Etichettato: cartolina the walking debt

Cartolina. I soldi in Svizzera

C’era una volta la Svizzera, patria delle grandi banche internazionali che ospitavano affettuosamente capitali di provenienza diffusa, possibilmente dubbia. Erano i tempi in cui avere un conto in Svizzera suscitava insieme invidia e sospetto. La Svizzera è rimasta un notevole centro finanziario, ma quel mondo ormai è tramontato. Se ne colgono i segnali osservando la fuga dai depositi delle grandi banche estere residenti in Svizzera da parte di famiglie, imprese ed entità finanziarie non bancarie, che nel primo trimestre 2023 hanno ridotto del 12 per cento i propri depositi su base annua. Una parte rilevante è finita nei forzieri delle piccole banche di territorio della confederazione, un’altra parte presso investitori che prestano all’estero. Fatti i saldi, i soldi defluiti dalla Svizzera sono circa l’1 per cento dei 210 miliardi fuggiti dai depositi delle banche internazionali. Sembra poco, ma dice molto.

Cartolina. C’era una volta il mutuo

In pratica la domanda di mutui si è dimezzata sia di qua che di là dell’Atlantico, e sarebbe strano il contrario, coi tassi (fissi) che superano il 4 per cento, quando prima erano a un quarto o poco sopra. Dovremmo dispiacerci per questo? Non ne sono convinto. L’economia vive di saliscendi, anzi vive perché ci sono i saliscendi, che sono il modo in cui i mercati respirano. Il mercato immobiliare è rimasto con fiato sospeso dai tassi a zero per un decennio. E se questo crea l’illusione di una vitalità, che viene misurata dall’aumento delle compravendite e dei prezzi, dovremmo ricordarci che esiste anche l’apparenza della vita, che è quando un organismo viene sostenuto da rimedi artificiali, come è stato il credito facile, che lo tengono in vita senza però irrobustirlo. La debolezza del mercato immobiliare, infatti, si è rivelata subito, non appena sono stati tolti i sostegni. Perché è una debolezza che cela quella dei redditi, che tale indebitamento dovrebbero supportare. Non piangiamo, perciò per i tassi tornati alti e le domande di mutuo crollate. Piangiamo semmai per i redditi. Che non sono aumentati quanto dovevano. Neanche quando c’erano i tassi bassi.

Cartolina. Le tasse di domani

Anche quest’anno ci aspetta la solita baraonda sulle pensioni, rassegniamoci. L’idea di continuare a spendere miliardi per anticipare l’uscita dal lavoro di qualcuno è troppo succulenta per i politici di corte vedute che vanno di moda ai nostri tempi. Perciò: evviva le riforme della pensione. Anticipiamo l’uscita di tantimila lavoratori esausti e mettiamo il conto sul groppone del fisco. Perché di questo si parla. Non lo sapevate? Vi rivelo un segreto: i soldi che il governo spende oggi sono le tasse di domani e se oggi spendiamo più di quello che dovremmo, il risultato è uno solo: le tasse di domani saranno più alte. Ditelo al pensionando che pensa di realizzare i suoi sogni lasciando il lavoro perché nessuno gli ricorda che può realizzarli comunque. Magari rimane a lavorare.

Cartolina. Una spesa interessante

Quando vi diranno che si è ristretto lo spazio fiscale, termine forbito per dire che il governo è a corto di risorse, ricordate quello che è successo ai tassi dei nostri Bot e Btp nell’ultimo biennio e poi che questi rincari implicano una spesa per interessi molto diversa rispetto a quella alla quale ci eravamo abituati. Piano piano, infatti, l’onere del medio del debito sta tornando al livello del 2012, quando rappresentava un notevole fardello. E si aggiunge alle altre spese fisse che affliggono la nostra contabilità pubblica, dove primeggiano per volume quelle per le prestazioni sociali. Il problema di avere tanti debiti, e scarse prospettive di abbatterli significativamente, è che tolgono spazio al presente. Spazio fiscale. Il passato grava sulle nostre spalle. E non fa sconti. Non più almeno.

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Cartolina. Casi turchi

La banca centrale turca sembra intenzionata a farla finita con la bizzarra idea di combattere l’inflazione abbassando i tassi di interesse che aveva animato la politica monetaria del paese, su gentile suggerimento del presidente, mentre l’inflazione veleggiava intorno al 90 per cento. Adesso, dopo la difficile tornata elettorale, sembra si faccia strada un’altra Turchia, anche se il presidente è sempre lo stesso. A giugno la Banca ha portato i tassi dall’8.5 al 15 per cento, e adesso al 17,5. In pratica ha più che raddoppiato i tassi in due mesi. Ma non basterà di certo. Nella sua analisi che preannuncia il rialzo, la Banca sottolinea che la componente di fondo è ancora parecchio influenzata dall’epoca del credito facile, e perciò è prevedibile un aumento dei tassi al 20 per cento molto presto, ossia dov’erano alla fine degli anni 10 di questo secolo. E poi chissà. Poco dopo il 2000 i tassi arrivarono al 60 per cento, e vi rimasero per un paio d’anni. Sono i casi della vita. Casi turchi.

