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La Nazione Globale. La strada verso l’assolutismo


Qualunque sarà il futuro della globalizzazione, nel suo articolarsi fra rotte commerciali, una moneta per gli scambi, una lingua per la comunicazione e soprattutto un ordine politico, è chiaro a tutti che la tecnologia digitale sarà il medium attraverso il quale questo futuro diventerà intellegibile, per la semplice circostanza che ormai la rete incorpora praticamente qualunque rappresentazione del reale. 

La cloud è diventata la levatrice di una realtà virtuale che minaccia di essere più reale di quella che siamo abituati a contemplare con le nostre categorie figlie della filosofia settecentesca. Il digitale sta lentamente svuotando di realtà l’analogico: prima lo “aumenta”, aggiungendo dati alle nostre informazioni che derivano dai sensi. Poi lo spiazza, rendendo via via queste ultime superflue. Infine lo rimpiazza. Il dato digitale finisce per diventare l’unico rilevante perché omogeneo, infinitamente replicabile, elaborabile, trasmissibile e dulcis in fundo, monetizzabile. 

Perciò oggi il dato digitale significa denaro e, soprattutto, potere. I campioni della rete in pochi anni hanno superato per valore le vecchie multinazionali “analogiche” e si candidano a diventare nazioni globali generatrici di nuove cittadinanze, che non aggregano persone analogiche ma user digitali. Queste entità si attrezzano con una loro moneta, loro rotte commerciali e rendono possibile, nel silenzio dei loro data center un nuovo assolutismo che minaccia di scardinare l’ordine politico iniziato con le rivoluzioni borghesi del XVIII secolo.

Questa Grande Trasformazione inquieta i poteri costituiti almeno quanto li seduce, perché vedono nelle opportunità della cloud la premessa di un nuovo ordine sociale. Le cronache che arrivano dalla Cina, dove molti campioni della rete vengono regolarmente frustrati nei loro tentativi di emancipazione, ricordano la tormentata evoluzione della città medievale europea, nata con la protezione benigna dei feudatari, ansiosi di estrarre rendite dai borghi, tassati in cambio della concessione dei privilegi, e poi fucina della rivoluzione che condusse alla fine dell’ordine medievale. Oggi come ieri un potere emergente lotta per affermarsi ai danni di uno costituito che inizia con blandirlo e poi finisce col temerlo. 

La storia ci insegna che di solito questi movimenti conducono a una fusione. All’epoca la città medievale divenne la capitale della nazione retta da un sovrano assoluto, che mise all’ordine politico imperiale. Oggi la fusione fra i vecchi poteri “analogici” e le nazioni digitali potrebbe condurre a un nuovo assolutismo, assai più cogente di quello che dominò l’Europa nel Seicento.

Tutto ciò spiega perché sia rilevante osservare da vicino il movimento sotterraneo e silenzioso che sta decidendo il futuro della rete globale. Un confronto che si fa sempre più serrato e che già fra pochi mesi potrebbe condurre a novità rilevanti. Il prossimo marzo, infatti, a Hyderabad, in India, si svolgerà la World Telecommunication Standardization Assembly, appuntamento quadriennale organizzato dall’ITU, l’agenzia che opera in seno all’Onu col compito di fissare gli standard internazionali per le telecomunicazioni, già teatro in passato di importanti eventi che hanno contribuito a delineare il quadro all’interno del quale sta maturando la contrapposizione fra due diverse visioni della rete che hanno implicazioni profondamente differenti sul futuro di tutti noi.

Dal “giorno zero” di Internet, nell’ottobre del 1969, quando il primo messaggio informatico venne inviato da un computer di una università americana a un altro, la rete ha conosciuto un’evoluzione vertiginosa. I computer delle università finirono collegati all’Advance Research Projects Agency (Arpa), che nel 1972 divenne il Darpa, ente di ricerca per il Dipartimento della difesa Usa. Per il ventennio successivo Internet rimase sotto il controllo del governo federale, fino a quando, agli inizi degli anni ’90, la rete non fu aperta al settore privato. Ciò diede spazio a una serie di istanze vagamente utopistiche e libertarie che ancora oggi vivacchiano ai margini della rete, dopo aver celebrato la propria epifania con la creazione di bitcoin nel 2008.

