Categoria: cronicario

I surplus gemelli dei gemelli diversi (Cina e Germania)

I due gemelli, quello asiatico e quella europeo, sono talmente simili da risultare drasticamente diversi.

Sono talmente simili che la storia dei loro surplus si può raccontare con le stesse parole: taglio dei salari, svalutazione competitiva, accesso a un mercato ampio, accumulazione di saldi di conto corrente, crescita delle riserve e degli asset esteri fino al (parziale) redde rationem provocato dalla crisi internazionale.

E tuttavia risultano drasticamente diversi. Il gemello europeo, la Germania, ha finito col surclassare quello asiatico, mentre la Cina, che spaventava e affascinava il globo con il suo Pil al 14% e il saldo di conto corrente al 10%, deve contentarsi di inseguire l’ombra di se stessa, augurandosi una crescita di “appena” il 7,5% e un saldo di conto corrente che si restringe della metà.

Sono talmente diversi che la Cina, finisce col perdere ogni anno soldi sul lato dei redditi della bilancia dei pagamenti (-4% nel 2012) malgrado la posizione netta dei suoi investimenti all’estero sia ampiamente positiva per quasi un trilione di dollari . Al contrario della Germania, che dai suoi investimenti esteri spunta almeno un 5% l’anno.

La crisi, poi, ha giovato assai più alla Germania che alla Cina.

Com’è possibile?

Entrambe sono vittime del loro successo. Solo che la Cina, pure se non sembra, è un paese emergente, quindi finanziariamente represso e produttore di quantità a basso costo. Mentre la Germania è un gigante finanziario che produce qualità ad alto costo.

Non è una differenza da poco.

Si scopre molto di più leggendo l’epopea dei due paesi raccontata in un illiminante paper della Bri, “Global and euro imbalances: China and Germany”.  Si scopre la storia dei loro surplus gemelli, figli di deficit altrettanto gemelli: quello americano, per la Cina, e quello innanzitutto europeo, per la Germania. E soprattutto si scopre come un percorso simile possa condurre a direzioni affatto differenti.

Ciò non toglie che Cina e Germania siano davvero quella “coppia da sogno” di cui parlò il primo ministro cinese nella sua visita di stato a Berlino. A patto però di non andare troppo per il sottile. Ossia di mettere l’accento su ciò che i due paesi hanno davvero in comune: il loro stato di grandi creditori internazionali, interessati innanzitutto a difendere il valore dei propri investimenti.

Un’occhiata ai numeri aiuterà a capire.

Il picco degli squilibri globali il mondo l’ha toccato nel 2006, prima quindi della grande crisi,  arrivando a toccare il 2% del Pil mondiale. Quasi la metà di questo surplus, ai quali ovviamente corrispondevano altrattenti deficit (a cominciare da quello americano), era in mano alla Cina. Al secondo posto nella classifica dei creditori c’erano la Germania e poi il Giappone. Tale situazione deriva da storie differenti.

La Germania ebbe un momento di deficit sul finire degli anni ’80, quando investì i suoi abbondanti surplus accumulati dal dopoguerra in poi, per finanziare la riunificazione. Solo dal 2000 in poi il conto corrente tedesco tornò in surplus, favorito dalle riforme messe in campo e “dall’avvento dell’euro”. Nel 2012 “malgrado gli aggiustamenti dei deficit nel resto del mondo, il surplus tedesco era il più grande del mondo”.

La Cina ha iniziato ad accumulare surplus più di recente. Nel 2007 arriva a toccare il 10% del Pil nazionale e lo 0,7% del Pil mondiale, ma nel 2012 si riduce al 2,3% del Pil nazionale a allo 0,25% di quello mondiale.

Ne risulta che il surplus accumulato dalla Germania ha superato quello cinese, sia in termini di dollari che in termini di quota del Pil mondiale. Addirittura, il surplus tedesco è quasi tre volte superiore di quello della Cina, in relazione ai rispettivi Pil. al prezzo però di una crescente dipendenza dell’economia tedesca dall’export.

Sull’origine di questi surplus, gli studiosi della Bri hanno pochi dubbi. “Le riforme domestiche in Cina e Germania hanno avuto l’effetto parallelo di restringere i salari, conducendo a un costo del lavoro stabile, facendo salire la quota di ricchezza a vantaggio dei profitti. Entrambe le economie hanno goduto dei vantaggi di una maggiore integrazione internazionale. La Cina entrando nel WTO, la Germania nell’eurozona. I tassi di cambio hanno diminuito il surplus cinese può di quello tedesco”.

In particolare, le riforme sul mercato del lavoro “hanno avuto effetti simili, aumentando l’offerta effettiva di lavoro”. Ma i benefici di tale politica “sono andati ai profitti”. “La conseguenza – scrivono – è stata che i costi unitari del lavoro sono rimasti stagnanti o sono diminuiti dalla fine degli anni ’90 alla metà degli anni 2000”.

“Con l’introduzione dell’euro – sottolinea la Bri – l’evoluzione del costo unitario del lavoro ha determinato la competitività delle economie dell’eurozona”. E i dati mostrano come “in Germania tali costi siano diminuiti mentre negli altri paesi siano aumentati”.

L’origine del successo, quindi, sta nello spostamento di una quota della ricchezza nazionale dai salari ai profitti. Ciò ha aumentato notevolmente la capacità di risparmio delle imprese che però non ha condotto ad un uguale incremento degli investimenti.

In Cina questo gap è meno pronunciato. Le due curve infatti, quella della crescita dei risparmi nazionali e quella della crescita degli investimenti hanno un andamento simile. Mentre in Germania tale differenza è assai più pronunciata. La curva degli investimenti è molto più distanziata da quelli dei risparmi, ponendosi la prima (2011) a circa il 18% del Pil a fronte di risparmi per il 24%. Questo gap spiega l’accumularsi del corposo surplus di conto corrente. Il risultato è stato che “il frutto della moderazione salariale non è stato investito all’interno, ma ha messo le base per l’accumulazione di asset esteri”.

La Germania quindi, assai più della Cina, che specie dal 2008 ha speso molto all’interno per sostenere la domanda e il calo dell’export, è diventata un’esportatrice netta di capitali.

La questione dei tassi di cambio non è meno importante.

Negli ultimi 15 anni, il tasso nominale e reale del renminbi cinese si è apprezzato, rispettivamente, del 50% e del 70% rispetto al dollaro, e ciò ha contribuito notevolmente alla riduzione del surplus cinese dal 2007 in poi.

Al contrario, nello stesso periodo il marco tedesco (prima) e l’euro tedesco (poi) si son rivalutati del 15% in termini nominali, ma “a causa dei bassi prezzi al consumo, in realtà si è indebolito di più del 15% in termini reali. A partire dalla metà degli anni 2000 il tasso reale tedesco si è deprezzato. Il tasso reale e nominale si è apprezzato solo a partire dal 2012-13”.

Assodata l’origine delle fortune sino-tedesche (comprese le questioni di cambio), è interessante vedere come questi due paesi le abbiano investite. E già qui emerge netta la prima differenza. QUella cinese, infatti, è un’economia pianificata, quindi fortemente sbilanciata nei confronti dello stato, mentre quella tedesca è un’economia capitalista pura. Da ciò ne deriva che la posizione degli investimenti internazionali della Germania è diventata la terza più grande nel mondo dopo quella di Usa e Gran Bretagna, mentre la Cina, che pure è diventata la seconda economia nel mondo, ha una posizione degli investimenti internazionale molto minore.

Come quota del Pil, gli asset esteri della Germania sono cinque volte quelli della Cina, soggetta peraltro a pesanti restrizioni sui movimenti di capitale.

E tuttavia, in termini assoluti di dollari, la posizione estera cinese, super di parecchio quella tedesca, ponendosi,a fine 2012, a oltre 1,7 trilioni di dollari a fronte di 1,4 trilioni per la Germania: “Cina e Germania sono diventati il secondo e il terzo creditore del mondo dopo il Giappone”. Ma se guardiamo i dati in relazione al Pil, vediamo che, dall’emergere della crisi in poi, la posizione estera cinese è andata diminuendo gradualmente a differenza di quella tedesca, che continua a salire sostenuta a largi surplus di conto corrente.

Tale differenza si spiega anche notando come siano differenti le politiche dei due stati. La Cina ha accettato investimenti diretti dall’estero (quindi debiti), mentre ha acquisito asset sicuri (per lo più americani) con i suoi investimenti di portafoglio. La Germania ha comprato, tramite le sue banche, azioni e bond nel resto del mondo per una quota stimata fra il 40 e il 60% del totale dei suoi investimenti.

Interessante notare come l’allocazione degli asset esteri (e dei debiti) sia mutata nei due paesi con la crisi.

La Cina, fra il 2007 e il 2011, ha più che raddoppiato le proprie riserve, sul lato dell’attivo, e gli investimenti diretti nei suo territorio sul lato del passivo, mentre gli investimenti di portafoglio sono rimasti stabili.

La Germania, fra il 2007 e il 2012, ha aumentato le proprie riserve, ha visto aumentare gli investimenti di portafoglio dall’estero (in virtù della sua reputazione di “Safe heaven”) e sull’estero, mentre i suoi investimenti diretti sono rimasti stabili, sia sul lato dell’attivo che su quello del passivo.

Ma quello che i numeri non dicono è ancora più interessante. Fra il 2010 e il 2012 le banche tedesche, spaventate dalla crisi dell’euro, hanno tagliato i propri investimenti sui titoli di stato dei PIGS. Si calcola che tale rientro di capitali abbia pesato 300 miliardi di euro fra il 2008 e il 2012. Tale rientro di capitali ha innescato il noto credit cruch del mercato interbancario, costringendo le banche dei paesi che avevo visto sparire i fondi delle banche tedesche a compensare i fondi mancanti con quelli dell’Eurosistema. Ciò ha provocato che la Bundesbank è diventata il più grande creditore dell’eurosistema.

Non è una differenza da poco. Quello che prima era un rapporto fra privati, banche tedesche verso banche spagnole, ad esempio, è diventato un credito fra un’entità pubblica (la Bundesbank) e le banche spagnole, mediato dalla banca centrale spagnola. “Il risultato è stato un’evoluzione dell’esposizione tedesca nei confronti del mondo in stile cinese. Quello che era un credito privato è diventato pubblico e come risultato il settore federale pubblico tedesco ora pesa circa il 15% del totale degli asset esteri della Germania”. Prima era circa il 5%.

Conclusione: la crisi ha provocato una crescita della presenza del settore pubblico negli investimenti esteri di entrambi gli stati, che corrisponde di fatto a un aumento del rischio a carico del pubblico a vantaggio del privato.

La famosa socializzazione delle perdite.

Ma è ancora più interessante vedere che benifici porti ai due gemelli diversi una così ampia collezione di asset esteri.

Quella della Cina, scrive la Bri, “è lo specchio della posizione degli Usa”. Gli investimenti diretti degli Usa in Cina hanno generato corposi rendimenti per gli americani, con la conseguenza che i redditi da investimenti esteri degli Usa sono diventati positivi malgrado l’aumento dei debiti esteri. In sostanza, la Cina paga un rendimento per il trilione di dollari di investimenti diretti che ha attratto sul suo territorio che è superiore al rendimento che ricava dalla gestione del suo 1,8 trilioni di investimenti all’estero.

