Categoria: cronicario
Cronicario: I giovani disoccupati italiani calano. Infatti emigrano
Proverbio del 30 novembre Promettere non è compiere
Numero del giorno -0,2 Inflazione mensile a novembre in Italia
Siccome pure oggi l’Istat ci delizia con le sue narrazioni statistiche sulla nostra società, facciamo questo giochetto che purtroppo gli ermeneuti contemporanei delle astruserie numerologiche dell’Istituto pratica di rado: leggiamone due contemporaneamente.
Niente panico: questo è il Cronicario mica una roba pallosa. Peraltro queste due statistiche sono uscite a un giorno di distanza l’una dall’altra, ma purtroppo l’abitudine che abbiamo a guardare la realtà con un occhio solo ci impedisce spesso di osservare fenomeni complementari. Allora, la prima statistica è uscita oggi e riguarda l’occupazione: Grande Tema.
Qui leggiamo che c’è stata una diminuzione della disoccupazione giovanile, che possiamo osservare meglio qui.
Al netto della componente demografica, ossia il passare del tempo che trasporta le persone da una classe di età all’altra, la variazione tendenziale, quindi su base annua, del numero dei disoccupati è stata negativa per il 3,7%. Insomma, i disoccupati 15-34enni sono diminuiti del 3,4%.
Un attimo. Prima che iniziate la rumba, vi ricordo un’evidenza che viene correttamente sottolineata dagli osservatori:
Questo è il quadro: bene che vada, in Italia si strappa un contratto a termine di questi tempi. Ma fin qui siamo alla visione monoculare. Proviamo ad aprire l’altro occhio e guardiamo un’altra statistica, quella sulle migrazioni della popolazione residente uscita proprio ieri.
Lo riscrivo perché magari vi è sfuggito: “In aumento i laureati italiani che lasciano il Paese, sono quasi 25 mila nel 2016 (+9% sul 2015) anche se tra chi emigra restano più numerosi quelli con un titolo di studio medio-basso (56mila, +11%).”
Complessivamente nel 2016 fra laureati e altro abbiamo avuto 115 mila emigrati, triplicati dai 36 mila del 2007, a fronte di circa 38 mila rientrati in Italia. E poiché di solito si emigra da giovani e non da vecchi (” La fascia d’età in cui si registra la perdita più marcata è quella dei giovani dai 25 ai 39 anni: circa 38 mila unità in meno, con un’incidenza di laureati del 28,5%”, scrive Istat) mi sorge il sospetto che buona parte del calo di giovani disoccupati, quindi non più iscritti alle liste, dipenda dall’emigrazione piuttosto che dal Jobs Act.
A domani.
Cronicario: Anno 2021, odissea nello strazio Mps
Proverbio del 24 novembre In qualunque parte del mondo i corvi sono neri
Numero del giorno: 65 Euro contenuti in media nel portafoglio degli italiani
Siccome finalmente abbiamo una banca (cit.), noi cittadini intendo, è giocoforza domandarsi cosa ne sarà del robusto investimento che le nostre tasse hanno fatto sul capitale di Mps ora che il Monte è pure tornato in borsa. Per il momento il direttore generale del (nostro) Tesoro, Vincenzo La Via, audito in quella specie di museo degli orrori che è la commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, ci ha ricordato che ai prezzi attuali di borsa il Mef (noi) ha una minusvalenza teorica di circa due miliardi, visto che il governo (ancora noi) ha accettato di comprare azioni valutate a 8,65 euri che oggi valgono 4,05.
Boni, state Boni. Così come non è oro tutto ciò che luccica, non è neanche tutta cacca quella che puzza, pure se sulla circostanza che la storia di Mps puzzi oltremodo non è che ci siano tanti dubbi. Se non ci credete date una letta a quello che racconta quest’esegeta e poi mi direte…
Appunto. Ma scurdamoce ‘o passato, che adesso abbiamo una banca e il nostro – letteralmente – direttore del Tesoro ci rassicura che dal 2019 ci sarà un recupero della redditività della banca a partire dal quale la cacca diventerà miracolosamente cioccolata.
