Petrolio, fra i tre litiganti godono i cinesi


Già dalla fine di questa settimana dovremmo riuscire a capire meglio se la lite russo-araba sul petrolio è una cosa seria o un raffinato gioco delle parti, pure se molto costoso per i contendenti, che ha come premio la messa fuori mercato dei produttori shale statunitensi, che improvvisamente però sembrano essere entrati in partita.

Il fatto che si vociferi della partecipazione di una rappresentanza Usa al vertice Opec+, che doveva svolgersi ieri ma poi è stato rimandato a fine settimana, quando ci dovrebbe essere anche un vertice del G20 energia, la dice lunga, ma non dice tutto. Questa incertezza, che ha generato saliscendi emotivi subito replicati dagli andamenti del greggio, non impedisce infatti che molti operatori stiano rivedendo le loro strategie. Platts, ad esempio, osserva che la Corea del Sud potrebbe avere ormai tutto l’interesse a tagliare le proprie importazioni di greggio WTI dagli Usa, visto che il differenziale di costo con i prodotti Opec+ ormai si è quasi azzerato.

E poiché in molte decisioni di acquisto il prezzo può far la differenza, ecco che la guerra russo-araba sui prezzi potrebbe trasformarsi in una occasione succulenta (al netto della variabile geopolitica) non soltanto per la Corea del Sud, ma soprattutto per la Cina, che pure se ancora con un sistema produttivo fortemente impedito dalla crisi sanitaria, potrebbe cogliere l’occasione dei ribassi per rimpinguare con notevole risparmio le proprie scorte strategiche. E non solo.

In una recente analisi pubblicata su Bloomberg si ipotizza che la crisi petrolifera potrebbe segnare un momento importante di discontinuità anche a livello finanziario, rilanciando il desiderio cinese di internazionalizzare la propria moneta per il tramite del petroyuan, ossia il future sul petrolio quotato a Shanghai e denominato in valuta cinese. Un’ipotesi che circola da tempo e che viene condotta – forse con un po’ di faciloneria – sul presupposto che la forte domanda di greggio cinese, 10 milioni di barili al giorno prima della crisi, possa rivelarsi una variabile strategica in un momento di mercato abbondantemente rifornito.

I dati forniti dalla stessa Bloomberg dicono che alla fine del 2019 i contratti future in yuan pesavano circa il 14% degli scambi sulle principali piazza finanziarie. Ma a parte il dato finanziario, è quello geopolitico che potrebbe far la differenza, a cominciare dai legami sempre più stretti fra Arabia Saudita e Cina, e la strategia di de-dollarizzazione che la Russia ha messo in campo da tempo. Vale la pena ricordare che compravendite fra Russia e Cina in valute diverse dal dollaro sono già frequenti.

Ma prima di affezionarsi troppo a simili congetture bisogna sempre ricordare che non stiamo vivendo in tempi normale, nei quali si fanno considerazioni “normali” come queste. Oggi il mondo è stravolto da una pandemia di paura, assai più perniciosa di quella virale. E in questi casi tende a volgersi verso chi sembra offrire maggiore affidabilità. E per adesso questo ruolo non lo interpreta Pechino. Che nemmeno gli Usa sembrino offrire questa affidabilità, con Trump che torna a minacciar dazi, è, semmai, il problema.

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