Un raro caso di ricco che perde soldi a favore del “povero”.

E infatti il saldo dei redditi delle partite correnti è costantemente negativo. Salvo nel 2008-2009, qando il flight to quality verso i titoli Usa fece scendere i tassi americani e quindi aumentare il valore dei titoli Usa in mano ai cinesi. Ma è stato solo un attimo. Nel 2012 il saldo degli investimenti cinesi era negativo per il 4% della posizione netta.

In Germaia, al contrario, il rendimento degli investimenti esteri è sempre positivo. Si è contratto dal picco del 9% registrato nel 2005 a un sempre rispettabile 5-6%.

Ma anche su questi tesoretti, il cambio ha avuto una siginficativa influenza. La rivalutazione del renminbi sul dollaro ha sconquassato la posizione estera dei cinesi, visto che gli asset sono denominati in dollari (che si è svalutato) e i debiti in renminbi (che si è rivalutato). “Se stimiamo in maniera conservativa – scrive la Bri – che il 10% degli asset internazionali cinesi sia in renminbi, l’esposizione lunga sul dollaro sarebbe il doppio della posizione netta nel 2012”. Insomma: una montagna di soldi investiti in dollari. “Su queste basi – calcola la Bri – la rivalutazione del renminbi sul dollaro dal 2005 in poi potrebbe rappresentare una perdita di 7 trilioni di renminbi, equivalente al 14% del Pil 2012”.

Ciò aiuta a capire perché la Cina vuole un nuovo sistema monetario.

Ma se la Cina piange per colpa degli americani, neanche la Germania ride. La discrepanza fra i flussi dei capitali andati all’estero e lo stock di asset contabilizzati supera i 400 miliardi di euro. Dal 2002, quando il conto corrente è diventato positivo, la Germania infatti ha raggranellato 1,4 trilioni di surplus correnti a fine 2012, a fronte dei quali sono stati calcolati deflussi verso l’estero per 1,5 trilioni. Senonché la posizione netta sugli investimenti è passata dagli 0,1 trilioni del 2002 a 1 trilione di euro nel 2012.

Dove sono finiti i 400 miliardi che mancano?

Alcuni studiosi parlano di “cattivi investimenti all’estero” o di “investimenti spazzatura”. La Commissione europea punta l’indice sugli investimenti sballati in mutui subprime americani. Si stima che almeno 42 miliardi di dollari di asset tedeschi siano stati bruciati in titoli tossici Usa “ma potrebbero essere anche il doppio o il triplo”, scrive la Bri, o bond dei paesi sovrani dell’Europa del Sud.

Quello che è certo è che anche la Germania ha dovuto soffrire pesanti perdite a causa della crisi provocata dagi americani.

Ciò aiuta a capire perché i due gemelli diversi – entrambi grandi creditori – potrebbero convergere verso azioni comuni verso il Grande debitore americano.

Il destino multipolare dell’Unione Europea

Quelli che si aspettavano che davvero i paesi dell’Europa finissero col convergere verso un denominatore comune di valori (economici almeno) dovrebbero spendere un po’ del proprio tempo per leggere un paper della Bundesbank uscito a fine agosto: “The evolution of economic convergence in the European Union”.

Quelli che si aspettavano che bastasse fissare soglie macroeconomiche comuni, innanzitutto fiscali, per diventare una comunità, dovrebbero perdere un altro po’ di tempo per studiare le statistiche della Bri che monitorano l’andamento dei prestiti bancari fra i paesi del mondo, e dell’Europa in particolare.

Quelli che si aspettavano che la disciplina economica bastasse a cancellare l’eredità della storia dovrebbero mettere insieme queste letture e scoprirebbero un’evidenza chiara a tutti ma celata dalle cronache: l’Europa unita è una chimera.

L’Europa reale è un’entità multipolare dove la storia pesa assai più della bilancia dei pagamenti. La mitica convergenza non si è mai verificata e anzi rimangono profonde differenze negli standard economici dei 27 paesi dell’Ue (ormai 28), come anche fra i 17 dell’eurozona.

Gli studiosi della Buba non lasciano molte speranze in proposito: “Non abbiamo trovato complessivamente convergenza dei redditi reali pro capite nell’Ue. Questo risultato è evidente in tutti gli orizzonti considerati”. Per la cronaca, lo studio fa riferimento a dati raccolti sui 27 paesi dell’Ue dal 1970 al 2010.

Ma prima di approfondire lo studio della Buba, vale la pena fare un passo indietro e dare uno sguardo d’insieme.

Nell’Ue a 27 i paesi più robusti sono profondamente interrelati con quelli deboli, che funzionano come mercati di sbocco, riserve di manodopera a basso costo e fonte di redditi finanziari. Questi legami vengono tessuti sotto forma di investimenti diretti o di portafoglio e il criterio principale che guida le scelte degli investimenti è la prossimità geografica, che quindi vuol dire anche storica e culturale.

I dati lo mostrano con chiarezza. L’Austria, ad esempio, è profondamente interrelata, tramite le sue banche, nei confronti dei paesi dei Balcani e dell’Ungheria. La Svezia, un altro pezzo forte dei paesi ricchi, lo è altrettanto nei confronti degli altri paesi dell’area nordica e dei paesi Baltici. La Germania tesse (molto meno che in passato) rapporti simili con i paesi del Sud Europa, lato investimenti di portafoglio (come fanno anche Francia e Belgio), e sempre più con quelli dell’area del centro-est europeo, verso i quali indirizza corposi flussi di investimenti diretti, tanto da farli somigliare ai vecchi paesi-satelliti.

La notizia, come dicono i giornalisti, è che tanta generosità da parte dei paesi ricchi, seppure ha aumentato il livello di vita in quelli poveri, non è servita a realizzare nessuna convergenza (a parte quella sui debiti).

Il sogno europeo è rimasto nel cassetto.

“Abbiamo scoperto – scrivono gli economisti della Buba – gruppi di paesi che convergono verso differenti livelli di ricchezza nel lungo periodo. I link regionali – osservano – sembrano giocare un ruolo fondamentale nella determinazione dei processi di convergenza dei gruppi (clubs)”.

La famosa eredità della storia.

Non finisce qui: “I paesi dell’eurozona appartengono a distinti sottogruppi e il clustering non è necessariamente collegato alla loro appartenenza all’Unione monetaria”. In pratica significa che i paesi dell’eurozona sarebbero comunque appartenuti al club cui appartengono adesso sia che avessero aderito o no all’euro.

Ma allora tutta questa fatica a cosa è servita?

Altre due conclusioni sono degne di nota: “C’è una chiara separazione fra i paesi del Centro-Est europeo e quelli storici dell’Ue”. Malgrado gli incrementi di ricchezza raggiunta, i primi non sono stati in grado di eliminare le differenze di reddito reale pro capite con i secondi”.

E poi: “Abbiamo osservato una divisione fra le economie del Sud-Est e quelle del Nord-Ovest a partire dalla metà degli anni ’90”.

Quindi: nessuna convergenza, ma anzi graduale divergenza.

Qualche numero illustrerà meglio di mille parole cosa (non) è successo nell’Europa Unita.

L’occasione di farci due conti ce la dà una tabella contenuta nello studio dove sono indicati i Pil pro capite dei singoli paesi negli anni 1970, 1995, 2010. I prezzi sono a valori costanti del 2005 per il primo e l’ultimo periodo, ed espressi in dollari. E’ un dato grezzo, visto che il Pil dice solo un piccolo pezzo della storia di un paese, ma serve comunque a delineare una tendenza.

Nel 1970 il Lussemburgo era il primo della classifica e tale è rimasto 40 anni dopo. Il suo Pil procapite si è moltiplicato per 3,2. L’Austria, che era al 6 posto nel 1970, nel 2010 era seconda (moltiplicato per 2,4 volte), l’Olanda, che era seconda ora è al terzo posto (fattore 1,95), la Svezia, che era terza, ora sta al quarto (fattore 1,84), il Belgio, che era ottavo, ora è al quinto posto (fattore 2,26), L’Irlanda, che era al 12°posto ora è al sesto (fattore 3,18), il Regno Unito, all’11° posto, ora è al settimo (fattore 2,48), la Germania, che era al 5°, ora è ottava (fattore 2,06), la Danimarca, che era quarta, ora è nona (fattore 1,9), la Finlandia che era decima è rimasta decima (fattore 2,38), la Francia, che era settima ora è 11° (fattore 1,96), l’Italia, che era nona, ora è 12° (fattore 1,99), Spagna e Grecia si sono scambiate di posto, dal 13° al 12° la Spagna e viceversa la Grecia.

Risulta chiaro che i paesi del sud Europa sono rimasti  dov’erano, Portogallo compreso. I paesi del Nord, salvo qualche rimescolamento, pure. Fa eccezione solo l’Irlanda, ma al prezzo che conosciamo.

I paesi del blocco centro orientale non fanno eccezione. Malgrado i fattori di moltiplicazione del Pil siano più alti di quelli “storici” il basso livello di partenza li pone, per Pil procapite, praticamente al livello dei paesi storici nel 1970.

In pratica sono indietro di 40 anni.

Altro che convergenza

“I nostri risultati – conclude il paper – mostrano che un calo di attenzione sull’attività di riforme orientate alla crescita nei paesi europei mette in serio pericolo la possibilità di una convergenza nel futuro prossimo”. Quindi le riforme le dobbiamo comunque fare.

“I policymaker dovrebbero considerare le persistenti differenze documentate in questo paper in vista di ulteriori allargamenti dell’Unione europea”.

Chi sogna un’Europa più grande dovrebbe farci un pensierino.

Lo spettro della crisi bancaria che aleggia sulla terra dei vichinghi

Nei primi anni ’90, quando le crisi bancarie in Europa non erano alla moda come ai giorni nostri, le cronache registrarono con sorpresa e sgomento il crack bancario che colpì la Svezia. Uno dei paesi più in salute dell’area, finì in un vortice deflazionario che mise a dura prova tutto il sistema, costringendo il governo a farsi carico di un salvataggio che si stima sia stato superiore al 3,6% del Pil.

Nel 1993 il deficit/Pil dello Stato schizzò al 12%. Il Pil si contrasse, fra il 1991 e il 1993, del 2% l’anno, i consumi privati dell’1,6% e gli investimenti del 12%. Il prezzo più caro lo pagò il mercato immobiliare, che sempre fra il 1991 e il 1993 crollò del 26,5% l’anno.

D’altronde il mattone era stato, come al solito viene da dire, il grande protagonista del boom svedese degli anni ’80.

Cos’era successo? Anche la Svezia, come gran parte del mondo occidentale, era stata investita dalla pressante ondata di liberalizzazioni del sistema finanziario partita dagli Stati Uniti. Le banche svedesi, fino ad allora pesantemente represse, sperimentarono l’euforia del credito facile a basso costo. Iniziarono a prestare senza freni, indebitandosi anche parecchio, specie all’estero, per saziare la fame di denaro della società. E quando gli svedesi non bastarono più, cominciarono a prestare anche all’estero.

