Etichettato: riserve internazionali
Piccole valute crescono all’ombra del Re dollaro

La notizia dell’ultimo aggiornamento che il Fmi ha dedicato all’osservazione del sistema internazionale delle riserve valutarie è che non c’è nessuna notizia. Il dollaro regna ampiamente incontrastato, con l’euro ben distante, che ha un mercato ancora troppo poco profondo diffuso per essere un serio antagonista, e un proliferare di valute alternative. Nel senso di esotiche, non certo concorrenti.
Fra queste “alternative” primeggia lo yuan, che com’è noto è al centro del tentativo di Pechino di spingere per l’internazionalizzazione della propria moneta, usando i prestiti bancari e il commercio bilaterale per aumentare la quota di utilizzo della valuta cinese, ma che deve fare ancora i conti con la sostanziale inconvertibilità, che complica la libera circolazione della valuta, e poi con la fiducia. Complessivamente, gli analisti del Fmi stimano che l’ascesa dello yuan spieghi un quarto del calo del dollaro.
I gestori delle riserve internazionali, perciò, si trovano a comprare dollari canadesi o australiani, per soddisfare le proprie esigenze di diversificazione, e magari spuntare anche qualche rendimento migliore del Treasury. Ma si tratta di movimenti superficiali che spiegano una parte dell’erosione della quota di dollari nelle riserve internazionali, che come ogni fenomeno complesso ha diverse ragioni. Non ultima quella geopolitica. Anche se gli economisti del Fmi non sembrano dar molto peso all’ipotesi che la politica di sanzioni decisa dagli Usa in risposta alle varie crisi internazionali abbia in qualche modo penalizzato la raccolta di riserve in dollari.

Per completare il quadro, vale la pena riportare alcuni dati raccolti stavolta dalla Bis di Basilea, relativi proprio all’utilizzo delle valute internazionali nelle diverse attività che lo richiedono: dal commercio, alle riserve, passando per l’attività bancaria.

