Categoria: cronicario
Cronicario:Approvato il Def (la f sta per forse)
Proverbio del 26 aprile E’ il povero che fa l’elemosina al povero
Numero del giorno: 433.000.000 Numero di voucher/lavoro venduti fra il 2008-17 in Italia
Il governo che non c’è più e tuttavia governa oggi ha approvato il miglior Def della storia recente, ossia un documento a politiche invariate, come dicono quelli istruiti. Che in pratica vuol dire che si lascia tutto il mondo com’è e si naviga seguendo la corrente.
Questo magnifico documento economico, dove la f non sta più per finanziario ma per forse, tralascia completamente l’aspetto “riformistico”, lasciandolo in appannaggio al governo che non c’è ancora ma dovrebbe esserci ammesso che mai ci sarà. Non state a preoccuparvi, vuol dire solo che per un po’ non sentiremo parlare di riforme o grandi progetti per salvare l’Italia, che in pratica significa che risparmiamo qualche euro di spesa pubblica. In compenso il quadro tendenziale è buono e il pil viene confermato all’1.5%, mentre il debito scende nientepopòdimenoche di un punto.
Dalle auguste dichiarazioni degli esponenti del governo che non c’è più apprendiamo inoltre che il deficit è arrivato al 2,3% nel 2017 anziché al previsto 1,9% perché ha dovuto incorporare gli aiutini alle banche di cui mai avremmo dovuto avere bisogno secondo i vari governi che non ci sono più. Ma comunque il deficit tendenziale scenderà all’1,6% quest’anno sempre che il governo che non c’è ancora non decida di metterci lo zampino, qualora dovesse davvero esserci, prima o poi. Ci dicono persino che l’Italia è finalmente uscita dalla crisi “più difficile dal dopoguerra” e che abbiamo “recuperato un milioni di posti di lavoro”.
E non manca neanche un passaggio sul gettonatissimo tema della diseguaglianza, che è aumentata. Guarda caso proprio oggi Eurostat ha pubblicato alcuni dati che mostrano che in Italia il reddito del 20% più ricco della popolazione è oltre sei volte quello del 20% più povero, con la sottolineatura che questo rapporto è peggiorato di un 1,1 dall’inizio della crisi.
Ma rassicuratevi: possiamo solo migliorare. L’Italia dice il ministro dell’economia che non c’è più ha il potenziale per arrivare addirittura al 2% di crescita, se il ministro dell’economia che non c’è ancora riuscirà a diventarlo. E ovviamente ricordando che le clausole di salvaguardia che prevedono l’aumento Iva, sono rimaste nel DeF del governo che non c’è più come una tagliola che scatterà se ministro dell’economia che ci sarà non si ricorderà di toglierle. Ma state tranquilli: il prossimo Def traccerà la via. Sempre con la f di forse.
A domani.
I consigli del Maître: I cinesi vincono il gran prix del debito privato
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.
India, Cina e la diseguaglianza. L’istituto Bruegel ha svolto un’interessante ricognizione che mostra come l’ingresso della Cina e dell’India nell’economia globale abbia modificato sostanzialmente il livello di diseguaglianza nel mondo.
L’analisi ha misurato il livello di diseguaglianza in 146 paesi, che pesano per il 95% della popolazione, osservando che il miglioramento dei redditi in India e Cina è stato il fattore che ha contribuito maggiormente al notevole calo della diseguaglianza, misurato con l’indice di Gini, che si è registrato fra il 1989 e il 2015. Questa osservazione magari non consolerà chi nota come spesso la diseguaglianza sia aumentata all’interno dei paesi è aumentata, ma rimane un fatto.
Chi trova lavoro nell’eurozona? La Banca di Francia ha pubblicato un articolo molto istruttivo che mostra come l’aumento dell’occupazione nell’area euro dal 2008 in poi sia dipeso dagli over50.
I particolare, si è notato un notevole aumento del tasso di partecipazione al lavoro da parte dei senior, ossia gli over60 che, spiegano gli autori, hanno prolungato la loro vita lavorativa in gran parte in conseguenza delle riforme pensionistiche, particolarmente efficaci in Germania, meno in Italia e in Francia, dove l’età effettiva di pensionamento rimane più bassa. Altro fattore determinante per questo curioso sviluppo del mercato del lavoro è l’invecchiamento della popolazione. La generazione nata durante il baby boom sta diventando anziana e forse anche in conseguenza del fatto che gode di contratti più stabili, riesce a conservare il proprio posto di lavoro, a differenza di quanto accade ai più giovani, entrati nel lavoro con forme contrattuali diverse. E questo spiega perché le classi under 50 abbiano contribuito praticamente nulla alla crescita dell’occupazione nell’eurozona.
