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Verso la legge di stabilità: la legge d’instabilità


Se fossi un creditore dello stato italiano andrei a leggere di corsa il capitolo quattro della nota di aggiornamento al Def pubblicata a settembre scorso dal governo, laddove si tratta della sostenibilità del nostro indebitarsi pubblico. Anche perché, dopo aver scoperto che violeremo sia la regola della spesa che quella del debito, che avremmo dovuto rispettare in omaggio ai nostri impegni europei, comincerei a soffrire d’insonnia pensando ai miei soldi affidati allo stato italiano.

Poiché però non sono creditore del governo, nel senso che non possiedo titoli pubblici, la questione della sostenibilità del debito italiano mi preoccupa poco. Se però penso alla circostanza che sono e sarò costretto a sostenerle con le mie tasse, queste obbligazioni, la questione improvvisamente diventa rilevante. E di conseguenza assai importante provare a capire quale futuro il governo preveda per il nostro debito pubblico, che in pratica è il giogo al quale tutti noi siamo sottoposti.

Scopro così che il governo è assai positivo circa la sostenibilità dei nostri debiti. Ma che, al tempo stesso, pure nelle previsioni più ottimistiche, tale fardello è destinato ad accompagnarmi finché sarò vecchio e pure dopo, rappresentando perciò un’ipoteca eterna sulla mia vita e quella dei miei figli.

La questione, insomma, a meno di eventi straordinari, sarà sempre presente nel nostro dibattito pubblico, funzionando ogni volta come la principale giustificazione delle vessazioni presenti e future cui le varie leggi di stabilità ci sottoporranno, a cominciare da quella in preparazione in questi giorni, sostanzialmente per rassicurare i nostri creditori, mentre a noi dicono che servono, tali leggi, al benessere di tutti. E forse sarà pure vero, ma non è tutta la verità, che è assai più spietata: dobbiamo rassicurare i nostri creditori se vogliamo avere un benessere futuro. Perciò la sostenibilità conta, eccome.

L’analisi di sostenibilità preparata dal governo nella nota di aggiornamento prende in esame scenari di breve, medio e lungo periodo e inizia ricordando che dall’inizio della crisi finanziaria del 2009 e fino al 2013 il debito pubblico lordo è aumentato di 15 punti, passando dal 112,5% del 2009 al 127,9% del 2013.

Le principali voci di spesa che hanno generato questi incrementi sono stati la spesa per interessi, la bassa crescita reale e gli impegni finanziari sottoscritti in sede europea per i vari fondi di salvataggio ai quali si sono aggiunti gli esborsi per pagare i debiti della PA. e per fortuna siamo riusciti, grazie alle varie manovre restrittive varate dal 2011 in poi, pure se a scapito del prodotto, a capitalizzare un buon avanzo primario (peraltro in calo costante) che ha contribuito a frenare l’ascesa del debito.

E tuttavia il realizzarsi degli scenari programmatici del governo provocherebbe una crescita del debito fino al picco del 133,4% l’anno prossimo per poi arrivare a un graduale miglioramento che dovrebbe condurci al 124,6% nel 2018. Sempre che, ovviamente, la crescita reale obbedisca alle previsioni. Ciò implicherebbe una riduzione totale del debito pari a quasi 9 punti di pil da realizzarsi fra il 2015 e il 2018, a patto che si riesca a cumulare un avanzo primario medio del 3% del Pil nello stesso periodo. La qualcosa è assai ipotetica.

Nel capitolo dedicato all’analisi degli scenari di medio periodo, quindi fino al 2026, si prendono in esame uno scenario base, che sussume le ipotesi macroeconomiche contenute nella nota di aggiornamento, laddove si ipotizza un tasso di crescita del deflatore del Pil che converga verso il 2%, quindi un’inflazione in crescita, entro il 2021, e un saldo primario del 4,1% a partire dal 2018.

Poi viene considerato uno scenario pessimistico, nel quale la crescita del Pil nel periodo 2015-18 sia dello 0,5% più bassa rispetto a quanto previsto dallo scenario base, e dove lo spread, per effetto della sfiducia, salga fino a 200 punti sul bund tedesco alle fine del 2018.

Poi si ipotizza uno scenario ottimistico nel quale si ipotizza che che la crescita aumenti dello 0,5% rispetto allo scenario base, e lo spread si riduca a 50 punti.

Infine viene elaborato anche uno scenario deflazionario, che è simile per presupposti a quello pessimistico, dove però si verifica che il deflatore del pil sia più basso nel periodo 2015-18, e quindi sostanzialmente dove l’inflazione bassa appesantisce la nostra intera contabilità nazionale.

