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Due terzi del debito globale sono del settore privato


Se davvero fossimo capaci di usare saggiamente il debito, come consiglia il Fmi nel suo ultimo Fiscal monitor, non saremmo arrivati al punto di cumularne uno globale che supera il 225% del pil mondiale, due terzi dei quali – circa 100 trilioni – sono stati originati dal settore privato. Se poi la saggezza suggerita dal Fmi dovesse valere da oggi in poi, allora dovremmo cominciare ricordando che questa montagna di obbligazioni non pesa per tutti allo stesso modo, anche se tutti saremo chiamati a pagarne le conseguenze.

Il paesaggio del debito, infatti, chiamiamolo così, è assai composito. “Il debito privato è alto nei paesi avanzati e in pochi sistemicamente importanti economie emergenti”, con trend che sono stati assai diversi dal 2008 in poi. “Le economie avanzate – spiega il Fmi – che sono state l’epicentro della crisi, hanno diminuito i debiti in maniera non uniforme e in alcuni casi i debiti privati sono anche aumentati. Anche i debiti pubblici sono aumentati in questi paesi, in parte a causa dei bail out bancari”. Oltre a questo, è notevole la circostanza che “le facilitazioni al finanziamento internazionale hanno condotto a un boom del credito privato in alcune economie emergenti, specialmente in Cina”. E difatti il grafico che monitora l’andamento del debito globale ha un andamento molto diverso se si aggiunge la Cina o si sottrae. Infine nei paesi a basso reddito, il debito è aumentato, ma i livelli debito/pil rimangono contenuti. In sostanza, è molto indebitato chi se lo può permettere. Ma poi se lo può permettere davvero?

Ancora una volta, l’invito a esser saggi è da considerarsi con attenzione, perché sempre più numerose e allarmate si fanno le voci di chi teme che, alla lunga, questa montagna di debiti finirà con lo zavorrare anche l’economia più dinamica, come peraltro lascia sospettare l’andamento declinante della crescita che lo stesso Fmi ha illustrato nel suo ultimo World economic outlook. Ciò probabilmente anche a causa della lentezza con la quale sta procedendo il disindebitamento, frenato dall’inflazione bassa sulla quale evidentemente contavano tutti per avere un aiutino, gli stati come le imprese.

Saggezza dovrebbe ricordarci, inoltre che un alto livello di debito privato, come ci ricorda sempre il Fmi, aumenta le probabilità di una crisi finanziaria, a sua volta accompagnata da perdite di prodotto e distruzione di ricchezza, oltre alla circostanza che avere tanti debiti scoraggia sia l’investimento che il consumo.

“L’evidenza suggerisce – osserva il Fondo – che per ottenere un deleveraging significativo servano la crescita e l’inflazione, quindi cosa bisogna fare in mondo costretto da vincoli sempre più stringenti?” Esperto in domande retoriche, il Fmi si risponde che, sul fronte fiscale, programmi sponsorizzati dai governi per ridurre i debiti – si pensi alla questione degli NPLs – potrebbero aiutare. “Ma la politica fiscale non può risolvere il problema da sola”, sottolinea. Come d’altronde neanche la politica monetaria può, come ci ricordano ormai pressoché ogni giorno le banche centrali.

Sicché bisogna innanzitutto impedire che la montagna cresca ancora, “specialmente nei paesi emergenti”, nota Vitor Gaspar, direttore del dipartimento degli affari fiscali del Fmi. Che è come dire che bisogna chiudere la stalla anche se i buoi sono fuggiti. E poi sperare di riuscire a ritrovarli.

Buona fortuna.

 

A lezione di deflazione dal Giappone


Poiché il mondo che conta soffre di inflazione declinante, per non dire deflazione, diventa istruttivo studiare il caso del Giappone, che sperimenta questo tormento da circa un ventennio senza essere riuscito a uscirne malgrado gli sforzi non siano mancati.

