La Bce farà indigestione di Mattone di carta

C’è di buono che stavolta Draghi non dovrà inventarsi nulla. Gli basterà ricopiare quello che fa già la Fed: acquistare ogni mese un bel pacco di titoli che hanno come sottostante mutui immobiliari. In tal modo si fa arrivare il credito alle banche, che tali mutui hanno erogato, liberaldole persino dal rischio ad essi collegati.

In pratica una riedizione in grande stile delle mitiche cartolarizzazioni dei muti immobiliari che hanno originato il boom immobiliare dei primi anni 2000. Con il vantaggio che stavolta, il destinatario finale della cartolarizzazione non sarà un’altra banca, ma la banca centrale che, come sappiamo, non può fallire e qualche altra istituzione altrettanto infallibile.

Sono arrivato a questa conclusione seguendo il filo di un semplice ragionamento. Pochi giorni fa, in occasione del taglio del tasso di sconto, il presidente della Bce ha detto che è allo studio un’iniziativa europea, guidata proprio dalla Bce, per il rilancio delle cartolarizzazioni. Motivo: malgrado l’abbondante diluvio di liquidità, le banche non danno abbastanza credito all’economia reale. Si limitano ad alimentare i circuiti finanziari, come abbiamo già visto.

Il rilancio delle cartolarizzazioni, in teoria, potrebbe riguardare crediti concessi alle imprese, che verrebbero poi impachettati in titoli negoziabili, ossia “vendibili” ad altri soggetti.

Tecnicamente si chiamano Asset-backed securities (Abs), e chi segue le cronache della crisi li ricorderà bene, visto che furono proprio le cartolarizzazioni dei mutui subprime a scatenare il panico. E ricorderà altrettanto il modello originate-to-distribute, che fu l’uovo di colombo della grande diffusione del credito su larghissima scala del decennio trascorso grazie all’assunzione dogmatica che lo spacchettamento del rischio finisse con il rimuovere il rischio tout court.

Le banche originavano il credito (e quindi il rischio) e lo distribuivano altrove, guadagnandoci pure le commissioni.

E’ finita come è finita, ma a quanto pare il modello ha ancora estimatori, addirittura a Francoforte. Forse perché i meccanismi tradizionali per fare arrivare credito all’economia non bastano più. Puoi pure portare i tassi a zero, come negli Usa o in Giappone, ma le banche ormai si fidano solo delle banche centrali. Prima di prestare soldi vogliono garanzie. Ormai addirittura dagli stati. Perciò le cartolarizzazioni.

Se questo è il modello, il mercato ideale da cui cominciare è quello del mattone. Il settore immobiliare ha generato il caos, e quindi da lì si deve ripartire.

E non è solo una questione di tornare alle origini. Il mattone, come abbiamo visto in passato, ha lo straordinario vantaggio di mobilitare enormi risorse e relativi grandi appetiti. Senza contare il suo peso relativo sui Pil europei del settore delle costruzioni, e la relativa capacità di lobby.

Inoltre, sul rilancio del mattone per via creditizia possono convergere tutte le cancellerie europee, quella tedesca inclusa.

La Germania, lo abbiamo già visto, gode dell’invidiabile privilegio di avere un mercato immobiliare reduce da anni di deflazione, al contrario di quanto accaduto in Francia e fra i Piigs, quindi può facilmente sopportare un rialzo dei corsi immobiliari indotto dal rilancio del credito al settore, come peraltro sta già succedendo, guadagnandoci anche una crescita del Pil che compensi il calo dello esportazioni.

La Francia è alle prese con un mercato immobiliare inceppato, che ha riempito le banche francesi di debito del quale non vedono l’ora di disfarsi, e per le quali la cartolarizzazione targata Bce sarebbe una benedizione.

Quanto ai Pigs, i prezzi si sono raffreddati parecchio, ma le banche, a cominciare da quelle italiane, hanno il consueto problema di sovraesposizione sul mattone. In più soffrono di un’aggravante: l’aumento della disoccupazione, che comprime i redditi, rende sempre più difficile ai cittadini avere accesso al credito per comprare una casa. Gli stipendi sono bassi, insomma: troppo rispetto ai prezzi.

L’Italia sta proprio in questa situazione, come ormai è pacificamente accertato. E poiché non è presumibile che i redditi crescano abbastanza, nei prossimi anni, da attivare una domanda verso il mattone, l’unica soluzione è tornare a battere cassa alle banche. Pompare liquidità sul credito bancario immobiliare per rianimare il settore. Come fa la Fed da diversi mesi. L’alternativa è rinunciare una volta per tutte all’ipotesi di acquistare casa e rassegnarsi all’affitto. Sarebbe un passaggio storico per noi.

Il caso (?) vuole che la questione immobiliare sia affrontata in un riquadro sull’ultimo bollettino mensile della Bce pubblicato pochi giorni fa. Al termine di un’analisi econometrica, la Banca conclude, facendo rimpiangere messer Lapalisse, dicendo che nel periodo precedente alla crisi “l’attività di investimento per l’area euro nel suo complesso è stata superiore al livello di equilibrio”. In pratica, “l’attività di costruzione è stata eccessiva e ha indotto un eccesso di offerta di proprietà”. Ne sono conseguiti, con la crisi, il calo dei prezzi e il crollo degli investimenti del settore, “scesi su livelli persino inferiori” del pre crisi.

Questo per ricordare ai teorici delle bolle speculative il devastante potere della risacca che segue all’ondata rialzista, che ti lascia peggio di come stavi prima.

Ancora più interessanti le conclusioni: “Le condizioni di fiducia e di finanziamento saranno cruciali per le prospettive degli investimenti residenziali”. Il problema sono “la rigidità delle condizioni di offerta del credito” e “la modesta crescita del reddito disponibile” dei potenziali acquirenti.

Quindi i l’Europa sta nella condizione classica del soggetto subprime. Ossia una persona che, proprio perché ha redditi bassi, non offre sufficienti garanzie per un finanziamento, e quindi soffre rigidita creditizia.

Siamo tutti cittadini subprime.

L’alternativa, ossai un ulteriore ribasso dei prezzi immobiliari fino ad allinearsi ai redditi, porta con sé il rischio che ne risentano i conti economici delle banche, già traballanti. Figuratevi se succederà.

Il caso (?) vuole che proprio in questi giorni l’Abi e l’Ance, ossia l’associazione dei banchieri e quella dei costruttori abbiamo presentato proprio un piano comune per “rilanciare il mercato degli immobili”. La proposta prevede, fra le altre cose, la creazione di un circuito dedicato di obbligazioni bancarie, i cosiddetti covered bond, senza dimenticare “un fondo dello stato per la fasce più deboli”. Insomma, garanzie pubbliche per dare credito ai subprime italiani.

La Bce sarà di sicuro interessata a rilevare queste obbligazioni, tanto più che i covered bond li compra già da tempo.

C’è qualcosa di diabolico in questo perseverare nell’errore? No: è solo disperazione. L’intero meccanismo economico ormai è preda di un delirio terminale. La scommessa è prendere tempo. Si prova a rallentare la frana del disindebitamento promuovendo l’indebitamento. Un po’ come si fa scambiando eroina con metadone.

Ma al di là di queste considerazioni fuori tema, vale la pena ricordare quello che ha detto pochi giorni fa Jeffrey Lacker, presidente della Fed di Richmond proprio sulla strategia seguita dalla Fed sugli MBS, mortgage-backed securities, ossia l’acquisto di Abs con sottostanti muti immobiliari. “Il mercato immobiliare sembra in ripresa – ha detto alla Reuters il 3 maggio scorso – quindi dobbiamo pensare come ridurre i nostri acquisti di MBS per evitare di creare un’altra bolla. Se non lo faremo, credo ci sia il rischio di sovrastimolare questo settore e noi abbiamo visto che disastro può provocare”.

Già, l’abbiamo visto.

Poi l’abbiamo dimenticato.

L’eurodepressione ci riporta negli anni ’30

Chi ama i parallelismi storici troverà suggestivo paragonare il nostro tempo ai disgraziati anni Trenta del secolo scorso, quando i romanzieri francesi raccontavano di una categoria chiamata “dei nuovi poveri”, assai prima che la coniassero i nostri sociologi contemporanei. Erano gli ex benestanti del ceto medio cittadino, parigino in particolare, che avevano visto prosciugarsi i loro patrimoni a causa delle dissennate scelte di politica economica dei governi e delle banche centrali.

