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La Nazione Globale. Dal Villaggio alla Nazione


Rimane perciò attuale la lezione di McLuhan. Solo che non è più il villaggio l’espressione della globalità, ma la nazione. Quest’ultima corrisponde in maniera più compiuta alla vocazione psichica e quindi socio-culturale che l’avvento di Internet ha prodotto nelle nostre comunità. La nazione è un principio organizzatore di più vasta portata del villaggio e anche più esplicativa quanto alle conseguenze, anzitutto per la sua modernità. Al tempo stesso la nazione condivide col villaggio una caratteristica sempre poco sottolineata: la tribalità. 

Il villaggio infatti, come la nazione, non solo è globale, ma “avvolge la famiglia umana nella vita coesiva”come scriveva McLuhan, ricreando quel “rapporto biologico con l’ambiente creato dall’uomo a cui si torna ad aspirare oggi nell’era elettrica”. Tutto ciò determina “problemi di coinvolgimento e di organizzazione per i quali non esistono precedenti”.

Il mondo digitale della Nazione, insomma, corrisponde al Villaggio dell’era analogica nella quale scriveva McLuhan. Gli somiglia esattamente come un suono campionato somiglia all’originale analogico. Sogna persino di essere migliore. Quindi perfetto. 

Il paradiso digitale è concepito apposta per correggere le imperfezioni della materia, a cominciare dalla sua deperibilità, trasformandola in una riproduzione del pensiero non contaminata dall’interferenza dell’esperienza. Quindi dal trascorrere del tempo. Come le foto che si mettono sui profili social dalle quali nessuno riconoscerebbe l’originale per il semplice fatto che non esiste. O meglio: esiste solo nella cloud.

Per questa semplice ragione il digitale attrae masse sempre più numerose di unità binarie “omogeneizzate” che esprimono uno spazio comunitario. Vengono ridotte ad unità dal codice, che esprime innanzitutto una policy. 

Queste molteplicità, che divengono uno, condividono non solo una mutazione culturale, che diviene automaticamente sociale, ma addirittura beni e servizi. I loro desideri, che promanano dalla rappresentazione di se stessi proiettata nella cloud, divengono facilmente beni di consumo, od oggetti di prosumo.

Questa massa – dimensione sconosciuta al villaggio – finisce così col generare nazioni globali, ossia comunità omogenee di cittadini digitali. Queste entità si trovano nella condizione di poter concorrere alla costruzione di nuove coordinate della globalizzazione. Divengono naturali concorrenti per l’egemonia degli stati territoriali e quindi loro fierissimi avversari. Tale avversione si inizia già ad intravedere, non a caso solo nei paesi a minor gradiente democratico. 

Nulla vieta che una nazione globale sufficientemente forte sia capace di diventare il soggetto politico di riferimento di un diverso ordine internazionale, anche se sembra ancora incredibile. Le globalizzazioni tendono a gravitare sempre intorno o lungo a un centro nazionale dotato di una notevole capacità di proiezione internazionale.

Ciò che differenzia oggi da ieri è la tipologia di questa entità potenzialmente egemone. Lo shift of power che minaccia gli Usa potrebbe accadere non fra nazioni territoriali, ma fra nazioni territoriali e nazioni digitali. Costoro dispongono di tutte le caratteristiche che concorrono a definire una comunità nazionale: omogeneità, cittadinanza, e sovranità. Perciò possono articolare le coordinate di una qualunque globalizzazione (moneta, rotte, lingua e ordine politico). 

Ciò ne fa soggetti del tutto nuovi nello spazio sociale, molto diversi dalle grandi corporation che siamo abituati a conoscere. Questa differenza si intuisce anche semplicemente mettendole a confronto.

Una multinazionale agisce ancora sul piano analogico/territoriale. Una nazione globale opera nello spazio digitale della cloud. Un’impresa può diventare multinazionale. Una nazione globale lo è nativamente. 

Questo caratterizza la Nazione Globale come la soluzione istituzionale contemporanea meglio capace di coniugare l’istanza tribale del Villaggio, che la tecnologia rievoca, con quella civile della Nazione che proviene dalla storia. Basta ricordarla in poche righe per apprezzarne, nel tempo, la coerenza.

