A lezione di deflazione dal Giappone


Poiché il mondo che conta soffre di inflazione declinante, per non dire deflazione, diventa istruttivo studiare il caso del Giappone, che sperimenta questo tormento da circa un ventennio senza essere riuscito a uscirne malgrado gli sforzi non siano mancati.

L’occasione ce la offre un’analisi contenuta nel recente World economic outlook del Fmi (“The Japanese Experience with Deflation“) che passa in rassegna l’ampia letteratura che si è generata nel tempo sull’enigma giapponese ponendosi poche semplici domande: Che cosa ha condotto all’episodio deflattivo giapponese a metà degli anni ’90? Come ha influenza l’economia? Quanto è rilevante l’esperienza giapponese nel trend corrente di disinflazione?

Come premessa giova ricordare che “i continui sforzi di reflazionare l’economia sono finora falliti, mettendo in evidenza la difficoltà a sfuggire dalla trappola della deflazione una volta che le aspettative siano ancorate attorno ad un equilibrio di prezzi calanti”.

Il Fmi ricorda che l’esplosione della bolla degli asset dei primi anni ’90 è spesso menzionata come lo shock che diede il via alla deflazione. “L’inflazione e le aspettative di inflazione declinarono gradualmente come conseguenza dello sforzo di famiglie, banche e imprese di rafforzare i bilanci e ricostruire la ricchezza pure a costo della domanda”. Altre concause vengono considerate i cambiamenti nella struttura dell’offerta e gli apprezzamenti del tassi di cambio nel periodo più acuto. Inoltre il Giappone ha dovuto vedersela con lo shock provocato dalla crisi asiatica del 1997-98, che indebolì ulteriormente la domanda, e ha pagato il prezzo della risposta esitante della classe dirigente al problema dei non performing loan (NPLs), ossia le sofferenze bancarie, all’origine di una crisi bancaria che ha finito con l’aggiungere spinte deflazionistiche all’economia.

Il boom dei prezzi delle commodity iniziato ai primi del 2000 contribuì a far salire l’inflazione, ma quella core, ossia al netto di energia e cibo fresco, rimase negativa. Altri shock, come lo scoppio della bolla dei titoli tecnologici e, dulcis in fundo, quello del 2008, hanno finito col congelare la domanda e peggiorare l’output gap, ossia la differenza fra il pil e il pil potenziale. Si arriva così al 2013, quando viene lanciata l’Abenomics, dal nome del primo ministro, allo scopo di contrastare le difficoltà di crescita (anche dei prezzi). Ma poi arrivò il calo del petrolio del 2014, e così gli sforzi del governo e della banca centrale, che intanto aveva lanciato il suo QQE, furono in parte vanificati.

Di recente l’inflazione core ha mostrato un andamento più favorevole e il governatore della BoJ ha più volte ripetuto di essere convinto che il paese tornerà a un’inflazione stabile. Ma neanche l’ottimismo può celare il fatto che i rischi di deflazione siano ancora rilevanti, vuoi per la domanda bassa, vuoi per il declinare delle aspettative di inflazione.

“Fattori strutturali hanno esacerbato gli effetti degli shock da domanda – scrive il Fmi – e alcuni di questi fattori sono rilevanti oggi in molte economie avanzate”. Fra i fattori citati, ci sono l’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori e poi l’andamento demografico, somma di invecchiamento e lenta crescita della popolazione. In tal senso non è esagerato dire che la sindrome giapponese si è estesa a mezzo mondo. In effetti in calo significativo delle retribuzioni reali (vedi grafico) può aver “nutrito”, come scrive il Fmi, la deflazione “indebolendo la dinamica salari-prezzi”. “Le aziende sono diventate meno propense ad assumere con contratti stabili, visto che le aspettative erano sembra caute sulle prospettive della domanda, con la conseguenza che la quota dei lavoratori stabili sul totale diminuì in tutto il periodo, abbassando il costo unitario del lavoro, il reddito e i benefici per i lavoratori. Gli sviluppi demografici fecero il resto.

“La timidezza della risposta politica negli anni ’90 viene pure citata come concausa della deflazione”, ricorda il Fmi. I particolare le scarse facilitazioni offerte dalla politica monetaria e la risposta fiscale. In effetti, sottolinea lo studio, “la posizione fiscale rimase accomodante per tutto il periodo, ma periodici tentativi di consolidamento condussero a politiche di stop and go. Inoltre ci fu un cattivo coordinamento delle politiche fiscali con quelle monetarie”. Fra le altre cose si ricorda che la BoJ stava muovendo i primi passi verso l’indipendenza proprio in quegli anni e che solo nel 2013 fu introdotto nei suoi statuti in target d’inflazione. “Come conseguenza, le aspettative di inflazione non erano bene ancorate negli anni ’90 rendendo l’economia più sensibile agli shock”.

Tutte queste ragioni hanno condotto il Giappone ad essere un’economia dove c’è una costante riluttanza ad investire e dove i consumatori tendono sempre a posporre gli acquisti. La deflazione ha spostato le preferenze degli investitori verso asset considerati sicuri riducendo l’offerta di capitale di rischio, e quindi rendendo ancor più fragile la crescita. Inoltre, sono peggiorati gli indici del debito, a cominciare da quelli del debito pubblico, mentre, sul versante monetario, “nonostante la grande espansione del bilancio della BoJ, l’inflazione rimane testardamente bassa”.

La scelta dell’aggettivo “testardo” non è casuale. “L’impatto della deflazione persistente può essere ampio e una volta che le aspettative di deflazione emergano può essere difficile spingere l’economia fuori dalla trappola della liquidità. Fattori strutturali in molte economie avanzate, incluso un declino secolare nel potere contrattuale dei lavoratori, possono generare ulteriori venti contrari”.