Gli anni Trenta sono passati alla storia come l’epoca della deflazione globale seguita all’esuberanza dell’inflazione “ottimistica” degli anni Venti, quelli ruggenti, che finirono con lo schiantarsi sulla crisi del ’29. Negli anni Venti la liquidità era abbondante e remunerativa. Ma bastò che gli Usa la richiamassero in patria, manovrando al rialzo il tasso di interesse, perché l’esuberanza irrazionale al rialzo si orientasse al ribasso. All’inflazione seguì la deflazione. Il commercio internazionale crollò ed esplose la disoccupazione. Gli stati, per conservare le proprie riserve auree, e quindi la propria parità di cambio, adottarono politiche protezionistiche. Col che peggiorarono la situazione. Ci volle l’economia di guerra per far risalire gli indicatori economici. Ma a che prezzo?

L’eurozona contemporanea sta rivivendo questa tragedia, con tanto di disperata difesa dei cambi fissi fra le valute dell’UEM, col paradosso però che il calo del commercio internazionale e l’aumento della disoccupazione vanno di pari passo a una liquidità che non è mai stata così abbondante, addirittura troppo secondo il ministro delle finanze tedesco, mentre le barriere agli scambi mai così basse.

Al contrario degli anni Trenta, quando le banche centrali chiusero i rubinetti provocando il fallimento di tantissime banche commerciali, la Bce ha ripetuto anche oggi che le politiche accomodanti dureranno “tutto il tempo necessario”, proprio per dare rassicurazioni sulle tenuta delle banche. Hanno imparato la lezione.

Ma non fino in fondo. Il cavallo, infatti, non beve. O meglio, bevono le banche, ma il denaro non esce dagli sportelli. Non arriva al sistema economico. Al limite finisce in altre banche.

Perché? Guardiamo cosa succede in casa nostra. La Banca d’Italia ha diffuso dati secondo i quali l’indice di sofferenza sui prestiti bancari è cresciuto del 21,7%, mentre è accelerato anche il calo dei prestiti concessi su base mensile, sceso dell’1,6%. Alle famiglie (-0,8%) assai meno che alle società non finanziarie (-2,8%). Ma sempre la Banca d’Italia ci dice che prosegue robusta la crescita dei depositi bancari: +7% nel mese di marzo. Quindi i soldi ci sono, ma non si spendono. La liquidità è finita in trappola, un po’ perché si ha paura a spendere, un po’ perché si aspetta che i prezzi scendano ancora per comprare, un po’ perché si temono scossoni futuri.

Se non c’è spesa, e per giunta calano le esportazioni, è giocoforza che il Pil vada giù. L’ultimo bollettino Bce e l’ultimo rapporto Eurostat sull’export Ue fotografano benissimo questa situazione.

Il volume del commercio nel primo quarto del 2013 dell’Ue a 27 e dell’eurozona è risultato in calo, come praticamente accade da fine 2008, quando la crisi finanziaria ha congelato gli scambi commerciali. Stavolta non c’è stato bisogno di barriere protezionistiche: è bastato il panico, che ha provocato un deflusso netto di capitali dai paesi periferici dell’Ue. Un po’ come accadde negli anni ’20 quando gli Usa, che erano esportatori netti, ritirarono i capitali dall’Europa. Oggi al posto degli Usa c’erano i paesi forti dell’Europa. Oggi, come allora, i Pil si sono avvitati, sono crollati gli scambi ed è aumentata la disoccupazione.

Gli effetti di tale congelamento degli scambi li hanno patiti anche i più forti. La Germania, per dire, nel primo trimestre 2013 ha un indice del commercio totale pari a 101,1, fatta 100 la base nel 2010.  E se poi ci andiamo a vedere il saldo del conto corrente tedesco, pubblicato dalla Bce, scopriamo che fra il 2007 e il 2012 la Germania ha visto scendere il suo saldo di quasi due punti di Pil (il Lussemburgo addirittura di quattro punti e si può facilmente capire perché).

In generale, l’analisi dei saldi del conto corrente dell’eurozona rivela con chiarezza che gli unici che sono migliorati, nel periodo considerato, sono quelli dei Pigs. Nel senso che sono peggiorati meno. La Grecia, per dire, aveva un saldo negativo del 17% del Pil sulle partite correnti e ha chiuso il 2012 a -8%; il Portogallo partiva da -10% del Pil e ha chiuso  poco sopra il -2%; la Spagna partiva anche lei da -10% sul Pil e ha chiuso a -2%; l’Irlanda addiruttura è andata in attivo, passando a poco meno del -6% a +2% del Pil.

Questo per quelli che dicono che le crisi sono provocate dal debito pubblico.

Casualmente (?) il recupero dei saldi del conto corrente dei Pigs va di pari passo col peggioramento dell’attivo dei tedeschi, dell’Austria, del Belgio e della Finlandia. L’Italia ha leggermente migliorato il suo saldo negativo, che ora viaggia sotto l’1% del Pil. Mentre la Francia l’ha peggiorato. Il deficit di conto corrente francese è arrivato a quasi il 2% del Pil.

La buona notizia, spiega la Bce, è che gli scompensi all’interno dell’eurozona si sono ridotti. Ma a quanto pare sono difficilmente eliminabili. “È normale – ammette la Bce – che ci sia una certa divergenza nei saldi del conto corrente dei vari paesi dell’area dell’euro, dal momento che i flussi di capitali favoriscono gli Stati membri e le regioni con migliori
prospettive di crescita e livelli più elevati dei tassi attesi di rendimento del capitale”.

Indovinate chi.

“Questo tipo di considerazioni – aggiunge la Banca centrale – assumeva particolare rilievo all’inizio dell’UEM, che ha favorito una maggiore integrazione dei mercati dei prodotti e servizi e dei mercati finanziari”, nell’ipotesi che “fosse
presumibilmente lecito attendersi una rapida convergenza fra i paesi dell’euro”. Senonché “il grado
di convergenza sostenibile si è rivelato in alcuni casi relativamente limitato. L’accelerazione della produttività che si pensava avrebbe fatto seguito all’adesione all’area dell’euro non si è completamente materializzata e la spesa per investimenti spesso non è stata incanalata verso attività in grado di generare elevati rendimenti futuri. Di conseguenza, gli elevati disavanzi correnti si sono dimostrati insostenibili”.

Se traduciamo dal linguaggio da banchieri, il significato è drammaticamente chiaro: la libertà nei movimenti di capitali ha favorito gli investimenti di portafoglio nell’eurozona, quindi puramente finanziari, invece di quelli diretti. Con la conseguenza che la crisi li ha richiamati molto rapidamente (più facile liquidare un’obbligazione che una fabbrica) facendo sprofondare i saldi di conto corrente dei Pigs. Tale liberalizzazione dei movimenti di capitale, intanto che la crisi montava, grazie alla “maggiore integrazione dei mercati dei prodotti e dei servizi” ha favorito gli scambi all’interno dell’eurozona,solo che a goderne i vantaggi sono stati solo i paesi più competitivi.

Indovinate chi.

Dal 2008 sono entrati in crisi sia il mercato dei capitali, pressato dal credit crunch, sia quello dei beni e servizi, pressato dal movimento deflazionario innescato dal deflusso monetario dai Pigs. La crisi dell’interscambio ha fatto avvitare la recessione, anche perché il Pil dei paesi della zona euro è fortemente dipendente dall’export. Gli stati, stressati dalle politiche di austerità e dalla montagna di debito privato accumulato nelle loro banche, hanno fatto il resto.

Interessante notare che la Banca centrale riconosca come il libero movimento dei capitali non sia di per sé una garanzia di crescita economica. Finanziaria si, almeno per un po’. Economica no.

Questo per gli ideologi dei mercati finanziari liberi e belli.