L’occasione ce la offre un’analisi contenuta nel recente World economic outlook del Fmi (“The Japanese Experience with Deflation“) che passa in rassegna l’ampia letteratura che si è generata nel tempo sull’enigma giapponese ponendosi poche semplici domande: Che cosa ha condotto all’episodio deflattivo giapponese a metà degli anni ’90? Come ha influenza l’economia? Quanto è rilevante l’esperienza giapponese nel trend corrente di disinflazione?

Come premessa giova ricordare che “i continui sforzi di reflazionare l’economia sono finora falliti, mettendo in evidenza la difficoltà a sfuggire dalla trappola della deflazione una volta che le aspettative siano ancorate attorno ad un equilibrio di prezzi calanti”.

Il Fmi ricorda che l’esplosione della bolla degli asset dei primi anni ’90 è spesso menzionata come lo shock che diede il via alla deflazione. “L’inflazione e le aspettative di inflazione declinarono gradualmente come conseguenza dello sforzo di famiglie, banche e imprese di rafforzare i bilanci e ricostruire la ricchezza pure a costo della domanda”. Altre concause vengono considerate i cambiamenti nella struttura dell’offerta e gli apprezzamenti del tassi di cambio nel periodo più acuto. Inoltre il Giappone ha dovuto vedersela con lo shock provocato dalla crisi asiatica del 1997-98, che indebolì ulteriormente la domanda, e ha pagato il prezzo della risposta esitante della classe dirigente al problema dei non performing loan (NPLs), ossia le sofferenze bancarie, all’origine di una crisi bancaria che ha finito con l’aggiungere spinte deflazionistiche all’economia.

Il boom dei prezzi delle commodity iniziato ai primi del 2000 contribuì a far salire l’inflazione, ma quella core, ossia al netto di energia e cibo fresco, rimase negativa. Altri shock, come lo scoppio della bolla dei titoli tecnologici e, dulcis in fundo, quello del 2008, hanno finito col congelare la domanda e peggiorare l’output gap, ossia la differenza fra il pil e il pil potenziale. Si arriva così al 2013, quando viene lanciata l’Abenomics, dal nome del primo ministro, allo scopo di contrastare le difficoltà di crescita (anche dei prezzi). Ma poi arrivò il calo del petrolio del 2014, e così gli sforzi del governo e della banca centrale, che intanto aveva lanciato il suo QQE, furono in parte vanificati.

Di recente l’inflazione core ha mostrato un andamento più favorevole e il governatore della BoJ ha più volte ripetuto di essere convinto che il paese tornerà a un’inflazione stabile. Ma neanche l’ottimismo può celare il fatto che i rischi di deflazione siano ancora rilevanti, vuoi per la domanda bassa, vuoi per il declinare delle aspettative di inflazione.

“Fattori strutturali hanno esacerbato gli effetti degli shock da domanda – scrive il Fmi – e alcuni di questi fattori sono rilevanti oggi in molte economie avanzate”. Fra i fattori citati, ci sono l’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori e poi l’andamento demografico, somma di invecchiamento e lenta crescita della popolazione. In tal senso non è esagerato dire che la sindrome giapponese si è estesa a mezzo mondo. In effetti in calo significativo delle retribuzioni reali (vedi grafico) può aver “nutrito”, come scrive il Fmi, la deflazione “indebolendo la dinamica salari-prezzi”. “Le aziende sono diventate meno propense ad assumere con contratti stabili, visto che le aspettative erano sembra caute sulle prospettive della domanda, con la conseguenza che la quota dei lavoratori stabili sul totale diminuì in tutto il periodo, abbassando il costo unitario del lavoro, il reddito e i benefici per i lavoratori. Gli sviluppi demografici fecero il resto.

“La timidezza della risposta politica negli anni ’90 viene pure citata come concausa della deflazione”, ricorda il Fmi. I particolare le scarse facilitazioni offerte dalla politica monetaria e la risposta fiscale. In effetti, sottolinea lo studio, “la posizione fiscale rimase accomodante per tutto il periodo, ma periodici tentativi di consolidamento condussero a politiche di stop and go. Inoltre ci fu un cattivo coordinamento delle politiche fiscali con quelle monetarie”. Fra le altre cose si ricorda che la BoJ stava muovendo i primi passi verso l’indipendenza proprio in quegli anni e che solo nel 2013 fu introdotto nei suoi statuti in target d’inflazione. “Come conseguenza, le aspettative di inflazione non erano bene ancorate negli anni ’90 rendendo l’economia più sensibile agli shock”.

