Serviva davvero un’ondata inflazionistica per ricordare a tutti noi quanto sia profondo e inestricabile il legame che unisce i governi alle loro banche centrali? Ovviamente no. E tuttavia da quando queste ultime hanno iniziati ad alzare i tassi, che significa fare una politica monetaria restrittiva, sono cresciute di intensità le esortazioni al governo a fare la stessa cosa con la politica fiscale, che di quella monetaria è semplicemente la gemella diversa. E questo per la semplice ragione che governo e banca centrale sono emanazioni della stessa entità: il potere pubblico.
Ed ecco che la “finzione” che nei secoli ha dato vita a questi due soggetti diversi viene svelata. Il fatto è molto semplice: il potere pubblico, lungo un’evoluzione secolare che ho raccontato nella mia Storia della ricchezza, ha imparato che la gestione di un processo complesso come quello economico aveva bisogno di soggetti capaci di manipolare separatamente i debiti e i crediti di un’economia, con l’evidente sottotitolo che dovevano sostenersi a vicenda.
Così la banca centrale mette fra i suoi asset i debiti del governo e usa i suoi debiti – la cosiddetta base monetaria – per far funzionare l’economia (compresa quella del governo) che origina le risorse attraverso le quali il governo paga i suoi debiti. Ne abbiamo parlato tante volte, anche approfondendo, quindi non serve ripetersi.
Il fatto nuovo è che oggi questo meccanismo venga messo alla prova nella sua resilienza per la semplice ragione che l’inflazione, che alza i tassi di interesse, grave sulla montagna di debito che governo e banca centrale hanno cumulato, sebbene su diversi lati del bilancio.
I governi riusciranno a rassegnarsi alla moderazione fiscale? E le banche centrali, che già iniziano a manifestare perdite sui titoli a causa del rialzo dei tassi al quale sono costretti, riusciranno a mantenere la barra dritta?
La risposta a queste domande ha a che fare col modello di sviluppo che andremo a costruire nei prossimi anni. La Bis, che affronta questo tema nella sua relazione annuale, ha fatto capire con chiarezza che il sistema sta testando le sue “resistenze”. Ciò che ne verrà fuori non possiamo saperlo. Ma immaginarlo si. E forse dovremmo.
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Nel mondo nuovo che sta emergendo dalle varie crisi internazionali, sembra che la Cina non appaia più come la terra promessa del capitalismo internazionale. E non solo perché il paese sembra in preda a profondi ripensamenti nel suo modello di sviluppo, con una accresciuta diffidenza verso il settore privato che del capitalismo cinese è stato la punta di diamante. E neanche solo perché l’Occidente, con tutte le sue ampie sfumature, sembra abbia aumentato la sua quota di diffidenza verso Pechino. Al centro del problema potrebbe esserci proprio la struttura stessa dell’economia cinese, che sembra giunta al suo capolinea. O quantomeno a un punto in cui la navigazione diventa difficile.
Questa sensazione emerge con prepotenza leggendo il breve approfondimento che la Bis dedica all’economia cinese nel suo rapporto annuale, dove osserva quanto sia stato limitato l’influsso degli sviluppi dell’economia cinese su quella internazionale. Come se i tempi in cui i ritmi di Pechino facevano sorridere il mondo fossero finiti per sempre. E questo nonostante ci fossero parecchie attese positive a valle della riapertura della Cina dopo la pandemia.
E in effetti nel paese l’economia ha avuto un buon rimbalzo. Nel primo quarto di quest’anno la crescita ha raggiunto il 4,5 per cento con previsioni riviste al rialzo fino al 5,8 per cento stimato nel maggio scorso. Senonché questa crescita è stata in buona parte dovuta al settore dei servizi, che ha raggiunto il suo livello apicale in più di un decennio, che però ha poco effetto sui flussi internazionali. Genera benefici interni, insomma, a differenza dei settori delle costruzioni e della manifattura che fanno vedere i loro effetti positivi anche all’esterno.
Ed è questo il punto. Le costruzioni cinesi sono ancora sotto stress per i noti motivi di debito, mentre la manifattura deve vedersela con le nuove tendenze che tendono a portare fuori dalla Cina molte catene di fornitura. E questo spiega anche perché, come nota la Banca, l’effetto della riapertura cinese sull’inflazione globale sia stato così debole.