Qualche numero aiuterà a capire la dimensione del fenomeno. Fra il 1985 e il 1990, il mattone crebbe del 18,2% medio l’anno, grazie anche alla disponibilità della banche a prestare fino al 100% del valore dell’immobile. I titoli azionari crebbero di valore per circa il 17% medio l’anno. I debiti delle famiglie e delle imprese aumentarono esponenzialmente, trainati dall’illusione che i prezzi degli asset sarebbero saliti in eterno.

Sempre la solita storia di boom and bust.

La bonanza finì fra il 1989 e il 1990. Anche stavolta, a innescare lo sgonfiamento della bolla fu una banca centrale, la Bundesbank, che decise di alzare i tassi per finanziare la riunificazione tedesca, provocando il terremoto dello Sme e la successiva uscita della Svezia (nel ’92), dopo che la banca centrale aveva provato a frenare il crollo della propria valuta alzando a sua volta i tassi, arrivati fino al 9%.

Dopo l’uscita dallo Sme, la corona svedese subì una pesante svalutazione che ebbe effetti devastanti sul debito estero degli svedesi. La bolla si sgonfiò ed esplosero le sofferenza bancarie, costringendo lo stato al salvataggio.

Il resto è storia.

La crisi fu superata e si trasformò in uno spettro che ogni tanto fa capolino nei peggiori sogni degli svedesi.

Senonché oggi questo spettro ha guadagnato consistenza.

Se confrontiamo i numeri di ieri con quelli oggi, rilasciati dal recente Staff report del Fondo Monetario, le similarità sono allarmanti.

Cominciamo dal mattone. Già l’Ocse ha rilevato che la Svezia si trova in una situazione immobiliare di prezzi sopravvalutati e in crescita. Situazione molto rischiosa.

Il Fmi fa un passo avanti. Secondo le sue stime, l’immobiliare svedese è sopravvalutato di almeno il 15%, con i prezzi che sono più che raddoppiati dalla metà degli anni ’90: addirittura sono aumentati in termini reali di circa il 140% fra il 1995 e il 2007 e da allora sono rimasti stabili.

Una delle cause di questo boom è stato il blocco del settore delle costruzioni, che negli anni ’80 era stato uno dei grandi protagonisti dell’espansione degli investimenti, e che invece appare ancora sotto lo shock. L’offerta di nuova costruzioni non arriva neanche alla metà di quella dei tempi d’oro.

I costruttori, evidentemente, sognano lo spettro più spesso degli altri.

Un grafico mostra in effetti che le nuove costruzioni sono stagnanti, e ciò, a fronte di una domanda sostenuta, ha fatto risalire i prezzi senza sosta.

Questo per quelli che il passato non influenza il presente.

Come se non bastasse, le banche sono tornate alla grande a concedere mutui. Non più fino al 100%, come ai vecchi tempi, ma fino all’85%. Con la conseguenza che i debiti delle famiglie, in rapporto al reddito, sono schizzati al 180% del reddito disponibile.

A fine anni ’80, quando le famiglie erano pesantemente indebitate, tale percentuale non aveva raggiunto neanche il 140%.

Per trovare di che prestare, le banche svedesi son tornate a chiedere denaro all’estero, con il risultato che i fondi all’ingresso denominati in valuta straniera sfiorano il 60% del Pil, a fronte del 15% circa di fine anni ’90. Un livello mai raggiunto neanche a fine anni ’80. Con l’aggravante che tali prestiti sono spesso a breve termine e in dollari.

Tanta opulenza ha fatto gonfiare gli asset bancari, arrivati al 400% del Pil, uno dei livelli più alti al mondo il relazione alla dimensione dell’economia, l’85% dei quali concentrati in quattro banche. Buona parte di tali asset (150% del Pil) sono allocati all’estero e ciò fa della Svezia il secondo paese al mondo, dopo la Svizzera (260%) per asset esteri. Il 56% di tali asset sono nei paesi dell’area nordica.

Tutto questo fiume di denaro, come accadde all’epoca della crisi, ha avuto effetti esplosivi anche sul mercato azionario svedese cresciuto persino più del’immobiliare. Fatto 100 il livello dei titoli azionari nel 2004, a fine 2012 l’indice segnava una crescita del 75%.

Tutto questo ha avuto i prevedibili effetti benefici sul Pil, trainato in gran parte dai consumi privati, cresciuti di quasi il 2% nel 2012 (come a fine anni ’80) e dall’export.

Il saldo del conto corrente, infatti, è abbondantemente positivo. Il che implica che quello del conto finanziario sia negativo. La Svezia, infatti, è tornata di nuovo ad essere una grande esportatrice di capitali, esattamente come a fine anni ’80. Con la differenza, rispetto ad allora, che gran parte di questi prestiti sono finiti concentrati negli altri paesi dell’area nordica e in piccola parte del Baltico (circa il 4% del totale dei prestiti).

Tale dinamica è chiaramente rappresentata sul conto finanziario della bilancia dei pagamenti. Nel 2012 gli asset esteri della Svezia ammontavano a 373 miliardi di corone e il saldo finanziario era negativo per 106 miliardi. Mentre sul lato redditi delle partite correnti si sono registrati ricavi netti per 80 miliardi di corone.

Per adesso l’estero ripaga.

Ma se smettesse?

Il fatto che la Svezia non abbia nulla da temere dai Pigs, non vuol dire che non ne abbia da altri. Ognuno, evidentemente, ha i Pigs che si merita.

Nel suo caso a spaventare gli analisti sono le sorti della Danimarca, della Finlandia e della Norvegia. Tutti paesi con buoni fondamentali, per carità. E tuttavia non così buoni. La Norvegia, stima il Fmi, ha un mercato immobiliare sopravvalutato di almeno il 40%. E in Danimarca le famiglie hanno raggiunto il 300% di debiti sul reddito disponibile.

Non è così remota la possibilità che si possa innescare una contrazione. E basterrebbe un default di magnitudine 10, ossia che riguardasse appena il 10% degli asset esteri in questi tre paesi, per provocare, secondo una simulazione del Fmi, un deleveraging di 57,2 punti. Vuol dire che le banche svedesi dovrebbero vendere asset fino a questo livello per mantenere il coefficiente Tier 1 al 10%. E vendere significa far crollare i prezzi. Ciò potrebbe provocare perdite per le banche fino all’8,1% del Pil.

La domanda che però inquieta gli analisti è un’altra: cosa succederebbe se improvvisamente il mercato immobiliare collassasse? L’imminenza delle azioni di rientro dalle varie exit strategy e la crisi dell’eurozona ancora in corso, rendono tale domanda talmente pressante che gli esperti si sono affrettati a fare una simulazione.

La crescita dei prezzi immobiliari è stato un altro fattore comune delle economie nordiche, con la Finlandia prima della lista, L’indice dei prezzi finlandesi, che quotava 100 a fine anni ’90, ora ha superato 200. Così come è un altro fattore comune l’alto livello di indebitamento delle famiglie, con la Danimarca in testa, come abbiamo visto.

In questa situazione, prezzi sopravvalutati e debiti elevati, l’esplosione di una bolla è un evento assai più che probabile.

Un’altra simulazione illustra bene cosa accadrebbe in tal caso. Un declino del 10% dei prezzi del mattone potrebbe condurre alla perdita di 2,5 punti di Pil per la Danimarca, 1,9 per la Finlandia e 1,2% per la Svezia.

Poi ci sarebbero gli effetti su famiglie, banche e imprese. e anche qui ci viene in aiuto la storia. Sebbene oggi le autorità dicano che le banche svedesi hanno capienza sufficiente ad assorbire una crisi dei corsi immobiliari, l’estensione e interrelazione del sistema bancario svedese con gli altri paesi del nord fa temere l’insorgere di una pesante crisi regionale. Lo stesso fondo individua potenziali costi fiscali per eventuali salvataggi per svariati punti di Pil.

Peggio della crisi degli anni ’90.

Tutte queste simulazioni, al di là della loro attendibilità, significano solo una cosa: i vichinghi sono finiti nell’occhio del ciclone.

Il fantasma cominciano a vederlo in tanti.

Il Mattone sulla bilancia del riequilibrio

Poiché tutto è cominciato dall’immobiliare, è facile capire che lì bisogna tornare affinché il riequilibrio faccia il suo corso. Senonché a sei anni dall’esplosione della crisi, la situazione internazionale del settore è ancora molto delicata. Alcuni mercati sembrano avviati sulla via del risanamento, ma la gran parte vedono nell’immobiliare la fonte primaria della propria fragilità finanziaria, visto l’alto grado di interdipendenza fra l’andamento dei corsi immobiliari e il settore bancario.

Chiaro che gli organismi internazionali tengano sotto controllo il Mattone.

Ultima in ordine di apparizione è stata l’Ocse, che nell’aggiornamento del suo outlook sull’economa dei paesi dell’area, pubblicato nei giorni scorsi, dedica proprio all’andamento del Mattone un corposo approfondimento che aiuta a capire molte cose. Una in particolare: i paesi più macroeconomicamente sbilanciati sono praticamente gli stessi che hanno un mercato immobiliare sballato, nel bene come nel male. Per una Spagna, che soffre di un corposo deficit della partite correnti, associato a un mercato immobiliare ancora sopravvalutato, c’è una Germania che “soffre” di un surplus delle partite correnti a fronte di un mercato immobiliare in ripresa, ma ancora sottovalutato.

Tutto si tiene, come è ovvio che sia.

Qualora ci fosse bisogno di una conferma, vale la pena studiare un grafico elaborato dall’Ocse che misura proprio l’andamento degli squilibri globali dal 1996 al 2012. Per la cronaca, nel 1996 tali squilibri pesavano circa l’1% del Pil mondiale. Prima della crisi, quindi fra nel 2007, avevano raggiunto il 4,5% del Pil, per declinare bruscamente nel 2009 sotto il 2%, spinti dal calo di domanda globale sofferto specie dai paesi in deficit. Più o meno il livello di adesso.

Ma attenzione: l’Ocse avvisa che se non si  metteranno in campo politiche di riquilibrio stabili ed efficaci, lo squilibrio è destinato a risalire non appena il ciclo economico mostrerà segni di inversione.

Il solito dilemma fra squilibrio e depressione.

Per capire quanto pesi il Mattone sulla bilancia del riequilibrio basta notare che nella simulazione econometrica elaborata da Ocse, l’andamento dell’immobiliare e del commercio spiega circa il 40% dello squilibrio globale, tanto è vero che la curva che monitora l’andamento di tale squilibrio, aggiustata per il ciclo di Mattone e commercio, mostra, già nel 2012 uno squilibrio del 3% del Pil mondiale.

Se poi andiamo a sbirciare nel futuro (prevedibile) uno scenario di boom immobiliare porterebbe lo squilibrio globale al 4,5% del Pil entro il 2020: lo stesso livello pre-crisi, mentre lo scenario base, quindi a bocce ferme, condurrebbe comunque a uno squilibrio di oltre il 3,5% del Pil. Il Mattone, insomma, fa la differenza.