Pregate che succeda, e pregate con costanza. Perché ‘sto miracolo deve pure succedere in fretta. Sempre il nostro sbroglianumeri del Tesoro ci ricorda che “l’intervento pubblico nel capitale di Mps è di natura temporanea e il ministero azionista (al 68% del capitale ndr) dovrà cedere la partecipazione acquisita entro l’arco temporale di riferimento del piano, ossia entro 5 anni”. E così abbiamo pure una dead line entro la quale il miracolo deve compiersi: il 2021.
Già: lo strazio di Mps, che se per allora non sarà divenuta redditizia abbastanza, coinciderà con quello delle nostre tasse, sacrificate sull’altare del benessere pubblico.
Ma adesso non state a deprimervi prima del tempo. Ci sono cose più vicine a noi che richiedono un sostegno farmacologico. C’abbiamo un fatturato industriale che s’è ammosciato così come gli ordinativi e neanche il fatturato dei servizi si sente tanto bene. C’abbiamo Poletti che – come se non avessimo fatto altro di recente – parla di pensioni, assicurando che dopo fine mese arriverà un emendamento per aggiungere un altro po’ di Ape social per le donne lavoratrici.
C’abbiamo la madonna vigilante di Francoforte, madame Nouy, secondo la quale nell’Eurozona ci sono troppe banche per cui “è necessario un consolidamento”.
Ma forse intendeva altro. E per concludere in bellezza oggi è pure il black friday e mi/ci/vi stanno massacrando di offerte per vagonate di cose inutili che arrivano su qualsiasi device abbiate sottomano, persino i fax. Pare peraltro che questo sia anche ormai l’unico giorno in cui gli scioperi nei negozi, da Amazon alla Rinascente, fanno notizia. Nel resto dell’anno se ne infischiano tutti, compreso chi lo fa. Avremo mica trasformato il black friday nel giorno della festa del commesso?
Buon week end.
Cronicario: Il Fresh&Clean di Mps è roba da dilettanti di fronte alla bad bank Usa
Proverbio del 16 novembre Chi campa si fa vecchio
Numero del giorno: 100.000.000.000 Emissioni globali di green bond nel 2016
Poiché occuparsi di banche oggi ci espone a ruvide cronache giudiziario-parlamentari, mi è toccato in sorte di prestare orecchio alla deposizione di un pm senese interrogato dall’augusta commissione parlamentare che indaga sulle banche per far luce sui disastri barocchi compiuti da Mps che hanno rovinato in un decennio qualche secolo di onorata storia bancaria.
Da questa disamina horror ritorna agli onori della cronaca la mitica operazione FRESH, che sta per Floating Rate Equity-linked Subordinated Hybrid Preferred Securities, una roba complicatissima e futura fonte di grandi guai per i sottoscrittori il cui succo è semplice: fare entrare soldi freschi nelle casse di Mps, alle prese con la sventurata acquisizione di Antonveneta, senza al contempo affossare gli indicatori di bilancio di Mps.
Senonché venne fuori che Mps aveva firmato alcune lettere che di fatto mantenevano il rischio della sottoscrizione dentro il perimetro della banca senese. In pratica la situazione reale della banca era tutto il contrario dell’apparenza.
Il resto è cronaca ed è inutile tornarci sopra. Anche perché i mezzucci della Rocca decrepita, ormai nazionalizzata, sono davvero roba da dilettanti. Per non avere problemi bancari, che poi si risolvono in enormi seccature politiche, commissioni parlamentari, stillicidi di lacrime e svariati mal di testa, dovremmo prendere di petto il problema e risolverlo alla radice. Imparare da quelli più bravi di noi. Capito di chi parlo?
Quei fenomeni degli Stati Uniti garantiscono esplicitamente o implicitamente più di 25 trilioni di debiti del sistema finanziario, dei quali 14 trilioni sono di banche e casse di risparmio. In pratica fanno prima quello che noi facciamo dopo. Hanno una bad bank imbattibile: il governo.
Poiché competere col governo Usa è impossibile, mi decido a cambiare argomento e vi suggerisco un paio di news che potete usare per fare bella figura all’ora di cena. L’export italiano di settembre, che si conferma buono ma che se andate a vedere il dettaglio nasconde parecchie ombre, a cominciare dalla quota rilevante della nostra bolletta energetica, che potrà solo peggiorare (e con essa il saldo) una volta che il petrolio stabilizzerà le sue quotazioni.