L’economia cinese, per farla semplice, diventa sempre più un affare interno che internazionale. Il grande mito della domanda cinese che avrebbe sollevato il mondo sembra maturo per essere consegnato alla storia. Il nuovo secolo magari sarà cinese. Ma il resto del mondo non se ne accorgerà.
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Il peggio è passato, dice la Bis riferendosi all’inflazione. Ma il meglio deve ancora venire e non è detto che arriverà facilmente né presto. Quello che la banca di Basilea chiama “l’ultimo miglio” della disinflazione, anzi, rischia di essere il nuovo peggio che ancora dobbiamo sperimentare. Non solo perché il “tiraggio” dei tassi rischia di far sbandare il battello dell’economia internazionale, cresciuto a pane&debito, e perciò patologicamente dipendente da un costo del denaro basso, ma anche perché la crescita dei prezzi potrebbe scoprirsi più difficile del previsto da debellare senza causare disastri.
Il mondo in cambiamento, per dirla diversamente, esibisce un difficile dilemma: da una parte un’inflazione alta e aggressiva, dall’altra una stabilità finanziaria bassa e fragile. Minimo comune denominatore: il rischio. Che dovremmo chiamare pericolo, per usare una terminologia che gli economisti evitano per mestiere.
Viviamo tempi pericolosi, però. E neanche questa è una novità. Il problema semmai, come ha chiaramente detto Claudio Borio, capo del dipartimento economico della Banca, è che oggi questo pericolo non trova più nelle illusioni monetarie e fiscali che hanno accompagnato il Novecento il lenitivo per le ansie delle popolazioni, e quindi dei governi.
“Le tensioni attuali sono il punto culminante di decenni in cui la politica monetaria e di bilancio hanno rappresentato, di fatto, i motori della crescita – dice Borio -. Per superare questa ‘illusione della crescita’ e trovare una combinazione coerente di politiche serve un cambio di mentalità che riconosca i limiti delle politiche di stabilizzazione”. Cambiare mentalità: facile a dirsi.
Quanto ai governi, questi ultimi, dice la Banca, “devono rimettere in sesto i loro bilanci, indirizzando le misure di sostegno sulle fasce più vulnerabili e avviando un risanamento a lungo termine della spesa. Questo contribuirebbe a frenare l’inflazione e a tenere a bada i rischi per la stabilità finanziaria, perché ridurrebbe la necessità per le banche centrali di mantenere alti i tassi più a lungo”.
Ma se ci tolgono il salvagente della banca centrale – che dovrà continuare ad alzare i tassi per debellare il suo male assoluto – e anche quella della prodigalità del governo, che continua ad elargire provvidenze a tutti, cosa ci rimane?
Questo sentiero, ignoto quanto agli esiti e alla sua praticabilità, e tuttavia chiarissimo quanto alla sua fisionomia – le famose riforme dal lato dell’offerta – è quello che dovremmo (mai condizionale fu più d’obbligo) percorrere per provare a trovare un nuovo equilibrio. Vaste programme, direbbe qualcuno. Non si intravedono idee migliori.
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“Le attuali tensioni sono il culmine di decenni di affidamento sulla politica monetaria e fiscale come motori de facto della crescita. Superare questa fallacia dell'”illusione della crescita” e trovare un mix di politiche coerente richiede un cambiamento di mentalità, riconoscendo i limiti delle politiche di stabilizzazione”. Così, una breve dichiarazione di Claudio Borio, capo del dipartimento economico e monetario della Bis, strappa il velo di Maya delle illusioni fiscali e monetarie dell’Occidente, che da generazioni ci fa credere che basti rallentare – il fisco o la moneta – per accelerare. Un raffinato paradosso che dice tutto di noi e spiega quell’altro paradosso, ossia il nostro essere ricchi e infelici al tempo stesso. Perché forse non era vera ricchezza, quella che nutriva le nostre illusioni. Era povertà travestita.
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Fra il dire e il fare c’è di mezzo il liquefare, potremmo dire parafrasando il vecchio proverbio. Perché se è vero che c’è un mare di gas che attendo di prendere il posto del petrolio, nella ruggente stagione della transizione energetica, è altresì vero che questo mare deve essere liquefatto – e non sarebbe un mare sennò – e quindi spedito per nave e poi rigassificato nei porti di destinazione. Tutta roba costosissima. E purtroppo si vede. La liquefazione del gas, che deve essere fatta nei luoghi di provenienza, non riesce a stare appresso alla domanda: procede a fatica. E anche le previsioni non sono incoraggianti. Mentre aumentano le capacità di spedizione e rigassificazione, il gas continua ad essere ancora troppo gassoso, diciamo così. E così rischia di evaporare.