Tutte queste ragioni hanno condotto il Giappone ad essere un’economia dove c’è una costante riluttanza ad investire e dove i consumatori tendono sempre a posporre gli acquisti. La deflazione ha spostato le preferenze degli investitori verso asset considerati sicuri riducendo l’offerta di capitale di rischio, e quindi rendendo ancor più fragile la crescita. Inoltre, sono peggiorati gli indici del debito, a cominciare da quelli del debito pubblico, mentre, sul versante monetario, “nonostante la grande espansione del bilancio della BoJ, l’inflazione rimane testardamente bassa”.

La scelta dell’aggettivo “testardo” non è casuale. “L’impatto della deflazione persistente può essere ampio e una volta che le aspettative di deflazione emergano può essere difficile spingere l’economia fuori dalla trappola della liquidità. Fattori strutturali in molte economie avanzate, incluso un declino secolare nel potere contrattuale dei lavoratori, possono generare ulteriori venti contrari”.

Il resto del mondo è avvertito.

 

I conti di Bankitalia sui crediti deteriorati


Questione finemente politica, la gestione dei crediti deteriorati e delle sofferenze bancarie è finita in testa alle preoccupazioni dei regolatori e, a seguire, del governo, che ha varato la disciplina che ha dato origine al fondo denominato Atlante che dovrà farsi carico non solo di acquistare eventuali pacchetti di crediti deteriorati, ma anche di acquistare pacchetti azionari di banche in difficoltà.

Lavoro improbo, senza dubbio. Soprattutto perché lo stato dei crediti e delle sofferenze bancarie è parecchio complesso, causa soprattutto gli otto e passa anni di crisi. Perciò può risultare utile fare un po’ di conti approfittando di una ricognizione effettuata da Bankitalia a inizio mese, in occasione del rilascio dell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria.

Per rispondere alla domanda che titola lo studio (“Quanto valgono i crediti deteriorati?”) bisogna prioritariamente intendersi su alcuni concetti base, la mancata comprensione dei quali rischi di generosi notevoli equivoci. Il problema di fondo è molto semplice: esiste un gap, che può essere assai notevole, fra la valutazione che fa una banca di questi asset deteriorati e ciò che gli investitori sono disposti a pagare per rilevarli. Tale differenza si motiva per una serie di ragioni, che vanno dal modo diverso col quale le due entità prezzano questi attivi, ai rendimenti che gli acquirenti vogliono garantirsi, fino al tempo che si stima necessario per incassarli. E proprio il tempo si rivela essere una variabile strategica. “Nostre simulazioni – scrivono gli autori – mostrano che una diminuzione di due anni dei tempi di recupero comporterebbe un aumento del prezzo di mercato delle sofferenze di circa 10 punti percentuali e, a parità di altre condizioni, una riduzione significativa delle consistenze di lungo periodo degli NPLs”.

La prima domanda che dobbiamo porci è come le banche valutino questi attivi. I principi contabili internazionali (IAS-IFRS) usano valutare questi crediti secondo il criterio del costo ammortizzato, ossia attualizzando i flussi di cassa futuri originati da tali crediti nell’arco di tempo previsto dal finanziamento al tasso di interesse originario del finanziamento. L’operazione, una semplice sommatoria di flussi di cassa attualizzati, ci consente di conoscere il gross book value (GBN) di quel prestito.

Se il credito si deteriora, la banca deve valutare lo stato del debitore e decidere come considerare questi attivi nel suo bilancio. Al termine di questa valutazione, la banca stimerà dei nuovi flussi di cassa, evidentemente inferiori a quelli originari, e ripeterà la stessa operazione per conoscere quale sia il valore attuale previsto di questo credito. Così facendo avrà effettuato una rettifica di valore sull’ammontare del prestito, diminuendolo, che dovrà essere riportata nel conto economico dell’anno in cui si verifica, sul lato dei costi. Il valore del credito rettificato prende il nome di net book value (NBV). La rettifiche, R, quindi, non sono altro che la differenza fra il GBV e il NBV.