Per capire in quali paesi la correzione dei valori immobiliari è coerente con le necessità di riequilibrio globale l’Ocse divide i paesi dell’area in cinque categorie:

1) quelli in cui il valore delle case appare nel complesso valutato correttamente. A questa categoria appartengono gli Stati Uniti, dove i prezzi sonon in crescita dopo una correzione sostanziale, l’Italia, dove i prezzi sono in rapido declino, l’Austria, prezzi in crescita, e l’Islanda la Corea del Sud e il Lussemburgo, prezzi piatti;

2) paesi dove i prezzi appaiono sottovalutati e ancora calano. A questa categoria appartengono i paesi che più hanno sofferto la crisi: Grecia, Irlanda, Portogallo, Slovenia, Slovacchia e Repubblica Ceca, ma soprattutto il Giappone;

3) paesi dove i prezzi appaiono sottovalutati ma che ora sono in crescita. Qui troviamo solo Germania e Svizzera, dove il notevole incremento di ricchezza di cui hanno goduto i cittadini in questi anni di crisi ha avviato il ciclo positivo per l’immobiliare;

4) paesi dove i prezzi appaiono sopravvalutati, ma dove adesso sono in calo. Qui troviamo innanzitutto la Spagna, la Gran Bretagna, il Belgio, la Danimarca, la Finlandia, l’Olanda e l’Australia. L’Ocse avvisa che una correzione troppo pronunciata potrebbe mettere a repentaglio la ricchezza delle famiglie , di conseguenza, il settore bancario;

5) paesi dove i prezzi appaiono sopravvalutati e che ancora salgono. In tale situazione incresciosa si trovano il Canada, la Norvegia, la Nuova Zelanda e la Svezia. Queste economie sono quelle più esposte al rischio di correzione dei prezzi, specie qualora dovesse salire il costo del credito (vedi exit strategy) o dovesse rallentare la crescita.

Piccoli squilibri crescono.

Il Capitale conquista il mercato comune europeo

Se il denaro è una merce, come postula (senza mai dirlo) il mainstream economico del nostro tempo, allora sembra del tutto logico che sia trattato alla stregua di tutte le altri merci.

Se far girare il denaro è un servizio, come sottintende la forsennata liberalizzazione dei movimenti di capitali in auge da un trentennio nei nostri paesi, allora è del tutto logico che chi gestisce i servizi finanziari sia assimilato a tutti gli altri.

Perché stupirsi, allora, se nel dibattito, finora ristretto, sul futuro dell’Unione europea ormai si chieda a gran voce che si traggano le dovute conseguenze? Ossia che anche il Capitale entri nel sistema generale generale che regge il mercato comune europeo per le altre merci e servizi, che vede la Commissione europea, e non gli stati nazionali, nel ruolo di governante capace anche di comminare sanzioni.

Nessuno può far nulla se la Commissione europea sanziona uno stato che magari non rispetta la direttiva sulle quote latte. Perché dovrebbe sembrare strano se la Commissione, o chi per lei, conquista il potere di decidere di far fallire una banca?

Questo è il punto esatto in cui ci troviamo. L’Unione europea si trova di fronte a un bivio cruciale per il suo sviluppo: la definitiva integrazione, in prospettiva anche fiscale, o la definitiva disintegrazione.

La migliore cartina tornasole di cui disponiamo per monitorare tale processo è il dibattito sull’Unione bancaria, che abbiamo già visto porta con sé alcune significative implicazioni.

Adesso possiamo fare un passo in avanti. Possiamo leggere ad esempio le illuminanti parole di Yves Mersch, componente del board della Bce, che di recente ha parlato all’European Forum di Alpbach proprio sul tema “Il mercato unico e l’unione bancaria”. Un intervento che, aldilà di come la si pensi, ha il pregio di fare chiarezza su come la vedano i nostri banchieri centrali.

Può sembrare strano che ci sia un nesso fra mercato unico europeo, che conosciamo ormai da oltre 50 anni, e Unione bancaria. Quest’ultima è diventata d’attualità solo in conseguenza della crisi, mentre il Mercato comune europeo è ormai pacificamente acquisito. Ma i cultori della materia ricorderanno che di Unione bancaria, o meglio di supervisione bancaria, parlò per la prima volta Wim Duisenberg, già presidente della Bce e componente di quel Comitato Delors che fissò le regole del trattato di Maastricht, sollecitandone l’attuazione. Ma i suoi appelli caddero nel vuoto.

All’epoca, come oggi, gli stati nazionali erano poco restii a cedere sovranità su una materia tanto delicata.

Oggi però, a differenza di allora, i tempi sembrano più propizi.

Il terremoto provocato dalla crisi, che ha sconquassato le economie europee, ha reso gli stati nazionali più disposti ad ascoltare i consigli dei banchieri centrali, chiamati a “fare tutto quanto sarà necessario” per salvare l’euro e, di conseguenza la costruzione europea.

Lo dimostra il fatto che l’Unione Bancaria è entrata di prepotenza nelle cronache economiche, proprio su sollecitazione dei banchieri centrali, anche se il dibattito è ancora lontano dalle orecchie del grande pubblico.

Ma il grande pubblico scopre sempre troppo tardi la posta in gioco. Oggi le opinioni pubbliche europee sono impelagate nel dibattito euro sì/euro no, mentre l’Internazionale dei banchieri centrali è già andata oltre.

Si prepara a varare l’Euro 2.0.

Il mese di settembre sarà fondamentale per capire quanto tale lavorio sia concreto.

Quando si parla di settembre, la prima cosa che viene in mente sono le elezioni tedesche. Ma, sebbene importanti, non saranno queste (o almeno non subito) a determinare il futuro dell’Unione bancaria.

Sarà molto più importante, infatti, la riunione plenaria del Parlamento europeo che si terrà fra il 9 e l’11 di questo mese, che dovrebbe approvare il regolamento che istituisce la supervisione bancaria nell’Eurozona, quello che viene denominato con l’acronimo SSM, della quale si sa già dovrebbe occuparsi la Bce. Se il parlamento darà il suo via libera, ci vorrà almeno un semestre prima che la burocrazia faccia il suo corso, calcola Mersch, e almeno un altro anno perché la supervisione diventi davvero operativa.

Arriviamo dunque ai primi del 2015, quando dovremmo avere un Supervisore europeo pienamente attivo.

Ma il tempo non sarà trascorso invano. Ricorderete che prima dell’estate il Consiglio europeo ha trovato l’accordo sulla direttiva sul salvataggio delle banche e che la Commissione europea ha già elaborato una proposta di attuazione che ha fatto storcere il naso ad alcuni stati, Germania in testa, perché giudicata formalmente in contrasto con i trattati, ma sostanzialmente troppo sbilanciata verso le autorità sovranazionali.

Evidentemente gli stati non hanno problemi a delegare alla commissione le regole per la cottura della pizza o della pesca del salmone, al contrario di quanto accade per la gestione delle banche. Persino i politici devono aver capito che se perdono la possibilità di contare sulle banche che risiedono nei loro stati, il loro potere sarà ridotto all’equivalente di un amministratore di condominio.

L’accordo trovato nel consiglio europeo, che ha originato la Bank Recovery and Resolution Directive (BRRD) dovrà essere a sua volta ratificato dal Parlamento europeo, e l’auspicio del nostro banchiere centrale è che si arrivi al gennaio 2018 (“Troppo tardi”, dice Mersch) con il meccanismo del bail-in (ossia della responsabilità dei fallimenti bancari in prima battuta in capo agli azionisti e agli obbligazionisti) pienamente operativo.

Ciò renderà operativo un altro meccanismo, quello di risoluzione. Quindi dovrebbe essere creata un’entità, ancora non si sa bene composta da chi, che abbia il potere di far fallire in maniera ordinata una banca qualora le segnalazioni del Supervisore lo suggeriscano.

Sulla fisionomia del Risolutore si gioca un’altra importante partita che influenzerà il destino europeo. Sarà un’entità sovranazionale, come suggeriscono i banchieri centrali e vorrebbe la Commissione Ue, o sarà “annacquata” dagli stati nazionali come vorrebbero i tedeschi e i francesi?

Per capire perché sulla partita dell’Unione bancaria si decida il futuro dell’Europa basta leggere Mersch. Con l’Unione bancaria, spiega, si ottengono tre risultati:

1) si incoraggia l’integrazione trans-frontaliera delle banche europee, e quindi si crea un sistema bancario europeo che, spiega, faciliterebbe l’emissione di credito;

2) si aumenterebbe la fiducia nelle banche europee, supervisionate dalla Bce e “punite” dal Risolutore quando sbagliano. Questo migliorerebbe gli scambi di capitale all’interno dell’eurozona;

3) si spezzerebbe il collegamento fra stati e banche nazionali, vista la tendenza di queste ultime a riempirsi di bond del proprio stato di residenza, magari con i soldi della Bce. A tal punto che hanno finito col sostituire le vecchie banche centrali, che finanziavano lo stato, ma con la differenza che, diversamente dalle banche centrali, lucrano corposi rendimenti, specie nei PIIGS, favorendo indirettamente l’indisciplina fiscale. E poi magari se falliscono devono essere salvate dagli stessi stati che prima hanno spremuto.

Per la cronaca, questo link fra stati e banche è la bestia nera di tutti i banchieri centrali europei.

Ma il fine ultimo del progetto è ancora più ambizioso.

Grazie alla costruzione di un’appropriata Unione bancaria, ossia più sovranazionale possibile, si arriverà al risultato, davvero storico, di costruire un mercato unico del capitale. Ossia la naturale evoluzione e il completamento del mercato unico europeo nato negli anni ’50.

“Noi abbiamo un mercato unico dei beni e dei servizi, dove le regole sono stabilite dalla legislazione comunitaria che dispone di diversi strumenti, come la procedura di infrazione, per far rispettare le sue decisioni”, spiega Mersch.

Adesso serve un passo avanti: “Abbiamo bisogno di costruire un regime altrettanto efficace per il mercato unico del capitale. Abbiamo già alcune nuove norme in vigore, per esempio sui requisiti patrimoniali. Siamo sul punto di accettare di un nuovo meccanismo per la supervisione. Ma ora dobbiamo fare in modo di creare una forte autorità per la risoluzione che abbia gli strumenti adeguati per fare il suo lavoro, come il bail-in, già a partire dal 2015”.

In pratica una nuova Unione Europea che integri sotto l’egida protettiva e rassicurante di una burocrazia opaca e democraticamente irresponsabile tutto ciò che si può scambiare, denaro compreso. Il dispotismo nella sua forma euroasiatica e il trionfo dell’egemonia monetaria.

Tutta la nostra economia sarà finalmente liberata dalla politica e dalle sue storture e sarà totalmente finanziarizzata, con le merci in balia delle borse valori.

La migliore delle economie possibili, a quanto pare.

Tutto ciò nel nome di futuri benefici di cui potranno godere i cittadini, “che avranno un settore bancario più sicuro”, le banche, “che agiranno in un contesto più ordinato”, e i governi, “che non dovranno più preoccuparsi di salvare le banche con i soldi pubblici”.