Sempre ammesso che tale stabilizzazione arrivi sul serio. Perché la seconda notizia di giornata, che sembrerà esotica ai più ma che invece è sostanziosa è che la banca centrale norvegese, che controlla il fondo sovrano da 1.000 miliardi dove finiscono gli incassi del petrolio nazionale, sta pensando di disinvestire dagli asset legati a petrolio e gas. Una scocciatura niente male per la varie Bp, Royal Dutch ed ExxonMobil delle quali il fondo sovrano è azionista.
Concludo con le considerazioni di una gentile signora che presiede la Fed di Cleveland, autrice di uno speech illuminante sul rapporto perverso fra demografia e crescita che è sviluppato nelle nostre grosse e grasse società. Per farvela semplice, rischiamo di morire di vecchiaia con un’economia depressa e tassi rasoterra. La soluzione proposta è aumentare l’immigrazione.
A domani.
Cronicario: Più Pil per tutti, comunquemente
Proverbio del 14 novembre Un uccello chiacchierone non costruisce il nido
Numero del giorno: 1 Inflazione % annua a ottobre in Italia
Giorno di festa per i politici europei. I dati del pil confermano le previsioni più rosee e finalmente gli eletti, chi più chi meno, si possono presentare agli elettori col cuore rinsaldato dal sentimento di aver mantenuto la loro promessa elettorale.
Ai più patriottici spiacerà osservare che il +0,5% del trimestre italiano, che annualizzato arriva all’1,8%, sta un po’ ai margini della crescita dell’eurozona, dove la crescita annualizzata è arrivata al 2,5% e ancor più lontana da quella tedesca, al 2,8. Mentre gli amanti dei gufi si soffermeranno o sottolineare che la caccia al tesoro del Tesoro in corso alla Camera rischia di assestare un fiero colpo alle speranze del presidente del consiglio, che esorta a “non dilapidare i risultati”.
Giusto: meglio spenderli.
Ma basta tristezze: l’economia va alla grande, comunquemente. Mica penserete che uno va a contare gli spicci no? E infatti nessuno lo fa, tantomeno oggi che è giornata di buone notizia. Bankitalia, che non poteva mancare alla festa, ha pubblicato una pregevole ricognizione sul tema del mese – le sofferenze bancarie – che disegna un quadretto niente male.
I tassi recupero sono lievemente calati nel 2016 ma la banca è ottimista sul futuro: “I tassi di recupero delle sofferenze non sono sovrastimati”. Che è il modo bancario per dire che non sono minchiate palesi. Il costo delle minchiate occulte, nel caso, lo scopriremo a nostre spese.
Potremmo continuare a lungo con l’elencazione delle buone notizie made in Italy, ma mi convinco che è meglio rubarvi gli ultimi dieci minuti di tempo dandovi una notizia vera, non questa roba da bancarella. E perciò mi immergo nel flusso incasinato della quotidianità e pesco questa perla.
Ed ecco qua il futuro del mercato energetico targato a stelle&strisce. L’America Saudita. Hai voglia a contare il Pil.
A domani.
La rivoluzione finanziaria dei robot “intelligenti”
Procede silente, eppure inesorabile, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale che ormai interessa aree sempre più estese della nostra società. Ai molti timori di pochi, anche se illustri, fanno eco le tante pratiche più o meno conosciute che lentamente iniziano a pervadere ogni ambito delle nostre attività e che ovviamente non potevano risparmiare il settore finanziario, che sullo straordinario sviluppo tecnologico ha costruito le sue tante fortune nell’ultimo ventennio. Fortune altalenanti, certo, ma che comunque si fondano sempre più sulla gestione di quantità crescenti di dati trasmessi ed elaborati a grande velocità lungo tutto il pianeta. Ogni tanto questa attività silente, che si svolge lungo cavi interrati negli oceani e in asettiche e sorvegliatissime data room, si manifesta in eruzioni sorprendenti, che le cronache finanziarie descrivono come flash event, o flash crash. Situazioni che si esauriscono nello spazio di millesimi di secondo durante i quali questo o quel titolo, o quella valuta, subiscono andamenti che l’intelligenza umana non è in grado di comprendere e che riesce a rilevare solo perché l’occhio dei calcolatori che misurano la temperatura delle borse è sempre aperto e registra ogni cosa. Possiamo vedere questi eventi perché le stesse macchine che li provocano ne sono testimoni.