Qualora avessimo bisogno di conferme, il bollettino Bce ci fornisce un altro grafico che illustra tale situazione. L’azzeramento delle esportazioni nette dell’eurozona nel quarto trimestre 2012, che pesava circa lo 0,4% del Pil nel terzo, ha fatto sprofondare il Pil dell’area dello 0,6%, senza che ciò sia stato compensato dalla domanda interna, altra componente fondamentale, che si contrae da almeno cinque trimestri.

Il calo dell’export, insomma, peggiora lo scenario deflazionistico, malgrado la Bce abbia fatto “qualunque cosa” per frenare il crollo. La liquidità è rimasta, anche qui, intrappolate nelle banche, che l’hanno usata per consilidare i propri attivi patrimoniali con i soliti investimenti di portafoglio. E infatti le borse sono in crescita e gli spread calano.

Insomma: nel decennio 2001-2012 l’eurozona ha replicato quello che è successo nel mondo nel secondo e terzo decennio del ‘900. L’incremento esponenziale della liquidità ha accelerato il ciclo, ma non l’ha cambiato.

Speriamo cambi il finale della storia.

PS Mentre scrivevo questo post è arrivata la notizia di uno studio del Cer-Rete impresa che certifica che la crisi che stiamo vivendo è peggio di quella degli anni Trenta. Allora servirono sei anni, e un’economia di guerra, per recuperare il livello di prodotto ante-crisi del ’29. Oggi forse non basteranno dieci, visto che si prevede che nel 2017 il Pil italiano sarà inferiore del 2,9% rispetto a quello del 2007.

Potenza dell’eurodepressione.

Il governo delle larghe spese

Oggi sul Foglio leggo questa domanda del direttore: “Su che cosa è possibile che forze diverse si intendano al di là del disprezzo antropologico, delle differenze etiche reali, degli stili stellarmente separati di vita e di prassi pubblica e privata?”.

Il tema è interessante e merita uno svolgimento che ha a che fare con questo blog.

Intesa rima con spesa, e sarà pure un caso. Ma abbiamo già visto all’opera nell’ultimo quarantennio le parallele di “forze diverse, dalle differenze etiche reali” convergere lungo l’infinito (quindi impagabile) di un debito pubblico che ha avuto l’enorme vantaggio di scaricare sulle generazioni future le tensioni di quelle presenti. Prima perché c’era il terrore delle armi per le strade e la prospettiva dei cosacchi a San Pietro. Ora perché sulle stesse strade c’è il terrore della crisi e la prospettiva del tumulto dei diseredati. Ieri perché c’era la maggioranza pentapartita che faceva blocco contro i comunisti. Oggi perché c’è la maggioranza tripartita che fa blocco contro i movimentisti. Prima perché c’era la cortina di ferro della guerra fredda. Ora perché c’è la cortina di ferro dei debiti.

I nuovi blocchi oggi si dividono sulla geopolitica finanziaria, com’è logico che sia nell’epoca in cui praticamente nulla esiste fuori di essa.

Intesa rima con spesa, e sarà pure un caso. Ma cos’altro potrebbe unire la nuova maggioranza di blocco se non la considerazione che il popolo è stufo di stringere la cinghia e minaccia di votare altrove?

La promessa del premier di non fare nuovi debiti si tiene perfettamente con quella che rassicura i nostri partner sulla scelta europeista che rima con eurista, e sarà un caso pure questo.

Ma ci sono mille modi per fare debiti senza farne, se per debito si intende debito pubblico tracciabile dai potenti radar di Bruxelles. E la promessa di tale indebitamento a venire, che è esistenziale prima ancora che contabile, s’intravede già nel discorso programmatico e in quelli pubblici del Presidente del consiglio, dove la promessa di intervenire su questo e su quello, cammina a braccetto con l’assicurazione di “avere a cuore”, quindi nella regione dei sentimenti prima che della ragione, gli esodati, l’Imu, l’Iva, la Cassa integrazione, il lavoro dei giovani e vedremo poi cos’altro.

Il debito si crea sulle attese, prima ancora che sulle spese. Nasce dall’idea stessa che tocchi alla politica sfornare provvidenze. Dal sentimento popolare che la politica sia la Provvidenza alla quale rivolgersi per avere una qualche forma di benedizione. Perciò, come accadeva una volta, i politici di oggi dicono le cose giuste per fare quelle sbagliate. Mentre sarebbe preferibile il contrario.

Cosa avevano in comune Andreotti e Craxi? Nulla. Salvo il fatto che distribuivano denari agli elettori. C’era sempre un motivo “là fuori” che giustificava il deficit, ma poi alla fine era il modo più facile per vivere tutti felici e contenti.

Cos’hanno in comune oggi quelli del Tripartito? Nulla. Salvo il fatto che hanno capito, e dovranno farlo digerire anche all’Unione europea, che devono tornare a distribuire denari.

Oggi il vincolo esterno di Bruxelles, per vent’anni benedetto come il maglio distruttore di tale pratica consociativa, ha prodotto l’effetto contrario sull’esausta classe politica italiana. Divisi per vent’anni, e dovendo pure pagare un conto salato per sedurre e blandire una parte o l’altra dell’elettorato, i due poli della seconda repubblica si uniscono per evitare il patatrac.

Le semplificazioni del dopo guerra fredda hanno ridotto il Pentapartito al Tripartito che s’avvia a diventare partito unico: quello dell’euro, con tutto ciò che significa, innanzitutto per i nostri creditori esteri.

Alle spalle di questo ircocervo politico rumoreggia un’orda che cova risentimento e suggestioni da primo dopoguerra. Che vuole fare e i conti, e soprattutto regolarli.

Serve un governo di larghe intese.

Serve un governo di larghe spese.

L’abbraccio mortale fra l’Europa e le sue banche

Non lo dico io, che non so nulla, ma la Consob, che si presume sappia quel che dice: “La stretta interconnessione tra banche ed emittenti sovrani ha continuato a condizionare, anche nel corso del 2012, l’evoluzione della congiuntura
nei paesi europei e il dibattito sulle misure di policy idonee ad attenuare il legame tra rischio sovrano e rischio bancario. Tale interconnessione è stata alimentata dalla significativa crescita delle dimensioni del sistema bancario registrata, a partire dai primi anni 2000, nei principali paesi europei”.

Che vuol dire? Che le banche europee, assai più che la banca centrale, sono la fonte dell’abnorme crescita finanziaria nell’Unione europea e, insieme, le responsabili del contagio che ha finito con l’indebolire gli stati sovrani.

La crescita degli asset bancari, che ha sostenuto la crescita nei primi anni 2000, è stata anche il fardello che ha zavorrato i tentativi di ripresa dell’eurozona. Con la conseguenza che oggi le banche stanno a galla non concedendo credito all’economia reale, visto che ne hanno concesso troppo in precedenza, dovendo risanare i propri coefficienti patrimoniali. Per riuscirci usano i programmi straordinari della banca centrale grazie ai quali migliorano la propria redditività.

L’esplosione del debito privato, che segue logicamente all’aumento degli asset bancari, è stata la mina che ha fatto scricchiolare i conti degli Stati, dal 2008 in poi.

A confermare tale conclusione i dati contenuti nella relazione annuale della Consob presentata ieri, che esamineremo approfonditamente nei prossimi giorni.

Ma tale analisi non può che partire dalle banche, le vere creatrici di moneta (bancaria) dell’eurozona.

Cominciamo dal dato aggregato. Nel 2001 gli attivi delle banche di Germania, Spagna, Regno Unito, Francia e Italia, totalizzavano un po’ meno di 20.000 miliardi di euro. A fine 2012 sfioravano i 35.000 miliardi.

Il sistema bancario più nutrito è quello inglese, che pesa 9.552 miliardi, circa cinque volte il Pil di quel paese. Poi ci sono Francia e Germania, con circa 8.000 di attivi, rispettivamente quasi quattro e poco più di tre volte il Pil. Quindi l’Italia, le cui banche pesano 4.220 miliardi (un po’ meno di tre volte il Pil) e la Spagna, con 3.582 miliardi, oltre tre volte il Pil.

Nel periodo 2001-2012 le dimensioni totali dell’attivo sono più che raddoppiate in Spagna e Italia (+177% e +125%), mentre in Francia sono quasi raddoppiate (+99%), nel Regno Unito sono aumentate del 62% e in Germania appena del 31%. Non è un caso che i Paesi dove sono più che raddoppiati gli attivi siano gli stessi dove più forte sia stato il boom immobiliare.