Quindi sicurezza, ordine e parsimonia pubblica.

Questa è la proposta valoriale sottintesa nel progetto economico di Europa che abbiamo davanti.

Siamo tutti convinti?

Allora diamo ai banchieri centrali, o a chi per loro, le chiavi della macchina dell’economia, come facciamo in Italia da vent’anni, e penseranno loro a guidarla.

Ecco come la logica del denaro come merce conduce al dominio del Capitale sulle merci.

La guerra dei banchieri per il controllo dei derivati

Per cominciare dobbiamo ricordarci che i banchieri non sono tutti uguali. Da una parte ci sono quelli che pensano a far soldi. Dall’altra quelli che decidono (o dovrebbero decidere) come farli girare.

Semplificando, la differenza fra banchieri che fanno affari e banchieri centrali sta tutta qua.

I primi sono gli alfieri del laissez faire, e vedono come fumo negli occhi qualunque interferenza nel libero gioco del mercato.

I secondi sono i portabandiera della regolazione e i creatori di quell’Internazionale che ormai ha eclissato gli stati nazionali, a cui è rimasto in carico solo la ratifica di decisioni prese da organismi tecnici sulle questioni finanziarie. Per ora.

Spingendo avanti la semplificazione, si potrebbe dire che nello splendido mondo della finanza, il conflitto storico fra Stato e Mercato (che poi in realtà non è mai esistito, come vedremo prima o poi) si è trasformato in una guerra fra banchieri d’affari/commerciali e banchieri centrali (che al contrario di quello fra Stato e mercato è molto concreta).

Le cronache di questi giorni ci raccontano  uno dei capitoli più avvincenti di questo conflitto strisciante, purtroppo relegato nelle pagine salmonate dei giornali finanziari. La materia d’altronde è quantomai astrusa: la gestione dei margini degli strumenti derivati non trattati direttamente da controparti centrali.

Prima di spaventarvi, ricordate che dietro la complessità, nelle questioni economiche, si nascondono sempre semplici questioni di denaro.

La novità è che pochi giorni fa la Banca dei regolamenti internazionli e lo Iosco hanno rilasciato il documento finale che fissa, appunto, i requisiti di margine per i derivati OTC (over the counter), ossia quelli che non vengono compensati nelle clearing house.

La Bri la conosciamo tutti

Lo Iosco, invece,  International Organization of Securities Commissions, è noto solo agli addetti ai lavori. Perciò può essere utile ricordare che si tratta di un’entità burocratica internazionale che si occupa della regolamentazione dei valori mobiliari, quindi i vari titoli. Lo Iosco lavora gomito a gomito con il G20 e il Financial Stability Board (FSB) alla riforma globale della regolamentazione. Insomma: è uno dei componenti fondamentali dell’Internazionale. E anche di livello. L’insieme degli aderenti allo Iosco copre il 95% dei mercati di titoli di tutto il mondo, raggruppa 120 regolatori nazionali e 80 mercati mobiliari, fra i quali anche quelli dei principali mercati emergenti.

Questi due giganti della regolazione hanno unito le forze per mettere ordine in uno dei settori più controversi (e redditizi) della finanza: i derivati OTC, appunto, più volte indicati, per il livello di valore nozionale raggiunto, come uno dei maggiori fattori di rischi sistemici per il mondo finanziario.

Questo ci dice già qualcosa. Ci dice che la prima battaglia della guerra fra le nostre due pattuglie di banchieri se l’è aggiudicata quella dei banchieri/regolatori. Ma solo grazie alla crisi, che si conferma essere la loro migliora alleata.

L’idea di mettere sotto tutela il settore dei derivati OTC, infatti, arriva nel 2009, all’apice della crisi iniziata sottotraccia un paio di anni prima. I paesi del G20, come al solito spaventati dai disastri provocati dall’avidità dei banchieri d’affari, decisero di varare un programma per il contenimento del rischio sistemico provocato da questi strumenti che l’esperienza aveva mostrato essere troppo opachi (contrattati fra operatori senza nessuna trasparenza) e rischiosi (per rischio di controparte).

Le linee guida decise dal G20 erano quattro:

1) tutti gli strumenti derivati OTC standard devono essere scambiati su piattaforma elettronica;

2) devono essere intermediatate da controparti centrali;

3) I contratti OTC devono essere depositati presso le trade repositories, ossia entità burocratiche le li custodiscono, per aumentare la trasparenza;

4) I derivati non mediati dalle controparti centrali devono essere soggetti a requisiti più elevati di capitale.

Nel 2011 il G20 stabilì che bisognasse fissare dei requisiti di margine, ossia di capitale versato a fronte dell’apertura di una posizione, a tutti i derivati non mediati dalle controparti centrali e diede incarico alla Bri e allo IOSCO di occuparsi delle cose noiose, ossai i dettagli.

E arriviamo così alle norme presentate pochi giorni fa, che implicano una pesante messa sotto tutela degli operatori finanziari.

Le nuove regole prevedono che gli operatori che effettuano operazione su derivati OTC senza passare per le clearing house dovranno versare margini iniziali “commisurati ai rischi di controparte collegati a tali operazioni”. Tradotto vuol dire che se vorranno giocare col fuoco dovranno mettere sul tavolo molti più fiammiferi sul tavolo.

Fuor di metafora, versare margini “commisurati” riduce di fatto la possibilità per questi operatori di aumentare indefinitivamente la leva finanziaria: meno risorse ho per giocare (perché mi sono rischiesti più margini) meno danni posso fare. Va detto che per versare i margini un operatori può anche utilizzare “un’ampia gamma di garanzie reali”.

Lo scopo è evidente e dichiarato dal duo dei regolatori: “Fornire alle società gli opportuni incentivi (o disincentivi nel caso dei margini, ndr) per ricorrere alla compensazione centrale, gestendo al contempo l’impatto complessivo della liquidità”. Quindi dare potere alle controparti centrali in luogo delle trading room delle grandi banche.

Per dar tempo agli operatori di adeguarsi, i regolatori fissano un arco di quattro anni per l’entrata in vigore delle nuove regole che, dicono “sono una novità il cui impatto diverrà chiaro soltanto col tempo”.

Per comprendere la portata di tale riforma, vale la pena leggere l’intervento di Andreas Dombret, componente del board della Bundesbank, pubblicato lo scorso 2 agosto su Borsen-Zeitung. Il nostro banchiere centrale elogia le norme, all’epoca in via di rilascio, ricordando che fino ad oggi appena il 13% dei derivati OTC vengono regolati tramite le controparti centrali. “Un numero ristretto di grandi banche – dice Dombret – giocano un ruolo determinante in queste contrattazioni”. E ciò genera un rilevante rischio di controparte che può essere ridotto “spostando queste contrattazioni sulle clearing house che in futuro saranno in grado di gestire anche default simultanei”. Una rivoluzione che secondo Dombret assimilabile a “una juggernauts del sistema finanziario globale”.

I banchieri d’affari masticano amaro. I loro allarmi sulla rischiosità delle clearing house, volenterosamente riportati dal solito Financial Times lo scorso 7 luglio, sono caduti letteralmente nel vuoto. Troppo recenti sono i ricordi dei danni provocati dai questi praticoni del laissez faire.

Ma si tratta solo di avere un po’ di pazienza. Aver perso una battaglia (e una corposa fetta di profitti) non significa aver perso la guerra.

Al contrario. Lo stesso Dombret, in un intervento del 30 agosto scorso al simposio sul mercato finanziario che si è tenuto ad Alpbach ha ricordato che la forza della regolazione trova il suo limite nella grande fantasia dimostrata dai banchieri d’affari nell’escogitare soluzioni capaci di eludere le regole così faticosamente elaborate.

Nel suo intervento il banchiere centrale tedesco punta l’indice sullo shadow banking, ossia su quell’insieme di soggetti e attività che agiscono al di fuori della regolazione per il semplice fatto che non sono banche. “I dati disponibili indicano che siamo di fronte a una sfida molto seria”, dice Dombret. Tanto è vero che le banche ombra sono state oggetto delle raccomandazioni pubblicate di recente dal Financial stability board in vista del vertice del G20 russo, dove i banchieri centrali auspicano vengano discusse.

Il problema, spiega, è che “il sistema bancario ombra si adatta molto velocemente al fine di eludere le misure di regolazione”. Fatta la legge, si trova sempre l’inganno.

E così la guerra continua.

Vinta una battaglia, se ne può sempre perdere un’altra.

Le banche zavorrano il riequilibrio tedesco

Nel paradiso terrestre della Germania le banche somigliano al serpente biblico. Lo stesso Fondo monetario, che nel suo ultimo Staff report ha definito la Germania un “safe heaven”, vista la robustezza dei suoi fondamentali, non può fare a meno di rilevare che “il settore finanziario continua a trovarsi di fronte delle sfide strutturali”, e che il sistema bancario, benché abbia fatto progressi, “rimane ancora vulnerabile”.

Le ragioni di tale vulnerabilità sono molteplici. La prima, strutturale, è la politica di bassi tassi seguita dalla Bce, che se da un lato favorisce la domanda di credito, (in teoria, perché in pratica la domanda di credito è ancora molto debole) dall’altro indebolisce sempre di più il margine di redditività delle banche, oltre a mettere sotto pressione tutto il settore assicurativo e dei fondi pensione.

Come se non bastasse, sebbene le banche tedesche abbiano migliorato i propri requisiti di capitale, e si apprestino ad adeguarsi agli standard di Basilea III, a livello strutturale i loro requisiti patrimoniali rimangono deboli, in confronto ad altri competitori globali. Ciò anche a causa dell’alto livello di crediti deteriorati, il 41 per cento dei quali riguardano l’eurozona e il resto il settore immobiliare commerciale internazionale e diverse attività cartolarizzate.

Ed ‘ stata proprio l’eurozona il territorio sul quale si è consumato gran parte del riequilibrio bancario fra il 2007 e il 2012.

Un grafico elaborato dal Fmi mostra con chiarezza che a fine 2007 l’esposizione estera delle banche tedesche quotava 3.110 miliardi di euro, dei quali oltre 500 miliardi nei confronti dei GIIPS (gli ex Piigs). Sul finire del 2012, l’esposizione era diminuita del 36%, fermandosi a quota 1.989 miliardi, e uno dei rientri maggiori di capitali tedeschi dall’estero è stato compiuto proprio ai danni degli stati del Sud Europa, nei confronti dei quali l’esposizione è crollata di oltre la metà, mentre è rimasta stabile la quota di esposizione nei confronti di altri paesi dell’area.

In compenso la montagna di soldi che il governo tedesco ha messo sul piatto per sostenere il settore nel corso della crisi (29 miliardi di capitale e 174 miliardi di garanzie) ha dato i suoi frutti: 12 miliardi sono stati già restituiti dalle banche al Fondo di stabilità finanziaria (SoFFin) e rimangono in piedi appena 1,1 miliardi di garanzie. Ciò ha consentito a uno degli anelli più deboli della catena bancaria tedesca, le Landesbanken, di effettuare un corposo deleveraging e di migliorare il proprio coefficiente Tier 1.