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Partiamo da qui: “Attraverso la dematerializzazione e la digitalizzazione, l’interazione tra denaro e l’economia ha apportato profondi cambiamenti generali della società”. E poi, riflettiamoci.
Che significa? La separazione fra denaro ed economia è chiaramente un artificio che serve a ricordarci la natura di ogni transazione sul mercato. Ossia la corrispondenza di un certo bene/servizio con una certa quantità di denaro. E quindi la separazione, anch’essa artificiale al punto da sembrare reale, fra economia finanziaria e cosiddetta economia reale. Ossia fra banca e impresa. O, meglio ancora fra Banca centrale e sistema economico.
Ecco il punto: l’interazione fra questi due sistemi genera profondi mutamenti sociali. Ma vale anche il contrario ovviamente. Sono i mutamenti sociali a generare profondi cambiamenti nei due sistemi finanziario ed economico. Ma qui si scende dal campo tecnico-bancario a quello sociologico-filosofico, che mal s’attaglia alla Bis di Basilea alla quale dobbiamo l’incipit di questo post, e soprattutto l’analisi di un argomento che sembrerà astruso a tutti coloro che si spaventano delle parole difficili – token, ad esempio – ma il cui senso è estremamente trasparente: siamo alla vigilia di “profondi cambiamenti generali della società”, proprio a causa di questa evoluzione tecnologica. Dall’oro, alla banconota, al libro mastro custodito nelle banche medievali italiane e poi dell’età moderna, fino al libro mastro elettronico che ha preso il suo posto nell’età dei computer.
E adesso? Adesso si apre una prospettiva inusitata, foriera di chissà quali cambiamenti: la creazione di un libro mastro unificato che tratti le transazioni – qualunque tipo di transazione – come un semplice oggetto informatico, “tokenizzato”, ossia associato a un certo standard di costruzione. In sostanza: il trionfo del codice sul contenuto. Una purissima forma. Per dirla con le parole della Bis “la moneta programmabile delle banche centrali potrebbe legare insieme su un’unica piattaforma la moneta programmabile delle banche commerciali e le attività tokenizzate, rendendo così possibili transazioni e contratti in tempo reale”.
Prima di fuggire spaventati, pensate a una prima conseguenza. Nel nostro mondo attuale, e chissà per quanto tempo ancora, un contratto porta con sé una denominazione monetaria. Nel mondo dei token – ossia “il processo di rappresentazione digitale dei diritti su una piattaforma programmabile” – questo diventa un semplice dettaglio di secondo livello. Si scambiano oggetti informatici, non più solo monete. Ergo: la politica finanziaria diventa un di cui di quella che fissa il contenuto del token. Un super-regolatore internazionale succede all’autorità monetaria, che diventa in tal senso una succursale. Ancora la Bis: “Questa nuova infrastruttura finanziaria rappresenterebbe una trasformazione epocale, aprendo nuove possibilità economiche che potrebbero rivoluzionare il sistema monetario e finanziario”.
Perché farlo? “La tokenizzazione potrebbe sbloccare nuovi tipi di accordi economici che gli attriti insiti nel l’attuale sistema monetario hanno finora reso impraticabile”. Farlo, quindi, perché è produttivo. La convenienza è l’anima stessa dello sviluppo capitalistico. A un patto però: “Il successo della tokenizzazione si basa sulla fiducia fornita dalla moneta della banca centrale e dalla sua capacità di unire insieme elementi chiave del sistema finanziario”.
Qual è il problema? “Gli attriti derivano dall’attuale progettazione del sistema monetario, nel quale il digitale e gli altri crediti risiedono in database proprietari, situati ai bordi delle reti di comunicazione. Questi database devono essere collegati tramite terze parti sistemi di messaggistica che inviano messaggi avanti e indietro”. Traduzione: al momento le transazioni, contenute nei silos informatici delle diverse banche centrali, vengono messe in collegamento da “ponti” digitali di proprietà di terze parti. Pensate ad esempio al sistema Swift. Questo rallenta le procedure e genera ritardi e disallineamenti che aumentano rischi e incertezza.