Tralascio di osservare le diverse variabili legate ai vari scenari perché qui mi interessa solo darvi i dati sul debito pubblico previsto fino al 2026. Nello scenario base per allora il nostro debito/pil dovrebbe attestarsi al 92,1% a fine periodo. In quello più ottimistico al 79,5%, in quello di minore crescita al 109,5, in quello di minore crescita più deflazione al 120,9%. In quest’ultimo caso, quindi, nel 2026 staremmo peggio di come stavamo nel 2009. E lascio alla vostra immaginazione ipotizzare a che tipo di leggi di stabilità serviranno fino ad allora per rendere questa montagna di debiti sostenibile.

Nelle analisi di lungo periodo, che si spingono fino al 2060, si quotano una serie di variabili che tengano conto dell’invecchiamento della popolazione e della spesa ad essa connessa, pensioni e sanità in testa, in base ai quali si elaborano, in sede europea, gli indici di sostenibilità S1 e S2, che misurano la quantità dell’aggiustamento teorico necessario per condurre il debito/pil nelle soglie prefissate.

Per non annoiarvi troppo con i numeri, mi limito a rilevare come la sostenibilità di lungo periodo del nostro debito richieda di mantenere un ampio avanzo primario, superiore al 4% del Pil (parliamo di oltre 60 miliardi l’anno) da oggi fino al 2060. Se l’avanzo primario rimanesse al 2%, com’è adesso, il nostro debito/pil si stabilizzerebbe fra il 120 e il 130% del Pil fino al 2060, e non si capisce bene come dovremmo convincere i nostri creditori a rifinanziarlo.

Insomma, qualunque sia l’orizzonte di riferimento, quello che ci aspetta è una lunga quaresima che dovrà purgare gli eccessi di indebitamento che abbiamo cumulato negli ultimi quarant’anni.

E capisco allora che alla stabilità che per legge il governo cerca di garantire ogni anno corrisponde, uguale e contraria, l’instabilità del nostro Paese, continuamente chiamato a fare i conti col suo passato disastroso per non doverli fare con un futuro peggiore, provocando ciò una costante fibrillazione politica, economica e sociale.

La legge di stabilità servirà pure a far dormire sonni tranquilli ai nostri creditori. Ma per me, che sono cittadino di questo stato, è assai più cogente un’altra legge, più subdola e strisciante.

La legge dell’instabilità.

(3/fine)

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L’apolitica fiscale


Così, improvvisamente, il debito pubblico – il nostro in particolare – torna d’attualità.

Leggo preoccupate articolesse che dubitano della sostenibilità dei nostri conti, e raffinatissime analisi retrosceniche (oggi su Repubblica) sull’intenzione del governo di “appropriarsi” dei soldi dei fondi pensione italiani per costringerli a comprare btp. Come se bastassero un centinaio scarso di miliardi di acquisti di Btp a garantire la sostenibilità del nostro debito.

Meglio ancora, leggo interpretazioni terroristiche di un rapporto del Fmi che ventilano prelievi forzosi a doppia cifra sulla ricchezza netta dei cittadini che scatenano un putiferio. Tanto che il Fmi smentisce dicendo che la sua era solo un’argomentazione teorica, mentre i malpensanti sottolineano che il fatto stesso che se ne parli implica che qualcuni ci stia già pensando.

E giù polemiche e spauracchi.

Il dibattito, mai sopito, sulla patrimoniale si rianima e prende corpo.

Possibile che ci faranno piangere, fra una legge di stabilità e l’altra?

Corro a leggermi l’ultimo bollettino economico della Banca d’Italia in cerca di rassicurazioni.

Nel capitolo dedicato alla finanza pubblica leggo che il governo ha già fatto una correzione dei conti per rientrare dallo sforamento del 3% previsto dai Trattati. In pratica una correzione dello 0,2% del Pil che dovrebbe portare nelle esauste casse governative 1,6 miliardi grazie a vendite di immobili, un’altra costante delle finanziarie italiane, e tagli di spese. Ma cosa più importante Bankitalia mi ricorda i il futuro che ci aspetta sulla base della Nota di aggiornamento del Def pubblicata dal Tesoro il 20 settembre scorso.

In particolare, il governo prevede di chiudere il 2013 con un avanzo primario del 2,4% del Pil che, sottratto alla montagna di soldi che dobbiamo pagare per gli interessi sul debito (il 5,4% del Pil) porta l’indebitamento netto nominale (quello che conta per Bruxelles) al fatidico 3%, che corrisponde a uno 0,4% di indebitamento netto strutturale, ossia calcolato escludendo gli effetti del ciclo economico e le misure temporanee).

Quest’ultima variabile è poco conosciuta e merita un approfondimento prima di andare avanti con i numeri.

Calcolare il saldo al netto dell’impatto delle fluttuazioni economiche e delle misure straordinarie consente in pratica di distinguere le componenti discrezionali della politica fiscale da quelle automatiche. Conoscerlo è importante perché l’impegno che abbiamo preso con l’Europa è quello del bilancio in pareggio, laddove il pareggio è riferito all’azzeramento dell’indebitamento netto strutturale (che deve arrivare a zero sul Pil) e non all’indebitamento netto nominale.