Quei tempi generarono un modello di governance della rete, che ancora in larga parte vale anche oggi, fondato su molti portatori di interessi. Una governance multi-stakeholder che si basa sul concerto di diversi organismi della società civile. Si tratta di entità poco note alla cronache non specialistiche, come ad esempio l’Internet Engineering Task Force (IETF), l’Internet Architecture Board (IAB), l‘Internet Society (ISOC), e poi l’Icann, (l’Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) uno dei luoghi più strategici dove i vari interessi arrivavano a composizione. 

L’Icann nasce nel 1998 in California come società no-profit, sponsorizzata dal governo americano. Non più però dal Dipartimento della Difesa, ma da quello del Commercio. Icann serve a garantire l’unicità del nome di un dominio e la sua praticabilità. Assegna i nomi dei domini di primo livello (Top Level Domain, TLD) che generano i vari suffissi (.org, .com, eccetera), e poi gestisce l’assegnazione dei root name server, ossia dei server che consentono di raggiungere il dominio desiderato. Icann, infine, regola l’assegnazione dei blocchi di indirizzi IP (Internet protocol) che servono a identificare sulla rete i dispositivi collegati.

Ma dietro i compiti tecnici è facile individuare molta discrezionalità politica. Come è stato opportunamente ricordato, c’è molto di politico quando siamo chiamati a decidere se il dominio United.com sia da assegnare alla United Airlines, alla United Emirates Airlines, o al Manchester United. E la decisione spetta a Icann, al quale si rivolse un tribunale americano quando chiese di sottrarre per ritorsione all’Iran il suffisso .ir.

Icann fu creato per interporre uno schermo tecnico fra il governo Usa e Internet, ma divenne subito chiaro che lo schermo era troppo trasparente. E tuttavia rimase tutto immutato fino al 2016, quando la National Telecommunication and Information Administration (Ntia), che fa riferimento al dipartimento del Commercio statunitense, cessò la sua influenza sull’Icann. Ma non fu certo un atto di liberalità. Piuttosto la conseguenza di una catastrofe. Che ovviamente passava da Internet.

La rete infatti nel frattempo era finita all’attenzione di molte economie emergenti – i BRICS dei primi anni Duemila -, che molto rapidamente fecero capire di soffrire l’egemonia statunitense, compresa quella su Internet. Fu proprio sulla governance della rete globale che Cina e Russia siglarono la prima entente cordiale cogliendo l’occasione della World Conference on International Telecommunications (WCIT) chiusa a Dubai il 14 dicembre del 2012. La conferenza, dall’ITU aveva come obiettivo di ridefinire il regolamento delle telecomunicazioni internazionali (ITR), che risaliva al 1988, quando ancora Internet in pratica non c’era. Si fece avanti una coalizione di stati, guidata da Russia e Cina col proposito di definire un ruolo maggiore dello stato nazione nella governance di Internet. A questa visione si oppose quella di un secondo gruppo di paesi che voleva mantenere lo status quo con dentro gli Stati Uniti e i suoi alleati. La globalizzazione emergente faceva capolino nel mondo delle telecomunicazioni, provando a “spiazzare” gli incumbent. 

La frattura non si ricompose. Si formarono due blocchi: 89 stati d’accordo con Russia e Cina, 55 con gli Usa.

La coalizione guidata da Russia e Cina aveva proposto che fosse l’Itu a prendere il posto dell’Icann nella gestione di Internet. Un modo neanche troppo velato per spostarsi da un modello multi-stakeholder a un modello multi-statale, o multilaterale che dir si voglia, per giunta in un contesto – l’Onu appunto – dove Russia e Cina dispongono di un notevole potere di interdizione. 

Da questa situazione di stallo si generò una notevole turbolenza un anno dopo, quando sulle cronache esplose il caso Snowden. La notizia che l’NSA statunitense spiava mezzo mondo investì come una valanga gli Stati Uniti e costrinse il governo a rivedere le regole del gioco. Lo stesso anno a Montevideo i rappresentati di Icann e di altre organizzazioni a capo della governance della rete si dissero favorevoli alla condivisione della governance a livello globale. Le elaborazioni durarono un triennio, alla fine del quale il governo Usa completò la sua separazione da Icann, rinunciando così, almeno formalmente, ad esercitare la sua egemonia su Internet.