Ci volle più di un secolo, infatti, perché l’idea nazionale, intuita dai filosofi del XVI e XVII secolo divenisse principio ordinatore dello spazio geografico e politico europeo. Tanti anni occorsero fra le elaborazioni di Jean Bodin, filosofo dell’assolutismo che cercava il Sovrano, come Machiavelli il principe, e la pace di Westfalia del 1648, che mise fine a trent’anni di guerra europea che devastarono la Germania. Accadde anche trecento anni dopo con l’altra guerra europea dei trent’anni fra il 1914 e il 1944, che fissò sulla cartina le prime nazioni europee moderne, nel senso che oggi diamo a questa parola. 

L’istanza del potere ab solutus che promanava dal Cinquecento europeo, secolo di costruttori perché popolato di distruttori, fiero tentativo di emancipazione dalla coltre asfissiante dell’Impero, spirituale o temporale che fosse, e quindi dei retaggi medievali, trovò nell’idea della Nazione, che troverà piena attuazione a partire dalle rivoluzioni borghesi di fine XVIII secolo, lo strumento ideale per costruire una nuova generazione di regnanti, sovrani all’interno di un muro di frontiere come lo erano le mura per i re dell’antichità nelle loro città stato. 

Tale sovranità comportava innanzitutto recidere obblighi consuetudinari e servitù della gleba: fare piazza pulita della tradizione, insomma, istituendo all’interno nella Nazione, un potere finalmente civile – nel senso di cives – dove la civitas – quindi la città – era innanzitutto lo strumento dell’amministrazione di questo potere, e il sovrano la sua incarnazione terrestre non solo ab solutus dai vecchi poteri, ma persino legibus solutus, in quanto fonte primaria della legge civile che alla lunga fu l’unica superstite, mano a mano che le idee di leggi naturali, perché divine, venivano scolorita dal progresso. 

Sorprende che i nazionalisti di oggi abbiano dimenticato quanto l’idea nazionale fosse sovversiva al suo apparire nella storia. Ci vollero infatti secoli perché l’abitante del villaggio, divenisse prima cittadino – la spoliazione delle campagne a favore del borgo – e quindi cittadino di una nazione sovrana, incarnazione dello stato, con dignità di protagonista nella storia. 

L’ordine di Westfalia divenne la consuetudine dell’ordinamento politico, con le nazioni a moltiplicarsi come pani e pesci e il principio della sovranità e dell’autodeterminazione – lo abbiamo visto – a informare il XX secolo. Oggi, quattrocento anni dopo Bodin, si contano centinaia di nazioni nel mondo. Questi sono i tempi della storia.

Parafrasando ancora McLuhan, perciò, potremmo dire che la Nazione permane nella nostra strutturazione dello spazio politico, in quanto erede diretta della nostra tradizione letteraria. 

Ma nel momento in cui prevale una nuova sensibilità sociale – e il mezzo secolo trascorso da quando scriveva McLuhan sono un tempo congruo affinché ciò accada – della quale la rete globale, a seconda di come la si valuti, può esser considerata causa o effetto (ammesso che tale distinzione abbia senso nel campo ormai unificato della nostra percezione), allora la forma nazionale evolve nella Nazione Globale, che è tribale, organica  e collettiva come il Villaggio, e insieme civile, meccanica e individualista come la Nazione analogica. 

Il cittadino globale subisce la fascinazione del tamburo mentre digita sul suo smartphone. E questo spiega certe esagerazioni a cui ci ha ormai abituato la cronaca. I deliri di masse di follower “omogeneizzati” dai loro leader. Perfetti cittadini di una Signoria Globale che nel suo limite estremo si costituisce in Nazione. 

L’uomo sociale del XXI secolo, a Occidente come ad Oriente, è un selvaggio civilizzato. Ha riconquistato l’orecchio che aveva perduto, ma non ha (ancora) perduto l’occhio che aveva guadagnato. Non è più un semplice cittadino. E’ diventato uno user.

Questo post fa parte del saggio La Nazione Globale. Verso un nuovo assolutismo, in corso di redazione. Per agevolare la lettura non sono state pubblicate le note al testo con i riferimenti bibliografici, che saranno disponibili nella pubblicazione completa.

