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Gli Usa hanno portato via 270 miliardi dall’Ue


Se siamo arrivati al punto in cui un presidente Usa dice che l’Ue è un nemico non bisogna stupirsi che le relazioni economiche si accordino di conseguenza, seguendo una vulgata politica che sembra costruita apposta per generare sfiducia. Le dichiarazioni di Trump sono solo l’ennesimo atto ostile del presidente americano che, fra le altre cose, ha pure deciso di daziare i suoi principali alleati, dopo aver ridotto l’ultima riunione Nato a una sorta di show personale. Questi fatti di cronaca non cadono dal cielo e sono solo la conferma che l’asse fra Usa e Ue, che ha segnato la storia della seconda metà del XX secolo è entrata in una fase nuova dagli esiti imprevedibili, ma che già mostra i suoi effetti sulle relazioni più fragili, perché squisitamente fiduciarie, che tengono avvinte le due regioni. Si pensi ad esempio agli investimenti diretti.

L’ultima release di Eurostat dedicata all’osservazione di questi flussi nel 2017 mostra con chiarezza che gli Usa sono diventati, cordialmente ricambiati, disinvestitori netti dall’Ue. Detto in parole povere, nel 2017 hanno portato via centinaia di miliardi di investimenti diretti invertendo la tendenza del 2016, quando nell’Ue dagli Usa erano arrivati 56 miliardi di dollari, a fronte dei 274 miliardi che sono usciti nel 2017. Dal canto suo, l’Ue ha disinvestito oltre 66 miliardi dagli Usa nel 2017, quando invece nel 2016 vi aveva fatto affluire oltre 76 miliardi.

In generale, per l’Ue l’anno scorso non è stato un anno positivo per gli investimenti diretti esteri. I suoi investimenti sono diminuiti di oltre il 52% rispetto al 2016, passando da 250 miliardi a circa 120. Al tempo stesso gli investimenti nell’Ue da parte dei paesi esteri sono crollati, passando dai 340 miliardi nel 2016 a 37. Una brusca diminuzione nella quale la parte del leone l’hanno fatta proprio le compagnie americane che evidentemente non trovano più attrattiva l’Ue per i loro investimenti.

A conclusione di questo anno orribile, l’Ue si trova come primo investitore diretto la Svizzera seguita dal Giappone. Le principali destinazioni di investimento diretto dell’UE sono la Svizzera e Hong Kong.

Il fatto che l’addio Usa all’Europa sia storia del 2017 conferma che l’allontanamento fra le due regioni sia un trend ormai consolidato che le ultime decisioni dell’amministrazione Trump sono destinate a rafforzare. E poiché l’economia condivide con la natura l’orrore per il vuoto, è molto facile prevedere chi sostituirà il capitale statunitense proseguendo questa tendenza. Se ne sono avute avvisaglie chiare quando il primo ministro cinese, in risposta all’ennesima minaccia di dazi arrivata dagli Usa, ha proposto all’Ue di stringere le maglie della collaborazione commerciale. E il commercio è uno degli strumenti degli investimenti diretti.

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Scompaiono gli investimenti pubblici e i risparmi europei emigrano


Succede, nella ricca eurozona, che la crescita dei risparmi superi quella degli investimenti non finanziari, quindi di imprese e famiglie. E succede in un momento in cui viene riconosciuta anche dai più ottimisti la persistente debolezza degli investimenti per diversi motivi.

E tuttavia questi risparmi devono trovare un impiego. Sicché, non trovandolo laddove si originano, finiscono all’estero. La crescita dei prestiti netti esteri dell’eurozona, infatti, continua imperterrita da diversi anni, e ormai è in pieno boom.

Per capire come mai alla crescita del risparmio europeo non corrisponda un incremento degli investimenti interni, ma di quelli esteri, può essere utile l’analisi dei saldi settoriali, che la Bce di recente ha rilasciato.

Qui si può osservare un grafico che racconta tutta la storia. L’evidenza più visibile, che la stessa Bce rileva, è la sostanziale scomparsa degli investimenti pubblici nell’area, che anzi sono diventati negativi.  Ciò comporta che i circa 500 miliardi di risparmi netti dell’eurozona (dati riferiti al terzo quarto 2015) si distribuiscono per metà in investimenti del settore privato non finanziario, e per il resto in prestiti esteri.

L’evoluzione è chiaramente osservabile a partire dal 2012, quando gli investimenti pubblici, per quanto già residuali, esprimevano ancora una valutazione positiva. In particolare, negli anni più duri della crisi, quindi fra il 2008 e il 2010, gli investimenti pubblici erano ancora nell’ordine dei 50-80 miliardi, mentre si riducevano drasticamente quelli esteri. Tale tendenza si è invertita fra il 2010 e il 2012, quando alla crescita degli investimenti esteri ha corrisposto la graduale scomparsa di quelli pubblici che si sono azzerati già nel 2013.