Ma poiché la natura ha orrore del vuoto, le forze, già ben sviluppate della globalizzazione emergente trovarono facilmente lo spazio per esprimere la tendenza a “regionalizzare” il controllo della rete. Per farlo si tirò in ballo la madre di ogni pretesto: la sicurezza. Gli stati volevano “blindare” i propri territori proteggendoli dalle “incursioni” estere. E lo fecero.

L’esempio più noto è forse il Great Firewall cinese, che in pratica “isola” il paese dal resto del mondo a discrezione del governo. Ma non è l’unico. Gli osservatori raccontano che nei primi sei mesi del 2017 Google, Facebook e Twitter hanno ricevuto 114.169 richieste di rimozione di contenuti da 78 stati e 179.180 richieste di informazioni su utenti da altri 110 governi. E’ emersa anche la tendenza a segmentare le infrastrutture. La proposta cinese chiamata DNS extension for autonomous Internet, che si proponeva di “regionalizzare” i domini di primo livello (i TLD), togliendo questo compito all’Icann, andava in questa direzione. Ne sarebbe conseguita la frammentazione dell’infrastruttura. Non è stata accettata, ma il tentativo è stato compiuto.

Queste memorie servono a comprendere meglio gli scenari che si agitano in vista del meeting indiano dell’ITU del prossimo marzo. Il confronto fra governance multi-stakeholder e multilaterale si è infatti radicalizzato. Perciò l’ITU, a guida cinese ormai da diversi anni, è divenuto così rilevante. Il segretario generale, Houlin Zhao, vuole trasformarlo in “agenzia tecnologica”, ossia un contenitore ampio abbastanza da ospitare dibattiti impegnativi come quello proposto l’anno scorso da Huawei, che proprio qui inviò la proposta per disegnare una nuova architettura dell’IP che avrebbe riscosso l’interesse dei russi, dell’Arabia Saudita e di molti paesi africani mentre scatenava le proteste da parte dell’Internet society.

Per inquadrare i termini della questione bisogna ricordare che i dati vengono trasmessi attraverso la rete Internet sulla base di un protocollo che si chiama TCP/IP, dove TCP sta per “Transmission Control Protocol” e IP sta per “Internet protocol”. Le informazioni che compongono un file vengono suddivise in pacchetti che vengono indirizzati verso la macchina destinataria tramite un indirizzo IP, che quindi consente di identificare il destinatario finale. Per questo molti temono che la proposta cinese sia un espediente per aumentare il livello di controllo della rete. 

Vero o falso che sia, il punto saliente è che l’Onu, anche probabilmente grazie a un certo lavorio diplomatico da parte dei cinesi, sia divenuto una sorta di camera di compensazione delle istanze nazionali sul futuro di internet. Il focus della governance si sta spostando da un ambiente formalmente a-governativo a un forum intergovernativo. Quando la Cina dice di voler favorire il multilateralismo, vuole dire anche questo. 

L’intento è chiaramente rappresentato anche dall’ampio lavoro che Pechino sta compiendo, sempre in sede Onu, per contribuire alla fissazione degli standard internazionali, che fa parte del suo più ampio piano Standard China 2035, derivazione del Made in China 2025. Gli standard decidono i requisiti dei prodotti che l’industria propone al mercato. Sono un componente fondamentale di ogni globalizzazione e vengono definiti presso diverse organizzazioni internazionali. Il 3GPP, ad esempio, è un sottogruppo dell’ITU che ha il compito di produrre specifiche tecniche per le tecnologie wireless, fra le quali il 5G, dove la Cina ha primeggiato proprio grazie a una politica molto attiva suscitando parecchi allarmi fra gli osservatori. 

Il rapporto del 2020 della Cyberspace Solarium Commission, organismo governativo statunitense incaricato di elaborare una strategia per la difesa del cyberspazio dagli attacchi ostili, dedica un ampio spazio alla crescente influenza cinese nella fissazione degli standard internazionali. Il timore è che Cina e Russia, approfittando dell’apparente disimpegno statunitense presso gli organismi internazionali, stiano provando a costruire le nuove regole del gioco globale della rete. Melanie Hart, ricercatrice del China Policy Center for American progress, lo ha detto chiaramente nel corso di un’audizione presso la China Economic and Security Review commission nel marzo del 2020. “Il sistema delle Nazioni Unite è sia l’obiettivo principale che la piattaforma principale per la spinta alla riforma della governance globale di Pechino”, dice. “Sfortunatamente, mentre la Cina intensifica i suoi sforzi per minare i principi democratici liberali in tutto il sistema delle Nazioni Unite e aumentarli o sostituirli con quelli autoritari, gli Stati Uniti si stanno tirando indietro, cedendo il terreno e fornendo il massimo spazio di manovra alla Cina per raggiungere i suoi obiettivi”.