Malgrado tutto ciò, la dipendenza della grandi banche tedesche dal finanziamento all’ingrosso rimane alta e il Fmi  suggerisce agli istituti di aumentare ancora la propria dotazione di capitale, specie in vista dell’attivazione del meccanismo di supervisione europeo, che convolgerà circa i due terzi dell’intera sistema bancario.

A tal proposito, il Fmi nota che “la visione delle autorità tedesche nei confronti dell’Unione Bancaria non è pienamente allineata con quella di livello europeo. Le autorità tedesche sembrano particolarmente riluttanti nell’adozione di un’autorità centrale di risoluzione“. D’altronde lo stato di salute del sistema bancario nazionale giustifica i timori relativi a una gestione sovranazionale del meccanismo di risoluzione (leggi fallimento).

Le complessità del settore finanziario si innestano in un più ampio meccanismo di riequilibrio che, nell’opinione del Fondo monetario, è ormai ineludibile per la Germania, definita “un’ancora di stabilità per la regione”.

Il presupposto è che il peso dell’export sul Pil tedesco è quasi raddoppiato negli ultimi anni, arrivando a sfiorare il 90%, grazie anche alle esportazionei crescenti nei confronti dell’Asia, ma soprattutto grazie all’interconnessione crescente con alcuni paesi dell’Est, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia.

Che l’economia tedesca sia sempre più export-led, tuttavia, porta con sé alcune fastidiose controindicazioni. A cominciare dalla crescente sensibilità agli shock globali.

Il partner principale del commercio tedesco è ancora l’Europa, dice il Fondo, ma l’interrelazione con Usa e Cina “è molto più ampia di quella che certificano le statistiche”. Trattandosi di un’economia molto aperta, è del tutto fisiologico che “il sistema finanziario tedesco sia altamente interconnesso con il resto del mondo, e quindi esposto all’evoluzione dello sviluppo altrui”.

E qui si torna al problema iniziale: “Poche grandi banche tedesche sono notevolmente interconnesse con altre banche sistemiche globali europee. Queste grandi banche hanno tuttora una notevole esposizione all’estero e sono esposte a rischi di ricadute interne da shock esteri”.

Ricapitoliamo: il successo dell’economia tedesca, ossia il boom delle esportazioni, porta con sé il rischio di pesanti contraccolpi finanziari, visto che commerciare con l’estero porta con sé di dover tessere rapporti sempre più complessi e sostanziosi con altre banche e con altri paesi.

Tali rischi sono mitigati, ma non eliminati, dai robusti fondamentali macroeconomici di cui gode la Germania: bassi livelli di debito pubblico e privato, che la rendono capace di assorbire meglio gli shock. Ma ciò non vuol dire che il paese non abbia bisogno di una robusta inversione di tendenza.

Il Fmi dedica un capitolo del suo staff report proprio a questo: la tenuta della stabilità esterna. Il conto corrente tedesco è cresciuto di un altro 0,8% nel 2012, arrivando al 7% del Pil. Molto di tale progresso, tuttavia, è dipeso dalla contrazione degli investimenti e dal calo di import, visto che dal 2007 il saldo positivo di conto corrente nei confronti dei GIIPS è andato costantemente declinando (in parallelo, e non è un caso, col rientro dall’esposizione bancaria nei confronti di questi paesi). Ciò dimostra una volta di più che la Germania, con le sue banche, finanziava le sue esportazioni nei paesi del Sud Europa.

E tuttavia il “dividendo” dell’euro ha consentito alle Germania di accumulare una posizione netta sull’estero pari a circa il 40% del Pil: una montagna di denaro che in qualche modo deve essere impiegata. E che non è detto duri per sempre.

L’analisi del Fmi, infatti, individua un gap del conto corrente corretto per il ciclo di 5-6 punti di Pil, in parte dovuto alla mancanza di un meccanismo di aggiustamento del tasso di cambio entro l’unione monetaria e in parte agli sviluppi in altri paesi dell’area dell’euro. A proposito di cambio, il Fondo calcola che il tasso reale di cambio risulta sottovalutato fra il 2 e il 10% e si trova circa l’8% al di sotto la sua media storica.

Sarà per questo che nelle sue previsioni il Fondo stima che nel medio termine il conto corrente tedesco si ridurrà di circa il 2-3% del Pil e perciò sarebbe prudente, scrive, “che tale processo di naturale riequilibrio fosse accompagnato da riforme strutturali nei settori non legati al commercio”.

Insomma: la Germania dovrebbe investire di più su un modello di sviluppo non export-led. “Non sarebbe inappropriato – scrive il Fmi – che i salari reali crescessero. Ciò aiuterebbe a migliorare la labor share della ricchezza nazionale e aiuterebbe la domanda domestica, rendendo l’economia meno vulnerabile agli shock esterni. Meglio ancora se tutto venisse accompagnato da riforme fiscali e del sistema finanziario”.

Le autorità tedesche hanno replicato che in effetti la crescita dei salari è in atto e quindi, dal loro punto di vista, il riequilibrio è già in corso. Peraltro tutto ciò sta avvenendo in un momento di crescita dei valori immobiliari che “vengono attentamente monitorati”, anche per le importante ricadute che tale settore ha sul settore finanziario.

E qui si chiude il cerchio. Lo stato di salute delle banche tedesche rischia rallentare il riequilibrio del paese. Al saldo positivo del conto corrente, infatti, corrisponde ovviamente un saldo negativo sul conto finanziario della bilancia dei pagamenti. I larghi afflussi di capitali tedeschi all’estero sono insieme la fonte dei notevoli guadagni sui redditi delle partite correnti, ma al contempo la fonte di rischio principale di banche ancora deboli sul versante della redditività, e sottocapitalizzate.

Sono loro il peso che zavorra il riequilibrio tedesco.

L’Internazionale dei banchieri centrali verso il sol dell’avvenire

Il riequilibrio (rebalancing) se mai ci sarà, dicono in molti, arriverà grazie all’Internazionale. Non mi riferisco alla prima Internazionale e neanche alla seconda. Tantomeno all’Internazionale comunista bolscevica o a quella socialista del secondo dopoguerra. Tutte costoro vagheggiavano, in forma più o meno rivoluzionaria, il trionfo del lavoro sul capitale, che comunque di per sé è una forma di riequilibrio.

La nuova Internazionale, ossia quella dei banchieri centrali, si propone un obiettivo assai più ambizioso: il trionfo del capitale sugli stati. In questo senso è assai più rivoluzionaria.

Ma a parte l’idea di arrivare al riequilibrio tramite una rivoluzione, le due Internazionali non potrebbero essere più diverse. La rivoluzione dell’Internazionale dei banchieri non è chiassosa come quella di marxiana memoria. Non urla: sussura. Non obbliga: suggerisce. Non minaccia con la crisi: difende dalle crisi. Soprattutto è tanto invisibile e opaca , e quindi rassicurante per i bravi cittadini, quanto quelle altre erano chiassose e manifeste, e quindi preoccupanti per i bravi cittadini.

Per scoprirla dobbiamo fare un salto indietro nella storia di quasi cent’anni e arrivare al 1929, quando i paesi vincitori della Grande Guerra si accordarono per dare attuazione al piano Young, che avrebbe sostituito il piano Daves, ossia il primo accordo per ottenere le famigerate riparazioni di guerra dalla sconfitta Germania. Il piano Young prevedeva una nuova formula per arrivare a riscuotere qualcosa dall’esausta Germania e in tale contesto, un anno dopo, nel 1930, venne fondata a Ginevra una società anonima per azioni, i cui azionisti potevano essere solo banche centrali o istituzioni finanziarie da esse deputate, che divenne mandataria delle potenze alleate per la riscossione dei pagamenti tedeschi e prese il nome dei Banca dei Regolamenti Internazionali.

Malgrado avesse sede in Svizzera, la banca non risultava soggetta alla giurisdizione elvetica, ma anzi le venne riconosciuto uno status internazionale che prevede tuttora diversi privilegi: è un’entità assolutamente autarchica che gode di ampie immunità estese anche al campo penale, salvo rinuncia dei diretti interessati.

L’alberello piantato a Ginevra crebbe silenziosamente senza dare nell’occhio. Attraversò quasi indenne il secondo conflitto mondiale grazie ai buoni uffici degli inglesi guidati da J.M.Keynes, che a Bretton Woods si opposero fermamente alla chiusura della Banca e riuscirono a convincere gli americani a ritirare la decisione, che pure era stata presa, di liquidarla.

Nel dopoguerra la Bri si mette al servizio della sua causa Internazionalista, come sempre in maniera silenziosa. Lavora sugli statuti, per rendere possibile l’adesione del maggior numero possibile di banche centrali europee, comprese quelle del blocco sovietico e si dedica a un volenteroso sostegno del sistema ideato a Bretton Woods, collaborando con il G10 per evitare le crisi valutarie che covavano sotto traccia già negli anni ’60.

Ma l’incarico più importante che le fu affidato, in quel periodo, fu quello di tenutaria dei conti dei paesi aderenti all’Unione europea dei pagamenti, un sistema multilaterale di compensazione messo in piedi in Europa per far ripartire i commerci fra gli stati devastati dalla guerra. Il principio fondante di tale clearing house era squisitamente keynesiano e ciò spiega perché ai tempi delle discussioni di Bretton Woods la delegazione inglese si fosse spesa così tanti per tenere in vita la Bri.

Con la fine di Bretton Woods, segnato dall’abolizione della convertibilità del dollaro del 15 agosto 1971, la Bri cambiò pelle di nuovo e trovò la sua più autentica vocazione: la vigilanza bancaria e assicurativa. Forte di una ultraquaratennale esperienza, ci mise poco a diventare un’autorità in materia.

Ma la svolta avvenne nel 1974. Come sempre la finanza combinò uno dei suoi guai: fallirono alcune banche sistemiche in Germania (la Bankhaus Herstatt di Colonia, chiusa d’autorità dalla Bundesbank il 26 giugno), Gran Bretagna (la British-Israel Bank di Londra) e Stati Uniti (la Franklin National Bank di New York). Il panico che si scatenò di conseguenza fu il brodo di coltura ideale dove far germinare un’altra entità nel seno della Bri: lo Standing Committee on Banking regulation and Supervisory Practices, meglio conosciuto come Comitato di Basilea. L’iniziativa venne presa dalle banche centrali dei paesi del G10 su proposta della Banca d’Inghilterra.

Nasce così lo strumento di governo dell’Internazionale. Il suo verbo si innerva su una parola magica: regolazione finanziaria. Un termine tecnico che pochi capiscono, a cominciare dai politici, e ancor meno temono. Roba da banchieri e avvocati, che vuoi che sia.

Il Comitato, nei dieci anni successivi, si dà un gran daffare per individuare il supervisore nazionale delle pratiche bancarie e assicurative e separare le sue responsabilità da quelle del paese ospitante. In pratica, crea una rete  internazionale di interlocutori.