Qual è il problema? Anche qui, lasciamo la parola alla Consob: “All’aumentare del peso del sistema bancario nell’economia cresce di pari passo l’incentivo dello Stato a sostenere gli istituti creditizi in difficoltà. In ambito europeo, in particolare, a partire dal 2007 sono stati realizzati numerosi interventi a favore del settore bancario, talvolta sotto forma di ricapitalizzazioni (poi sfociate in nazionalizzazioni) degli istituti di credito coinvolti, più spesso sotto forma di garanzie statali sulle passività bancarie; queste ultime, pur non comportando un reale esborso di denaro, hanno fatto
sorgere consistenti passività potenziali a carico dei bilanci pubblici”.

Ecco la fonte del contagio.

Nella poco encomiabile classifica dei salvataggi, la Gran Bretagna non ha rivali: lo stato si è dovuto far carico di 115 miliardi di interventi per le banche private, il 6% del Pil. Quindi la Spagna, che ha messo sul piatto 54 miliardi, il 5% del Pil, poi la Germania, 47, e la Francia, 25. l’Italia solo 6 miliardi. E parliamo solo di esborsi per ricapitalizzazioni.

Se poi andiamo a vedere il dato della fornitura di garanzie, gli inglesi hanno dovuto firmare cambiali per oltre 1.000 miliardi, la virtuosa Germania per 370 miliardi.

In Italia finora siamo stati bravi.  Quasi bravi. Da noi l’intervento pubblico si è sostanziato in garanzie per 120 miliardi fornite alle banche per sostenere un volume corrispondente di prestiti obbligazionari. Passaggio obbligato per sostenere i loro coefficienti patrimoniali dopo il deterioramento sofferto dai loro portafogli, gonfi di titoli di stato, a causa della crisi dello spread.

Tutta questa fatica (degli Stati) al fine di sostenere la redditività bancaria, che infatti, salvo che in Gran Bretagna e Spagna, ha ricominciato a crescere dal 2011. Nulla di strano che a ottobre 2012 un rapporto voluto dalla commissione europea sia arrivato alla conclusione che bisogna separare le attività (chi fa trading da chi fa mutui, per capirci) delle banche.

Maddai.

Vale la pena rilevare che nel primo semestre 2012 è aumentato il peso dei ricavi da negoziazione titoli sul totale dei ricavi per tutte le banche europee. Tanto per capire dove vanno i soldi a costo zero della Bce.

In compenso sono aumentate in tutti i paesi, tranne che in GB, le sofferenze lorde. Ossia i crediti concessi all’economia reale.

In Italia il dato è il peggiore: le sofferenze hanno superato il 6% del totale lordo dei crediti, dal 5% circa del 2009. Allo stesso tempo si è avuta un’impennata, dall’1 al 12%, dell’indice che misura la difficoltà nell’avere credito.

Interessante anche il confronto su come le banche abbiano configurato questi attivi. Nelle banche italiane  e spagnole il peso delle attività finanziarie e dei derivati arriva a circa il 15%, a fronte del 20% di quelle tedesche, del 22% di quelle francesi e del 26% di quelle inglesi.

Il fair value degli strumenti derivati con valore di mercato positivo rappresenta circa un quarto del totale attivo per gli istituti inglesi e francesi e il 35 per cento per quelli tedeschi; per le banche spagnole e italiane tale valore risulta significativamente inferiore (pari, rispettivamente, al 10 e all’8 per cento).

Questo tanto per capire chi fa più soldi con i soldi.

Al contrario i finanziamenti alle imprese sono decrescenti in Francia, Spagna e Italia, mentre sono stabili in Germania.

Ultimo indicatore utile a capire l’aria che tira è il Loan to deposit ratio delle banche, ossia il rapporto fra i crediti verso i clienti e i propri debiti (depositi e emissioni obbligazionarie).

Stavolta sono le banche italiane a quelle spagnole ad avere i valori più elevati. Quelle italiane, in particolare, hanno un indice che supera quota 100%. Significa che gli impieghi illiquidi (segnatamente i prestiti) eccedono la capacità di raccolta di depositi e obbligazioni. Ma significa anche che le banche italiane prestano soldi assai più di quelli che usano per giocare in borsa.

Conclusione: le banche di GB, Germania e Francia, sono le più esposte sul fronte delle turbolenze finanziarie e quelle che più di tutte hanno pesato sui conti pubblici, checché ne dicano gli spread. E quindi sono quelle che più abbisognano di politiche monetarie accomondanti, malgrado la vulgata dica il contrario.

Il loro abbraccio mortale spiega molto bene le ragioni dell’austerità.

Padri e figli, divisi alla mèta

C’è molto più dei semplici numeri, che pure sono scoraggianti, nello scenario sociale che l’Ocse traccia nel suo ultimo rapporto sul nostro paese di cui abbiamo già parlato. Ci sono i padri (e le madri), costretti dalle nuove riforme pensionistiche, ad andare in pensione sempre più tardi, assai più che nel resto dei paesi industrializzati. E ci sono i figli che superano ogni anno il record di disoccupazione giovanile perché i padri non possono lasciare il lavoro. 

Ci sono pure i padri che invecchiano, e invecchiando diventano sempre meno produttivi e sempre più costosi, vista la particolarità del nostro sistema retributivo. E ci sono i figli che man mano che invecchiano sono destinati a guadagnare di meno, perché su di loro (e non su altri) si scaricherà quella mitica flessibilità che dovrebbe salvare l’Italia, secondo il noto mainstream economico.

Su padri e su figli incombono come due giganteschi Moloch altrettanti riforme perseguite con straordinaria temerarietà e rara inconcludenza negli ultimi vent’anni: la riforma del mercato del lavoro e quella delle pensioni. Entrambe presenza fissa nell’agenda di tutti i governi, con i risultati che abbiamo tutti sotto gli occhi e che l’Ocse ricapitola bene, concludendo il suo rapporto con l’invito a “proseguire nel percorso delle riforme”.

Come se proseguire a parlare di una cosa di cui si parla da vent’anni sia normale.

Qualche numero servirà a capire la dimensione del problema.

La spesa italiana per le pensioni in rapporto al Pil è la più alta dell’area. Nel 2010 era intorno al 15% del Pil, più o meno quanto era nel 1992, quando iniziò il tormentato percorso di riforme della previdenza in nome della “sostenibilità del sistema pensionistico”.

Vent’anni di riforme, in sostanza, hanno ottenuto di stabilizzare questo peso relativo, tanto è vero, nota l’Ocse, che “il governo progetta di stare sotto il 16% del Pil per i prossimi 50 anni”.

Dovremmo essere contenti? Certo. A patto di non confrontarci con gli altri, visto che l’incidenza delle pensioni sul Pil “rimane alta nel confronto internazionale”.

In cambio di questa fatica ventennale, che di sicuro non finirà con l’ultima riforma del governo Monti, abbiamo ottenuto due cose per nulla commendevoli: l’età più alta di pensionamento dell’area Ocse, e la percentuale più alta di ultra55enni al lavoro da qui al 2020.

Due primati di cui si farebbe volentieri a meno.

Del primo abbiamo già detto, ma è utile ripetere usando le parole dell’Ocse: “La media dell’età pensionabile si presume crescerà dai 61 del 2010 ai 65 anni del 2020, un incremento assai più rapido che negli altri paesi dell’Ue. Questo avrà profonde implicazioni nel mercato del lavoro”.

E qui veniamo al secondo primato: “Nel 2020 la partecipazione degli ultra55enni dovrebbe arrivare al 57% del mercato del lavoro, un notevole incremento rispetto a 38% del 2010”. E’ probabile, scrivono che “la produttività diminuisca a quell’età”. Con grave nocumento per il beneamato Pil.

Come uscirne? “Il mercato del lavoro deve essere flessibile abbastanza da generare un calo dei salari in corrispondenza dell’allungamento della vita lavorativa”: E poiché, come ammette la stessa organizzazione, in alcuni settori, specie quello pubblico, le retribuzioni crescono con l’anzianità, chi dovrà patirla, questa flessibilità salariale?