Quanto pesa il commercio con gli Usa per l’Ue. Eurostat ha diffuso un grafico molto eloquente ce mostra quanto sia rilevante per l’UE il commercio con gli Usa, che sono il primo acquirente per i produttori europei e il secondo venditore dopo la Cina.
Questo risultato è certo frutto della lunga consuetudine commerciale che lega i due continenti e che perciò rimane un asset per entrambi che dovrebbe essere valorizzato e non messo in pericolo. Questa affermazione sembra scontata, ma non è affatto in un periodo in cui si parla prepotentemente di dazi che non risparmiano neanche l’Ue. Ricordiamo che gli Usa hanno solo sospeso fino ai primi di maggio i dazi su acciaio e alluminio imposti a tutto il mondo, e che di recente è fallita la trattativa Usa col Giappone che si proponeva di essere esentato. Il grafico Eurostat ci consente di capire da dove partiamo.
La grande crescita del debito privato cinese. Il Fmi ha pubblicato il suo rapporto sulla stabilità finanziaria dove fra le altre cose si osserva la straordinaria crescita dei debiti privati che si è registrata in tutte le economie, che ha contributo a condurre il debito globale a superare i 160 trilioni di dollari. La Cina ha dato un contributo notevole a tale accumulazione.
La Cina è riuscita a strappare tanti primati alle economie avanzate nell’ultimo decennio, forse non dovremmo stupirci più di tanto che primeggi anche per i suoi debiti.
Cronicario: Cala la fiducia, anzi trasloca
Proverbio del 24 aprile Non si può applaudire con una mano sola
Numero del giorno: 1.400.000 Posti di lavoro attivabili in Italia entro giugno secondo Unioncamere
E proprio mentre col fiato sospeso l’Italia si chiede, metà preoccupata e metà ilare, se davvero le capiterà di avere un governo Fico, l’Istat cala inesorabile la sua notizia del giorno. La fiducia è in calo.
Ora non mi fate i qualunquisti che dicono che è colpa della politica. Cosa volete che importi a famiglie e imprese se a quasi due mesi dalle elezioni non abbiamo non dico un governo, visto che uno in carica ancora c’è per quanto fantasma, ma neanche uno straccio di idea su che governo avremo? La politica non c’entra nulla. O almeno non ancora. Perché a un certo punto la fiducia servirà eccome, specie se dovremo battezzare il governo Fico. E allora vedrete cosa succederà alla riserva nazionale di fiducia.
L’Istat dovrà aspetta che Montecitorio le ridia indietro la fiducia, una volta che l’avrà votata, e intanto noi dovremo farci bastare i dati del commercio estero extra ue nazionale, che sempre Istat, oggi in grande spolvero, ha pubblicato per tirarci su di morale.
Tirarsi su di morale forse è un po’ esagerato, visto l’aria che tira. Ma d’altronde un trimestre nero capita a tutti. E se non ci credete, chiedete all’uomo del Colle, che intanto riflette.
Buon 25 aprile.
Cronicario: Vinco anch’io, no tu no
Proverbio del 23 aprile Un buon insegnante è meglio di una cassa di libri
Numero del giorno: 4.600.000.000.000 Dollari depositati presso paesi off shore
Si potrebbe andare tutti su al Quirinale, mi trovo a canticchiare vagamente stupito mentre osservo la nostra situazione politica degradare verso il definitivo non sense alla Jannacci. Mi dovrei stupire, ma perché? In politica vincono tutti, e quindi tutti vogliono governare, com’è noto. Perdono quelli che hanno votato: mica tutti, certo, ma una buona maggioranza che sarà ottima per la prossima volta. E perciò dismetto lo stupore persino mentre osservo che il Molise – il Molise –
diventa per un giorno il centro della nostra tormentata attualità solo perché ripropone il refrain già ascoltato nel dopo voto, coi 5 stelle a cantare vinco anch’io e il centro destra a fargli il verso ribattendo no tu no, in un tripudio di insulti reciproci. Questo mentre i leader rispettivi, più o meno autoproclamati, minacciano di sedersi attorno a un tavolo per salvare l’Italia.