La Nazione Globale. Verso un nuovo assolutismo


E’ consuetudine diffusa fra gli studiosi, specie di formazione storica, considerare come due periodi distinti il grande movimento di globalizzazione iniziato dopo il conflitto franco-prussiano del 1870, e idealmente concluso con la guerra del 1914, e l’altra globalizzazione iniziata nel secondo dopoguerra che dura fino ad oggi. La tesi che qui si sostiene è che ci troviamo all’interno di una lunga globalizzazione che dura da 150 anni, pure se in maniera multiforme, che affonda le radici nella prima metà del secolo XIX, quando le rivoluzioni politiche ed economiche hanno approfondito il processo di internazionalizzazione iniziato secoli prima con l’apertura delle rotte atlantiche.

La prima guerra mondiale, che chiameremo prima guerra globale, è la conferma che la grande internazionalizzazione che si fa cominciare convenzionalmente nella seconda metà del XIX secolo è proseguita anche negli anni del conflitto, pure se in una forma diversa da quella “pacifica”, e anche nel ventennio successivo, malgrado la frattura delle relazioni internazionali che toccò l’apice negli anni ‘30 del secolo XX. Frattura che infatti condusse a un altro conflitto globale che si concluse con la divisione del mondo in due blocchi, corrispondenti a due diverse globalizzazioni, spesso interlacciate per il tramite di conflitti locali, che furono lo scenario visibile della terza guerra globale per fortuna “fredda”. 

Queste due internazionalizzazioni concorrenti trovarono il luogo della loro composizione negli organismi internazionali, che si svilupparono vigorosamente proprio a partire dal secondo dopoguerra sul modello della Società delle Nazioni del primo dopoguerra, non certo a caso. Gli organismi internazionali infatti sono l’espressione compiuta dell’internazionalismo che suggella lo sviluppo dei principi che hanno caratterizzato questo secolo e mezzo, risultando come l’autentica novità della storia e una profonda innovazione nei modelli di globalizzazione: l’idea nazionale e democratica, che proprio in questi anni viene internazionalizzata, eredi naturali della rivoluzione francese, e quella economica, derivata da quella rivoluzione industriale britannica.

Le due globalizzazioni del secondo dopoguerra si sono fuse nella globalizzazione attuale, di marca americana, che affonda le sue radici nel mondo della Belle Époque. Possiamo vederlo osservando alcune innovazioni emerse in quel periodo che caratterizzano ancora oggi le nostre società. Ne abbiamo scelto tre, come semplice saggio: l’invenzione della bicicletta, dello star system e l’innescarsi della tendenza, non a caso definita secolare, del declino dei tassi di interesse, cartina tornasole di una economia sempre più politica, ossia manovrata dai governi, che proprio nel XIX secolo fa crea le sue premesse. 

L’idea di questo saggio è che siamo giunti al termine del lunghissimo XIX secolo, espressione con la quale si vuole evocare il Lungo XIX secolo teorizzato da Eric Hobsbawm e declinato in una splendida trilogia di alcuni decenni fa, e Il Lungo XX secolo a cui Giovanni Arrighi dedicò un volume un trentennio fa. Di entrambi l’autore è debitore, insieme ovviamente a molti altri citati nel testo, e con loro condivide il pensiero che spesso i secoli siano molto più lunghi di quanto dica il calendario. Ma mentre lo storico inglese teorizza la fine del XIX secolo nel 1914, e da qui fa partire Il secolo breve concluso nel 1991 e il sociologo italiano ritrova gli schemi del XX secolo nella storia europea moderna, qui si sostiene che il XIX secolo sia stato assai più lungo di quanto pensasse Hobsbawm, e che il XX secolo non sia stato affatto lungo, né breve. Per certi versi potremmo dire che il XX secolo non sia mai cominciato. Almeno se consideriamo un nuovo secolo come una epoca nuova. 

Da questo punto di vista, alcuni eventi recenti lasciano pensare che il XX secolo stia iniziando adesso e che questo nuovo secolo abbia concrete possibilità di mutare la sostanza di quella che è stata la caratteristica saliente del lunghissimo XIX secolo: l’invenzione dell’ordine politico liberaldemocratico e dell’economia politica. L’avvento della Nazione Globale potrebbe condurci verso un nuovo assolutismo.

Questo post è l’abstract di un saggio che ho iniziato a scrivere e che verrà pubblicato nei prossimi mesi. Alcuni aggiornamenti verranno proposti qui sul blog. 

Ogni contributo è benvenuto.

Buona lettura