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Cronicario: Comincia la caccia al tesoro del Tesoro
Proverbio del 10 novembre Un piccolo tarlo fa cadere un grande albero
Numero del giorno: 2,4 Crescita % produzione industriale italiana annua a settembre
La cosa più bella dei politici è che sono sempre tremendamente seri. Avete mai visto un politico ridere?
A parte quando prendono la busta paga intendo. No, infatti. Sono sempre seri e compassati, specie quando recitano – termine NON scelto a caso – uno dei loro discorsi. Mi figuro ad esempio la faccia di oggi di Maurizio Lupi, coordinatore di AP, che credo sia un partito politico della maggioranza, mentre, convocati i giornalisti alla sala stampa del Senato spiega che no, non è un ricatto. Ma se il governo non conferma il bonus bebé allora AP, che mi convinco sia un partito di governo, non voterà la manovra.
E invece no: Lupi era serissimo. “Non si tratta di un ricatto – ha detto ma di serietà”. Appunto. Senza bonus “verrebbe meno il riconoscimento al contributo qualificato che AP ha dato al governo”. Al che finalmente ho la prova che AP è un partito di governo, e per giunta qualificante.
Ma soprattutto ho la prova che è partita l’attività preferita di fine anno: la caccia la tesoro del Tesoro, meglio conosciuta come esame parlamentare della legge di bilancio. D’altronde è pure giusto: mica solo il governo può dare esempio di generosità. Adesso tocca agli eletti del popolo.
Quindi aldilà del bonus bebé, iniziativa peraltro lodevolissima, ciò che conta rilevare in questo Cronicario prefestivo è che la caccia al Tesoro è partita e vale la massima resa celebre da un noto pensatore politico contempoeraneo.
Ma attenzione: al gioco non partecipano solo i politici, pure se loro loro adesso ad avere accesso al Tesoro. I sindacati, che da settimane chiedono più pensioni per tutti, oggi sono tornati a domandare più risorse per le politiche attive. Poi è arrivato un viceministro e ha detto che è necessario intervenire sul superticket, subito applaudito dalla Cgil, mentre venivano annunciate più tasse sulle sigarette per finanziare l’acquisto di farmaci oncologici. Un altro ancora ha chiesto più fondi per gli orfani e per contrastare il femminicidio. Un altro ennesimo ha chiesto di rivedere il fondo di solidarietà dei comuni. Ma questo era solo rumore di fondo. Perché dalle cime della fantasia parlamentare è arrivata d’improvviso una valanga: 4.000 emendamenti al Senato.
E siamo solo all’inizio.
A lunedì.
I consigli del Maître: I risparmi degli italiani e il “socialismo” abitativo
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.
I risparmi degli italiani. Il governatore di Bankitalia Visco ha presentato in occasione dell’ultima giornata del risparmio i dati sugli asset posseduti dalle famiglie italiane. Al momento le famiglie hanno attività finanziarie per 4.200 miliardi. La quota di famiglie che ha almeno un deposito postale o bancario supera il 90 per cento; alla metà degli anni sessanta, quando la Banca d’Italia avviò le sue indagini campionarie sui bilanci familiari, era appena al di sopra del 25 per cento. Ma nella sua ricognizione storica la Banca mette in evidenza alcune cose che si possono osservare da questo grafico.
E’ curioso notare che nel 1960 le famiglie italiani abbiano raggiunto il picco di investimenti azionari sul totale degli asset, per poi declinare vistosamente. Forse, come disse anni dopo l’ex governatore Carli in conseguenza della nazionalizzazione del mercato dell’energia elettrica, che distrasse dai mercati molti risparmi, che magari furono dirottati nei titoli di stato, o forse per il diffondersi della ricchezza finanziaria. Fatto sta che quindici anni dopo, al picco del periodo inflazionistico, depositi e liquidità assorbivano il 70% del totale degli asset, più che negli anni ’50. E oggi? La situazione è questa:
Si è verificata una massiccia fuga dai titoli di Stato, ma la quota immobilizzata nei conti correnti è quella che ha ancora il maggior peso relativo. Non siamo poi così tanto cambiati, se considerate quanto sia mutato il mondo dal 1950.