Dulcis in fundo arriva Mattarella che convoca Fico alle 17 al Quirinale per dirgli chissà cosa…
In questo meraviglioso circo si staglia come una meravigliosa meteora il contratto con i partiti che ci vogliono stare, versione a cinque stelle del contratto con gli italiani di ben altro imbonitore, che in dieci punti prescrive la diagnosi e la prognosi del nostro paese malconcio e cerca partner, promettendo sostanzialmente una cura a suon di deficit ricostituenti, potendo persino esibire l’ultimo rapporto Istat che certifica come nel 2017 abbiamo speso 800 milioni in meno di interessi sul debito monstre che abbiamo sulle spalle, – abbiamo spazio fiscale insomma – pagando appena il 3,8% del pil di interessi. Che magari non lo sapete ma sono una sessantacinquina di miliardi, che detto così fa più effetto. Se poi volete uno shock, sappiate che dal 2014 al 2017 abbiamo pagato quasi 275 miliardi di interessi passivi, una decina di redditi di cittadinanza.
Ora io mi metto nei panni di Mattarella che alle cinque deve incontrare il presidente della Camera e che poco fa ha tessuto un peana commosso dedicato a Guido Carli, che tutto era tranne che Fico ma che comunque ha contribuito a far crescere e a tenere l’Italia in ordine quando era necessario. Quant’era fico Guido Carli o quanto sarà Carli Roberto Fico?
No tu no.
A domani.
Cronicario: Dall’Opec+ al governo-
Proverbio del 20 aprile Non c’è medicina per uno sciocco
Numero del giorno: 53,6 Quota % energia importata da Ue su totale consumato
E’ tutta colpa del venerdì, mi ripeto sconsolato osservando con quanta lungimiranza pre festiva vengono ignorate alcune informazioni strategiche per il futuro del nostro paese che il cronicario globale dissemina qua e là fidando nel fatto che nessuno è talmente disturbato da metterle insieme. E anche se ci fosse, ‘sto fenomeno, il pubblico se ne infischierebbe, essendo impegnato in ben altre osservazioni.
E tuttavia il vostro Cronicario preferito è disturbato al punto da giudicare assolutamente necessario farvi sapere due-tre cosette, prima di abbandonarvi al cazzeggio compulsivo generato dall’accoppiata irresistibile primaveraincipiente+doppioponte. Ed ecco la prima.
Questo bel grafico misura in sostanza l’indice di dipendenza energetica dei vari paesi europei, ossia il rapporto fra l’energia che importiamo e quella che consumiamo. Notate che noi italiani siamo un po’ sotto l’80% e siamo pure migliorati negli ultimi quindici anni. Tenete a mente questo disegnino perché adesso facciamo un salto a Jeddah, nella ridente Arabia Saudita, dove stamane si è riunita quella che ormai si chiama Opec+, ossia il cartello dei produttori tradizionali di petrolio più la Russia, un’innovazione nel grande gioco del petrolio generata dalla rivoluzione dello shale oil Usa che ha costretto i concorrenti a diventare praticamente soci per tenere i prezzi a galla. Si doveva discutere di confermare i tagli, e magari pure il futuro dell’Opec+ ancora per il 2019. Tutto sembrava deciso e anche i petrolieri si preparavano non dico al ponte, ma almeno al week end. Quando d’improvviso…
Ancora lui: Mister T(weet) entra a gamba tesa e rimbrotta sceicchi e russi, col risultato che il petrolio inizia a perdere quasi un punto sul WTI. Che dite, a noi che dipendiamo per quattro quinti dall’import energetico questa storia ci dovrebbe dire qualcosa?
Vabbé, capito. Allora visto che state andando tutti in vacanza vi farà piacere sapere che i nostri conti turistici vanno alla grande: a gennaio 2018 abbiamo un saldo positivo fra spese nostre all’estero e spese dell’estero da noi di 222 milioni.
I turisti vengono sempre più in Italia ma anche noi non scherziamo: a gennaio i nostri viaggi all’estero sono aumentati dell’8,1%. E poiché oggi qualcuno ha pure detto che si prevedono otto milioni di italiani in vacanza in questo ponte e nel prossimo, ecco che mi sorge l’italico dilemma:
Perso in questi pensieri, quasi mi dimentico che oggi scadeva l’incarico.co.co. La giovine esploratrice ha riferito al capo dello stato che in pratica non ha concluso un piffero. Si delineano scenari fantasiosi, con governi di minoranza che cercano maggioranze in aula. Un nuovo colpo del genio italico: il governo-
Il capo dello stato, nella sua infinita saggezza ha preso atto, facendo sapere alla stampa della sua importante decisione conseguente alla fine delle consultazioni: prendersi due giorni di riflessione.