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Cartolina. Il tempo della globalizzazione

Una ricerca molto istruttiva del NBER osserva gli effetti delle politiche di liberalizzazione nell’America Latina. Ciò che si ricava, da questa analisi, è che serve almeno un decennio, dal momento in cui si intraprendono, perché gli effetti positivi di queste politiche divengano evidenti per le variabili considerate: aumento del commercio internazionale, calo della diseguaglianza, della disoccupazione e dell’economia informale. E pure se i benefici si osservano per il decennio successivo, non è affatto detto che questo basti a consolidare queste politiche. Anzi l’esperienza ci dice il contrario. Sicché si osserva un curioso paradosso. Nei primi dieci anni, il consenso sulle nuove politiche è alto e la resa per la società basso. Nel secondo avviene il contrario: il consenso si abbassa malgrado aumentino i benefici. Il tempo della globalizzazione non è sincrono con quello della società. Perché la prima ha bisogno di tempo. La società ne ha bisogno di molto meno per cambiare idea.

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Cartolina. Il tempo della disinflazione

Servirà tempo, dice la Bis, per sconfiggere l’inflazione. E questo lo sapevamo già: il passato è un buon maestro di vita, a saperlo leggere e comprendere, e l’ultima volta che si è vista un’inflazione così cattiva – erano gli anni Settanta, ci sono voluti anni per domarla, e molti sacrifici. Oggi potrebbe persino essere peggio. Alcuni indicatori mostrano che la disinflazione potrebbe essere più complicata del previsto. Ad esempio l’evidenza che sta procedendo più lentamente di quanto accadde cinquant’anni fa. Perciò serve tempo. Che in economia significa denaro. E tanta pazienza. Specie da parte di coloro che dovranno spenderlo.

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Cartolina. Al fondo dell’inflazione

Era molto consolante pensare che il carovita fosse colpa dell’energia. Perché lasciava coltivare l’illusione che una volta che petrolio e gas fossero tornati a prezzi normali, anche il resto si sarebbe adeguato. Ma era un’illusione, appunto. Adesso che l’energia contribuisce negativamente alla dinamica dei prezzi, ci siamo accorti che la cosiddetta componente di fondo dell’inflazione, ossia quella al netto di energia e cibi freschi, non vuole saperne di retrocedere. Al contrario: si dimostra persistente, con i servizi a far la parte del leone, perché nel frattempo il carovita si è contagiato al settore produttivo e chi ha potuto ha alzato i prezzi. Anche nel settore dei beni si vede un contributo crescente all’inflazione, non solo perché le imprese difendono con le unghie e con i denti i propri margini di profitto, ma anche perché s’intravedono aumenti di salari. Al fondo dell’inflazione, insomma, non c’è più l’oro nero. Ma il rosso di chi non arriva più a fine mese.

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Cartolina. Il governo dell’inflazione

Se credessimo nelle spiegazioni semplici, nella favoletta della causa che spiega l’effetto, ci metteremmo poco a convincerci delle responsabilità dei governi nell’attuale ondata inflazionistica. Deficit fiscali mai visti in sessant’anni – e relativo aumento del debito pubblico – lanciati nella stratosfera dei tassi azzerati e per di più in un mondo affamato di merci: ed ecco l’inflazione aumentare come un bue impazzito che scappa dal recinto. Ma regaliamo questo argomento a chi si accontenta di spiegazioni semplici a problemi complessi. Qui ci limitiamo a dire che il problema dell’inflazione è complicatissimo. I governi ci provano, a governarlo. E si vede.

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Cartolina. Le illusioni perdute

“Le attuali tensioni sono il culmine di decenni di affidamento sulla politica monetaria e fiscale come motori de facto della crescita. Superare questa fallacia dell'”illusione della crescita” e trovare un mix di politiche coerente richiede un cambiamento di mentalità, riconoscendo i limiti delle politiche di stabilizzazione”. Così, una breve dichiarazione di Claudio Borio, capo del dipartimento economico e monetario della Bis, strappa il velo di Maya delle illusioni fiscali e monetarie dell’Occidente, che da generazioni ci fa credere che basti rallentare – il fisco o la moneta – per accelerare. Un raffinato paradosso che dice tutto di noi e spiega quell’altro paradosso, ossia il nostro essere ricchi e infelici al tempo stesso. Perché forse non era vera ricchezza, quella che nutriva le nostre illusioni. Era povertà travestita.

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