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Il lunghissimo XIX secolo. Nazionalismo vs Internazionalismo


Nel lungo libro sulla storia della globalizzazione che ancora attende di essere scritto, e al quale questo saggio intende contribuire, capita di imbattersi in coppie dialettiche che sono un ottimo punto di osservazione per analizzarne lo svolgimento. 

Altrove abbiamo parlato di una di queste coppie, che vede dialetticamente opporsi il nomade allo stanziale, riflesso della lunga transizione fra le società paleolitiche e quelle neolitiche che in qualche modo caratterizza ancora la storia. 

Qui è interessante osservarne un’altra che nel periodo che stiamo osservando si può dire abbia trovato la sua forma compiuta di maturazione e che anche di recente è assurta agli onori del dibattito pubblico, a ennesima dimostrazione del procedere coerente del processo di globalizzazione dell’ultimo secolo e mezzo. 

Ci riferiamo al dualismo fra nazionalismo e internazionalismo, che proprio nel lunghissimo XIX secolo celebrò la sua epifania trovandovi, questi due termini, la loro sistematizzazione formale, sia dal punto di vista sociale che politico.

La formazione degli stati nazionali è antecedente al periodo che stiamo osservando, ma l’idea e la pratica diffusa del nazionalismo maturano i suoi esiti solo nel corso del XIX secolo, culminando nella pandemia di stati nazionali che fiorisce in Europa dopo la Grande Guerra per motivi che andremo a esplorare sommariamente più avanti.

Quanto all’internazionalismo, la sua sanzione storica arriva con l’analisi marxista, che non a caso origina la Prima Internazionale, alla quale nel tempo succederanno le altre – ennesima dimostrazione di continuità del lunghissimo XIX secolo – quale risposta all’internazionalismo capitalista generato dalla rivoluzione borghese. In sostanza – questo è il pensiero di fondo – per contrastare la globalizzazione borghese, che Marx fa coincidere con l’avvento del capitalismo, serve la globalizzazione comunista condotta dal proletariato. 

Ovviamente l’economia-mondo, per ricordare la terminologia usata da Fernand Braudel, fra l’altro, nella sua celebre analisi sugli scambi nel Mediterraneo nel XV-XVI secolo, esisteva anche da molto prima. Tuttavia l’analisi marxista rimane peculiare perché originò per pura contrapposizione la teorizzazione dell’internazionalismo comunista. 

Questa coppia dialettica, squisitamente hegeliana, è la stessa che ritroveremo nelle due globalizzazioni concorrenti seguite al secondo conflitto mondiale: l’internazionale capitalista e quella comunista in lotta per l’egemonia, dopo essersi alleate nel corso della seconda guerra globale per sconfiggere i vari fascismi, che incarnavano, fra le tante altre cose, il principio nazionalista, pure se declinandolo in chiave imperiale. 

Ancora una volta si osserva il legame che tiene avvinto il lunghissimo XIX secolo. E si osserva come questi due principi – nazionalismo e internazionalismo – abbiano duellato fino ad oggi per imporre un ordine nel mondo.

Bastano giusto un paio di esempi. Ancor prima che terminasse la Grande Guerra, il presidente americano Wilson diffuse i celebri quattordici punti all’interno dei quali era contenuto il principio dell’autodeterminazione in chiave nazionalista che doveva caratterizzare la geografia del mondo, e quindi innanzitutto dell’Europa, una volta che il conflitto si fosse concluso. 

Il dissolvimento degli imperi seguito alla guerra – quello tedesco, quello russo, quello ottomano e quello austriaco – fornì spazio geografico vitale a numerose rivendicazioni nazionalistiche che i vincitori della guerra provarono a definire nel Trattato di Versailles col proposito, neanche troppo celato, di creare un cordone sanitario attorno ai bolscevichi russi che intanto sognavano – e con qualche fondamento di probabile riuscita – di internazionalizzare la loro rivoluzione. Anche qui vediamo il principio nazionalista usato come antagonista di un internazionalismo.