Tale operazione si inserisce lungo una linea temporale, durante la quale il credito può tornare in bonis perché magari il debitore ha trovato di che pagare, o può deteriorarsi ancora, nel qual caso il NBV è destinato a diminuire ancora. Ciò implica che la valutazione degli NPLs vari al variare dei tempo di rilevazione.

Tutto ciò ci serve a leggere con cognizione di causa la tabella che Bankitalia pubblica nello studio, che riepiloga la situazione dei crediti deteriorati alla fine del 2015. “L’elevato ammontare degli NPLs delle banche italiane – spiega la ricerca – è principalmente il risultato dell’eccezionale fase recessiva che ha colpito l’economia italiana negli ultimi anni e dei lunghi tempi delle procedure di recupero crediti. Vi ha contribuito il limitatissimo sviluppo del mercato secondario di tali crediti”. In ogni caso, il risultato è stato che le banche italiane hanno cumulato un’esposizione lorda di crediti deteriorati pari a 360 miliardi che hanno già originato rettifiche per 163. Il NBV, perciò, vale 197.

Le sofferenze vere e proprie sono un sottoinsieme dei crediti deteriorati e a dicembre 2015 valevano 210 miliardi, valore lordo, già rettificato per 123 miliardi. Il valore netto delle sofferenza, di conseguenza, quota 87 miliardi. Il tasso di copertura (coverage ratio) che trovate in tabella misura il rapporto fra le rettifiche effettuate a il GBV, quindi tanto più è elevato quanto più le banche hanno già patito perdite in bilancio sui crediti. E’ utile rilevare che le sofferenze hanno un coverage ratio di quasi il 59%.

Accanto a queste posizioni, più o meno deteriorate, e dei loro valori lordi e netti, ci sono ovviamente anche delle garanzie, che possono essere reali – ad esempio il mattone che sta sotto un mutuo – o personali. La cifra che vedete in tabella, però, va interpretata con giudizio. Il fatto che ci siano garanzie reali per 85 miliardi a fronte di 87 miliardi di crediti in sofferenza netti, non vuol dire che le sofferenze siano tutte coperte, ma solo che a fronte di quelle sofferenze ci sono valori di garanzie accordate dalle banche per 85 miliardi.

A fronte di questa situazione ci stanno quelli che tali crediti potrebbero essere interessati a rilevarli. Ma la prima difficoltà che incontrano è che il tasso di interesse al quale la banca attualizza l’esposizione non combacia con quello che questi investitori pensano di voler ricavare dall’investimento. Ciò significa che a fronte di un NBG sulle sofferenze di 87 miliardi, che si può definire come il 41% del GBV (la differenza fra 100 e il coverage ratio) c’è un prezzo di mercato X che è molto difficile conoscere. “Si sono registrati casi in cui il valore di cessione ha superato il 45% del GBV, per posizioni assistite da garanzie di elevato valore (ad esempio immobili residenziali di pregio), altri in cui è risultato pari appena al 3% del GBV (per posizioni non garantite)”.

Di conseguenza “Non è possibile, per il momento, individuare un valore medio, rappresentativo dei prezzi di mercato”. Giusto per la cronaca, è utile sapere che le sofferenze delle quattro banche entrate in crisi di recente, che quotavano un GBV di 8,5 miliardi, sono stati valutati per la cessione al 22,3% di tale valore: meno di un quarto. Ed ecco perché i titoli bancari sono sull’ottovolante e perché si spera che Atlante mitighi la volatilità.

La simulazione svolta da Bankitalia ipotizza scenari ancora più foschi. A seconda dei parametri fissati, e principalmente del tasso di interesse, un GBV di 100 potrebbe arrivare ad avere un valore contabile fino a un minimo di 16,4, che vorrebbe dire che la banca dovrebbe farsi carico di una perdita di 83,6. Questo nella peggiore delle ipotesi. Ma in ogni caso anche le stime più prudenti non sono incoraggianti: si parla di un valore di mercato che non dovrebbe superare il 24,1%.