La Cina, ad esempio, è stata molto attiva all’interno delle commissioni tecniche sul 5G. Huawei ha primeggiato, con oltre 19.000 contributi e oltre 3.000 ingegneri inviati alla fissazione dei processi di standardizzazione di questa tecnologia. Fra le imprese americane, Qualcomm ha prodotto 5.994 contributi e inviato 1.701 ingegneri e Intel ha offerto 3.656 contributi tecnici e inviato 1.259 ingegneri. Huawei ha avuto approvati 5.855 contributi, che sono entrati a far parte dello standard 5G, a fronte dei 1.994 di Qualcomm e i 962 di Intel. La conseguenza è che l’azienda cinese si stima detenga il 36% dei brevetti essenziali per lo standard globale del 5G e gli Usa solo il 14.

Da qui la preoccupazione espressa nel rapporto: “Al crescere dell’influenza della tecnologia cinese nell’informare gli standard internazionali, crescono anche i valori e le policy che accompagnano la visione di Pechino per l’uso di queste tecnologie. La Cina sta scrivendo un futuro digitale di tecnologie proprietarie nella quali la “sorveglianza progettata” può facilmente essere quella di default”. Le tecnologie, checché se ne dica, non sono mai neutre sullo sviluppo di una società, come scriveva McLuhan negli anni in cui nasceva Internet. 

I timori statunitensi forse derivano dalla paura di perdere la supremazia. Ma dovremmo chiederci cosa succederebbe se avessero ragione. Soprattutto dobbiamo ricordare che questa trasformazione tecnologica, irrefrenabile e profonda, si coniuga con lo sviluppo della grandi piattaforme hi tech, che sono macchine per la produzione di dati personali e quindi merce pregiata per ogni governo. Il caso Didi, l’Uber cinese della quale Pechino ha vietato la quotazione all’estero con il pretesto che i dati raccolti dall’azienda sono un problema di sicurezza nazionale, la dice lunga su come i governi considerino le informazioni custodite nel ventre di queste compagnie. Ma se è ragionevole attendersi che la Cina sviluppi un modello tecnologico che sia coerente con la sua vocazione a forte guida pianificata, cosa farà l’Occidente?

Il tentativo cinese di spostare sui tavoli Onu la governance di Internet è un segnale dei tempi. Molte nazioni, anche fra i paesi avanzati, vogliono più potere sulla rete, non solo perché è uno strumento di controllo molto potente, ma anche perché hanno capito che le grandi piattaforme – nate e cresciute nella cloud – sono capaci di sottrarre loro spazio politico.

La partita è in corso e l’esito dipenderà molto da ciò che faranno gli Stati Uniti. Per loro si profila un dilemma molto difficile: favorire l’istanza multilaterale, e quindi implicitamente cedere supremazia digitale internazionale guadagnando sovranità territoriale nei confronti delle proprie piattaforme – le nazioni globali digitali – oppure quella multi-stakeholder, rischiando però così di favorire uno shift of power dal territorio alla cloud. Questo mentre la Cina sembra comunque intenzionata a perseguire una fusione fra nazione territoriale e digitale che per il suo peso specifico rischia di cambiare significativamente le regole del gioco globale. 

Che sia una questione di non facile soluzione, lo illustra bene anche un recente paper pubblicato da alcuni studiosi giapponesi che muta il dilemma sul futuro di Internet in trilemma, prendendo a prestito quello reso celebre da Dani Rodrik fra Democrazia, Sovranità e Globalizzazione. Ognuno di questi concetti viene collegato a una diversa entità politica: la tendenza democratica appartiene agli Stati Uniti, che hanno impostato una piattaforma aperta; quella che privilegia la Sovranità a un gruppo di paesi, alla testa dei quali si è messa la Cina; quella che privilegia la globalizzazione fa riferimento ai campioni dell’hi tech che provengono da entrambi i paesi e che il progresso tecnologico ha trasformato sostanzialmente in entità concorrenti agli stati nazionali.

