Quota 100, ovvero la diseguaglianza nelle pensioni

Vale la pena dedicare un po’ di tempo alla lettura del secondo capitolo della relazione annuale dell’Inps, dedicato alla questione pensionistica, travaglio costante del nostro dibattito pubblico e soprattutto della nostra finanza pubblica. Lettura istruttiva perché oltre a chiarire le cifre in gioco mette in luce le profonde iniquità annidate nella fitta giungla della previdenza delle quali si parla poco, malgrado contribuiscano significativamente all’aumento della diseguaglianza che tanto fa discutere i nostri policy maker. Che però quando parlano di pensioni sembra se ne dimentichino. La regola è sempre la stessa: mai scontentare. Tanto il conto lo pagherà chi ancora non vota.

Prima di analizzare i dettagli – Quota 100 è esemplare quanto ad effetti sulla diseguaglianza – vale la pena ricordare quale sia il quadro economico nel quale si agita il monstrum previdenziale che abbiamo creato a furia di deroghe. Cominciamo dagli importi erogati alla previdenza negli ultimi due anni.

I dati quindi ci ricordano che il 97% dei circa 15 milioni di pensionati Inps, quindi un quarto della popolazione, percepisce in media una prestazione da 1.600 euro, con grandi differenza interne, essendo appunto una media. Se guardiamo alla distribuzione fra le gestioni, ad esempio, emerge già la principale differenza fra la media delle pensioni erogate dal Fondo Pensione Lavoratori dipendenti, che vale 1.200 euro mensili e copre il 48,9% delle erogazioni, e quella della media delle pensioni erogate ai dipendenti pubblici che vale 1.900 euro mensili e pesa il 18% del totale.

Queste differenze non sono immediatamente visibili se guardiamo i dati aggregati (tabella sotto), però esistono e sono rilevanti.

La tabella ci comunica però altre informazioni rilevanti. Intanto che le prestazioni previdenziali pesano l’81% della spesa totale, che nel 2020 vale 307 miliardi, mentre quelle assistenziali solo il 19%. Ma soprattutto ci dicono che la categoria più numerosa delle prestazioni erogate è quella delle pensioni di anzianità, ossia anticipate, che valgono il 30,9% del totale, cui si aggiungono quelle di vecchiaia, con il 24,5% e quelle dei superstiti con il 20,5%. Il resto sono pensioni agli invalidi civili (15,3%) altri assegni per invalidità previdenziali e pensioni sociali. Detta diversamente, mentre uno su tre è andato in pensione prima del tempo, uno su quattro è uscito all’età giusta, con ciò connotandosi l’eccezione della pensione anticipata come la regola, piuttosto che il contrario.

Su questa radice è fiorita nel 2018 Quota 100, gabellata all’opinione pubblica in pieno periodo populista come una soluzione per aumentare i posti di lavoro, che avrebbero dovuto moltiplicarsi come pani e pesci per ogni pensione anticipata, e aumentare il sollievo dei poveri lavoratori esausti che finalmente avrebbero potuto godersi i frutti del loro meritato riposo. Affermazioni entrambe campate in aria.

Quanto alla prima, l’Inps riporta quello che già era risultato chiaro: “Da un’analisi su dati di impresa e dei richiedenti Quota 100 non appaiono evidenze chiare di uno stimolo a maggiori assunzioni da parte dell’anticipo pensionistico”, scrive Inps. Insomma: niente posti nuovi di lavoro in cambio di quelli vecchi.

Quanto alla seconda, “emerge che la misura è stata utilizzata prevalentemente dagli uomini, nel settore pubblico e da soggetti con redditi medio alti. Se ci si limita ai soggetti di sesso femminile, emerge che aderiscono al provvedimento anche donne con redditi molto elevati”.

Quindi non solo Quota 100 non è servita ad aumentare i posti di lavoro, ma ha favorito chi aveva redditi elevati, quindi non di sicuro persone soggette a lavori usuranti, che di solito hanno redditi bassi. In sostanza Quota 100 è il paradiso dei travet, che dopo anni di lavoro garantito, hanno avuto anche la garanzia della pensione anticipata. Chiaro che si voglia continuare così.

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