Ed ecco la soluzione: “La tokenizzazione è un percorso più fondamentale per affrontare le carenze del sistema attuale”. Sempre a patto di far leva “sulla fiducia nella banca centrale”, che dovrebbe diventare la garante dell’infrastruttura. E questo spiega perché la Bis ne parli nella sua relazione annuale. “La maggiore velocità di esecuzione e la riduzione dei costi non sarebbero gli unici benefici: in prospettiva, diventerebbero possibili transazioni completamente nuove, aventi come unico limite l’inventiva degli innovatori pubblici e privati”.
Potrebbe sembrare un fatto squisitamente tecnico, ma come ricorda in apertura di capitolo la banca, ogni innovazione tecnica si accompagna con cambiamenti sociali che sul momento non sono immediatamente visibili. In questo caso quello che risulta più evidente è che tutte le operazioni di regolamento potrebbero essere svolte in maniera automatica e integrata, con risparmio di costi, tempo e guadagno di certezza grazie all’intervento del denaro di banca centrale come strumento di regolazione.
Insomma, quando il mondo cambia è necessario cambiare il mondo. E neanche quello esotico, misterioso, per non dire astruso, del sistema monetario fa eccezione. “Si tratta di un cambiamento epocale nella nostra concezione della moneta e nel modo in cui avvengono le transazioni”, dice Hyun Song Shin, Consigliere economico e Capo della ricerca della BRI. “L’unico limite ai potenziali benefici è l’inventiva dei partner pubblici e privati che innoveranno sulla piattaforma”, conclude.
Comprendere le conseguenze di questo cambiamento è un altro paio di maniche. Come diceva il poeta, le scopriremo solo vivendo.
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Fra le righe della relazione annuale di Bankitalia leggiamo una notizia molto interessante: “Secondo i dati delle rilevazioni Taxia, nel 2022 il numero di mutui è cresciuto esclusivamente per la classe di mutuatari in cui l’intestatario principale del contratto aveva un’età inferiore a 35 anni, arrivando a rappresentare quasi il 40 per cento delle nuove erogazioni, la quota massima dal 2007″.
Traduco: l’anno scorso il 40 per cento dei nuovi mutui sono stati fatti da under 35. Ossia la famosa classe dei nostri concittadini che, secondo la vulgata, in buona parte non studia, né lavora, guadagna poco ed emigra appena può.
Sorge perciò spontanea la domanda: dove hanno trovato i soldi per comprare casa?
E’ chiaro che le vulgate sono da prendere con pinze. E che moltissimi under 35 hanno un lavoro e guadagnano pure bene. Anche perché per avere un mutuo devono offrire delle garanzie. E dando per scontato che alcuni avranno un sostegno da parte delle famiglie di provenienza, probabilmente a far la differenza è stata la decisione del governo di offrire una garanzia sulla prima casa.
In effetti, nota Bankitalia, i dati della Consap (Concessionaria servizi assicurativi pubblici), i finanziamenti garantiti dal Fondo prima casa per gli under 36 hanno raggiunto quota 84.000, per un controvalore di 10,8 miliardi, quando erano appena 4 miliardi nel 2021, che rappresentano i tre quarti della garanzie concesse.
Quindi i giovani italiani, più o meno sostenuti dalle famiglie e con la garanzia pubblica, nel 2022 sono stati i grandi protagonisti dei mutui immobiliari e del relativo mercato. Sarà interessante osservare come cresceranno questi piccoli debitori.
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Proseguendo un trend ormai ventennale, le famiglie italiane si confermano in cima alla classifica europea per la quantità di ricchezza finanziaria lorda in rapporto al reddito disponibile, e neanche di poco, come si può osservare dal grafico sopra.
Questa evidenza statistica, che perciò sconta tutti i limiti della rappresentazioni medie e mediane, dovremmo però osservarla ricordando un piccolo dettaglio che tende ad essere trascurato. Ossia il fatto che stiamo parlando di un rapporto.
Un breve esempio servirà a chiarire. Se ho una ricchezza finanziaria di 10 euro, e il mio reddito disponibile è di un euro l’anno, il mio rapporto sarà, appunto 10. Sembrerò ricchissimo. Se il mio reddito fosse di 2 euro l’anno, il rapporto sarebbe 5, ossia la metà di prima. Questa semplice aritmetica fa sorgere una domanda complicata: non è che per caso in Italia l’indice è il più alto d’Europa perché abbiamo redditi mediamente bassi? Da cui ne scaturisce subito un’altra: non è che il numeratore di questo rapporto è elevato proprio perché il denominatore è contenuto?