Donne italiane al lavoro, fra Lussemburgo e Grecia. Una volta tanto essere gli ultimi in classifica vuol dire essere i primi della classe. Così stavolta noi italiani possiamo rivendicare il primato del paese dove meno ampio è il gap delle retribuzioni fra uomini e donne. Così almeno la illustra Eurostat che la settimana scorsa ha partecipato alla giornata per la parità di genere pubblicando una ricognizione sulla situazione nel’Ue suddivisa per paesi. E’ emerso che in media le donne guadagnano il 16,3% in meno degli uomini nell’area, un gap che in Italia si riduce al 5%, al livello del Lussemburgo.
Purtroppo questo progresso si associa a una scarsa partecipazione al lavoro, intorno al 50%, che quindi genera un altro gender gap: quello delle opportunità. Peggio di noi solo in Grecia.
Le ultime dall’Uk. La BoE ha innalzato i tassi di sconto, portandoli dallo 0,25% allo 0,5%, per la prima volta in dieci anni. Un piccolo evento che ha scatenato le celebrazioni e le analisi e soprattutto i timori su ciò che succederà da questo momento in poi, anche se il governatore ha fatto capire che il rialzo sarà assai graduale e moderato. Tuttavia un paio di ricognizioni su alcuni dati possono aiutarci a farci un’idea del futuro britannico, specie una volta che i negoziati per la Brexit si concluderanno. Il primo riguarda gli investimenti. La politica monetaria facile non è servita a frenare il declino degli investimenti, che nel decennio sono cresciuti persino meno dei nostri, il che è tutto dire.
E anche quelli del governo sono risultati i più bassi.
Questo per quelli che credono che i tassi bassi facciano miracoli. La seconda informazione, interessante da un punto di vista strategico, considerando la Brexit, è che il commercio estero britannico va molto bene nei confronti dell’extra Ue (312 miliardi di sterline di valore nel 2016) e molto male nei confronti dell’Ue (236 miliardi nello stesso anno).
Questi dati in qualche modo peseranno sul tavolo della trattativa. Quindi è bene ricordarli. Notate che nel 2000 era il contrario.
L’Europa dei piccoli proprietari di casa. Eurostat ha diffuso i dati sulla quantità dei cittadini che, nei diversi paesi, abitano in casa di proprietà. E i risultati sono alquanto sorprendenti.
I tedeschi sono quelli che più di tutti vivono in affitto, mentre i rumeni quasi per il 90% è proprietario della dimora dove vive. Certo, si confrontano diversi regimi politici, con i paesi dell’est a guidare la classifica dei proprietari per ragioni legate alla politica degli anni del socialismo reale. Ma è curioso osservare che i paesi ricchi, cresciuti con l’economia di mercato, sono quelli dove meno si è diffuso il culto dell’abitazione di proprietà rispetto a quelli dove imperava la pianificazione statale. Noi italiani stiamo nel mezzo: sopra la media ma di poco. Siamo abbastanza ricchi e pure abbastanza “socialisti”, evidentemente.
Cronicario: Allegria, saremo tutti più ricchi. Di debiti
Proverbio del 6 novembre Chi non ha un passato non ha un futuro
Numero del giorno: 2,9 Andamento % prezzi produzione a settembre su anno nell’EZ
E dai che diventiamo tutti ricchi. Tempo un decennio e la ricchezza mondiale raddoppierà secondo quanto dicono i cervelloni dell’Associazione italiana private banking e del Boston consulting group. Anzi meno di dieci anni: una mezza dozzina scarsa, se considerate che il decennio fa data dal 2011, quando la ricchezza globale quotava 101 trilioni di dollari, che sono 101 mila miliardi che sarebbero, 100 milioni di milioni, che sarebbero non so quante volte quei dieci euri che tengo in tasca…
ma comunque non è questo il punto. Il punto è che nel 2021 arriveremo a 192 trilioni, che sono 192 mila miliardi, equivalenti a 192 milioni di milioni, che sarebbero non so quante volte quei dieci euri che ancora tengo in tasca, ma che nel frattempo dovrebbero raddoppiare a venti, facendo di me un uomo più ricco dei debiti di qualcun altro. Non lo sapevate?