Il resto del mondo è avvertito.

 

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  1. vincesko

    Salve,
    Trovo interessante la notizia circa l’indipendenza della BoJ. Mi ero sempre chiesto se anche lo Statuto della Banca centrale giapponese: 1. prevedesse un mandato duale; e 2. fosse prevista l’indipendenza dal potere politico.
    Lo statuto è formalmente diverso sia da quello della FED che da quello della BCE.
    Come scopo, viene solo indicato “emettere banconote e di effettuare il controllo valutario e monetario”.
    L’indipendenza è prevista all’art. 3, ma poi, subito dopo, l’art. 4 prevede che essa deve “mantenere uno stretto contatto con il punto di vista del governo e di scambio a sufficienza, in modo che il suo controllo valutario e monetario e la posizione di base della politica economica del governo devono essere reciprocamente compatibili”.

    Ho tradotto i primi 5 articoli dello Statuto.

    (Scopo)
    Articolo 1 (1) Lo scopo della Banca del Giappone, o la banca centrale del Giappone, è di emettere banconote e di effettuare il controllo valutario e monetario.
    (2) In aggiunta a quanto prescritto nel paragrafo precedente, lo scopo della Banca del Giappone è quello di garantire il buon regolamento dei fondi tra le banche e altri istituti finanziari, contribuendo così al mantenimento della stabilità del sistema finanziario.

    (Il Principio di controllo valutario e monetario)
    Articolo 2 Il controllo valutario e monetario da parte della Banca del Giappone è inteso a conseguire la stabilità dei prezzi, contribuendo in tal modo al sano sviluppo dell’economia nazionale.

    (Rispettare l’autonomia della Banca del Giappone e assicurare la trasparenza)
    Articolo 3 (1) L’autonomia della Banca del Giappone in materia di controllo valutario e monetario deve essere rispettata.
    (2) La Banca del Giappone si adopera per chiarire ai cittadini il contenuto delle sue decisioni, così come il suo processo decisionale, per quanto riguarda il controllo valutario e monetario.

    (Rapporti con il Governo)
    Articolo 4 La Banca del Giappone deve, tenendo conto del fatto che il controllo valutario e monetario è una componente della politica economica generale, sempre mantenere uno stretto contatto con il punto di vista del governo e di scambio a sufficienza, in modo che il suo controllo valutario e monetario e la posizione di base della politica economica del governo devono essere reciprocamente compatibili.

    (Natura pubblica della Banca d’affari del Giappone e la sua autonomia)
    L’articolo 5 (1) Alla luce della natura pubblica della sua attività e della proprietà, la Banca del Giappone si adopera per svolgere la propria attività in modo corretto ed efficace.
    (2) In attuazione della presente legge, la dovuta considerazione deve essere data alla autonomia delle operazioni commerciali della Banca del Giappone.
    Bank of Japan Act
    http://www.japaneselawtranslation.go.jp/law/detail/?id=92&vm=02&re=01&new=1

    PS: “Sfuggire a”
    http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/S/sfuggire.shtml

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      molto utile la sua traduzione e anche averla riportata in calce al suo commento. personalmente mi sembra la rappresentazione più sincera, aldilà dei formalismi, del rapporto che lega di fatto una banca centrale al suo governo. Se è vero, come lei rileva, che lo statuto BoJ è diverso da quello di Bce e Fed, la mia opinione è che lo sia nella misura in cui è più sincero quanto alla realtà delle cose, che la forma delle parole tende a dissimulare. Forse dipende dal fatto che l’indipendenza formale della BoJ è più recente, o forse da un diverso costume politico. In ogni caso,
      grazie per il commento

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      • vincesko

        A proposito di comparazione di Statuti, mi permetto di allegare la modifica/integrazione, aggiungendo il cap. 8, da me elaborata della voce “Banca centrale europea” di Wikipedia, poi eliminata da chi vaglia le modifiche, solo in parte perché non sono consentite analisi originali, ma solo di seconda o terza mano, ma in effetti perché i volontari-amministratori, che stanno lì anche da 10 anni, – sono certo che la scandalizzerò… – sono degli asini presuntuosi e/o un po’ matti (mi creda, non esagero), ed anche arroganti e vendicativi, perché avendo io protestato un po’ duramente per l’eliminazione di quasi tutto il mio lavoro (voci “BCE” e “Riforma delle pensioni Fornero”, molto carenti), costatomi una dura fatica di 3 settimane, mi hanno “bloccato” prima per una settimana per insulti (“ignorante”), e poi, dopo la semplice spiegazione delle motivazioni “sottostanti” della cancellazione della mia modifica, per 1 mese, perché considerata attacco personale. Ma il discorso è molto più lungo.
        Comunque, basta dare un’occhiata alle voci di Economia per dover dare ragione a Umberto Eco, che giudicava mediocre il livello qualitativo di Wikipedia italiana.

        Nella mia modifica/integrazione della voce “BCE” (con 100 note, a cui non ho fatto in tempo ad aggiungere altri 2 link importanti proprio sugli obiettivi della BCE), ho riportato sia l’analisi comparativa BCE-FED, sia le prove documentali (almeno quelle disponibili, poiché i siti istituzionali, a differenza di Wikipedia, non conservano le versioni precedenti), della carente comunicazione istituzionale sugli obiettivi statutari della BCE.

        8. Attività della BCE dopo il trattato di Lisbona: analisi critica
        https://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Banca_centrale_europea&diff=83520825&oldid=835061

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      • vincesko

        NB: Bisogna scorrere la lunga pagina finché si arriva all’indice e cliccare sul cap. 8, oppure scorrere ancora fino ad arrivare al cap. 8.

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