Pagare salari più alti ai soggetti meno produttivi implica per logica pagare salari più bassi a chi produce di più. Ossia i giovani.

La soluzione Ocse si chiama flexicurity, ossia un sistema di retribuzioni che sia collegato alla produttività e che quindi preveda salari calanti al declinare della produttività lungo tutto il periodo della vita lavorativa.

Detto in parole semplici significa che gli stipendi dovranno essere elastici. Bassi in entrata, perché tanto sono giovani e hanno tempo, crescere se aumenta la produttività, e poi tornare ad abbassarsi in uscita.

Il che proiettato in un sistema previdenziale contributivo (dove quindi si incassa in relazione a quanto versato) significa pensioni basse dopo una vita di stipendi incerti.

Non fa un piega.

Tutto questo nella migliore delle ipotesi.

Nella peggiore avremo una quota crescente di anziani sul mercato del lavoro costosi e poco produttivi, costretti a rimanere in servizio (se sono fortunati) fino a tarda età, per i quali la mèta della pensione sarà sempre più una speranza e uno spauracchio insieme. 

E poi avremo una larga massa di giovani che non trovano lavoro perché i posti sono occupati dai loro padri. Ragazzi per i quali la mèta di una vita normale rimane una semplice chimera.

Padri e figli: divisi alla mèta.

Il suicidio delle banche centrali

Anche la Banca centrale indiana ha tagliato i tassi di 25 punti, all’indomani della storica decisione della Bce di portarli al suo minimo storico. Lo scenario che avevamo intravisto all’inizio dell’anno, insomma, si sta attuando giorno dopo giorno. Le banche centrali, dalle più piccole alle più grandi, stanno inondando di liquidità il circuito finanziario perché tanto, dicono, l’inflazione è bassa a causa della crisi e quindi non ci sono pericoli di rialzo incontrollato dei prezzi.

Dicono, appunto. Perché fra la teoria – che vuole il livello dei prezzi direttamente correlato alla quantità di moneta – e la pratica ci corre tanto quanto fra il dire e il fare. E anche sulla teoria ci sarebbe tando da ridire, visto che l’altra metà del cielo (economico) pensa piuttosto che l’inflazione dipenda dal mecato del lavoro assai più che dalla base monetaria.

Ma questo ci interessa poco. Quello che è interessante osservare, invece, è il senso di frustazione esternato ieri da Mario Draghi quando ha ammesso che in effetti si è spezzato qualcosa nella catena che vuole collegati la quantità di moneta in circolazione con la concessione di credito all’economia. Come dire: possiamo pure portare i tassi a zero, o addirittura dare rendimenti negativi alle banche che depositano i soldi nella Bce, ma ciò non risolve il problema del credit crunch. O almeno finora non lo ha risolto.

Abbiamo già visto quanto dal 2008 in poi siano aumentati gli asset delle banche centrali, e la tendenza, a quanto pare, è quella di farli crescere ancora. La Fed, tanto per citare la capofila di queste politiche espansive, ha dichiarato nei giorni scorsi che potrebbe aumentare gli acquisti di bond e titoli basati su mutui, che già pesano 85 miliardi di dollari al mese, finché la disoccupazione non arriverà al 6,5%. E il Giappone ha annunciato che non sarà da meno.

In confronto la Bce sembra ancora moderata. Anche se l’annuncio di Draghi di star studiando un modo per fare arrivare credito alle imprense tramite asset back security (ABS), ossia quella categoria di titoli che permettono di ridurre il loro rischio implicito semplicemente distribuendolo a una pluralità di compratori. Gli stessi che hanno provocato la crisi del 2007, insomma. Però stavolta sarebbero più trasparenti, dicono.

Dicono, appunto. Un’altra volta. Mentre quello che dovrebbero dire è che le banche centrali ormai hanno le armi spuntate. Quello che è entrato in crisi, dal 2007 in poi, non è un semplice modo di gestire le variabili economiche, che si possa curare pompando moneta, che peraltro viene trattenuta dalle banche.

A entrare in crisi, come ha scritto molto efficamente qualcuno, è il concetto stesso della liquidità. Ossia quell’infinita riserva di valore creabile con un semplice schiocco di dita dalle banche centrali che, da sola, dovrebbe garantire crescita e benessere per tutti.

Le banche centrali hanno “inventato” questo modello e adesso, portandolo alle sue estreme conseguenze, stanno creando le condizioni per il loro suicidio. Una volta che i mercati consolideranno l’idea che malgrado le grandi iniezioni di denaro l’economia va male, cosa ne sarà di queste entità?

La parola entità non l’ho scelta a caso. Chi fosse interessato a conoscere la mistica che sorregge l’attività delle banche centrali, e ai risvolti politici e filosofici ad essa sottintesi, potrebbe leggere un interessante paper della Bis, la banca dei regolamenti internazionali, dal titolo “Central bank finances”, uscito pochi giorni fa che contiene alcune sorprendenti informazioni.

La prima è che lo sviluppo delle banche centrali è un fatto recente. Nati e cresciuti con loro, siamo portati a pensare che ci siano sempre state, ma non è così. All’inizio del XX secolo nel mondo c’erano solo 18 banche centrali, nate sull’esempio della Banca centrale inglese creata alla fine del XVII secolo. Alla fine del secolo scorso erano diventate 173.

La seconda è che le prime banche centrali furono costituite con capitali privati e poi gradualmente “pubblicizzate” intorno agli ’30, altra epoca di grande depressione. Le uniche che sono rimaste private sono la Fed, e le banche centrali di Belgio, Grecia, Italia, Giappone, sud Africa, Svizzera e Turchia.

La terza sono alcune caratteristiche ad esse peculiari. Tipo: “Le banche centrali esistono per scopi diversi rispetto alle banche commerciali, esse perseguono il benessere nazionale, non i profitti”, anzi, “i loro risultati finanziari non sono un buon indicatore del loro successo”. Oppure: “I guadagni e le perdite delle banche centrali appartengono alla società. I risultati finanziari possono essere importanti – anche se si può sempre creare denaro per sanari gli squilibri – ma una banca centrale non può essere dichiarata fallita da un tribunale”.

Insomma, queste entità sono esentate dal rispetto delle normali regole commerciali, perché sono “altro”. Ma cosa? 

Detto in parole povere sono le custodi della fiducia. Il santuario della credibilità. La cornucopia dell’economia di mercato capitalistica. Non serve scomodare Walter Benjamin per notare quanto ci sia di religioso in questo atteggiamento.

Quello che invece è utile notare è che l’avvento delle banche centrali ha segnato l’inizio di un’epoca di grande crescita economica e arricchimento per larghi strati della società, come mai prima nella storia. La teorica inesauribilità delle risorse delle banche centrali ha funzionato da propellente per lo sviluppo dei mercati finanziari, incoraggiato di sicuro dalla straordinaria attività di liberalizzazione dei movimenti dei capitali deciso dai governi negli ultimi trent’anni.

Tutto ciò, però, ha avuto un prezzo: la divaricazione fra l’economia finanziaria e quella cosiddetta reale, che è aumentata al crescere della ” volontà di potenza” delle banche centrali.

Le cronache di questi anni e di queste settimane lo confermano. Le banche centrali aumentano il volume di fuoco, i mercati finanziari si rianimano. L’economia reale, al contrario, si contrae.

Sicché finisce che le banche centrali vengano insieme percepite come l’ultima spiaggia e la causa di tutti i problemi. Presto o tardi qualcuno chiederà loro il conto. Specie se mai si azzarderanno ad attivare quelle ventilate exti strategy che già in passato hanno causato sfracelli.

Il rischio, davvero sistemico, che le banche centrali corrono, con questa dissennata politica di rubinetti aperti, è di essere considerate inutili, prima ancora che dannose.

A quel punto la loro strategia suicida rischia di concretizzarsi con un’eutanasia.

Magari decisa da coloro che ci hanno guadagnato di più.

La forza dell’Italia è il suo debito pubblico

Se per una volta volessimo esser cinici, dovremmo scrivere una verità tanto elementare quanto indicibile: la forza del nostro paese è il suo debito pubblico. Quel mostro da 2.000 miliardi di euro, una quota rilevante del quale, più o meno 700 miliardi secondo le ultime stime Ocse, in mano all’estero.