Il paper evidenzia come guardare ai problemi del futuro di Internet come a una semplice risultante del confronto fra Usa e Cina rischia di essere alquanto riduttivo e per giunta poco realistico, visto che l’ingresso delle grandi compagnie tecnologiche ha aggiunto un elemento di notevole complessità al quadro analitico. Inoltre, ai margini del trilemma vivono e operano anche numerosi corpi intermedi – si pensi ad esempio all’Onu e alle sue agenzie – che pure se non hanno abbastanza massa critica da risultare determinanti, mantengono comunque un notevole potere di influenza. 

Immaginare il futuro di Internet come l’esito di uno scontro di potere fra Usa e Cina, da questo punto di vista, non è più probabile della circostanza opposta. Per dirla con le parole dei due studiosi giapponesi, “chi vede probabile uno scontro fra Usa e Cina non sembra considerare la possibilità che i due stati possano raggiungere un accordo”. Questa intesa potrebbe essere siglata proprio a spese dei campioni di internet che peraltro i cinesi sembrano tollerare sempre meno. 

E’ in questa coincidenza – o competizione – di interessi che si innesca il trilemma di Internet, il cui futuro ha molto a che vedere con chi sarà maggiormente capace di “catturare” i dati che viaggiano dentro la rete. 

“Il potere nel cyberspazio – ricordano gli studiosi giapponesi – è l’abilità di avere accesso a dati e influenzare il comportamento di altri. Chiunque controlli il cyberspazio è lo stesso che ha accesso al numero maggiore di dati”. Parliamo quindi dell’egemonia, né più né meno.

Se questa è la posta in gioco, è chiaro che le vecchie categorie interpretative del confronto fra nazioni territoriali non sono più in grado di “leggere” la realtà. Agli attori tradizionali si sono aggiunti attori non territoriali. E questi tre attori – Usa, Cina e compagnie internet, spingono ognuno per far prevalere le proprie posizioni. L’auspicio dei ricercatori è che la democrazia e la globalizzazione – quindi l’ordine basato sulla collaborazione fra Usa e compagnie di Internet che ha funzionato finora – continui a caratterizzare Internet. Ma sarebbe errato sottovalutare il “richiamo della foresta” che promana dall’istinto territoriale collegato all’esigenza della sovranità degli stati “analogici”. “Sta diventando chiaro che il Regno Unito e gli Stati Uniti stanno cercando una forma democratica di cyberspazio che metta in sicurezza di diritti sovrani degli Stati”, avvertono i due studiosi. Una deriva cinese, insomma, ma all’occidentale. Mentre altre nazioni come “Giappone, Olanda e Singapore lavorano per un cyberspazio democratico con inter-operatività globale”. Difficile al momento capire come si muoverà l’Europa, mentre rimane ancora avvolta nel mistero la strategia che useranno le Internet company, ammesso ovviamente che ne abbiano una, per difendere la loro posizione.

Comunque si risolverà questo trilemma, una cosa risulta chiara. Si sta combattendo una guerra sotterranea per il controllo dei dati nel mondo di domani. Noi siamo gli originatori di questi dati. Quindi quei dati siamo noi. 

Detto diversamente, la risoluzione del trilemma sembra destinata a configurare l’ordine politico del XXI secolo, ossia una delle costituenti della globalizzazione che verrà. L’ipotesi di una convergenza fra Usa e Cina verso un sistema dove la tecnologia diventi uno strumento di controllo, prendendo a pretesto il rispetto delle prerogative nazionali ovviamente in nome della sicurezza, disegna la possibilità di uno scenario neo-assolutista che dovrebbe preoccupare tutti coloro che hanno a cuore le libertà civili. Non sembra probabile, ma è possibile. E tanto basta.

Questo post fa parte del saggio La Nazione Globale. Verso un nuovo assolutismo, in corso di redazione. Per agevolare la lettura non sono state pubblicate le note al testo con i riferimenti bibliografici, che saranno disponibili nella pubblicazione completa. Sfogliando il blog è possibile trovare altri capitoli in corso di elaborazione, che saranno aggiornati al procedere dell’opera.

