Etichettato: cartolina the walking debt
Cartolina. Il tempo della globalizzazione

Una ricerca molto istruttiva del NBER osserva gli effetti delle politiche di liberalizzazione nell’America Latina. Ciò che si ricava, da questa analisi, è che serve almeno un decennio, dal momento in cui si intraprendono, perché gli effetti positivi di queste politiche divengano evidenti per le variabili considerate: aumento del commercio internazionale, calo della diseguaglianza, della disoccupazione e dell’economia informale. E pure se i benefici si osservano per il decennio successivo, non è affatto detto che questo basti a consolidare queste politiche. Anzi l’esperienza ci dice il contrario. Sicché si osserva un curioso paradosso. Nei primi dieci anni, il consenso sulle nuove politiche è alto e la resa per la società basso. Nel secondo avviene il contrario: il consenso si abbassa malgrado aumentino i benefici. Il tempo della globalizzazione non è sincrono con quello della società. Perché la prima ha bisogno di tempo. La società ne ha bisogno di molto meno per cambiare idea.
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Cartolina. Il tempo della disinflazione

Servirà tempo, dice la Bis, per sconfiggere l’inflazione. E questo lo sapevamo già: il passato è un buon maestro di vita, a saperlo leggere e comprendere, e l’ultima volta che si è vista un’inflazione così cattiva – erano gli anni Settanta, ci sono voluti anni per domarla, e molti sacrifici. Oggi potrebbe persino essere peggio. Alcuni indicatori mostrano che la disinflazione potrebbe essere più complicata del previsto. Ad esempio l’evidenza che sta procedendo più lentamente di quanto accadde cinquant’anni fa. Perciò serve tempo. Che in economia significa denaro. E tanta pazienza. Specie da parte di coloro che dovranno spenderlo.
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Cartolina. Al fondo dell’inflazione

Era molto consolante pensare che il carovita fosse colpa dell’energia. Perché lasciava coltivare l’illusione che una volta che petrolio e gas fossero tornati a prezzi normali, anche il resto si sarebbe adeguato. Ma era un’illusione, appunto. Adesso che l’energia contribuisce negativamente alla dinamica dei prezzi, ci siamo accorti che la cosiddetta componente di fondo dell’inflazione, ossia quella al netto di energia e cibi freschi, non vuole saperne di retrocedere. Al contrario: si dimostra persistente, con i servizi a far la parte del leone, perché nel frattempo il carovita si è contagiato al settore produttivo e chi ha potuto ha alzato i prezzi. Anche nel settore dei beni si vede un contributo crescente all’inflazione, non solo perché le imprese difendono con le unghie e con i denti i propri margini di profitto, ma anche perché s’intravedono aumenti di salari. Al fondo dell’inflazione, insomma, non c’è più l’oro nero. Ma il rosso di chi non arriva più a fine mese.
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Cartolina. Il governo dell’inflazione

Se credessimo nelle spiegazioni semplici, nella favoletta della causa che spiega l’effetto, ci metteremmo poco a convincerci delle responsabilità dei governi nell’attuale ondata inflazionistica. Deficit fiscali mai visti in sessant’anni – e relativo aumento del debito pubblico – lanciati nella stratosfera dei tassi azzerati e per di più in un mondo affamato di merci: ed ecco l’inflazione aumentare come un bue impazzito che scappa dal recinto. Ma regaliamo questo argomento a chi si accontenta di spiegazioni semplici a problemi complessi. Qui ci limitiamo a dire che il problema dell’inflazione è complicatissimo. I governi ci provano, a governarlo. E si vede.
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Cartolina. Le illusioni perdute

“Le attuali tensioni sono il culmine di decenni di affidamento sulla politica monetaria e fiscale come motori de facto della crescita. Superare questa fallacia dell'”illusione della crescita” e trovare un mix di politiche coerente richiede un cambiamento di mentalità, riconoscendo i limiti delle politiche di stabilizzazione”. Così, una breve dichiarazione di Claudio Borio, capo del dipartimento economico e monetario della Bis, strappa il velo di Maya delle illusioni fiscali e monetarie dell’Occidente, che da generazioni ci fa credere che basti rallentare – il fisco o la moneta – per accelerare. Un raffinato paradosso che dice tutto di noi e spiega quell’altro paradosso, ossia il nostro essere ricchi e infelici al tempo stesso. Perché forse non era vera ricchezza, quella che nutriva le nostre illusioni. Era povertà travestita.
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Cartolina. Povera agricoltura

