire una consuetudine deflazionaria ormai quasi ventennale, durante la quale i salari e i prezzi si equilibravano al ribasso, sembra confermata dall’aumento della paga base, assente ormai dalla metà dei ’90 dallo shunto, ossia la pratica di negoziazione delle retribuzioni che ogni anno i rappresentanti dei lavoratori e delle imprese mettono in scena. Così era stata abbandonata la pratica tradizionale di innalzare i prezzi di un vasto campionario di merci all’inizio di ogni anno fiscale, ossia in aprile.

Il tal senso il risultato migliore del QQE, dice Kuroda, è stato l’esser riusciti a estirpare dalla testa dei giapponesi l’idea che i prezzi avrebbero contrinuato a declinare (“deflationary mindset”). “Dobbiamo cambiare – spiega – l’opinione sui prezzi di famiglie e imprese, che forma la base delle loro attività economiche”. Come se, quindi, la politica monetaria fosse un raffinato balsamo per le psicologie depresse.

Ebbene: nell’ultimo shunto le paghe base sono state aumentate per la prima volta in vent’anni e anche la pratica di aumentare i prezzi ad aprile è tornata in auge, anche se molte imprese si sono trattenute, sottolinea, perché sempre in aprile entrava in vigore l’inasprimento fiscale sui consumi, che ha avuto come effetto quello di deprimere la domanda interna. E tuttavia “nell’aprile di quest’anno il prezzo del ketchup è stato aumentato per la prima volta in 25 anni. E devo sottolineare che tale rialzo non è dovuto agli acquisti della Banca del Giappone”, conclude con un filo di autoironia.

Dal che deduco che l’ingrediente monetario, che il nostro banchiere padroneggia e propina con poco ritegno, sia il semplice succedaneo di quello che è l’autentico miscuglio segreto che Kuroda spande a piane mani ogni giorno: l’ottimismo, ossia qualcosa che non si misura e che però influenza ciò che si misura.

Vedere il bicchiere mezzo pieno, anche se solo di ketchup, è il vero QQE di cui l’economia giapponese sembra aver bisogno.

Kuroda ovviamente è il primo a saperlo.