La Nazione Globale. Dal Villaggio alla Nazione


Rimane perciò attuale la lezione di McLuhan. Solo che non è più il villaggio l’espressione della globalità, ma la nazione. Quest’ultima corrisponde in maniera più compiuta alla vocazione psichica e quindi socio-culturale che l’avvento di Internet ha prodotto nelle nostre comunità. La nazione è un principio organizzatore di più vasta portata del villaggio e anche più esplicativa quanto alle conseguenze, anzitutto per la sua modernità. Al tempo stesso la nazione condivide col villaggio una caratteristica sempre poco sottolineata: la tribalità. 

Il villaggio infatti, come la nazione, non solo è globale, ma “avvolge la famiglia umana nella vita coesiva”come scriveva McLuhan, ricreando quel “rapporto biologico con l’ambiente creato dall’uomo a cui si torna ad aspirare oggi nell’era elettrica”. Tutto ciò determina “problemi di coinvolgimento e di organizzazione per i quali non esistono precedenti”.

Il mondo digitale della Nazione, insomma, corrisponde al Villaggio dell’era analogica nella quale scriveva McLuhan. Gli somiglia esattamente come un suono campionato somiglia all’originale analogico. Sogna persino di essere migliore. Quindi perfetto. 

Il paradiso digitale è concepito apposta per correggere le imperfezioni della materia, a cominciare dalla sua deperibilità, trasformandola in una riproduzione del pensiero non contaminata dall’interferenza dell’esperienza. Quindi dal trascorrere del tempo. Come le foto che si mettono sui profili social dalle quali nessuno riconoscerebbe l’originale per il semplice fatto che non esiste. O meglio: esiste solo nella cloud.

Per questa semplice ragione il digitale attrae masse sempre più numerose di unità binarie “omogeneizzate” che esprimono uno spazio comunitario. Vengono ridotte ad unità dal codice, che esprime innanzitutto una policy. 

Queste molteplicità, che divengono uno, condividono non solo una mutazione culturale, che diviene automaticamente sociale, ma addirittura beni e servizi. I loro desideri, che promanano dalla rappresentazione di se stessi proiettata nella cloud, divengono facilmente beni di consumo, od oggetti di prosumo.

Questa massa – dimensione sconosciuta al villaggio – finisce così col generare nazioni globali, ossia comunità omogenee di cittadini digitali. Queste entità si trovano nella condizione di poter concorrere alla costruzione di nuove coordinate della globalizzazione. Divengono naturali concorrenti per l’egemonia degli stati territoriali e quindi loro fierissimi avversari. Tale avversione si inizia già ad intravedere, non a caso solo nei paesi a minor gradiente democratico. 

Nulla vieta che una nazione globale sufficientemente forte sia capace di diventare il soggetto politico di riferimento di un diverso ordine internazionale, anche se sembra ancora incredibile. Le globalizzazioni tendono a gravitare sempre intorno o lungo a un centro nazionale dotato di una notevole capacità di proiezione internazionale.

Ciò che differenzia oggi da ieri è la tipologia di questa entità potenzialmente egemone. Lo shift of power che minaccia gli Usa potrebbe accadere non fra nazioni territoriali, ma fra nazioni territoriali e nazioni digitali. Costoro dispongono di tutte le caratteristiche che concorrono a definire una comunità nazionale: omogeneità, cittadinanza, e sovranità. Perciò possono articolare le coordinate di una qualunque globalizzazione (moneta, rotte, lingua e ordine politico). 

Ciò ne fa soggetti del tutto nuovi nello spazio sociale, molto diversi dalle grandi corporation che siamo abituati a conoscere. Questa differenza si intuisce anche semplicemente mettendole a confronto.

Una multinazionale agisce ancora sul piano analogico/territoriale. Una nazione globale opera nello spazio digitale della cloud. Un’impresa può diventare multinazionale. Una nazione globale lo è nativamente. 

Questo caratterizza la Nazione Globale come la soluzione istituzionale contemporanea meglio capace di coniugare l’istanza tribale del Villaggio, che la tecnologia rievoca, con quella civile della Nazione che proviene dalla storia. Basta ricordarla in poche righe per apprezzarne, nel tempo, la coerenza.