Se per una volta la smettessimo di flagellarci o farci flagellare dal nostro senso di colpa, alimentato da un trentennio di rimproveri internazionali, potremmo capire che il nostro debito pubblico è una bomba nascosta sulla quale è seduto il sistema finanziario mondiale, della quale noi teniamo in mano l’innesco.

Se per una volta fossimo spregiudicati, dovremmo urlare alle varie troike che decidono le politiche economiche degli stati che non non siamo come la Grecia: siamo molto peggio.

Provate a farci fallire.

Invece, ancora una volta saremo riflessivi e perbene. Pagheremo i nostri debiti, come abbiamo sempre fatto, al semplice scopo di perpetuarli. Tanto più che adesso abbiamo anche un govero di larghe intese, che sarebbe più giusto chiamare di larghe spese, e gli spread scenderanno. Alla faccia dell’andamento crescente del nostro debito/Pil che l’Ocse, nel suo ultimo economic surveys dedicato proprio all’Italia, vede in crescita fino a toccare il 134% l’anno prossimo.

D’altronde, è l’unica cosa in cui primeggiamo, il debito pubblico. Per il resto siamo un mezzo disastro. La nostra produttività è arretrata nell’ultimo decennio, mentre il nostro costo del lavoro rispetto a dieci anni fa, è cresciuto del 10% rispetto alla media Ocse e addirittura del 25% rispetto alla Germania.

I nostri conti esteri sono scoraggianti. A fine 2011 avevano un deficit delle partite correnti sull’estero del 3,2% a fronte della media Ocse dello 0,7. La nostra posizione netta era negativa per il 22,3% del Pil. La nostra crescita degli ultimi cinque anni è stata negativa per lo 0,6% del Pil, e pure peggio se guardiamo i dati dal 2000. Abbiamo il primato della crescita media più bassa dell’intera area.

Se volessimo peggiorare la nostra eurodepressione, potremmo segnalare che la nostra spesa pensionistica rimarrà saldamente superiore al 15% del Pil, molto al di sopra della media Ocse, sebbene l’Italia abbia l’età di pensionamento più alta di tutti. La qualcosa, nota l’Ocse, se da un lato stabilizza la sostenibilità del sistema pensionistico, dall’altra è disastroso per il mercato del lavoro.

Già: la disoccupazione. Il problema, sembra di capire leggendo fra le righe del rapporto, non è tanto che sia aumentata, ma che non sia aumentata abbastanza.

Nel 2008 il tasso di disoccupazione era l’8,4%. A fine 2012 eravamo al 10,6%, a fine 2014 è previsto saremo all’11,8%. Tale aumento dovrebbe “diminuire la pressione sulla crescita dei salari”. La famosa medicina tedesca che anche noi dovremo sorbirci, visto che “il costo del lavoro per unità in Italia si è aggiustato di meno rispetto agli altri paesi in crisi, in cui una disoccupazione più elevata ha influenzato una correzione più marcata”. Con la conseguenza che ” si è deteriorata la competitività e quindi si sono ristretti i margini di profitto”.

Correggere la pericolosa tendenza a crescere del costo del lavoro italiano è una delle priorità che dovremmo darci, sempre in nome del nostro debito pubblico. A cominciare dal settore pubblico, dove i salari sono stati congelati, e a finire dal privato, dove “i salari sono calati in alcuni casi, ma non abbastanza da recuperare il gap con Francia e Germania”.

Se il calo dei salari è il driver principale del recupero di competitività, il resto deve venire, spiega l’Ocse, dal sistema paese, che ha dei bachi strutturali gravi sul versante della giustizia civile, che ha tempi doppi rispetto agli altri paesi di definizione di una controversia commerciale, e della trasparenza.

Di buono c’è che abbiamo fatto alcuni progressi. Abbiamo, ad esempio, recuperato l’avanzo primario del bilancio pubblico, grazie a un aumento delle tasse, solo che siccome la crescita degli interessi che paghiamo sul debito arriverà al 5% del Pil nel 2014, sarà sempre più difficile mantenerlo. E ancora di più avere quel 2% fisso di avanzo primario che dovrebbe condurci gradualmente, intorno al 2030 ad avere un debito/pil intorno al 60%.

Sempre se la crescita riparte.

Il debito pubblico italiano, insomma, è il grande protagonista di questo economic surveys dell’Ocse. Segno evidente della preoccupazione che genera nel resto del mondo. Per capire perché basta ricordare che abbiamo il primato europeo, nel 2013, per la quantità di debito da rinnovare. Ben 282 miliardi da febbraio 2013 a fine anno, che dovremo trovare sui mercati interni e, soprattutto esteri.

Le nostre banche e assicurazioni, infatti, ormai sono gonfie fino a scoppiare di titoli di stato. Ne avevano in pancia un po’ meno di 600 miliardi nel 2007 e ormai veleggiano intorno ai 1.000, dovendosi far carico della fuga delle famiglie e degli investitori esteri dal Btp. Ed è chiaro che non possono continuare ad accumularne, pena mettere a rischio i propri coefficienti patrimoniali.

Una simpatica simulazione, infatti, mostra che un ipotetico haircut del debito italiano del 25% avrebbe effetti devastanti sui conti delle principali banche italiane, che, scrive l’Ocse, giocano molto sul fatto che sono “troppo grandi per fallire”.

E se tale gioco riesce bene alle banche, perché non dovrebbe riuscire all’Italia?

Il saldo Target 2 italiano, ossia la posizione netta della nostra banca centrale rispetto la Bce, che era più o meno a zero fino all’estate 2011 è sprofondato a -290 miliardi nell’estate del 2012, il peggior risultato dopo la Spagna. Ciò è dovuto, spiega l’Ocse, al massiccio uso italiano del programma LTROs varato dalla banca centrale per dare liquidità al sistema, visto che dal nostro paese si calcola siano fuggiti circa 235 miliardi di euro di capitali nel periodo più acuto della crisi. In pratica questi debiti con chi ci prestava soldi – per lo più banche tedesche e francesi – è stato sostituito con debito nei confronti della Bce, finché le banche estere non hanno ricominciato a prestarci i soldi. Quali banche? Sempre le stesse: le francesi e tedesche, visto che i saldi Target 2 per entrambe risultano in calo nel 2012.

Cosa è cambiato? Che abbiamo fatto i compiti a casa. Fornito più garanzie. E sempre di più ce ne chiederanno. Il nostro debito pubblico ci costringerà a deglutire chissà quanti amari bocconi nei prossimi vent’anni. A meno che non impariamo a usarlo per quello che è: un’arma di distruzione di massa.

Facciamola semplice: se l’Italia smettesse di pagare i propri debiti fallirebbe, senza dubbio, ma metterebbe in guai assai gravi la Bce, la Francia e la Germania, e quindi tutta l’eurozona, per non parlare del resto del mondo.

Simul stabunt simul cadent, dicevano i latini. I nostri partner devono pregare che l’Italia stia sempre in salute e pregheranno sempre più intensamente al crescere del nostro debito pubblico che saranno costrette a comprarsi, in una forma o nell’altra, ogni anno da qui all’eternità.

Un debito, specie quando è eterno, allunga la vita.

La mina innescata del mattone francese

I cacciatori di pericoli nascosti e i seminatori d’ansia, genìa alquanto nutrita nel tempo dell’eurodepressione, dovrebbero perdere una mezz’ora del loro tempo e leggere il penultimo rapporto sulla stabilità finanziaria rilasciato dalla Banca d’Italia nel novembre scorso.

Vale la pena perché a pagina 19 c’è un grafo che racconta meglio di mille libri cosa sia successo nel mercato immobiliare europeo fra il 2000 e il 2012, e mostra con grande chiarezza il rapporto strettissimo che si è instaurato nell’eurozona fra la bolla del credito e quella del mattone. Tanto che ormai camminano a braccetto.