La risposta, ovviamente, non può essere contenuta nelle poche righe di un post, però è giusto ricordare che questi dati dovrebbero essere completati da un rapido esame alla situazione demografica del nostro paese, che registra una quota significativa e crescente di anziani, ossia di coloro che tendono ad aumentare la quota di risparmio, avendo alle spalle una vita di risparmi.
Detto diversamente, nessuna osservazione sulla ricchezza dovrebbe trascurare l’anagrafe. E tantomeno quando guardiamo a quella delle famiglie italiane che hanno quasi un terzo della loro ricchezza finanziaria custodita nei loro conti correnti e una quota di ricchezza in contanti (biglietti e monete) di poco inferiore a quella obbligazionaria.
Gli amanti delle singolarità statistiche potranno osservare con divertito stupore il picco dei depositi sopra i 500 mila euro osservato nel bel mezzo della pandemia, culmine di un trend iniziato addirittura nel 2016 (grafico sopra a sinistra).
Questa passione per la tesaurizzazione, che fa tanto piccolo mondo antico, ci racconta un altro aspetto delle famiglie italiane che fa il paio con la loro età media avanzata: il loro livello di istruzione. Com’è noto non brilliamo per titoli di studio, e la nostra alfabetizzazione finanziaria è, se possibile, ancora più modesta.
Da questo punto di vista, la tabella sopra evidenzia una chiara separazione fra il popolo dei conti correnti e dei salvadanai cash, e quello delle azioni, che “muove” circa 1.300 miliardi di ricchezza, seconda class di asset per importi dopo i conti correnti, seguita a stretto giro da tfr e fondi pensione.
Se a questo aggiungiamo una quota di debiti contenuta in un migliaio di miliardi, ecco spiegato il miracolo della ricchezza italiana netta, che a fine 2022 valeva oltre 4.100 miliardi.
Poi certo dovremmo domandarci come abbia fatto una popolazione senescente, poco alfabetizzata e che si distingue per una crescita economica stagnante da oltre un ventennio a cumulare tutti questi soldi. Ma questa è un’altra storia. E non è detto sia edificante.
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Poiché come tutti osservo stupito i cartellini del prezzo di frutta e verdura, mi sono chiesto cosa mai sia accaduto alla cenerentola del nostro sistema produttivo – così almeno viene raccontata l’agricoltura da quando ci siamo innamorati dell’industria e dei suoi derivati – e mi sono accorto che non è successo nulla. La povera agricoltura, nel senso di ingiustamente vituperata da chi oggi fa la spesa e compra la frutta a grammi, come l’oro in gioielleria, non c’entra niente. Rispetto ai profitti garantiti alle imprese dalle miniere – come ai tempi della Grecia di Pericle – della manifattura e dai servizi, quelli arrivati alle aziende agricole hanno contribuito molto poco alla crescita dei prezzi. Povera agricoltura, quindi, anche nel senso di poca ricchezza che si è messa in tasca. E allora come mai frutta e verdura sono rincarati? Pensateci quando comprate una confezione in busta di insalata. La plastica deriva dal petrolio (miniere), il packaging viene prodotto da una fabbrica (manifatture) e il prodotto viene spedito al supermercato (servizi). Non era difficile.
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La festa sembra davvero finita, insomma. La febbre del mattone è diventata una specie di raffreddore e molto presto, almeno fino a quando i mutui non torneranno a livelli sostenibili, provocherà solo qualche flebile starnuto. Perché è pure vero che l’inflazione erode il valore dei debiti, ma è vero altresì che i redditi per adesso crescono meno dei prezzi, e perciò alla fine – nel senso della fine del mese – la rata più grossa (per chi ha avuto la malaccortezza di fare un mutuo a tassi variabili) schiaccia il debitore, inflazione o no. Per un po’, finché il ciclo a vocazione deflazionaria non cesserà i suoi effetti, rimarremo tutti a casa, senza pensare di cambiarla. Persino contento, chi c’è riuscito, a migliorare il suo patrimonio immobiliare. Chi invece non ha voluto o potuto non deve scoraggiarsi. La giostra tornerà a girare. Serve solo tempo.
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