Debiti e crediti globalmente si equivalgono e generano un meraviglioso saldo zero. Perciò quando vi dicono che la ricchezza aumenterà è solo il modo ottimista per ricordarvi che altrettanto faranno i debiti. E magari mettervi sull’avviso: cercate di stare dalla parte giusta del bilancio.
Mentre che attendo che i miei dieci euri raddoppino decido di occuparmi per un attimo di cose serie – solo un attimo giuro – perché nel frattempo mi è caduto sotto gli occhi un grafico che racconta una storia incredibile.
Dal 2010 il costo dello storage di un TB, che sarebbero 1024 Giga, che sarebbero un milione e spicci di mega, ossia di quei dischetti di plastica che i vecchietti come me maneggiavano negli anni ’90, è crollato peggio dei mutui subprime Usa nel 2008. Che cavolo è capitato al mercato dello storage per passare da quasi 10 centesimi al Tera a meno di uno?
Vabbé, non c’avete torto, Però magari vi interessa sapere che da allora la creazione di dati globali è passata a poco più di zero zettabyte, che sono un miliardo di terabyte, e quindi un trilione e spicci di gigabyte e non so quanti dischetti,a più di 25…non osservate questa strana correlazione fra l’aumento dei debiti e quello dei terabyte?
E’ chiaro che troppi zeri fanno male e che devo prendere le mie medicine. Ma prima ho ancora altre due importanti novità che domani troverete sui giornali ed è sempre meglio saperle dal vostro Cronicario che almeno la prendete sul ridere. La prima è che è partito il tavolo tecnico a palazzo Chigi sulle pensioni. Se pensate che non toccherà mettere mano al vostro portafoglio, vuol dire che siete convinti di abitare chessò: in Svizzera. Poi che l’Istat, per bocca del suo presidente, ha fatto sapere che l’economia a ottobre sta avendo un andamento “marcatamente positivo”.
A domani.
Il vero dualismo italiano: quello generazionale
In ogni epoca ci sono vincitori e vinti che alimentano le narrazioni lungo le quali si articola il discorso sociale. Nel nostro tempo, ove tutto è ridotto all’economico, questa dialettica si è ridotta a quella fra ricchi e poveri, ma pure questa caratterizzazione è andata modificandosi. Una volta i ricchi erano i cosiddetti possidenti – grandi proprietari terrieri – poi sono diventati i padroni del vapore, quando il mondo si innamorò delle ferrovie, e oggi, che il mondo ha perso la testa per la realtà digitale, sono i padroni dell’hi tech. Per converso, una volta i poveri erano i contadini, poi divenuti manovali, e oggi eserciti di persone più o meno alfabetizzate che devono concorrere a suon di costosissime competenze per ricavarsi uno strapuntino che si affacci lungo l’arena dei servizi in un mondo sempre più digitalizzato. Questa dinamica sociale cela una interessante evoluzione probabilmente senza precedenti nelle società, frutto della notevole crescita che si è sviluppata a partire dal secondo dopoguerra e che ha nutrito come mai prima nella storia un’intera generazione – quella nata fra il 1940 e il 1950 circa – a suon di opportunità e diritti. Questa tendenza storica ha generato che per la prima volta oggi non sono gli anziani la fascia sociale più a rischio povertà, ma le nuove generazioni. E questo non è successo solo in Italia, ma anche in paesi molto diverso dal nostro, come gli Stati Uniti.
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I consigli del Maître: I cambiamenti del lavoro e la lotteria delle pensioni
Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.
Il lavoro com’era e com’è. Eurostat ha pubblicato una ricognizione molto interessante sull’evoluzione dei posti di lavoro per settori nell’eurozona fra il 1996 e il 2016.