Notiamo una cosa: la crisi dell’internazionalismo, simboleggiata dalla fine della Seconda Internazionale che si consuma fra il 1914 e il 1916, dopo l’adesione di molti partiti socialisti alla guerra indetta dai loro governi, coincide con l’avvento programmatico del nazionalismo wilsoniano, cui fa da controcanto, un anno dopo la fine della guerra, la nascita della Terza Internazionale bolscevica. Il conflitto, come si vede, non è mai cessato.

Intanto però la visione wilsoniana conduceva al disastro degli anni ‘20-‘30, quando il principio nazionalista, portato all’esasperazione, alimentava le rivoluzioni fasciste grazie a mitologie imperiali allestite alla bisogna a scopi propagandistici, a celare evidenti necessità geo economiche e politiche. 

Al tempo stesso si sgretolava l’internazionalismo capitalista, che malgrado i numerosi tentativi di ripristino dell’ordine prebellico, culminata con il ritorno al Gold Standard della sterlina alla parità ante-guerra del 1925, veniva piegata dalla crisi del ‘29. Il sistema monetario aureo internazionale, base dell’internazionale capitalista, iniziò a decomporsi a partire dal 1931, quando Londra abbandonò il Gold Standard. La proliferazione di dazi e barriere fece il resto, riducendo al lumicino il commercio internazionale. 

L’internazionalismo comunista non ebbe maggior fortuna. Esaurita la spinta propulsiva dei primi anni Venti, quando sembrò che la rivoluzione comunista potesse attraversare le frontiere dell’Europa Occidentale arrivando in Germania, il movimento fu indebolito dalla gestione sovietica della Terza internazionale. 

I due internazionalismi toccarono, negli anni ‘30, il loro momento più basso, proprio mentre le ideologie nazionaliste cambiavano il panorama politico mondiale, proponendo un paradossale transnazionalismo su base etnico che ricordava lo schema imperiale

In generale si tende ad associare la deriva nazionalista ai vari fascismi. Ma quanto agli effetti globali, il nazionalismo più rilevante fu quello statunitense. Gli Usa fecero una chiara scelta di campo facendo mancare il proprio sostegno all’ennesimo tentativo di ricucire la trama delle relazioni internazionali, adottando una politica prettamente nazionalista e mercantilista in campo economico.

Si pensi al celebre messaggio di Roosevelt alla conferenza di Londra del 1933, convocata proprio per provare a ristabilire un sistema internazionale di relazioni economiche dopo la traumatica uscita della sterlina dal Gold standard del ‘31, nel quale il presidente americano da poco insediato, lasciava capire senza mezzi termine che la sua priorità non era ristabilire il commercio internazionale, ma il prezzo dei prodotti agricoli statunitensi.

La Conferenza di Londra fallì per il rifiuto americano di approvarne le conclusioni. Da lì a poco sarebbe stato svalutato il dollaro rispetto all’oro. Ciò diede il via alla politica mercantilista statunitense della quale la capacità di attrarre oro dall’estero fu uno dei punti salienti, oltre ai dazi e alla protezione sociale interna. Il liberalismo finì negli Usa – ammesso che mai vi abbia allignato – molto prima che in Europa.

Se leggiamo il secondo conflitto globale con la lente dell’opposizione fra questi due principi politici, ci accorgiamo che a uscirne vincitore fu senza dubbio l’internazionalismo, nella forma comunista dell’Unione Sovietica e capitalista degli Stati Uniti che infatti nello spazio di pochi anni intrapresero il Piano Marshall. 

Di quest’ultimo si ricorda che fece arrivare ingenti risorse economiche, meno che spinse l’Europa a consorziarsi: l’attuale Ocse nasce come organismo per la gestione delle risorse americane e l’Unione dei pagamenti fondata all’interno dell’Europa nei primi anni ‘50 contiene in nuce i principi che più tardi confluiranno nella Comunità economica europea. 