Sul finire degli anni ’80 arriva l’ennesima crisi, quella del debito dei paesi sudamericani. I paesi del G10 ancora una volta entrano nel panico e chiedono al Comitato di elaborare un sistema di misurazione del rischio di credito e di requisiti minimi di capitale per le banche da applicare a livello internazionale. Si arriva così, nel 1988, all’Accordo sul Capitale di Basilea, il papà di quello che oggi è conosciuto come Basilea II.

Possibile che la politica non abbia compreso che, in un mondo sempre più globalizzato e finanziarizzato, la regolazione diventa l’unico potere che conti davvero?

Evidentemente sì. O forse già da allora il governo ombra dei  tecnici, tutte persone comme il faut, parve loro la soluzione migliore per governare l’esplosione sotterranea dei costosi sistemi sociali messi in piedi nel dopoguerra che con sempre maggior chiarezza mostravano di essere insostenibili.

Sul finire degli anni ’90, quando scoppiò la crisi asiatica, si guardò naturalmente al Comitato di Basilea come unica autorità dotata di know how  e credibilità sufficienti per affrontare in maniera sistemica il tema della stabilità finanziaria.

Fu l’ennesima crisi, insomma, a far sì che l’approccio del Comitato, basato sulla cosiddetta soft law (quindi atti che non hanno forza di leggi, ma appaiono come raccomandazioni e suggerimenti) diventasse una vera e propria policy di governo.

Le conclusioni del Comitato, infatti, divennero la base, nel 1999, per l’azione dei paesi del G7 contro la crisi. Sempre i paesi del G7, al contempo, estesero tale approccio creando una nuova entità: il Financial Stability Forum, (FsF) una sorta di super Comitato di Basilea che diventa il pilastro centrale dell’Internazionale dei banchieri. La sua strategia si articola lungo tre direttive: fissare gli obiettivi, stabilire la governance e promuovere incentivi.

Proprio sul binomio governance/incentivi scatta la genialata. Affinché un sistema di soft law sia efficace, occorre che i paesi destinatari dei “suggerimenti” abbiano incentivi capaci di convicerli a trasformarli in leggi nazionali.

L’Internazionale dei banchieri comanda tramite la politica, non con o contro la politica.

Gli incentivi sono di due tipi: quelli indiretti, ossia derivanti dalla reazione del mercato al mancato recepimento di un “consiglio” degli esperti, e quello diretto, ossia la reazione dei partecipanti alla comunità internazionale se un paese non accetta le regole del gioco, comprese quelle non scritte. Il primo è un incentivo assai potente, specie in un mondo indebitato come il nostro. Sapere che le banche di un paese non applicano le regole di Basilea sui requisiti minimi di capitale perché il paese in questione non ha recepito gli indirizzi del Comitato, ad esempio, non può non avere un effetto diretto sul costo dei prestiti per queste banche e, indirettamente, sullo stato di salute del paese. Gli incentivi diretti sono più visibili e altrettanto eclatanti: l’esempio più eloquente è la decisione del FsF di classificare i centri offshore nel mondo.

Tutto questo, ovviamente, viene fatto nell’interesse della stabilità finanziaria. Quindi (come al solito) per il nostro bene. Peccato che serva il potere maieutico di una crisi per farcelo comprendere e apprezzare.

Volete un altro esempio?

Pochi giorni fa la Bri ha rilasciato il suo ultimo rapporto al G20 sull’implementazione a livello globale delle regole di Basilea III, il seguito di Basilea II. Vale la pena leggerlo perché dà la misura di quanto sia ormai diffusa l’Internazionale della regolazione e consente di intravedere in controluce il conflitto strisciante, esploso, specie in conseguenza della crisi, fra quest’ultima e gli stati nazionali.

E’ proprio l’ultima crisi scoppiata dal 2008 in poi a far da levatrice a Basilea III. Il pacchetto di “suggerimenti” chiamato Basilea II, suo antecedente, fu definito nel 2004 e si basava su tre pilastri: la fissazione dei requisiti di capitale minimo per le banche, le regole per la supervisione e il set di regole per la disciplina di mercato. La release 2.5 di Basilea II arrivò nel luglio del 2009, nel bel mezzo della tempesta iniziata nel 2008, e si occupò di fissare le regole per la cartolarizzazione e l’esposizione del portafoglio di negoziazione.

Ma evidentemente non era sufficiente. Travolte dalla crisi, le banche (e quindi gli stati) sollecitarono il Comitato a elaborare un nuovo set di regole capaci di dare maggiore stabilità al sistema.

Arriviamo così al 2010. Il Comitato rilascia il set di Basilea III, che aumenta ancor di più il livello di capitale prudenziale richiesto alle banche e fissa nuove regole per la la gestione della liquidità globale.

Ovviamente, trattandosi di soft law, è necessario che tali regole siano recepite dagli Stati espressione dei partecipanti al Comitato, tanto per cominciare. Ma non è certo un problema. A novembre del 2011 i leader del G20 impegnano i rispettivi paesi a recepire Basilea 2.5 entro il 2011 e Basilea III entro il 2019. Tali propositi vengono riaffermati nel vertice del G20 di giugno 2012 di Los Cabos e, ancora una volta, nel vertice di Mosca del febbraio 2013 fra i ministri finanziari e i governatori centrali del G20.

Questo tanto per dare un’idea di quanto pesi la cosiddetta soft law.

Ad agosto 2013 risultava chele regole di Basilea II erano state implementate da 24 dei 27 paesi rappresentati nel Comitato di Basilea. Mancano solo Stati Uniti (guarda caso), Russia e Argentina. Le regole di Basilea 2.5 sono state implementate da 22 paesi su 27. Devono terminare il lavoro gli Stati Uniti (ancora una volta), Argentina, Indonesia, Messico e Russia. Mentre le regole di Basilea III sono pressoché operative in 11 paesi su 27.

E’ interessante notare che la Cina risulta aver implementato pienamente Basilea II e Basilea 2.5 e il primo pezzo di Basilea III. Si trova persino più avanti degli Usa, della Germania e della Francia, in questo processo. Si trova al livello del Giappone, del Canada e della Svizzera.

Ma è tanto pervasivo il potere di convincimento dell’Internazionale dei banchieri, che le sue regole vengono recepite anche dai paesi che non appartengono al club di Basilea.

Il rapporto della Bis riporta una rilevazione statistica, condotta stavolta dal FsF, su 100 giurisdizioni (ossia paesi) che non appartengono al Comitato di Basilea. I 74 che hanno risposto hanno fatto concludere che fra il 2012 e il 2013 “c’è stato un significativo progresso negli sforzi di adottare gli standard di capitale fissati da Basilea”. Ben 54 giurisdizioni hanno già adottato o stanno per adottare Basilea II, 16 Basilea 2.5 e 26 Basilea III.

L’Internazionale dei banchieri, insomma, viaggia con passo sostenuto verso il sol dell’avvenire.

Sembra proprio che il segno del nostro tempo sia, nel nostro interesse, affidarsi a una pattuglia di tecnici sconosciuti nei confronti dei quali nessuno, tantomeno i politici, ha la capacità critica e le conoscenze necessarie per confutarli o metterli in discussione. Ma forse questo è il prezzo che dobbiamo pagare per continuare a vivere come viviamo: costantemente al di sopra delle nostre possibilità.

A noi tutti è richiesto un atto di fede nei confronti di costoro, malgrado ciò implichi una silenziosa erosione del principio democratico. E’ il trionfo del sentimento religioso sul principio di razionalità.

Ma perché stupirsi? In fondo tutte le Internazionali, nella storia, hanno sempre avuto a che fare in qualche modo con la religione.

O forse era il contrario?

La fine della colpa

Sono passati cinque anni da quando la crisi internazionale è entrata nella sua fase conclamata. Una crisi storica, è stato detto più volte, perché stavolta ha colpito il cuore del sistema finanziario: i paesi avanzati.

Quando ho iniziato a scrivere questo blog, a novembre scorso, mi proponevo di raccontare, pure se in modo randomico e non specialistico, come si sia arrivati a questo punto partendo dal grafico che lo intitola e che ormai i lettori conoscono bene, ossia il livello dell’indebitamento in rapporto al Pil negli ultimi cent’anni negli Usa, il paese che più di tutti ha guidato il processo, anche questo storico, di indebitamento collettivo globale.

La domanda che mi ponevo era se ci si trovasse di fronte a un’inversione stabile del ciclo. Se, vale a dire la montagna di debiti accumulata dagli anni ’80 in poi fosse destinata a fare la fine della “montagnetta” cresciuta prima della crisi del ’29. Quindi se dovessimo aspettarci un prolungato processo deflazionario, se non addirittura depressionario che, aumentando il valore reale dei debiti, avrebbe finito col far saltare mezzo mondo. O se, al contrario, le complesse forze che regolano i mercati avrebbero finito col generare un’ondata inflazionistica per erodere questo debito dall’interno, un po’ come accadde nei dopoguerra.

Ovviamente la domanda rimane. Questi mesi di lavoro e di ricerca sono serviti, semmai, a darle contorni più netti e precisi. E, spero, a migliorare il grado di consapevolezza riguardo alla questione che più mi stava a cuore sottolineare. Che potremmo sintetizzare con un’altra domanda:

Finirà mai l’età della colpa?

La questione non è semplicemente economica. Il debito, in chiave antropologica, è antico quanto l’uomo. La storia può anche essere raccontata come una storia del debito che gli esseri umani, a secondo della cultura a cui fanno riferimento, contraggono quando vengono al mondo: con la divinità, con gli antenati, con i genitori, con la società, e, infine, con chi presta loro denaro. Questo debito deve essere restituito, proprio come una colpa che deve essere espiata. Un debito non restituito è un’aggravante della colpa originaria (ossia quella di essere in debito), che come tale legittima qualunque forma di reazione da parte del creditore.

Una volta i padri di famiglia inadempienti erano costretti a vendere i figli. Oggi gli stati indebitati tagliano i servizi.

Il debito economico, perciò, è solo un pallido riflesso di una condizioni esistenziale più vasta. Ma, in quanto debito, rappresenta – letteralmente – un’ipoteca sulla libertà degli individui e degli stati. Il fatto che ormai ci si sia rassegnati a vedere i nostri debiti economici irredimibili significa soltanto che viviamo tutti in una libertà condizionata dalla sostenibilità dei nostri debiti e con la prospettiva di finire sotto il tallone di ferro di creditori senza volto protetti da strumenti tecnici e giuridici sempre più sofisticati.

Nel nostro tempo, a differenza di quanto accadeva in civiltà antiche come quella sumera o egiziana, non è previsto nessun momento di cancellazione dei debiti. L’interrelazione dei mercati finanziari la trasformerebbe in una catastrofe.

Nessuno rimetterà i nostri debiti, proprio perché non possiamo rimetterli ai nostri debitori.

Il fatto che oggi si parli solo di questi affari monetari è la prova di quanto siamo diventati miserabili. Quanto si sia rimpicciolito il nostro spirito.

Tant’è: viviamo in questo tempo e dobbiamo sforzarci di comprenderlo. Ed è quello che ho tentato di fare in questi mesi dedicandomi all’analisi degli squilibri.