A far dimagrire gli incassi delle banche venditrici contribuiscono anche i costi indiretti di gestione, che si stima possano arrivare fino al 6% dei flussi di cassa nominali attesi. E poi, dulcis in fundo, il tempo. Tanti più anni devo scontare tanto più basso sarà il valore attuale, come è logico che sia. Per questo la riforma dei tempi giudiziali può essere la sola variabile strategica che si può mettere in campo per mitigare l’urto sul conto economico delle banche. Senonché, come diceva Sismondi, si può obbligare un creditore a perdere i suoi crediti, ma non un debitore a pagare.

E questo, a ben vedere, è l’autentico problema.

 

Le cronache italiane confermano che il rischio maggiore per l’EZ arriva dalle banche


Perché dovrebbe stupirci scoprire che la maggiore fonte di rischio per l’eurozona sono le sue banche? Da anni ormai è noto l’abbraccio mortale fra l’Europa e il suo sistema finanziario, talché le sorti dell’economia sono profondamente interconnesse con lo stato di salute degli intermediari, fra i quali le banche, che in una zona economica ancora banco-centrico come la nostra sono quelli più sistemici.

Le cronache recenti di casa nostra sono una triste conferma di questa situazione. I problemi di una banca, anche minuscola, ha effetti sociali e politici rilevanti (e figuriamoci se quattro finiscono nei guai come è successo da noi), capaci di tenere impegnati per giorni gli osservatori senza che peraltro si riesca ad andare oltre la superficie del problema. Che è sistemico: le banche sono sistemicamente pericolose per la semplice ragione che è richiesto loro di esserlo.

Nessuno stupore, quindi.

Rispetto al passato oggi sappiamo solo qualcosa in più. Ossia che fra i tanti scenari avversi che potrebbero azzoppare la mini ripresa dell’Ez, quello più grave vede come protagoniste le banche e l’ipotesi che queste ultime non riescano ad uscire dal cono d’ombra dei postumi della crisi che ancora le espone a grandi questioni irrisolte: i NPLs (non performing loan), ad esempio, ma anche la bassa profittabilità che peraltro viene notevolmente influenzata anche dalle politiche monetarie che mentre contribuiscono a salvare le banche al tempo stesso presentano e presenteranno anche in futuro un conto da non sottostimare.

Sarà per questo immagino che la Bce nella sua ultima financial stability review ha svolto una pregevole simulazione per calcolare quanto possano contribuire alla decrescita rispetto allo scenario base eventuali shock avversi. Dal modello, che ovviamente va considerato per quello che è, ossia un mero esercizio, emerge però con chiarezza un risultato: il danno che può fare il sistema bancario, in caso di problemi, è assai superiore a qualunque altre fra quelli considerati.

Gli scenari avversi considerati sono quattro. La tabella ipotizza che possa esplodere l’avversione al rischio sui mercati, che si verifichi un’altra crisi del debito pubblico o privato, che lo shadow banking produca effetti deleteri di contagio e, dulcis in fundo, che le banche incontrino più difficoltà di quanto previsto a rimettersi in piedi. Essendo un caso di scuola, la simulazione li considera singolarmente, anche in relazione agli effetti, ma l’esperienza ci suggerisce che tali eventualità tendono a presentarsi contemporaneamente.

A ognuno di questi rischi è associata un’analisi quantitativa sugli effetti che il loro verificarsi può produrre sulla crescita del prodotto, i cui esiti vengono riepilogati da un’altra tabella nell’arco di tre anni.

Scorrendola salta subito all’occhio che lo scenario che ipotizza una debolezza maggiore del previsto delle banche, laddove si intende una ripresa sotto tono della loro profittabilità e il persistere delle loro difficoltà di bilancio, è quello che capitalizza la maggiore decrescita del prodotto, pari al -2,4%, rispetto allo scenario base delle previsioni elaborate dalla Commissione Ue.

Queste ultime prevedono che l’area, nel suo complesso, cresca dell’1,6% nel 2015, dell’1,8% nel 2016 e dell’1,9% nel 2017. Quindi nel triennio consideratola crescita complessiva dovrebbe arrivare al 5,3%.

