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Cartolina. Banche o non Banche?

I prestiti delle banche alle non banche, ossia quelle istituzioni finanziarie che non sono banche ma che si comportano come banche, sono ancora in crescita nella prima metà del 2023. Addirittura di 331 miliardi, per lo più finiti nei grandi centri finanziari nel mondo. Lo dico meglio. Le banche hanno prestato 331 miliardi alle non banche nei primi sei mesi del 2023 finendo in qualche modo per sostenere la loro propensione a fare le banche – prestare soldi a qualcuno – anche se non lo sono. Questo qualcuno, chiunque esso sia, dovrà pagare quanto basta per garantire un guadagno sia alle banche che alle non banche. Sull’identità di questo qualcuno si accettano scommesse.

Cartolina. Deflussi Emergenti

In questo mondo che cambia una cosa non cambia affatto: piove sempre sul bagnato. Parafrasando il proverbio, piove sempre denaro dove c’è già, a danno di chi ne ha sempre meno. Perciò, ora che la globalizzazione cerca nuove strade, con la conseguenza che i prestatori si fanno guardinghi, accade che gli afflussi finanziari verso le economie avanzate rimangano sostanzialmente stabili, mentre aumentano i deflussi (4 per cento in un anno) a danno dei paesi Emergenti che ne avrebbero un gran bisogno per irrobustire la loro economia, e quindi noi la nostra. Abbiamo sentito tutti ripetere che i paesi emergenti hanno bisogno di sostegno da parte dei paesi forti per non diventare un loro problema. Ma il denaro è sordo. In compenso ci vede benissimo.

Cartolina. Investimenti artificiali

Nel quasi decennio trascorso dal 2015, solo Nordamerica, Cina e India sono arrivati a investire l’1 per cento del loro pil per sviluppare l’intelligenza artificiale. Il che ci comunica con ragionevole certezza che sarà da queste regioni che si svilupperà l’ondata robotica del pensiero che finirà col sommergerci. Saremo ovviamente ben felici di scambiare la nostra stupidità naturale con l’intelligenza artificiale, salvo scoprire poi, quando magari sarà troppo tardi, che quella artificiale non era poi così intelligente, e che neanche eravamo noi così stupidi. Ma avremo sviluppato sicuri rimedi contro la nostalgia. L’avremo scambiata con una notifica.

Cartolina. Il secolo africano

Il secolo asiatico, seguito del grande secolo americano, a sua volta erede dei lunghi secoli europei, sta trascorrendo sotto i nostri occhi increduli, mentre si prepara il prossimo, che comincerà quando noi saremo un ricordo lontano. L’Africa di oggi somiglia all’America della fine del XVIII secolo, quando era una terra promettente e per questo ampiamente influenzata dalle potenze europee. L’Africa di oggi promette altrettanto, e per questo è influenzata da tutto il mondo, ma deve fare i conti con la sua storia e le enormi difficoltà contenute nella semplice espressione, oggi di uso comune, secondo la quale “il continente soffre di un notevole deficit infrastrutturale”. Solo chi pensa che un ponte sia un ponte e basta può considerarlo un problema che si risolve mettendo soldi sul tavolo. Un ponte è molto più: è un modo di essere. Rimane il problema. Il processo di formazione di una fisionomia che caratterizzi un’epoca non si svolge nello spazio di una vita: ne servono, ammesso che riesca, almeno due. Perciò i tanti che preconizzano il secolo africano peccano di prospettiva. Non sarà quello che scivolando sotto i nostri piedi, il secolo africano. Sarà (forse) il prossimo.

Cartolina. No credit? No party

Saranno pure molto affluenti, questi giganti di Internet, ma se guardiamo ai loro ricavi, la quota che traggono dal loro praticare il credito – pure se non sono banche – è ancora bassa: poco più del 10 per cento. Sono nani che passeggiano sulle spalle dei giganti del credito, ossia le banche, alle quali peraltro devono molto delle loro fortune. Sono nani sempre più pesanti su spalle che divengono sempre più leggere, se guardiamo alla capitalizzazione degli uni e degli altri. Tuttavia non bisogna lasciarsi ingannare. Le banche non sono sole. Dietro una banca ci sono una banca centrale e la storia. Dietro Alibaba o Alphabet soltanto molti capitali, che però sono una chiara indicazione circa la direzione del futuro. Per adesso i giganti sono esclusi dalla festa del credito. Ma una giorno, quando le monete saranno tutte digitali e le aziende di Internet comunità bene organizzate, chissà. Forse compreranno il biglietto per il party.