Poiché come tutti osservo stupito i cartellini del prezzo di frutta e verdura, mi sono chiesto cosa mai sia accaduto alla cenerentola del nostro sistema produttivo – così almeno viene raccontata l’agricoltura da quando ci siamo innamorati dell’industria e dei suoi derivati – e mi sono accorto che non è successo nulla. La povera agricoltura, nel senso di ingiustamente vituperata da chi oggi fa la spesa e compra la frutta a grammi, come l’oro in gioielleria, non c’entra niente. Rispetto ai profitti garantiti alle imprese dalle miniere – come ai tempi della Grecia di Pericle – della manifattura e dai servizi, quelli arrivati alle aziende agricole hanno contribuito molto poco alla crescita dei prezzi. Povera agricoltura, quindi, anche nel senso di poca ricchezza che si è messa in tasca. E allora come mai frutta e verdura sono rincarati? Pensateci quando comprate una confezione in busta di insalata. La plastica deriva dal petrolio (miniere), il packaging viene prodotto da una fabbrica (manifatture) e il prodotto viene spedito al supermercato (servizi). Non era difficile.
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Cartolina. Tutti a casa

La festa sembra davvero finita, insomma. La febbre del mattone è diventata una specie di raffreddore e molto presto, almeno fino a quando i mutui non torneranno a livelli sostenibili, provocherà solo qualche flebile starnuto. Perché è pure vero che l’inflazione erode il valore dei debiti, ma è vero altresì che i redditi per adesso crescono meno dei prezzi, e perciò alla fine – nel senso della fine del mese – la rata più grossa (per chi ha avuto la malaccortezza di fare un mutuo a tassi variabili) schiaccia il debitore, inflazione o no. Per un po’, finché il ciclo a vocazione deflazionaria non cesserà i suoi effetti, rimarremo tutti a casa, senza pensare di cambiarla. Persino contento, chi c’è riuscito, a migliorare il suo patrimonio immobiliare. Chi invece non ha voluto o potuto non deve scoraggiarsi. La giostra tornerà a girare. Serve solo tempo.
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Cartolina: Sbilanci centrali

Alcuni secoli fa, più o meno nel 2007, i bilanci delle banche centrali arrivavano a fatica al 20 per cento del loro pil nazionale. Anzi, ci arrivava solo il Giappone, che aveva alle spalle una lunga tradizione di allentamenti monetari, peraltro poco utili a frenare l’annosa deflazione che il paese si trascinava dalla fine degli anni Ottanta. Il bilancio della Fed, per dire della banca davvero centrale, non arrivava al 10 per cento del pil Usa. Ora che è arrivato a sfiorare il 40 per cento del pil, secoli di crisi dopo, si nota con sollevato stupore che ha iniziato a deflettere, mentre ormai il Giappone svetta verso il 140 per cento. Che c’è di male? Direte voi. Nulla. E’ uno sbilancio come un altro che chiede di essere riequilibrato. Ha a che fare con le banche centrali, però, che si chiamano così non certo perché suona bene. Gli sbilanci centrali si mettono a posto, proprio come ogni sbilancio. Ma fanno più male.
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Cartolina. La deflazione della pensione

Non fa più – e giustamente – notizia il fatto che i fondi pensione, nell’arco di dieci anni, abbiano reso quanto il tfr (forse anche un po’ di meno). Che il mercato fosse un posto rischioso dove investire i propri fondi previdenziali doveva (avrebbe dovuto) essere chiaro a tutti. Ma nell’ubriacatura degli anni Novanta, quando del mercato ci si innamorò senza giudizio, proprio come oggi ci si è disamorati, il fatto stesso di avere questa opportunità parve meraviglioso. Oggi un po’ meno. Ma, appunto, non è questa la notizia. Ciò che salta agli occhi, e che dovrebbe allarmarci, è che il risparmio previdenziale, qualunque sia la sua forma, non riesce più a mantenere il suo potere d’acquisto. Fondi o meno, ciò che sta capitando è che le riserve dei futuri pensionati si assottigliano. L’inflazione di oggi prepara la deflazione delle pensione. Questo è il problema.
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Cartolina. I signori del vapore

Il mondo che verrà possiamo provare a immaginarlo osservando chi siano i signori del vapore di oggi e quelli di domani, ossia coloro che hanno le riserve più ampie di materie prime a fini energetici, siano esse fossili o necessario per le rinnovabili, e la maggiore capacità di raffinazione. Come si può osservare dal grafico sopra, c’è ben poco Occidente, chiamiamolo così, e tanta Cina, specie se guardiamo ai prossimi decenni. E soprattutto si segnala per la sua assenza l’Europa. Non è molto chiaro come faremo a gestire una situazione così complessa, che allo stato attuale delle nostre conoscenze vede i paesi europei alla stregua di consumatori costretti a fare affari con produttori più o meno gradevoli. Immaginare un’alternativa vorrebbe dire che l’Europa diventi produttrice di energia. Mancando di materie prime, magari potrebbe cominciare producendo una o due buone idee. Purtroppo finora si vedono solo ideologie.
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