Ciò vuol dire che le difficoltà delle banche (ma anche gli assicuratori vengono considerati nella simulazione) possono provocare un calo del 45% della crescita prevista. Con la precisazione che il calo ipotizza del 2,4% della crescita si distribuirebbe molto diversamente fra i vari paesi dell’area, con un range che va dal -1,4% al 5,7%.

Gli altri scenari sono meno drammatici. Una correzione dei mercati, provocata da una crescente avversione al rischio, impatterebbe sulla crescita diminuendola dell’1,8% nel triennio, ossia del 33% rispetto al previsto. Una nuova crisi del debito peserebbe un -1,7% di Pil in meno, quindi circa il 30% del totale previsto, mentre una crisi trasmessa tramite il canale dello shadow banking provocherebbe una minor crescita dello 0,7%, pari al 13% in meno.

“La debolezza operativa delle banche – scrive la Bce – avrebbe l’impatto peggiore sull’attività economica dell’area. Essa sarebbe seguita dallo scenario di maggiore avversione al rischio. La materializzazione di questi due rischi, identificati come rischi sistemici di medio livello, viene considerata più probabile della materializzazione degli altri due rischi, che vengono considerati come potenziali rischi sistemici”.

Gli effetti di una crescente avversione al rischio li patirebbero gli asset, a cominciare da quelli finanziari. Un’altra tabella elaborata sulla base della simulazione, ipotizza che una crescente avversione al rischio potrebbe far salire i tassi a breve di 80 punti base e di be 47 quelli a lungo termine, provocando un calo del valori immobiliari del 2% e del mercato azionario del 14%.

Vale la pena sottolineare che tale scenario riflette una brusca inversione della fiduca degli investitori di taglia globale, guidata dal possibile rallentamento dei paesi emergenti, a cominciare dalla Cina, che graverebbe sulla domanda aggregata globale, e poi dalle scelte di politica monetaria degli Usa, che potrebbero alimentare incertezza e volatilità. Tale scenario punirebbe pesantemente anche gli Usa, per i quali si ipotizza che il mercato azionario possa arrivare a perdere il 21% entro fine 2017, con una crescita dei tassi a lungo termine di 80 punti base.

Un mal comune che non provoca alcun mezzo gaudio.

Infine, è interessante approfondire gli effetti di una crisi del debito, sia privato o pubblico, sul modello di quanto già vissuto negli anni passati. In questo caso l’esercizio stima una crescita dei rendimenti a lungo termine di 65 punti base in media, che però si colloca in un range compreso fra 0 e 300 punti base, con impatti negativi sul mercato azionario del 6% in media, con punte fino al 14.

Sembra quasi che le crisi sovrane siano meno pericolose di quelle bancarie. Ma questo ormai dovremmo averlo già imparato.

La moria silenziosa delle banche europee


La chiamano razionalizzazione, ma è solo un modo elegante per definire la lenta e costante (quanto silenziosa) morìa delle banche europee che prosegue dalla fine degli anni ’90 e che ha conosciuto una rapida impennata dal 2008 in poi. Per carità, non bisogna stupirsi: le concentrazioni sono uno degli esiti da manuale del processo capitalistico, motivate com’è noto da esigenze di efficienza e di efficacia, che tradotto vuol dire tagliare i costi, a cominciare da quelli del personale, e far salire i profitti.

Ma c’è dell’altro che bisogna ricordare di questo processo. Ossia la circostanza che sia anche una conseguenza del modello di politica finanziaria che le autorità europee stanno con grande fatica provando a incardinare e che vede nella prossima creazione del mercato unico dei capitali il punto di svolta. Si cerca, in sostanza, di spezzare il nodo atavico che collega i paesi europei alle loro banche, sostituendo sempre più il finanziamento bancario delle imprese, giudicato per varie ragioni fonte di inefficienze, con quello che arriva dal mercato dei capitali.