Ci volle più di un secolo, infatti, perché l’idea nazionale, intuita dai filosofi del XVI e XVII secolo divenisse principio ordinatore dello spazio geografico e politico europeo. Tanti anni occorsero fra le elaborazioni di Jean Bodin, filosofo dell’assolutismo che cercava il Sovrano, come Machiavelli il principe, e la pace di Westfalia del 1648, che mise fine a trent’anni di guerra europea che devastarono la Germania. Accadde anche trecento anni dopo con l’altra guerra europea dei trent’anni fra il 1914 e il 1944, che fissò sulla cartina le prime nazioni europee moderne, nel senso che oggi diamo a questa parola. 

L’istanza del potere ab solutus che promanava dal Cinquecento europeo, secolo di costruttori perché popolato di distruttori, fiero tentativo di emancipazione dalla coltre asfissiante dell’Impero, spirituale o temporale che fosse, e quindi dei retaggi medievali, trovò nell’idea della Nazione, che troverà piena attuazione a partire dalle rivoluzioni borghesi di fine XVIII secolo, lo strumento ideale per costruire una nuova generazione di regnanti, sovrani all’interno di un muro di frontiere come lo erano le mura per i re dell’antichità nelle loro città stato. 

Tale sovranità comportava innanzitutto recidere obblighi consuetudinari e servitù della gleba: fare piazza pulita della tradizione, insomma, istituendo all’interno nella Nazione, un potere finalmente civile – nel senso di cives – dove la civitas – quindi la città – era innanzitutto lo strumento dell’amministrazione di questo potere, e il sovrano la sua incarnazione terrestre non solo ab solutus dai vecchi poteri, ma persino legibus solutus, in quanto fonte primaria della legge civile che alla lunga fu l’unica superstite, mano a mano che le idee di leggi naturali, perché divine, venivano scolorita dal progresso. 

Sorprende che i nazionalisti di oggi abbiano dimenticato quanto l’idea nazionale fosse sovversiva al suo apparire nella storia. Ci vollero infatti secoli perché l’abitante del villaggio, divenisse prima cittadino – la spoliazione delle campagne a favore del borgo – e quindi cittadino di una nazione sovrana, incarnazione dello stato, con dignità di protagonista nella storia. 

L’ordine di Westfalia divenne la consuetudine dell’ordinamento politico, con le nazioni a moltiplicarsi come pani e pesci e il principio della sovranità e dell’autodeterminazione – lo abbiamo visto – a informare il XX secolo. Oggi, quattrocento anni dopo Bodin, si contano centinaia di nazioni nel mondo. Questi sono i tempi della storia.

Parafrasando ancora McLuhan, perciò, potremmo dire che la Nazione permane nella nostra strutturazione dello spazio politico, in quanto erede diretta della nostra tradizione letteraria. 

Ma nel momento in cui prevale una nuova sensibilità sociale – e il mezzo secolo trascorso da quando scriveva McLuhan sono un tempo congruo affinché ciò accada – della quale la rete globale, a seconda di come la si valuti, può esser considerata causa o effetto (ammesso che tale distinzione abbia senso nel campo ormai unificato della nostra percezione), allora la forma nazionale evolve nella Nazione Globale, che è tribale, organica  e collettiva come il Villaggio, e insieme civile, meccanica e individualista come la Nazione analogica. 

Il cittadino globale subisce la fascinazione del tamburo mentre digita sul suo smartphone. E questo spiega certe esagerazioni a cui ci ha ormai abituato la cronaca. I deliri di masse di follower “omogeneizzati” dai loro leader. Perfetti cittadini di una Signoria Globale che nel suo limite estremo si costituisce in Nazione. 

L’uomo sociale del XXI secolo, a Occidente come ad Oriente, è un selvaggio civilizzato. Ha riconquistato l’orecchio che aveva perduto, ma non ha (ancora) perduto l’occhio che aveva guadagnato. Non è più un semplice cittadino. E’ diventato uno user.

Questo post fa parte del saggio La Nazione Globale. Verso un nuovo assolutismo, in corso di redazione. Per agevolare la lettura non sono state pubblicate le note al testo con i riferimenti bibliografici, che saranno disponibili nella pubblicazione completa.