La bolla gemella che ha terremotato i bilanci sovrani, per di più, è tutt’altro che alla fine. Molti paesi sono ancora alle prese con quotazioni immobiliari cresciute enormemente nell’ultimo decennio, con tutto ciò che ne consegue sul versante sociale (inaccessibilità all’acquisto per ampie fette di popolazione e persino alla locazione) ed economico (credito bancario bloccato a causa della notevole esposizione al debito privato generato dai mutui concessi a suo tempo).

Per riferirsi al caso italiano, abbiamo già visto che le nostre banche soffrono di una pesante esposizione nei confronti dell’immobiliare: più o meno un terzo degli asset, infatti, sono investiti in mattone fisico o crediti sul mattone.

Ma il protagonista di questo post non è l’Italia, bensì la Francia.

I corsi immobiliari francesi, infatti, risultano i più alti dell’eurozona, e sono quelli scesi di meno rispetto al picco del 2007-8. Fatto 100 l’indice dei prezzi nel 2000, infatti, il mattone francese quota quasi 220. In pratica l’indice è più che raddoppiato.

Per dare un’idea delle dimensioni della bolla francese, basti considerare che lo stesso indice per Spagna, notoriamente accusata di aver gonfiato una bolla insostenibile, era arrivato a quotare 240 nel 2008. Solo 20 punti in più della Francia. Oggi la Spagna è crollata a 180, meno persino della Gran Bretagna, che dopo aver sfiorato i 240 nel 2008, ora veleggia intorno a 190. L’Italia, per tornare a noi ha superato quota 160 a fine 2008 e da lì si è mossa poco, negli ultimi anni. La curva è praticamente piatta dal 2009 in poi, anche se la Banca d’Italia registra con preoccupazione che i prezzi sono in calo.

Preoccupazione più che comprensibile. Se calano i prezzi del mattone, i primi a farci i conti sono i bilanci bancari, che rischiano di vedere erosi i propri coefficienti patrimoniali, i famosi Core Tier, con tutto quel che ne consegue, visto i noti obblighi di capitalizzazione.

Per concludere il confronto europeo, vale la pena osservare che in Germania l’indice dei prezzi del mattone è rimasto praticamente fermo a 100 fino al 2009, e che solo dal 2009 in poi ha iniziato una moderata crescita. Guardacaso contestualmente al ritiro dei capitali delle banche tedesche dal Piigs. Adesso quota circa 110.

Peggio (o meglio, dipende dai punti di vista) ha fatto solo il mattone irlandese, che dopo aver superato quota 200 nel 2008 e tornato a 100 nel 2012. In pratica l’Irlanda ha azzerato un decennio di crescita del mattone. E ciò spiega bene perché le banche irlandesi siano finite male.

Lo stesso copione potrebbe ripetersi per le banche francesi. Le banche francesi hanno visto crescere esponenzialmente i propri asset,  triplicati dal 2000 in poi. Tale crescita è stata favorita in gran parte, come è accaduto in tutta l’eurozona (tranne che per la Germania) proprio dal boom del settore immobiliare. Quindi il calo di questi attivi – le prospettive per il mercato immobiliare francese sono peggiori di quelle italiane – avrà un effetto diretto sul sistema bancario transalpino.

Chi di mattone ferisce…

La Jihad contro i travet pubblici e il crollo dei salari

Si può pensare quello che si vuole dei posti di lavoro pubblici: che siano poco produttivi, che siano assistenziali, per non dire inventati, che siano uno spreco di denaro dei cittadini.

Si può dire ciò che si vuole dei dipendenti pubblici: che siano fannulloni, inamovibili, troppo sindacalizzati, scortesi, inutili. E ciò grazie anche alla categoria, che spesso ci ha messo del suo, riempiendo le pagine dei giornali di poco commendevoli episodi che hanno arricchito la galleria caricaturale del lavoro pubblico che si stratifica fin dalla notte dei tempi.

Si può dire di tutto e si può pensare di tutto e anche il contrario, visto che sarebbe fin troppo facile trovare per ogni travet pubblico imboscato uno che lavora per due o magari per tre.

Perciò per articolare un ragionamento sui lavoratori pubblici dobbiamo basarci sull’unica cosa oggettiva e riscontrabile. Ossia che sono un pessimo benchmark. E non tanto (o non solo) per come si comportano. Ma perché costano tanto, troppo rispetto ai lavoratori privati.

Questo, prima ancora della circostanza che siano tanti, è il problema.

Tale evidenza è palesata senza troppi imbarazzi in un paper della Banca d’Italia pubblicato pochi giorni fa, “Public-private wage differentials in euro area countries”. Una dissertazione econometrica alquanto astrusa che pero’ ha il pregio di rilevare con involontaria chiarezza quale sia la situazione.

“La configurazione salariale del settore pubblico – recita il testo – può avere un serio impatto serio sull’efficienza del mercato del lavoro e sui risultati macroeconomici. Se il governo premia i suoi impiegati pubblici con retribuzioni più alte rispetto al privato, i lavoratori potenziali possono aspettarsi di guadagnare tali retribuzioni spiazzando il settore privato fino a che le paghe del settore privato non aumentino. Inoltre tale politica (di stipendi pubblici) può provocare alti deficit pubblici, far aumentare le tasse e spostare risorse pubbliche da usi più produttivi”.

Proviamo a dire la stessa cosa partendo dalla fine: per utilizzare per fini produttivi le risorse e non avere deficit di bilancio bisogna evitare che la spesa pubblica per i dipendenti sia alta, anche perché così si evita che le retribuzioni del settore privato crescano troppo, avendo un riferimento migliore a cui tendere.

La prima parte della frase – per utilizzare per fini produttivi le risorse pubbliche e non avere deficit di bilancio bisogna evitare che la spesa pubblica per i dipendenti sia alta – l’avrete sentita ripetere mille volte. E’ il mantra che ci ripetono un giorno si e l’altro pure sulla spesa pubblica inefficiente e improduttiva, anche quando di fatto è un reddito.

La seconda parte è più interessante:  si evita che le retribuzioni del settore privato crescano troppo, avendo un riferimento migliore a cui tendere. Fa effetto no? E’ come dire che il salario cattivo (quello più alto) scaccia quello buono (più basso).

Bene, vediamo i numeri. Il confronto fra i paesi dell’eurozona possiamo farlo sia sul numero dei dipendenti pubblici sul totale, sia sul livello delle retribuzioni privato/pubblico. I risultati sono estremamente interessanti e spiegano molto dello spirito del tempo.

Il Paese europeo che ha meno dipendenti pubblici in percentuale è la Germania (ennesimo primato Ue), con appena il 19,1%, seguito dall’Austria (21,1%), la Slovenia (22,7%), la Spagna (23,3%), il Portogallo (25%), l’Italia (26,9%), l’Irlanda (28,7%), la Francia (31%) e il Belgio (37,6%).

Gli scostamenti fra salari pubblici/privato più rilevanti, però, sono nei Piigs. Mentre Belgio, Austria, Francia e Germania registrano gap fra il 6 e il 16%, tale scostamento arriva intorno al 30% in Italia, Irlanda e Slovenia e addirittura circa il 35% in Grecia, Portogallo e Spagna.

Quindi i Piigs (più la Slovenia) hanno il doppio problema di avere tanti dipendenti pubblici che costano oltre un terzo in più del settore privato.

Sono una preoccupante fonte di infezione.

Per fortuna che c’è la crisi. “Le misure straordinarie di consolidamento dei conti pubblici – conclude lo studio – che includono congelamenti o tagli dei salari pubblici, prese in alcuni stati (indovinate quali, ndr) in risposta alle crescenti tensioni nei mercati finanziari può aver ridotto questi differenziali”.

Per chi non lo ricordasse, quest’anno la Grecia dovrà licenziare quattromila dipendenti pubblici e altri 11.000 l’anno prossimo, dopo l’accordo raggiunto con la troika, il Portogallo ha tagliato persino la tredicesima, mentre in Italia i salari pubblici sono congelati.

Quindi i salari (e i salariati) pubblici dei Piigs sono destinati a contrarsi, con grande beneficio del settore privato che avrà più lavoratori disposti (a causa della crisi) ad accettare salari più bassi non potendo più aspirare al bengodi del posto pubblico ben pagato. La famosa competitività.

Senonché accade spesso che il diavolo faccia le pentole, ma non i coperchi.