Ma si tratta di uno sviluppo lento, anche se meno di quanto si pensi. Nel frattempo però è opportuno conoscere nel dettaglio la fisionomia del sistema bancario europeo così come si presenta in questo tormentato fine d’anno. E per farlo non ho trovato di meglio che sfogliare il recente Report on financial structures della Bce, che al settore bancario europeo dedica un ampio capitolo.

Qui leggo che “il consolidamento del settore bancario è largamente dovuto alle pressioni per ridurre i costi, in particolare in un contesto di integrazione finanziaria” e che dal 2008 in poi tali pressioni sono aumentate. Difatti alla fine del 2014 il numero totale delle istituzioni creditizie nell’eurozona quotava (su base non consolidata) 5.614, a fronte dei 6.054 di fine 2013 e di ben 6.774 della fine del 2008 (vedi grafico).

La Bce rileva che il calo di 440 istituti bancari fra il 2013 e il 2014 è stato il più pronunciato registrato da quando si è iniziato a raccogliere questi dati. Mi sorpredo a notare come il calo più vistoso di banche lo abbia subito la Francia, dove hanno chiuso gli sportelli 167 istituti, e poi in Spagna, dove sono stati 61. Quindi Cipro (-44), Germania (-40) e Finlandia (-35). In una prospettiva di medio termine, tuttavia, sono state le banche greche, cipriote e spagnole ad aver conosciuto a fase più acuta di consolidamento, seguite da quelle finlandesi, francesi, portoghesi, italiane e olandesi. La moria, insomma, non ha risparmiato nessuno, neanche fra i paesi core dell’eurozona.

Ciò mostra con chiarezza che quanto sta avvenendo è profondamente sistemico, fuori cioé dalle logiche del semplice ciclo economico.

Un altro dato interessante è quello che ci mostra come il 69% del sistema bancario sia concentrato fra Austria, Francia, Germani e Italia, in crescita rispetto al 67% del 2008. Quindi la concentrazione ha rafforzato le aree che erano già forti, mentre le banche spagnole, al centro di un imponente piano di salvataggio, pesano appena il 3%.

Dal lato degli asset, il sistema bancario dell’eurozona pesava alla fine del 2014 28,1 trilioni di euro, su basi consolidate, in calo del 15,7% rispetto al 2008 e del 4,8 rispetto al 2012. Il grosso di questa perdita di asset si è registrato in Irlanda, Estonia e Cipro. Al contrario il valore degli asset è cresciuto in Finlandia e a Malta.

I giganti rimangono le banche francesi e tedesche, che detengono 7,2 trilioni e 7,1 trilioni di asset rispettivamente, staccando quindi notevolmente le banche spagnole e quelle italiane che quotano 3,6 e 2,7 trilioni. Se però guardiamo il peso specifico di questi asset i relazione al Pil il quadro risulta molto differente. Su tutte primeggia il Lussemburgo, che ha asset per il 1.618% del Pil, cioé quasi il triplo del dato di Malta, seconda in questa classifica con il  656%, anche se in entrambi i casi la maggioranza di questi asset appartengono a sussidiarie di compagnie estere.

I processi intervenuti in questo lungo periodo hanno avuto esiti prevedibili sul versante della concentrazione, che si è ampliata fino al livello pre crisi. Anche qui primeggiano le banche tedesche, italiane e quelle spagnole. Il risultato è stato che la quantità di asset detenuta dalle prime cinque banche europee si è ampliata, e ormai supera il 48%.

Da un punto di vista strutturale, l’evoluzione osservata dalla Bce mostra che l’uso del mercato dei capitali per il funding, nel corso del 2014, è stato stagnante (e questo ci riporta alla premessa) mentre diminuisce il ricorso ai fondi di banca centrale. Le banche, insomma, si stanno rafforzando usando il modello di business tradizionale, pur dovendo fare i conti con un’eredità molto pesante che si manifesta nell’alto numero di non performing loans (NPLs) che la Bce osserva con preoccupazione. E poi c’è la questione dei costi, il cui taglio continua “ma rimane limitato, in particolare riguardo ai costi di staff”.