Ma tale tendenza – lo sviluppo di organismi internazionali – era già presente prima che la guerra si concludesse, quando a Bretton Wood si decise la fondazione della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Quindi arrivò  l‘Onu, erede delle Società delle nazioni, ma con una profonda differenza. Mentre gli Usa fecero mancare la propria adesione a quest’ultima, rendendola politicamente ininfluente, nell’Onu l’America gioca un ruolo di primo piano, di fatto controllandola. 

In sostanza nel secondo dopoguerra si afferma un internazionalismo egemonizzato da una nazione simile a quello del predominio inglese della seconda metà del XIX secolo, ma molto diverso perché all’epoca la Gran Bretagna doveva confrontarsi con altre potenze emerse – la Francia o la Russia – ed emergenti: la Germania e gli stessi Usa. Gli Usa invece nel campo occidentale (e nel Giappone) non avevano né hanno rivali, ma solo clienti.

La formula politica del secondo dopoguerra culminata nell’invenzione dell’Occidente contro l’Oriente comunista, trova la sua espressione economica nel dollaro, che è la moneta nazionale degli Usa e insieme la valuta che denomina gli scambi internazionali. Una delle coordinate della nostra attuale globalizzazione.

Se guardiamo alla nostra coppia dialettica nel periodo lungo, possiamo osservare che l’internazionalismo, nella sua forma capitalista e comunista almeno fino al crollo del muro di Berlino, è l’erede di quella che Hobsbawm chiamava la doppia rivoluzione: quella inglese, borghese, industriale e capitalista, e quella francese, radicale e democratica. Non è certo un caso che la Seconda Internazionale venga fondata nel 1889, a cent’anni dalla presa della Bastiglia.

Nel secondo dopoguerra questi due spinte politiche, figlie del secolo XIX, hanno combattuto la loro guerra per l’egemonia: lo spirito borghese capitalista a Occidente e quello sanculotto-bolscevico a Oriente, pure se con ampie aderenze anche in Europa. 

Se guardiamo in un orizzonte ancora più lungo, l’opposizione dei due principi nazionalismo/internazionalismo – che ancora non smettono di confliggere – è lo specchio rovesciato di quella che abbiamo ricordato fra stanziali e nomadi. Gli internazionalisti sono i nomadi della modernità, quindi tendenzialmente apolidi e nemici delle frontiere, migranti per vocazione – vocazione peraltro che proprio nel periodo che stiamo osservando matura le sue connotazioni socio-economiche – e competitori degli stanziali che rivendicano il diritto alla loro piccola patria, identificata da sangue, lingua e cultura, protetta da mura contro lo straniero, ossia i nomadi. Gli stanziali incarnano il principio nazionale uscito vittorioso dalla Grande Guerra e grande sconfitto – ma non per questo rassegnato – nella seconda, quando la globalizzazione lentamente torna ad accelerare le connessioni globali, pure se sotto l’egida di una nazione egemone che si “internazionalizza”.

Appartiene ai paradossi di cui si nutre la storia che l’affermazione dell’internazionalismo coincida con il trionfo della stanzialità neolitica rappresentata dall’emergere delle megalopoli che ormai ricordano le prime città stato. La massima stanzialità associata alla massima mobilità che ha già coniato la sua sintesi linguistica nel concetto di glocalizzazione, con la rivoluzione tecnologica e delle comunicazione a fare da collante. Ma si tratta solo di un gioco di parole. Entrambe queste pulsioni sono profondamente presenti nelle società e nello spirito dell’uomo e non sarà certo il vocabolario a risolverle. Servirà altro. Ma non sappiamo cosa.

Questo post fa parte del saggio Il Lunghissimo XIX secolo: 150 anni di globalizzazione. Bici star system e tassi di interesse, in corso di redazione. Per agevolare la lettura non sono state pubblicate le note al testo con i riferimenti bibliografici, che saranno disponibili nella pubblicazione completa.