Si chiama week end, presidente.
A lunedì (chi c’è).
Cronicario: L’incarico.co.co
Proverbio del 18 aprile Non puoi comprare la saggezza con la ricchezza
Numero del giorno: 1,3 Tasso inflazione annuale dell’EZ a marzo 2017
M’ero persino ripromesso d’esser serio oggi, visto che i tempi sono gravi, quando d’improvviso è arrivata la notizia: l’export del Giappone è aumentato di oltre il 10% nel 2017 e addirittura è aumentato del 5,7% nei confronti degli Usa. Uno dice: embé? Beh proprio oggi il premier giapponese Abe si trovava in Florida nell’ambito del suo tour statunitense durante il quale conta di spuntare a Trump la promessa di esentare il Giappone dai dazi su acciaio e alluminio.
Dicevo, m’ero ripromesso di esser serio oggi, quando poi è arrivata un’altra notizia ancora più divertente che riguarda sempre Mister T(weet), il daziatore più temuto dell’emisfero nord. “Se l’Unione europea non sarà esentata dai dazi Usa” su acciaio e alluminio, “non abbiamo altra scelta che reagire”. Dice il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk, che per un momento mi sembra marmoreo, quasi equestre nella sua posa. Quando poi mi ricordo che reagire può significare tante cose.
Torno sul mio proposito di esser serio, quando alla maschia presa di posizione di Tusk si affianca poco dopo quella maschietta della Commissaria al Commercio Ue Cecilia Malmstroem che assicura: “Agli Usa noi non abbiamo offerto nulla e non offriremo alcunché, noi vogliamo che le cose siano fatte in linea con il WTO e chiediamo una esenzione tariffaria permanente, incondizionata. Quando il presidente” Trump “avrà confermato ciò, allora saremo disposti a discutere su tutto, ma non negoziamo sotto minaccia e non offriamo nulla”.
Decido di smetterla col cazzeggio, anche perché cose gravi stanno accadendo. Per dire: il Fmi si è accorto che i rischi per la stabilità finanziaria sono aumentati e che le criptovalute sono pericolose oggi e ancor di più lo saranno domani, mentre “le banche hanno rafforzato i loro bilanci ma gli sforzi devono continuare”.
Il proposito d’essere serio, seriamente compromesso, inizia a vacillare e poi cede del tutto quando, a un certo punto, è arrivata la notizia seria, ma quella seria sul serio.
Il genio italico risulta imbattibile, quanto a serietà. Il nostro augusto Presidente ha conferito un incarico esplorativo a una gentile signora che incidentalmente presiede il Senato per formare un governo fra forze politiche che si odiano cordialmente. Ma soprattutto ha dato una scadenza all’esploratrice che dovrà capire quanto cordialmente si odino entro venerdì, quando l’incarico scade. Nel tempo dei co.co.co, non poteva che nascere l’incarico.co.co.
A domani
Cronicario: Arriva il governo che se lo fissi a lungo scolorisce
Proverbio del 12 aprile Il virtuoso è incline agli accordi, il vizioso a dare la colpa
Numero del giorno: 35.000.000 Stima vendite annuali di auto in Cina nel 2030
Insomma, a un certo punto dalla pattuglia di bimbiminkia che anima il vostro Cronicario s’alza impettita una voce, chiaramente viziata dai disordini del sonno e da chissà cos’altro, che mi dice: “Hai visto la foto che se la fissi a lungo si scolorisce?”
E così d’improvviso mi si rivela il senso del governo prossimo venturo, che anche oggi sta impegnando le notevoli intelligenze che animano questo paese nel defatigante rito delle consultazioni.
Qualunque sarà il governo che verrà, se lo fissiamo a lungo cambierà gradualmente colore fino a scolorire nell’unico esecutivo che abbia mai davvero governato in Italia.
Con l’aggravante che stavolta tocca pure trovare i soldi per consentire lo scialacquo.
Ora sarà pure un caso, ma proprio oggi l’Ocse se n’è uscita con un libretto che sembra un consiglio per gli acquisti per il governo scolorito prossimo futuro, dove si ricorda che in Italia (fra gli altri paesi) la diseguaglianza è aumentata dopo la crisi e che una patrimoniale è un ottimo strumento per pareggiare i conti.
Capirete perciò con che trepidazione uno attenda la notizia che verrà fuori il governo – chessò – gialloverde, che coerentemente con quanto insegna la teoria dei colori digraderà verso l’azzurro, prima di transitare verso il rosso (allarme) e infine spegnersi come un arcobaleno esausto nel grigio.