Un grafico, allegato allo studio, ci racconta il rapporto fra i redditi dei lavoratori del settore pubblico e quelli del privato dal 1999 in poi. E quello che si vede dalle curve è che dal 2008 in poi, nei paesi più colpiti dalla crisi, quindi Irlanda, Spagna e Grecia il gap fra retribuzioni pubbliche e private si è allargato, anziché restringersi. Forse perché i posti di lavoro privati reagiscono più elasticamente (ossia con ribassi) rispetto a quelli pubblici.

In queste condizioni tagliare il lavoro pubblico non può che incoraggiare la spinta al ribasso di tutti i salari, pressati anche dall’aumento della disoccupazione.

Ma forse è questa la ragione della Jihad contro i travet pubblici.

Giappone e Germania vincono la guerra dei trent’anni

Ci sono voluti trent’anni perché la guerra del credito, che ci ha condotto oggi agli albori di un’altra guerra – quella del debito – spiegasse i suoi effetti globali.

Si  è trattata di una guerra mondiale, a tutti gli effetti, sorretta da un’ideologia dogmatica – la supremazia del mercato finanziario – e combattuta con armi micidiali, a cominciare dalle liberalizzazione dei movimenti di capitale e la disgregazione del potere dei vecchi stati nazionali.

Nella dogmatica rientrano altre teorie tuttora mainstream: l’indipendenza della banche centrali, la nocività dei deficit pubblici, la nozione stessa di crescita, teoricamente indefinita. Tutto l’armamentario che la dottrina economica etichetta come “monetarista”, anche se nella realtà le sfumature sono parecchie.

Bene. Dopo trent’anni possiamo tirare le somme. La prima conclusione è di sistema: la crisi iniziata nel 2007 e tuttora in corso, ha mutato la natura stessa della contesa: quella che prima era una ricorsa tesa all’allargamento indefinito del credito bancario, in nome di un arricchimento collettivo, è diventata una rincorsa altrettanto forsennata verso il rientro da tali crediti in nome della salvezza collettiva.

La guerra del debito.

Adesso gli stati, e quindi i popoli sono chiamati a restituire quei crediti ai quali si sono abbeverati per anni, dopo aver disimparato a fare senza. Una potenziale tragedia.

Ma che guerra sia stata, quella del credito, non c’è dubbio. Infatti ci sono vincitori e vinti.

Per identificarli ci siamo serviti di un paper diffuso nei giorni scorsi dalla Banca d’Italia, dove si analizza la ricchezza delle famiglie dei principali paesi Ocse dal 1980 ad oggi. Quale miglior criterio, in un conflitto per la ricchezza, che misurare quella raggiunta dalle popolazioni nel corso del tempo?

“Negli ultimi trent’anni – scrive Bankitalia – l’importanza degli asset finanziari è cresciuta in tutti i paesi Ocse”.

Il paper individua all’incirca sei cicli. Il primo, iniziato negli “tranquilli anni ’80”, quando, salvo il Giappone, negli altri paesi la crescita degli asset fu costante e senza scosse. Il secondo ciclo è quello del boom dei prezzi degli asset, a partire dalle seconda metà degli anni ’90, collegata alla bolla di internet. Quindi, ciclo numero tre, lo scoppio della bolla e la distruzione delle ricchezze che ne seguì. Poi il recupero – quarto ciclo – fra il 2003 e il 2007. Quindi di nuovo il crollo – quinto ciclo – culminato col collasso di Lehman Brothers, a cui è seguito il ciclo numero sei, “contraddistinto da vari trends”. Le scosse d’assestamento dopo il terremoto.

A partire da fine 2011, scrive ancora Bankitalia “gli asset finanziari delle famiglie di Francia, Germania e Giappone hanno recuperato il livello raggiunto nel 1999, mentre negli altri paesi sono sotto i picchi dell’era della bolla internet”.

Francia, Germania e Giappone, quindi. Ma mentre la Francia è impelagata in una crisi strutturale dagli esiti imprevedibili, Giappone e Germania sono gli unici che entrano nella guerra del debito con tutte la carte in regola. Sono loro i veri vincitori della guerra dei trent’anni.

Alcuni dati raccolti nello studio autorizzano questa conclusione. Nel trentennio considerato gli asset finanziari sono risultati sempre in crescita in Francia, Germania e Giappone. Quest’ultimo, pure se un soffio sotto gli Usa, ha visto cresce il valore dei propri asset fino a 3,2 volte il Pil, nel 2011, quando nel 1980 valevano poco più della metà. La crescita, negli Usa è stata molto meno. Nel 1980 gli asset finanziari americani valevano già quasi 2,5 volte il Pil e a fine 2011 erano arrivati a 3,3 volte.

Il dato del Giappone somiglia di più a quello della Francia, che nel 1980 aveva asset finanziari pari a una volta il Pil e che ha chiuso il trentennio con un valore doppio. Ma con una profonda differenza: mentre la Francia ha una posizione netta con l’estero negativa, più o meno il 14% del Pil, il Giappone ha una posizione netta con l’estero positiva che vale oltre il 50% del Pil.

Anche la Germania ha chiuso il trentennio col raddoppio del propri asset finanziari, passati da 0,9 volte il Pil a 1,8. Tutto questo con conti esteri floridi e basso indebitamento pubblico.

La Germania, inoltre, chiude il ciclo con un tasso di risparmio netto che è al top della classifica, praticamente lo stesso da oltre 17 anni, intorno al 12%, più o meno come la Francia.

Per l’Italia, dal punto di vista del risparmio, gli ultimi diciassette anni sono stati una tragedia. Partivamo da circa il 18% nel 1994 e siamo crollati sotto il l’8%, al livello della Spagna e delle “cicale” inglesi.

Chiude il cerchio l’analisi della ricchezza netta, ossia del saldo fra asset e debiti.

Nel 1980 le famiglie tedesche avevano debiti per poco più di 0,4 volte il Pil, quelle giapponesi per 0,6 volte.

Nel 2011, dopo aver raggiunto il picco di indebitamento nel 1999 (al top del ciclo rialzista degli asset che abbiamo visto) il debito delle famiglie tedesche ha iniziato a declinare costantemente fino ad avvicinarsi a quello del 1980.

Un andamento del tutto simile a quello delle famiglie giapponesi, che dopo aver toccato 0,8 il Pil a fine anni ’90, hanno visto il loro indebitamento declinare costantemente fino quasi al livello del 1980.

Sono gli unici due paesi del confronto considerato che si trovano in questi condizioni.

Per fare il confronto con quanto è successo in Italia, basti considerare che nel 1980 le famiglie italiane avevano debiti inferiori a o,1 volte il Pil.

Il primo incremento significativo si registra alla fine degli anni ’80, nel 1987, quando i debiti arrivano a 0,2, praticamente raddoppiano, in coincidenza guarda caso con uno dei nostri boom immobiliari. Da quel momento in poi i nostri debiti crescono senza sosta.

Nel 2011 le famiglie italiane raggiungono un livello di indebitamento sul Pil pari a quello tedesco. In pratica oltre 0,4 volte il Pil, il più basso fra i paesi considerati. Con la differenza che mentre il debito tedesco appare in calo, quello italiano è inclinato al rialzo.

Per tirare le somme usiamo il parametro della ricchezza netta, quindi senza i debiti.

Quella giapponese è in crescita costante dal 1980 e appare pressoché raddoppiata in rapporto al Pil. Lo stesso vale per quella tedesca. Quella Usa, sebbene abbia raggiunto livelli più elevati (ma nel 2011 è inferiore a quella giapponese) ha un andamento molto più erratico, probabilmente a causa della circostanza che gran parte della ricchezza finanziaria americana sia investita in azioni, quindi più soggette al ciclo economico, mentre quella giapponese è più concentrata sui depositi bancari.

Noi italiani abbiamo raggiunto il picco della ricchezza finanziaria netta nel 1999, come gli altri, e da allora abbiamo conosciuto solo un costante declino. Nel 1980, grazie anche al livello pressoché nullo di indebitamento, le famiglie italiane gareggiavano col Giappone e gli Usa per ricchezza netta. Oggi ci avviciniamo sempre più alla Spagna.

La nostra guerra, noi, l’abbiamo persa.