I governi, in sostanza, hanno smesso di impiegare i risparmi degli europei per i propri investimenti, con la conseguenza che questo risparmio ha trovato altrove i suoi utilizzi, e segnatamente nell’esportazione di capitale all’estero. D’altronde gli osservatori sono concordi nel dire che la voglia di investire nell’area da parte dei residenti è rimasta debole, anche se emergono alcuni segnali di miglioramento. In particolare la Bce osserva che nel trimestre considerato gli investimenti netti sono cresciuti del 2,4% rispetto allo stesso trimestre del 2014.

A tal proposito è utile leggere ciò che scrive la Bundesbank nel suo ultimo bollettino mensile. La Banca centrale tedesca osserva che la ripresa degli investimenti nell’area sta procedendo solo gradualmente, evidenziando ancora un pesante gap rispetto al livello pre crisi che raggiunge il 70% in Grecia e Cipro, mentre si attesta intorno al 30% in Italia, Spagna e Portogallo e del 10% circa il Francia. Solo tre paesi, fra i quali non poteva mancare la Germania, hanno raggiunto il livello pre crisi.

Gli economisti della Buba osservano che il rebound europeo è iniziato dal 2013, pur dovendo fare i conti con il pesante indebitamento privato che ha finito col deprimere gli investimenti, visto che le risorse potenzialmente a loro destinati sono state utilizzate per far diminuire il livello di debiti che famiglie e imprese avevano raggiunto. I dati Bce confermano questa dinamica. Nel quarto trimestre 2015, in particolare, i debiti delle imprese erano arrivati al 132,6% del Pil dell’area, in leggero aumento rispetto allo stesso trimestre del 2014, quando erano al 130,9%, mentre quelli delle famiglie sono leggermente diminuiti dal 61,8% al 61%.

La Buba osserva che il grosso del crollo degli investimenti si è registrata nel settore delle costruzioni, in particolare delle abitazioni, che fra il 2007 e il 2014 ha registrato un crollo del 90% in Grecia, del 70% in Irlanda e del 50% in Spagna, e che ancora non mostra inversioni di trend. E conclude ricordando che gli investimenti sono “una chiave determinante per l’output potenziale aggregato”. Insomma: sono necessari.

E tuttavia, se il deficit di investimenti è guidato, oltre che dalle aspettative fredde dei privati, dalla scomparsa della componente pubblica, sembra difficile che i governi possa invertire la tendenza, per la semplice circostanza che hanno poco spazio fiscale. Tanto più se si osserva che il gap più profondo di investimenti si registra proprio nei paesi dove i governi hanno meno capienza finanziaria, perché già gravati da un alto deficit o da un alto debito pubblico.

Se torniamo ad osservare l’analisi dei settori, notiamo che il settore del governo è ancora prenditore netto del sistema per 221 miliardi, quindi esprime un deficit a livello aggregato, in calo però rispetto ai 360 miliardi del 2012. La differenza corrisponde a un minor utilizzo di risorse pubbliche nel periodo considerato di quasi 140 miliardi, ed è ragionevole ipotizzare spieghi una parte consistente del calo di investimenti pubblici osservato (il resto sarà minore spesa corrente). Tale effetto è visibile nel contributo ormai residuale, quando non direttamente negativo, della spesa del governo nella formazione del capitale fisso.

Una situazione che è improbabile si modifichi in futuro, stante anche la lentezza con la quale procede il piano di investimenti pubblici promosso dalla Commissione europea diversi mesi fa. Quindi se ne deduce che il livello di investimenti aggregato continuerà a crescere solo debolmente. A meno che, certo, la Bce, che continua a invocare in buona compagnia le solite riforme strutturali, non faccia il miracolo.

E’ interessante anche chiedersi a chi l’eurozona presti i soldi, visto che ne ha così tanti, specie in un momento di cui i timori per l’andamento delle economie emergenti sembra sconsigliare avventure fuori porta.

Una prima risposta ce la fornisce Eurostat. che di recente ha rilasciato una release sugli investimenti diretti dell’Ue. Qui trovo il dato aggregato aggiornato alla fine del 2014 del totale, che risulta in crescita del 7,6% rispetto a fine 2013 arrivando ormai a quotare 5.749 miliardi di euro, a fronte di investimenti diretti del mondo in Ue per 4.583 miliardi, in crescita anch’essi del 9,6%. Più di un terzo di questi investimenti sono allocati negli Usa (1.985 mld pari al 35%), segue la Svizzera, con l’11% a quota 632 miliardi, e poi il Brasile, con 344 miliardi, il 6%. La Cina pesa circa il 3%, cui si aggiunge un altro 2% se si considera anche Hong Kong: in totale circa 250 miliardi. Meno della metà di quanto è stato investito in Svizzera.

Questa rilevazione, pur non tenendo conto degli investimenti di portafoglio e ricordando che è riferita all’interna Unione, ci dice due cose. La prima è che l’Ue ha le risorse per fare quello che potrebbe fare se solo lo volesse fare. Se l’economia va lentamente non è perché ci manchino i soldi. E poi un’altra cosa: gli europei sanno benissimo come investire i loro soldi e non amano granché le avventure.

Sarà per questo che hanno smesso di investire in casa.