Ora prima che pensiate che improvvisamente il vostro Cronicario ha perso la testa al punto da parlare di politica, vi rassicuro. Mi hanno traviato i bimbiminkia e la foto che si scolorisce. Ma poi mi riprendo.
A domani.
Cronicario: E anche oggi la Cina dice Yi (stavolta al Fmi)
Proverbio dell’11 aprile Non si conosce il valore dei denti finché durano
Numero del giorno: -0,3 Calo % prezzi case in Italia nel IVQ 2017 rispetto al 2016
Non so voi, ma io mi sto ammazzando di pop corn mentre mi gusto in salotto il teatrino sinoamericano che recita a soggetto La Grande Guerra Commerciale, che agita i sonni di mezzo mondo proprio alla fine del primo trimestre 2018. Mezzo mondo che poi dovremmo essere noi europei, visto che siamo letteralmente nel mezzo di questa Grande Guerra, e spuntiamo begli attivi commerciali dai nostri cugini americani. A proposito…
Non lo sapevate eh? Eccerto, solo il vostro Cronicario qui vi dice quello che serve sapere, pure sboccato com’è. E infatti dovete sapere che il verdetto su questa indagine che noi italiani vale un export di poco più di venti milioni di dollari – una lenticchia nel mare dell’import Usa, arriverà duro e implacabile e di sicuro ne preannuncia altri.
Ne riparliamo a fine maggio insomma, quando scopriremo anche che fine farà la momentanea sospensione dei dazi all’Ue su acciaio e alluminio.
Vengo al punto. Ricorderete che ieri il presidente cinese Xi, parlando dal forum di Boao ha detto che sì: abbasserà i dazi sulle importazioni di auto, rispondendo così all’ennesima cazziata via social di Mister T(weet). e poi che sì: aprirà a sua economia in lungo e largo. E infine che sì: vuole commerciare con chiunque, pure a patto di perderci qualche tallero. E perciò sì: allargherà anche le maglie della sua rete finanziaria per consentire ai non cinesi di iniziare a farsi le ossa nei mercati finanziari cinesi. I mondialisti di tutto il mondo ringraziano.
Passa la nottata e al risveglio le agenzie battono forsennate le dichiarazioni di Miss Fmi, meglio conosciuta come Madame Lagarde. che dice due paroline due sui brutti tempi che stiamo vivendo:
1) Il protezionismo è un fallimento collettivo. I dazi non risolvono gli squilibri commerciali. I paesi dovrebbero innanzitutto fare politiche fiscali per contenere le spese e correggere i bilanci pubblici e privati.
2) Il debito, pubblico e privato, è arrivato a 164 mila miliardi che non so bene con quanti zeri si scriva. Mai vista una roba del genere in tempo di pace, e adesso avete anche scoperto perché questo blog si chiama The Walking Debt dal 2012.
Manco il tempo di digerire la soddisfazione che la Cina si rifà viva. E dice di nuovo Yi. Scusate: dice di nuovo sì. Stavolta per bocca del nuovo governatore della banca centrale cinese che dettaglia le apertura di credito della futura Cina capitalista dove le società cinesi e straniere opereranno in un ambiente con le stesse condizioni. Sì: fermo questo e altro ancora. Addirittura alla fine dell’anno ci sarà il collegamento fra le borse cinesi e il London Stock Exchange.
Che volete di più?
A domani.
Cronicario: La Cina dice Xi a Mister T(weet)
Proverbio del 9 aprile L’uomo saggio non sa molte cose. Chi sa molto non è saggio
Numero del giorno: 0,8 Incremento costo del lavoro in Italia nel 2017
Allora ero rimasto a ieri, quando il ministero degli esteri cinese diceva per bocca altrui che non avrebbe più rivolto la parola agli Usa, quando oggi d’improvviso mi son caduti gli occhi sulle dichiarazioni che il Figlio de Cielo Xi Jinping ha rilasciato al Forum di Boao, che non è una nuova marca di bagnoschiuma, ma una pregevole località cinese che si candida a diventare la Davos asiatica senza la vista sulle Alpi, ma in compenso con un ottimo affaccio sul Mare Cinese Meridionale, che la Cina considera il suo Mare nostrum ed è un filino più strategico delle Alpi per il futuro della globalizzazione. E chissà perché.
Quindi ieri ero rimasto al ministero degli esteri che diceva essere “impossibile avviare negoziati commerciali e gli attriti sono responsabilità degli Usa”. E già mi figuravo gli sfracelli per noi europei che sull’export verso gli Usa ci campiamo mica male.