Ma questo indicatore ci dice un’altra cosa molto importante:  in pratica dà la misura di quanto disavanzo sia provocato dalle circostanze e quanto dalle scelte politiche.

E’ una sorta di indicatore di scelte fiscalmente scellerate. E ciò spiega perché debba tendere allo zero.

So bene che parlare di finanza pubblica in questi termini è semplicistico, però il succo è questo.

Torniamo ai nostri numeri, ma stavolta non parliamo più di certezze ma di previsioni.

Fra il 2014 e il 2017, prevede il governo, succederanno alcune cose positive.

1) L’avanzo primario è destinato a crescere: sarà il 2,9% del Pil nel 2014, il 3,7% nel 2015, il 4,5% nel 2016 e il 5,1% nel 2017;

2) la spesa per interessi si dovrebbe stabilizzare, con lieve tendenza alla decrescita, passando dal 5,4% del Pil al (casuale?) 5,1% del 2017, ossia quanto il previsto avanzo primario.

3) La coincidenza di avanzo primario e spesa per interessi, in pratica azzera l’indebitamento netto, che nel 2017 si prevede allo 0,1% del Pil;

4) Il nostro indebitamento netto strutturale, invece, dovrebbe azzerarsi già nel 2015 (pareggio di bilancio) e rimanere a zero nei due anni successivi.

5) La dinamica positiva dell’indebitamento dovrebbe condurre a un abbassamento del debito sul Pil che raggiungerà il 132,8% nel 2014 per poi scendere al 120,1% nel 2017, addirittura al 116,6% se da questa montagna detraiamo i soldi spesi per il sostegno ai paesi dell’Unione europea in difficoltà.

Questo quadro idilliaco mi ha molto rassicurato. Salvo poi, per pure istinto masochistico, andarmi a vedere i presupposti macroeconomici che stanno dietro queste previsioni.

Una per tutti: il governo prevede una crescita dell’1% nel 2014 che si rafforzerà fino ad arrivare all’1,9% nel 2017. Quanto al calo della spesa per interessi, questa incorpora la previsione di un calo strutturale degli spread, evidentemente.

E infatti a pagina 28 leggo che “la spesa per interessi passa dal 5,5 per cento del 2012 al 5,2 per cento del 2017. L’attuale scenario ipotizza una graduale chiusura degli spread di rendimento a dieci anni dei titoli di Stato italiani rispetto a quelli tedeschi a 200 punti base nel 2014, 150 nel 2015 e 100 nel 2016 e 2017”.

Vabbé le previsioni sono previsioni.

Allora andiamo a vedere l’ultima legge di stabilità che dovrebbe dare corpo a tali previsioni.

Nelle linee guida leggiamo una dichiarazione d’intenti vagamente inquietante: “Il Governo programma interventi che determineranno entrate di natura straordinaria, attualmente di difficile quantificazione. Tali risorse verranno utilizzate per il rimborso di ulteriori quote di debiti commerciali in conto capitale ed eventualmente per altre finalità di natura non strutturale. È inoltre previsto uno sforzo ulteriore di valorizzazione del patrimonio pubblico”.

Quindi leggo la notazione che “la manovra consente di raggiungere l’obiettivo di indebitamento netto indicato nella Nota di aggiornamento del DEF. Il disavanzo nel 2014 risulterà pari al 2,5 per cento del PIL, per effetto di misure di sostegno all’economia pari allo 0,2 per cento del prodotto. La Legge di stabilità include inoltre una norma che definisce interventi strutturali dell’ordine di 3 miliardi l’anno nel triennio 2015-17 al fine di raggiungere il saldo programmato per il 2015, 2016 e 2017 (rispettivamente 1,6%, 0,8% e 0,1% del PIL)”.

Quindi una cosa la sappiamo per certo: ci saranno entrate fiscali straordinarie “attualmente di difficile quantificazione” ed entrate (o tagli, vedremo) per 3 miliardi l’anno per garantire il raggiungimento del target di indebitamento netto nominale previsto dal DeF (sempre che ci sia la crescita prevista).

In tutto questo l’indebitamento netto strutturale sarà azzerato sin dal 2015. Quindi non si prevede nessuna scelta politica capace di far salire il deficit.

Cosa si deduce da tutto cio?

Semplice: di fatto il governo rinuncia a fare politica fiscale almeno da qui al 2017, dovendosi preoccupare di rispettare i saldi (nominali e strutturali) e non avendo risorse per preoccuparsi di null’altro. Pure a costo di brutte soprese a carico del risparmio privato, che di fatto rimane l’unica risorsa a cui attingere se si vuole fare qualcosina di più per rilanciare la crescita.

In Italia la politica fiscale è l’apolitica fiscale.