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Cartolina. Sogno americano

Servirebbe un filosofo che ci spiegasse come mai la domanda delle popolazioni di essere governate cresca in ragione inversa della considerazione che le stesse popolazioni hanno di chi governa. Forse la domanda insoddisfatta genera repulsione, o magari la speranza di essere governati genera disperazione. Vai a capire. Rimane il fatto che fra coloro – e sono tanti – che credono che ci siano troppe disparità di reddito nel loro paese, la stragrande maggioranza, con noi italiani a primeggiare, pensa che sia compito del governo intervenire. A questa voglia crescente di governissimo sfuggono gli americani: laggiù meno del 50 per cento crede che la redistribuzione debba farla il governo. Il resto, ossia la maggioranza, si affida ai sogni. Almeno al sogno americano.
Cartolina. La sicurezza non paga

C’era una volta, tanto tempo fa in un paese lontano, un’obbligazione sicura che pagava il 20 per cento di interessi, proprio perché era sicura, visto che normalmente i prestiti costavano molto di più. Ma durò poco. Il mondo s’industriò per impedire che i debitori si svenassero, e soprattutto i governi, che si indebitavano più di tutti. E così, un secolo dopo l’altro, l’obbligazione sicura, quella che il progresso oggi chiama safe asset, ha iniziato a pagare sempre meno. Nella seconda metà del secolo XX, addirittura, pagavano i creditori. Oggi, più moderatamente, il safe asset rende uno zero tondo, quando va bene. Viviamo tempi sommamente tranquilli, evidentemente. E quindi la sicurezza non paga.
Cartolina. Sanzioni globali

Sicuramente inosservata, fra i tanti che lamentano i guasti della globalizzazione, la circostanza della mania delle sanzioni che penalizzano il commercio si diffonde come il peggiore dei virus, per il quale non si annuncia alcun tipo di vaccino. I peana degli studiosi, che lamentano i guasti che il virus delle restrizioni provoca alla crescita internazionale, passano pressoché inosservati e nessuno probabilmente sospetta che il malanno è assai più grave oggi che non venti o trent’anni fa. La narrazione che vuole la globalizzazione trionfare dai mitici anni ’80 non ne parla. E tuttavia le sanzioni sono le grandi protagoniste della globalizzazione. non se ne parla. Ma si vede.
Cartolina. Globalizzazione, reloaded

Pessima notizia per i medievisti che animano le nostalgie contemporanee: la globalizzazione gode di ottima salute, e al netto di qualche strozzatura, quel tanto di inflazione e la solita pandemia, gli scambi internazionali, soprattutto di denaro, vanno meglio di prima. I dati Ocse che fotografano gli investimenti diretti (FDI) dicono che nella prima metà del 2021 questi investimenti erano l’89% e il 109% più elevati dei sue semestri precedenti, che non sarebbe una notizia (il mondo era congelato dal virus) se non fosse che il livello 2021 era più elevato di quello raggiunto nello stesso periodo del 2018 e del 2019. Il grosso di questi fondi si indirizza verso la Cina, ovviamente. Chissà perché, la globalizzazione reloaded somiglia a quella di prima.
Cartolina. Trilionari

Avrete notato sicuramente che ormai non si parla quasi più di miliardi. E figuriamoci se ci scomodiamo per i milioni: nell’economia globale sono l’unità di misura dei poveracci. I miliardi ancora reggono, ma per poco. Giusto per segnalare i profitti dei giganti globali, finanziari o hi tech. Ma se guardiamo ai bisogni degli stati, o – peggio ancora – alle necessità del mondo – l’unica misura consentita è il trilione, che ancora molti non sanno neanche bene quanti zeri abbia. Per fortuna i politici ci addestrano. Biden ha fatto una manovra da tot trilioni. E tutti giù a informarsi. Servono quattro trilioni fino al 2030 per la transizione energetica, e via di calcolatrice. Il XIX secolo è stato il tempo dei milionari. Il XX dei miliardari. Il XXI sarà quello dei trilionari. Il denaro d’altronde non basta mai.
Cartolina. Transizione metallica