Cartolina. Gli sbancati

Scoprire che JP Morgan, ossia il gigante bancario per eccellenza, capitalizza in borsa un po’ più dei cinesi di Alibaba e un po’ meno degli altri cinesi di Tencent, è una di quelle informazioni che danno il tono dello spirito del tempo. Una volta i soldi stavano nelle banche. Poi, nel corso del XIX secolo, hanno trovato ospitalità nelle società ferroviarie e da lì verso i grandi capitali dell’industria, che oggi sono i giganti, loro si, di internet. Che infatti hanno sbancato. E non per modo di dire.

Cartolina. Transizione fiscale

A ogni transizione energetica ne corrisponde una fiscale, e viceversa. Gli occidentali dovranno spendere infinite risorse per trovare il modo di fare a meno di petrolio, carbone e gas, e chissà se riusciranno. D’altro canto, i produttori dovranno trovare infinite risorse per sostituire i ricavi che derivano loro dalla vendita di petrolio, carbone e gas. La transizione fiscale dal nostro mondo al prossimo chissà perché solleva meno preoccupazioni di quella energetica. Forse perché, in fondo, pensiamo che il denaro non sia un problema. E forse è davvero cosi. Solo che bisogna ripensarlo.

Cartolina. La spesa asociale

Non preoccupa tanto avere una spesa sociale che superi il 30 per cento del prodotto, piuttosto la constatazione che non è abbastanza, per la semplice ragione che non sembra mai troppa. Lo certifica lo stato di dichiarata infelicità che traspare dalle nostre cronache, che per quanto distorte dal desiderio di generare attenzione, raccontano di un’Italia sempre più bisognosa e al tempo stesso incapiente abbastanza da soddisfare, questi bisogni. E tuttavia non sembra che il governo lesini risorse. Al contrario. Sorge il dubbio che questa generosità, anziché alleviare la pena, l’aumenti. E’ tutto un vicendevole scrutarsi, nel nostro paese, quasi che si cerchi, nel privilegio dell’altro, la colpa del nostro dissesto finanziario, senza mai guardare in casa propria. La spesa sociale, sicché, si è trasformata. Anziché collante del nostro congiungerci in una società, è divenuta il dissolvente che la frammenta. Una spesa asociale.

Cartolina. L’inflazione dei sussidi

Gli economisti del Fmi ci avvisano che i sussidi, come quelli concessi da molti paesi europei per l’energia, rischiano di provocare uno di quei classici effetti opposti a quelli voluti. Ossia di diminuire l’inflazione oggi e peggiorarla domani, tramite il canale delle aspettative, perché gli operatori economici pensano già oggi a quando i sussidi non ci saranno più e quindi si portano avanti aumentando subito i prezzi. Lo so, c’è da smarrirsi. Viviamo immersi in un costante paradosso temporale dove il futuro forma il presente mentre guardiamo al passato. Chiaro che siamo confusi. Una certezza però la possiamo coltivare. L’inflazione dei sussidi, ossia il loro costante proliferare, quella non finirà mai.

Cartolina. Casa nostra

L’Istat registra con malcelata ansia il franare delle compravendite immobiliari nel nostro paese nel secondo trimestre del 2023, in diminuzione del 16 per cento su base annua, dopo il calo dell’8,3 per cento del trimestre precedente. Si comprano sempre meno case, insomma, e i prezzi rallentano di conseguenza, anche se rimangono, di poco, positivi: più 2 per cento rispetto al primo trimestre e più 0,7 per cento su base annua. Casa Italia tiene, ma ancora per poco. E che poi questa tenuta sia stata solida è tutta da vedersi. Se confrontiamo l’indice dei prezzi delle case esistenti del 2023 con quello del 2010 (base 100) lo incontriamo a circa 84, che significa un 16 per cento di meno di prezzi, più o meno equivalente all’incremento che si registra nel segmento delle case nuove, che però sono una fetta piccola del mercato. E infatti l’indice dei prezzi complessivi segna ancora un meno 8 per cento rispetto al 2010. Non c’è da alzare i calici, insomma. Sono mezzi pieni.