Quando tutto d’un tratto il davosiano Xi, molto applaudito nella sua versione alpina,
ha fatto una delle sue migliori performance mondialistiche che quasi quasi risalgono le borse. Almeno per oggi. Ma per apprezzarla serve una premessa. Anzi, una promessa. Che ovviamente non poteva che provenire da lui: Mister T.
Ora il nostro Mister T. stavolta in versione Twitter, deve a tal punto aver ispirato il presidente cinese che nel suo discorso al forum asiatico il Figlio de Cielo ha detto Xi. Scusate: ha detto sì. La Cina allenterà i limiti agli investitori stranieri nel settore dell’auto e taglierà “significativamente” i dazi all’import di veicoli. Ma mica solo questo. Xi ha promesso più apertura dei mercati, ambiente più attrattivo per gli investimenti esteri, protezione effettiva della proprietà intellettuale e ampliamento delle importazioni. Questo per confermare che la porta della Cina “non sarà chiusa, ma aperta di più”.
E mica solo alle automobili. La Cina ha annunciato misure nel 2017 che avrebbero portato gli investitori stranieri ad aumentare le quote nei settori finanziari, come banche e assicurazioni, e ora “garantiremo che queste misure si materializzino”. Mister Tweet sarà di sicuro soddisfatto. I cinesi anche.
Indovinate chi paga.
A domani.
Cronicario: Io ti dazio, tu mi dazi ella si strazia
Proverbio del 4 aprile Ogni occhio ha il suo sguardo
Numero del giorno: 2.918.000 Lavoratori a tempo determinato in Italia a gennaio
Ormai è una roba da bulli la rissa ormai evidente fa l’Impero che tramonta a Occidente e quello che si leva ad Oriente, in mezzo ai quali – geograficamente oltre che culturalmente – ci troviamo noi europei, eternamente indecisi fra l’uno e l’altro, col rischio che finiamo col prenderle da tutti.
Quelli che temono una guerra commerciale fra Usa e CIna stiano sicuri: c’è già. Trump, non contento d’aver daziato i cinesi e il resto del mondo, pure se con ampie esenzioni, su acciaio e alluminio, e poi aver proseguito coni dazi ad personam contro i cinesi – che hanno amorevolmente ricambiato – ha fatto sapere oggi di aver messo all’indice un’altra vagonata di prodotti cinesi per una cinquantina di miliardi di valore. Questi ultimi, i cinesi non i prodotti, stavolta hanno reagito più rapidamente del solito e hanno daziato per uguale importo un migliaio di prodotti Usa, fra i quali la soia e gli aeroplani, due delle grandi gioie esportatrici dell’Impero d’Occidente. Dopodiché i diplomatici cinesi hanno aggiunto che la Cina è aperta a un dialogo sulla base di “basi paritarie e mutuo rispetto”.
Il nostro amato Mister T, peraltro, ha risposto da suo pari.
E così via. Pensate che ne usciremo indenni? Macché. Ai più curiosi farà piacere sapere che il deficit commerciale degli Usa con la Cina è iniziato nel 1985 e non si è mai ridotto, anzi è aumentato. Ma mica solo nei confronti della Cina. Guardate questo riepilogo proposto oggi sul WSJ.
Quelli rosso fuoco siamo noi europei, che abbiamo lucrato ampiamente sul buon appetito pagato a debito dagli statunitensi. Quindi la guerra commerciale fra Trump e Xi danneggerà l’Europa almeno quanto – se non di più – la Cina e gli Usa. Per dire, la Coldiretti oggi ha fatto sapere che l’aumento del prezzo della soia, provocato dai dazi, potrebbe tradursi in un aumento del costo della carne. E mille altre di queste storie ci verranno a raccontare. Le borse intanto arretrano da giorni mentre i politici europei, che parlano di ogni cosa, oggi erano particolarmente silenti.
E d’altronde bisogna capirci, a noi europei: la storia e la vocazione ci spingono verso il commercio internazionale nel ruolo di venditori. Siamo stati i cinesi degli anni ’50 e anche dopo. Né possiamo mordere la mano che ci ha nutrito e protetto per tutto questo tempo, che peraltro ci somiglia magnificamente per vizi e virtù. Che fare perciò? Facile: niente. L’America dazia, l’Europa si strazia. C’est plus facile.
A domani.



















