Non esistono pasti gratis, dicono gli economisti. E figuratevi perciò se esistono transizioni ecologiche gratis. Tale ovvietà cela tuttavia le modalità con cui si consumano questi pasti, che nel caso del passaggio dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili si estrinsecano in un consumo spropositato di metalli. O meglio, di alcuni metalli. Se davvero nel 2050 riusciremo a compiere il miracolo delle emissioni zero, i consumi di rame, nickel, cobalto e litio andrebbero alle stelle, con evidente ricadute geopolitiche, considerando la nazionalità dei paesi produttori. Le transizioni energetiche, oltre a non essere gratis, cambiano anche la geografia. Almeno quella del potere.
Cartolina. EME-rgenze

Il copione è sempre lo stesso: appena cambia il vento, i primi a sentire freddo sono i paesi emergenti. Succede almeno da quarant’anni. L’Occidente, o come si chiama, è generoso nell’abbondanza e micragnoso appena s’impaurisce. Nel caso più recente, poi, non è neanche servita la paura. E’ bastato che la Fed facesse capire, nel giugno scorso, che qualcosa bolliva in pentola – provocando un notevole calo dei rendimenti americani – perché partissero i deflussi dagli Emergenti. E quindi alcuni hanno visto salire i rendimenti, altri la moneta perdere valore, altri ancora i prezzi accelerare. Il confine fra Emergenti e emergenza evapora. Almeno fino alla prossima crisi di generosità.
Cartolina. I 300

Ora che il debito globale si avvicina a quota 300 trilioni di dollari, una roba che si scrive con una dozzina di zeri, sorge spontanea l’associazione con i 300 spartani guidati da Leonida che s’opposero gloriosamente alla minaccia persiana al prezzo della vita. Questi (quasi) 300 trilioni sono l’argine che il mondo ha eretto contro la minaccia del nostro tempo: il disordine economico. Come fossero spartani, questi trilioni si spendono, uno dopo l’altro, sperando così di comprar tempo. Ma a differenza degli opliti, i trilioni aumentano ogni giorno anziché diminuire. Sono trascorsi due millenni e mezzo dalle Termopili. Non per nulla. Tanto ci voleva per scambiare lo scudo oplita col dollaro americano.
Cartolina. Smart work

Mi riprometto di approfondire la ragione per la quale nel corso del XIV secolo le ore di lavoro settimanali in Gran Bretagna praticamente si dimezzano, ma nel frattempo osservo estasiato che la stessa cosa è accaduta fra l’inizio del XIX secolo e i giorni nostri. Nel 1830 gli inglesi lavoravano 66 ore e rotte a settimana, nel 2016 32. Un trend comune a tutti i paesi avanzati, a dirla tutta. Ma la notizia non è tanto questa, pure se è rilevante. Quanto la circostanza che nel frattempo la produzione si è moltiplicata per dodici. Questa sorta di miracolo si chiama produttività del lavoro. L’autentico smart working.
Cartolina. Il laureato longevo

Alcuni studiosi americani hanno osservato che i cittadini con studi superiori tendono ad avere tassi mortalità inferiori a quelli meno istruiti. Magari parlare di correlazione è esagerato, però la statistica lascia immaginare che faticare sui libri allunghi la vita almeno quanto scansarli la accorci. Forse avrà a che fare con l’elevazione spirituale che l’istruzione ci regala, alleviando le pene del corpo. O, più prosaicamente, col fatto che i più istruiti tendono a guadagnare di più, se trovano lavoro. Che sia il denaro l’autentico elisir di lunga vita lo faceva già sospettare la storia. E il fatto che la cronaca lo confermi aggiunge un potente incentivo al desiderio del mitico “pezzo di carta”. Perciò studiate. Male che vada sarete disoccupati, ma longevi.