Che il debito nasca da uno squilibrio dovrebbe esser chiaro anche senza conoscere la bilancia dei pagamenti. Un debito presuppone un credito, ossia qualcuno che può prestare a chi non ha abbastanza. Quanto più questi due soggetti (chi ha e chi non ha) sono bilanciati, tanto meno ci sarà bisogno di credito. In tal senso la distribuzione della ricchezza, fra gli stati come fra gli individui, ha direttamente a che fare con il livello generale dell’indebitamento. La montagna di debiti che abbiamo costruito è la controprova fattuale di come sia mal distribuita la ricchezza nel mondo.

Questa constatazione non tiene conto della particolarità del nostro tempo. I cittadini dei paesi avanzati oggi hanno raggiunto livelli di benessere inusitati e non vi rinunceranno tanto facilmente. La crescita del credito/debito ci ha riempito di beni materiali più o meno inutili giudicati ormai indispensabili. E poi di servizi, diritti, aspettative. E soprattutto ha fatto crescere in maniera altrettanto esponenziale il nostro amor proprio, ormai dilagato in forma di patologia. Non a caso la sindroma narcisistica è finita sui manuali di pschiatria. Solo i moralisti della domenica possono accusare la finanza di provocare disastri, mentre magari navigano sul loro nuovo tablet comprato a credito cercano di rateizzare le vacanze e un nuovo trattamento estetico. Siamo noi la finanza, non altri.

In tal senso la crisi del debito ha molto a che fare con i nostri desideri e con un’altra domanda: a cosa siamo disposti a rinunciare in nome del riequilibrio?

Questa domanda è intimamente connessa alla prima. Emendare una colpa implica un sacrificio.

Una volta si sacrificava agli dei, oppure agli antenati. Ci si sacrificava per i genitori o per i figli, per un ideale sociale o politico.

Oggi ci viene chiesto di fare solo sacrifici puramente economici e vagamente schizofrenici. Dovremmo accettare tagli ai nostri salari, però dovremmo consumare di più per far ripartire l’economia. Dovremmo lavorare di più, pure se tale sovrappiù toglie spazio ai disoccupati. Dovremmo, per farla semplice, mangiare di meno e ingrassare di più. Perché se non diventiamo grossi abbastanza il nostro debito, la nostra colpa, sarà capace di schiacciarci. Oggi la colpa si misura con il rapporto debito/Pil, fra le altre cose, così come l’empietà con lo spread.

Questa schizofrenia è, credo, lo spirito del nostro tempo. Il dilemma fra squilibrio e depressione non è stato sciolto.

Per tornare al nostro grafico, sarà utile, arrivati a questo punto della storia, fare un piccolo aggiornamento servendosi dell’ultimo staff report del Fondo monetario internazionale dedicato proprio agli Usa.

I dati del settore finanziario mostrano che dal picco di stretta creditizia raggiunto nel 2008, quando l’attività creditizia era in pieno credit crunch, la banche americane hanno riportato il “tiraggio” (misura la facilità dell’accesso al credito) al livello del 2005, quando era molto più rilassato. Indebitarsi, insomma, è diventato più semplice e meno costoso.

Il debito delle famiglie è diminuito, passando dal picco del 130% del reddito disponibile (2008) al 110%, e  grazie al boom di borsa e alla parziale ripresa dei corsi immobiliari è aumentata la loro ricchezza in relazione al reddito, che dal picco del 650% del reddito raggiunto nel 2007, era crollata al 485% nel 2009. Nel primo trimestre 2013 è arrivata al 586%. La politica della Fed, insomma, ha riportato la storia indietro di qualche anno, più o meno al livello della prima metà degli anni 2000. Ciò non ha evitato l’esplosione dei debiti esteri americani, che ormai hanno superato il 150% del Pil, mentre la posizione netta degli investimenti è in costante peggioramento. I debiti degli americani, come accade sin dal secondo dopoguerra, sono la benzina della crescita economica globale. E tuttavia tutto il mondo guarda all’America come una garanzia di stabilità. La curva del debito (a cominciare da quello americano) ci si aspetta cresca all’infinito per il beneficio di tutti. La crisi sembrano solo fisiologiche correzioni.

Ma se è così, la montagna della “crisi storica” ha partorito un topolino.

Non doveva essere poi così grave, se sta tornando tutto come prima.

La nostra colpa sembra destinata ad essere senza fine.

A meno che non serva qualcosa di peggio per cambiare davvero la storia.

Buona fortuna.

Con questo post chiude la prima stagione del blog, dedicata agli squilibri. 

On line, nella sezione Scarica il Freebook, trovate il libro che raccoglie tutto quello finora pubblicato.

A settembre inizierà la seconda stagione di TheWalkingDebt.

Sarà dedicata al riequilibrio.

Grazie a tutti voi, siete stati preziosi.

Buone vacanze

La bolla del debito privato che incombe sull’eurozona

Chi pensa sia finita si sbaglia di grosso. Chi continua a ripetere che tutto si risolverà appena gli stati taglieranno la spesa pubblica è un ottimista (ossia un realista male informato). Chi crede che ci salveremo esportando più merci, coltiva una pia speranza.

Tutti costoro dovrebbero prendersi un’oretta e leggere le ultime notizie sull’eurozona pubblicate dal Fondo monetario internazionale. Scoprirebbero, fra l’altro, una cosa: la bolla del credito facile, che ha iniziato a gonfiarsi dopo l’introduzione dell’euro, ha creato una bolla di debiti privati che non solo ha devastato le contabilità pubbliche, ma non accenna a diminuire. Questa minaccia incombe sull’eurozona, aggravata, se possibile, dalla circostanza che non risparmia neanche i paesi più in salute come l’Olanda.

Scoprirebbero anche un’altra cosa: il debito privato è molto più pericoloso del debito pubblico. “Le analisi suggeriscono che il debito nel settore privato può nuocere alla crescita più del debito pubblico”. Anzi: “Un alto livello di indebitamento di famiglie e imprese ha effetti negativi sulla crescita anche se questi settori sono gli unici indebitati in un’economia”. Parola del Fmi. Gli odiatori professionisti del debito pubblico dovranno farsene una ragione.

Vediamo i dati partendo dalle famiglie. Pur essendo in media meno indebitate rispetto a quelle inglesi e americane, il debito è cresciuto costantemente dal 2003 in poi, spinto dal boom immobiliare. Le famiglie europee si sono riempiti di mutui per comprare beni immobiliari pesantemente sopravvalutati grazie alla compiacenza delle banche, con la consengueza che quando la bolla è esplosa, e quindi i prezzi sono diminuiti, il valore relativo dei loro debiti è aumentato. A fine 2009 il debito totale delle famiglie europee quotava intorno al 70% del Pil dell’area, ben al di sotto di quello delle famiglie americane e inglesi (intorno al 100% dei rispettiviti Pil). Ma mentre per quest’ultime il biennio 2010-12 ha visto l’inizio di una sostanziale correzione, con i debiti delle famiglie inglesi diminuiti del 10% del Pil e di quelle americane di quasi il 20%, la situazione delle famiglie europee è rimasta sostanzialmente stagnante. E il fatto che le famiglie abbiano buoni asset non rassicura, visto che “sono spesso illiquidi”, specie nella periferia. Il mattone, appunto, bloccato da una crisi di domanda dalla quale non si vede uscita.

Lato corporate la situazione è pure peggiore. Nell’eurozona le non financial corporation hanno debiti superiori al 100% del Pil che non accennano a diminuire, peggio persino degli Usa (circa 80%) ma meglio che in Gb, dove però dal picco del 120% raggiunto nel 2009 si è scesi di circa il 5% nel biennio 2010-12. “Il debito del settore corporate è aumentato significativamente nei primi dieci anni dell’euro”, scrive il Fondo. Chissà come mai. Senonché debiti crescenti a fronte di asset che perdono valore (come il mattone per le famiglie) hanno aumentato il tasso di leverage durante la crisi. “In alcune economie dell’area fino al 20% del debito corporate può essere non sostenibile”.

Tutto ciò non può che avere effetti sul settore finanziario. Aumentando i tassi di insolvenza di famiglie e aziende, aumentano le sofferenze e quindi lo stato di salute degli istituti di credito che, per salvarsi, sono costretti a stringere i cordoni della borsa facendo regredire ulteriormente l’economia. Tanto più se le risorse finanziarie delle banche finiscono con l’essere dedicate all’acquisto di bond pubblici. Le sofferenze bancarie (Non performing loans) sono schizzate dal 5 al 20% in Grecia, fra il 2007 e il 2012, ma aumenti si sono registrati in tutti i paesi dell’area, mentre la profittabilità delle banche è ridotta al lumicino.

Questa mole di debito privato ha generato un altro effetto devastante: quella che il Fmi chiama “migrazione del debito dal settore privato a quello pubblico”. “Nella fase del boom il settore privato aumentava i suoi debiti, mentre quello pubblico li riduceva”, scrive il Fmi. Tutti ricordiamo i tempi della Spagna con il debito/Pil al 60%. Ma appena la crisi è esplosa e il settore privato ha iniziato faticosamente il processo di de-leveraging “il debito è migrato al settore pubblico”, che infatti nell’area era intorno al 75% del Pil nel 2009 ed è arrivato quasi al 100% del Pil nel 2012. Questo per quelli che dicono che è colpa degli stati spendaccioni se l’economia va male.

Il risultato è stato che alla mole del debito del settore privato si è aggiunta anche quella del debito pubblico. Questo combinato disposto non ha risparmiato nessuno. Per una Grecia che ormai quota un livello totale di debiti (fra pubblici e privati) di quasi il 300% del Pil, abbiano un’Olanda che sta di poco sotto, mentre la virtuosa Germania ha debito totali per il 200% del Pil. “Quando tutti i settori sono indebitati – conclude il Fmi – si accumulano notevoli debiti esteri”. Debiti, inutile dirlo, che sarà praticamente impossibile ripagare.

“Ridurre i debiti esteri netti a un livello sopportabile richiederebbe notevoli aggiustamenti dei prezzi relativi, che implica invertire l’aumento del costo del lavoro per ottenere dei surplus sul conto corrente”. Quindi deflazionare i salari per aumentare la competitività ed esportare di più.

Ma anche a queste condizioni, quanto tempo ci vorrà per far tirare il fiato ai quattro Pigs? Secondo le proiezioni del Fmi il debito estero netto di Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda arriverà sotto l’80% del Pil entro il 2018. “Tuttavia – scrive il Fmi – annullare la metà del peggioramento registrato negli anni 2000-12 (gli anni dell’euro, ndr) richiederà 15 anni per la Grecia, 11 per l’Irlanda, 37 anni per il Portogallo e 12 per la Spagna”.

Se poi si volesse raggiungere il target ideale fissato dalla Commissione europea (debito netto estero pari al 35% del Pil), per centrare tale obiettivo alla Grecia servirebbero 32 anni, all’Irlanda 18, alla Spagna 20 e al portogallo addirittura 73.

Il dividendo dell’euro, per questi paesi, è un debito estero praticamente eterno che li condannerà a vivere sotto il tallone di ferro delle varie troike.

Questa è la potenza del debito privato.