Come si può osservare, i settori dove si è più di tutti concentrato l’aumento dell’occupazione negli ultimi vent’anni sono quelli del commercio, dei trasporti e dell’industria del cibo e del turismo, il settore ad alto valore aggiunto, quindi servizi tecnico-professionali e il settore pubblico, anche qui molto orientato verso i servizi. La cosa interessante è che non si tratta di una tendenza solo dell’eurozona. Anche negli Usa si è assistito a un trend simile.
Che significa tutto ciò? Che servono lavoratori sempre più qualificati e quindi sistemi di istruzione e formazione sempre più efficienti per rispondere alle esigenze del mercato del lavoro. Il mito dell’operaio è definitivamente tramontato da un ventennio, ora dobbiamo coltivare quello del cervellone.
Un allagamento di dollari (ed euro). La Bis ha aggiornato le statistiche sulla liquidità internazionale, che mostrano una crescita ulteriore dei crediti (e quindi debiti) denominati in dollari fuori dagli Usa, ormai arrivati a quota 10,8 trilioni.
La questione diventa interessante se si ricorda che tale esposizione è in larga parte da ricondurre ai paesi emergenti, che ormai detengono 3,4 trilioni di questi debiti. Altresì interessante osservare la notevole crescita dell’utilizzo dell’euro.
Evidentemente è sempre più conveniente indebitarsi nella valuta europea, almeno da quando la Fed ha iniziato ad alzare i tassi.
Come è cambiato l’export italiano. Bankitalia ha pubblicato uno studio molto interessante che misura l’evoluzione del nostro settore esportatore, uscito più forte – ma non sappiamo ancora quanto resistente – dalla terribile crisi iniziata alla fine degli anni ’90 quando, complice il cambio valutario e la concorrenza cinese, che impattava su molte nostre imprese, peraltro non abbastanza grandi da potersi difendere, ha provocato il crollo delle nostre esportazioni. L’Italia infatti risultava essere molto più esposta di altri paesi alle merci low cost che arrivavano dalla Cina.
Dal 2010 le nostre esportazioni, favorite anche da fattori internazionale, sono tornate a migliorare e hanno contribuito sostanzialmente alla ripresa della nostra economia. Abbiamo imparato a esportare merci a maggior valore aggiunto e in qualche modo ricomposto il dimensionamento aziendale. Ma sarebbe sbagliato brindare allo scampato pericolo. La concorrenza cinese e degli altri paesi emergenti farà soffrire noi più di altri esportatori europei, e siamo ancora deboli nel settore dei servizi, che è quello che ha mostrato maggiori capacità di crescita negli anni recenti. E questo si ricollega al tema di cui abbiamo parlato prima: istruzione e formazione.
La lotteria delle pensioni. Complice la pubblicazione dell’aumento della speranza di vita, è ripartito come nelle migliori occasioni il dibattito pubblico sulle pensioni con (pochi) a difendere lo status quo della riforma Fornero, fra i quale spicca il presidente dell’Inps, e i tanti, politici di governo in primis e poi i sindacati, a chiedere o far credere che le regole potranno essere allentate, ignorando l’avviso che a pagarne il conto saranno i più giovani di oggi. Come d’altronde si è sempre fatto. Di questa trascorsa settimana previdenziale è opportuno ricordare almeno due notizie, passate sotto silenzio. La prima: l’avvocato dell’Inps, audito dalla Consulta nell’ambito del procedimento sulla legittimità della perequazione pensionistica approvata nel 2015 dal governo, che ridusse il conto a circa 4 miliardi dagli oltre 17 miliardi a carico del fisco per la sentenza della consulta che bocciò il Salva Italia di Monti che aveva disposto il blocco dell’adeguamento automatico per le pensioni superiori a tre volte il minimo. L’avvocato ha ricordato che pensioni baby sono costate alla collettività 150 miliardi fino al 2012, e quindi ancor di più se le calcoliamo fino a oggi. La seconda l’ha rivelata l’Inps, parlando di distribuzione delle pensioni. La spesa pensionistica si distribuisce per il 50,7% al Nord, per il 28 a Sud e Isole, per il 21,3% al centro. E non c’è da aggiungere altro.
























