Anche qui la lettura dei dati lascia poco spazio all’immaginazione. Il dollaro primeggia con un peso specifico che va molto aldilà del peso dell’economia americana nell’economia internazionale. L’esatto contrario della Cina, ampiamente sottopesata. Non è certo un caso. La storia esige il suo tributo. E le regole dell’economia libera pure.
Cartolina. Il lungo tramonto del dollaro
A vederla da lontano, la supremazia del dollaro nei mercati internazionali sembra bene incardinata lungo un percorso di durevole declino. Quindi lento, ma persistente, come d’altronde sembra l’influenza degli Usa nel mondo, in quest’alba di nuovo millennio. Ma se nessuno dubita che l’impero americano goda ancora di discreta salute, della quale l’uso del dollaro è ottima cartina tornasole, aumenta il numero di coloro che intravedono nella tecnologia – altro campo di supremazia Usa, almeno finora – la minaccia più consistente a tale supremazia. Una valuta digitale, dicono molti, potrebbe accelerare il declino del dollaro, fino a farlo somigliare a quello della sterlina a fine anni ’40 del ‘900. Ammesso che sia vero, rimane da capire quale possa essere questa valuta. O almeno se parli inglese. E oggi, a differenza di ieri, qualcuno inizia a dubitarne.
Cronicario: Lo shopping di Mps fa scopa con l’Iva digitale unificata
Proverbio dell’1 dicembre Chi sciupa il tempo deruba se stesso
Numero del giorno: 13% La percentuale di europei che non può permettesi una cena al ristorante con gli amici una volta al mese
Mi sforzo di essere serio oggi, che Cronicario ormai è cresciuto e deve finirla di sembrare uno scugnizzo irrispettoso. Perciò mi accingo con la compunzione che si deve al cronicario globale, cercando come ogni giorno notizie che meritino d’esservi raccontate. Ma poi m’imbatto in questa.
Con tanto di tweet edificante: “Il Monte dei Desideri: come acquistare marchi prestigiosi direttamente in filiale”. Meraviglioso. Promuovere l’acquisto di marchi prestigiosi proprio mentre si è in chiusura di trattativa con i fondi che dovrebbero comprarti mi sembra una straordinaria dimostrazione di genio italico. Merita tutta l’attenzione del Cronicario e anche la vostra. Poi però non lamentatevi che ogni tanto scantono.
Cliccando sul link suggerito mi trovo dentro una piattaforma di e-commerce collegata al sito della banca. Quindi io entro e compro marchi prestigiosi (o qualche azione se avanzano due spicci) e tutti vissero felici e contenti.
Vi sembra futile? Perché non sapete tutta la storia. La verità è che quei fenomeni di Mps sapevano che sarebbe successo questo:
La Commissione Ue ha proposto una norma per sostenere il commercio elettronico delle imprese on line. Le norme “consentiranno ai consumatori e alle imprese, in particolare le start-up e le PMI, di acquistare e vendere più facilmente beni e servizi online”. E visto il futuro dimensionale che si prospetta per Mps si può dire che la proposta capiti a fagiolo.
Comunque oltre a realizzare il portale europeo dei pagamenti Iva delle imprese Ue, la ciliegina sulla torta è che “gli Stati membri potranno applicare la stessa aliquota Iva alle pubblicazioni elettroniche, come i libri in formato elettronico e i quotidiani online, e ai loro equivalenti in formato cartaceo”. Finalmente è arrivata l’Unione fiscale.
L’Ue ha trovato finalmente il luogo dove realizzare compiutamente le sue ambizioni unificatrici. E’ il cyberspazio. Nel caso non lo sappiate c’è anche un responsabile per il mercato unico digitale che si chiama Andrus Ansip, che fa molto hi tech. E fanno sul serio a Bruxelles.
Accendete quel pc, perbacco, e imparate a scrivere algoritmi. O almeno fatevi uno smartphone. E se vi chiedete perché mai dovreste, vi risponderò con un paio di semplici dati. L’Europa è quel posto dove al più basso tasso di disoccupazione dal 2009
corrisponde un 13% di persone che non si può permettere una cena fuori una volta al mese con gli amici. Sarà evidentemente una questione di skill digitali carenti.
Dimenticavo. E’ stato pure approvato il budget 2017.
Ma la vera notizia del giorno (di ieri) è quella del taglio di produzione deciso dall’Opec che stamattina avrete letto sui giornali. Qui aggiungerò solo un dettaglio, tralasciando il fatto che fra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di oro nero. Ossia chi taglia quanto.
La Russia, che dovrebbe tagliare un 300 mila barili ha detto che lo farà, con calma e per favore. Senza che ciò cambierà granché.
Ma adesso è il momento dei festeggiamenti, non statevi a intristire col buon senso. Le borse salgono per merito del petrolio come prima cadevano per colpa del petrolio, che intanto ha raggiunto quota 50. Storia buona per chi ci crede.
Intanto osservo divertito che mentre il petrolio galoppa rialzi, l’oro, entrato in crisi d’identità dal 4 novembre scorso, colleziona ribassi. Oggi più del 6%. Il 3 novembre, alla vigilia del trionfo di mister T, quotava 1.300 dollari, ora poco più di 1.100. L’eredità aurifera passa il testimone: ieri l‘oro rosso, oggi l’oro nero, ma la destinazione evidente è una sola: l’oro verde: il dollaro.
Ma questa storia è ancora tutta da scrivere, e ce la godremo con l’anno nuovo. Per oggi accontentatevi di questo bel grafico che mostra le riserve internazionali di alcuni paesi emergenti, che ho trovato sull’Economist
Mettetelo da parte. Lo rivediamo fra un semestre.
Concludo con una perla che rivela il senso del cronicario globale.
il cronicario globale serve a chi scrive. Questo Cronicario a chi lo legge.
A domani.