Tutto ciò ha effetti sulla redditività, che rimane insoddisfacente, ma forse anche per motivi diversi da quelli che la Bce rileva nel suo studio. Di buono c’è che è migliorato l’indice del capitale soggetto a vigilanza. Il Tier 1, in media, è aumentato dal 13 al 14,4%. Al contempo è diminuito l’indice di leverage. Quindi nel complesso i superstiti sembrano diventati più solidi.

Tutto ciò ci disegna uno scenario assai complesso, dove istituti sempre più grandi sono chiamati a fare business in un ambiente sempre più difficile e dove la strategia difensiva di contenimento dei problemi post crisi ha assorbito l’attenzione al posto di quella offensiva di un miglioramento delle performance.

Sicché è facile prevede che la moria continuerà. Ma probabilmente non ce ne accorgeremo nemmeno.

Le sofferenze europee che paralizzano il credito


Pur ammettendo che una ripresa del credito bancario è funzionale alla ripresa tout court, rimane il fatto che le banche europee risultano ancora pesantemente condizionate dall’ammontare dei loro Non performing loans, ossia le varie forme di sofferenze o crediti deteriorati.

Questione sistemica, a quanto pare, visto che è finita all’attenzione del Fmi, che ne ha trattato nel suo ultimo Global financial stability report, sottolineando quello che viene convenzionalente sempre ripetuto: “Un ripresa della crescita del credito sarà necessaria per assicurare un crescita in Europa”.

Tralascio di osservare come tale opinione, perché di questo si tratta, si opponga a numerose altre che dicono il contrario. Più interessante invece dedurre le conseguenze di tale affermazione giovandosi dell’analisi dello stato degli NPLs che il Fmi conduce sulla base di alcuni dati.

Nel report leggo che “nonostante i requisiti di capitale di base delle banche siano migliorati, la capacità di prestare rimane impedita e le aspettative di profitto rimangono basse”. Il che non è una buona notizia per le banche, che hanno già visto declinare significativamente i profitti a causa della crisi. Alla fine del 2014, infatti, i NPLs “bloccavano” circa 52 miliardi di capitale di vigilanza, pari al 3% del totale, delle banche europee. Quindi “ridurre gli NPLs libererebbe capitale incoraggiando i prestiti”.

Un’elaborazione svolta dal Fmi illustra il sollievo di cui le banche potrebbero giovarsi se i policy makers lavorassero sui tempi di foreclosure, ossia di liquidazione, assumendo l’ipotesi di una perdita addizionale del 5% sul valore di realizzo degli asset. Viene fuori che, malgrado le perdite, le banche potrebbero liberare parte del capitale bloccato e quindi, implicitamente, metterlo a base di nuovi prestiti. L’analisi prende a spunto il caso spagnolo, dove la creazione di un asset management company ha riattivato il mercato dei non performing loan.

Rimangono tuttavia problemi di natura tecnica, il primo dei quali è il pricing gap, ossia la differenza fra il valore contabile dell’asset in sofferenza e il suo prezzo di realizzo. A tal proposito il Fmi osserva che “ridurre il tempo richiesto per la liquidazione consentirebbe di massimizzare il valore del collaterale del prestito, il che beneficerebbe sia il debitore che il creditore”. Ciò presuppone, ovviamente, l’esistenza di un sistema giudiziario efficiente abbastanza da non vanificare la procedure, quindi capace di accorciare notevolmente i tempi di liquidazione.

“Se gli NPLs venissero venduti agli investitori a fronte di un ritorno previsto del 10%, si potrebbe ottenere una capacità di prestito di 602 miliardi di euro, pari al 3,7% dei prestiti bancari di tutti i residenti dell’eurozona, di cui 373 potrebbero rendersi disponibili per i paesi non core dell’area sempre che questi ultimi adeguino i tempi di liquidazione degli NPLs alle best-practice degli paesi core, ossia a livello di un anno”, mentre adesso si aggirano intorno ai due anni e mezzo.

Il sottotitolo dell’analisi è che i paesi non core devono riformare gran parte del loro sistema che regola la composizione delle sofferenze bancarie. La creazione eventuale di una compagnia di asset management, in tal senso, avrebbe senso a valle di questo processo.

Gira e rigira il Fmi torna sempre al punto di partenza: le riforme.