La Nazione Globale. Verso un nuovo assolutismo


E’ consuetudine diffusa fra gli studiosi, specie di formazione storica, considerare come due periodi distinti il grande movimento di globalizzazione iniziato dopo il conflitto franco-prussiano del 1870, e idealmente concluso con la guerra del 1914, e l’altra globalizzazione iniziata nel secondo dopoguerra che dura fino ad oggi. La tesi che qui si sostiene è che ci troviamo all’interno di una lunga globalizzazione che dura da 150 anni, pure se in maniera multiforme, che affonda le radici nella prima metà del secolo XIX, quando le rivoluzioni politiche ed economiche hanno approfondito il processo di internazionalizzazione iniziato secoli prima con l’apertura delle rotte atlantiche.

La prima guerra mondiale, che chiameremo prima guerra globale, è la conferma che la grande internazionalizzazione che si fa cominciare convenzionalmente nella seconda metà del XIX secolo è proseguita anche negli anni del conflitto, pure se in una forma diversa da quella “pacifica”, e anche nel ventennio successivo, malgrado la frattura delle relazioni internazionali che toccò l’apice negli anni ‘30 del secolo XX. Frattura che infatti condusse a un altro conflitto globale che si concluse con la divisione del mondo in due blocchi, corrispondenti a due diverse globalizzazioni, spesso interlacciate per il tramite di conflitti locali, che furono lo scenario visibile della terza guerra globale per fortuna “fredda”. 

Queste due internazionalizzazioni concorrenti trovarono il luogo della loro composizione negli organismi internazionali, che si svilupparono vigorosamente proprio a partire dal secondo dopoguerra sul modello della Società delle Nazioni del primo dopoguerra, non certo a caso. Gli organismi internazionali infatti sono l’espressione compiuta dell’internazionalismo che suggella lo sviluppo dei principi che hanno caratterizzato questo secolo e mezzo, risultando come l’autentica novità della storia e una profonda innovazione nei modelli di globalizzazione: l’idea nazionale e democratica, che proprio in questi anni viene internazionalizzata, eredi naturali della rivoluzione francese, e quella economica, derivata da quella rivoluzione industriale britannica.

Le due globalizzazioni del secondo dopoguerra si sono fuse nella globalizzazione attuale, di marca americana, che affonda le sue radici nel mondo della Belle Époque. Possiamo vederlo osservando alcune innovazioni emerse in quel periodo che caratterizzano ancora oggi le nostre società. Ne abbiamo scelto tre, come semplice saggio: l’invenzione della bicicletta, dello star system e l’innescarsi della tendenza, non a caso definita secolare, del declino dei tassi di interesse, cartina tornasole di una economia sempre più politica, ossia manovrata dai governi, che proprio nel XIX secolo fa crea le sue premesse. 

L’idea di questo saggio è che siamo giunti al termine del lunghissimo XIX secolo, espressione con la quale si vuole evocare il Lungo XIX secolo teorizzato da Eric Hobsbawm e declinato in una splendida trilogia di alcuni decenni fa, e Il Lungo XX secolo a cui Giovanni Arrighi dedicò un volume un trentennio fa. Di entrambi l’autore è debitore, insieme ovviamente a molti altri citati nel testo, e con loro condivide il pensiero che spesso i secoli siano molto più lunghi di quanto dica il calendario. Ma mentre lo storico inglese teorizza la fine del XIX secolo nel 1914, e da qui fa partire Il secolo breve concluso nel 1991 e il sociologo italiano ritrova gli schemi del XX secolo nella storia europea moderna, qui si sostiene che il XIX secolo sia stato assai più lungo di quanto pensasse Hobsbawm, e che il XX secolo non sia stato affatto lungo, né breve. Per certi versi potremmo dire che il XX secolo non sia mai cominciato. Almeno se consideriamo un nuovo secolo come una epoca nuova. 

Da questo punto di vista, alcuni eventi recenti lasciano pensare che il XX secolo stia iniziando adesso e che questo nuovo secolo abbia concrete possibilità di mutare la sostanza di quella che è stata la caratteristica saliente del lunghissimo XIX secolo: l’invenzione dell’ordine politico liberaldemocratico e dell’economia politica. L’avvento della Nazione Globale potrebbe condurci verso un nuovo assolutismo.

Questo post è l’abstract di un saggio che ho iniziato a scrivere e che verrà pubblicato nei prossimi mesi. Alcuni aggiornamenti verranno proposti qui sul blog. 

Ogni contributo è benvenuto.

Buona lettura