Rivalutazione Bankitalia, due conti facili su chi ha guadagnato


L’ultima relazione di Bankitalia, che riporta anche il bilancio d’esercizio, ci consente di fare due conti sugli effetti che ha avuto la rivalutazione del capitale della Banca decisa nel 2013 e della quale ci siamo occupati ampiamente negli anni in cui infuriava il dibattito.

Ricapitolo brevemente. All’epoca il governo decise di rivalutare il capitale della Banca d’Italia, le cui quote erano (e sono) da tempo immemore detenute da un club di partecipanti la gran parte dei quali sono banche commerciali. Prima della rivalutazione il capitale della Banca valeva poche decine di migliaia di euro, essendo valutato a prezzi che risalgono a un passato remoto. Il Parlamento, dopo lungo dibattere, ha approvato la legge sulla base della quale è stato rivisto lo statuto della Banca, pubblicato dopo il via libera dei partecipanti a novembre dell’anno scorso.

Il capitale della Banca, in ossequio al dettato normativo, è stato valutato 7,5 miliardi di euro, suddiviso in 300 mila quote dal valore di 25 mila euro ognuna. L’articolo 3, che fissa il limite per ogni partecipante al 3%, stabilisce anche i soggetti che possono essere titolari di quote. Qui trovate lo stato dell’arte, ossia chi siano i partecipanti del capitale e la notizia che nei primi mesi del 2016 sono già state vendute quote per ammontare pari a un miliardo di euro. Rimangono da collocare altri quattro miliardi. E’ utile sottolineare che il processo di redistribuzione delle quote deve essere completato entro la fine dell’anno e che la Banca d’Italia si è resa disponibile ad acquistare le quote in eccesso se per allora la redistribuzione non sia stata completata per altra via. All’uopo verrà sviluppato anche un segmento nel mercato borsistico. E il buon senso suggerisce che sarà adeguatamente affollato.

Questo passaggio di quote consentirà ai due maggiori partecipanti, ossia Banca Intesa e Unicredit di guadagnare cifre assai rispettabili. La prima è titolare di 73.132 quote, circa il 24,3%, e potendone detenere al massimo 9.000 (il 3% del capitale) dovrà cedere il resto che ha un valore di libro di oltre 1,6 miliardi di euro. Quasi meglio di una ricapitalizzazione. Unicredit ha 53.854 quote, il 17,9%, per un valore di libro di oltre 1,121 miliardi. Assai staccate seguono la Cassa di risparmio di Bologna, con 18.602 quote, le Generali, con 15.782 e dulcis in fundo la Carige con 12.093. Tutti gli altri sono in regola con il tetto.

Si potrebbe pensare che essere partecipanti del capitale di Bankitalia non sia poi questo grande affare. Ma non è così. A parte la circostanza di essere ospitati nel cuore della finanza italiana c’è pure il fatto che la legge prevede che Bankitalia remuneri fino al 6% del capitale le quote possedute quando si tratta di ripartire l’utile. Un rendimento di questa entità, in tempi in cui i tassi stanno a zero, è assai più che appetibile. E la ripartizioni di utili finora assicurate da Bankitalia lo confermano.

Gli effetti della riforma, infatti, sono stati immediati. Una semplice ricognizione dei documenti contabili, presi dalle ultime quattro relazioni, lo mostra con chiarezza. Nella relazione di maggio 2013 sull’anno 2012, il dividendo, pure con l’integrazione prevista dallo statuto, superava di poco i 15 mila euro, essendo il capitale della Banca fissato al valore storico di 155 mila euro. Ad ulteriore integrazione, il Consiglio della Banca aveva deliberato il versamento di una quota di 70 milioni circa, calcolato sulla base delle riserve della Banca (lo 0,5%). Quindi in totale i partecipanti portavano a casa 70 milioni o poco più.

L’aria cambia già a partire dalla relazione del 2014 sul 2013, quando ormai la legge era stata approvata. I partecipanti hanno visto crescere il dividendo a 380 milioni, ossia il 5% del capitale della banca. L’anno successivo (relazione 2015 sul 2014) il dividendo è stato portato a 340 milioni, ossia circa il 4,5% del capitale, e anche quest’anno (relazione del 2016 sul 2015) si è pagata la stessa cifra. Sommando i valori, e senza considerare l’inflazione, vuol dire che in tre anni i partecipanti hanno incassato 1.060 milioni di euro, quasi recuperando l’importo versato al governo nel 2013 come tassazione sulla plusvalenza realizzata dopo la rivalutazione. Anche questo era ampiamente previsto. A questi dividendi, per valutare l’impatto complessivo, vanno anche aggiunte le plusvalenze che i partecipanti eccedenti il 3% hanno già incassato per il miliardo di quote vendute e incasseranno per i quattro restanti. E c’è la possibilità assai concreta che sarà Bankitalia – e in sostanza la collettività – a farsene carico.

Si dirà che non si tratta di chissà quali cifre. Rimane il fatto però che questi dividendi, per tacere delle plusvalenze, sono stati sottratti alla quota che la Banca avrebbe girato allo Stato. Quest’ultima è cresciuta dai 1.500 milioni del 2012 ai 2.157 milioni del 2015, ma solo perché nel frattempo è aumentato l’utile netto. Ma bastano due conti facili per capire chi ci abbia guadagno davvero con questa operazione.

 

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