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Cartolina. C’ero medio

Nel centro c’è la virtù, dicevano gli antichi. E la virtù è sicuramente una bella cosa, ma notoriamente non paga. O, quantomeno, paga poco, almeno ai tempi nostri. La centralità nella distribuzione statistica della ricchezza sembra sia diventata una colpa. O quantomeno una disgrazia. Non sei povero, ma neanche ricco. Perciò stai antipatico ai poveri, perché hai più di loro, e pure ai ricchi, perché non lo sei abbastanza. Il governo fa il resto. E i risultati si vedono. Negli ultimi cinque anni ricchi e poveri hanno visto crescere la loro ricchezza netta, i primi ovviamente assai più dei secondi, mentre chi sta in mezzo no. Anzi, per i “mediani” è persino diminuita. Piano piano il vecchio ceto medio si assottiglia. E così si consuma il cuscinetto che ammortizza gli sfridi fra gli estremi della distribuzione. Che prima c’era. Domani chissà.

Cartolina. Le travail du travail

Se l’economista fosse anche linguista, cosa che purtroppo l’apprendistato non richiede, non avrebbe alcuna difficoltà a comprendere, in senso ampio, i dati che mostrano come i 55-64enni francesi al lavoro siano in coda alla classifica europea per quantità. E sono pure aumentati. Nei primi anni Duemila meno di uno su due era ancora occupato. Oggi peraltro in Francia, dove l’età legale di pensionamento è 62 anni, si discute fra chi (Macron) vorrebbe alzarla a 65 e chi (Mélenchon) vorrebbe addirittura abbassarla a 60, che in un mondo dove la speranza di vita si avvicina ai 90 è sicuramente un’idea geniale. Almeno se siete francesi. Perché, e qui interviene il linguista, in francese la parola lavoro e la parola travaglio hanno lo stesso lemma: travail. Un’associazione che troviamo anche nello spagnolo, in qualche maniera assimila il trabajo (lavoro) al travallo (travaglio). I dati confermano: la Spagna, che ha un’età di pensionamento legale a 65 anni, sta un filo sopra la Francia per 55-64 al lavoro, sfiorando l’Italia, che pure ha un’età legale di 67. Perché da noi il lavoro si è evoluto dall’idea di travaglio. Ma solo a parole.

Cartolina. Un mattone sulla crescita

Certo: la Cina. Quando era una giovane promessa dell’economia globale eravamo tutti in fila a coccolare la domanda cinese. Poi è arrivata la crisi e ognuno a iniziato a preoccuparsi dei casi suoi, a cominciare dalla Cina che ha iniziato a pompare denaro nell’immobiliare per tenere in piedi la sua mitica domanda. Non è più cresciuta a doppia cifra, però è cresciuta. Ma nel frattempo il mattone cinese ha finito col pesare a doppia cifra sul pil, e stendiamo un velo su quanto pesi nell’incremento del debito complessivo del paese. E oggi di nuovo: la Cina. Gli stress dell’immobiliare cinese pesano come un mattone sul futuro della crescita cinese. E siccome la giovane promessa dell’economia globale è stata nel frattempo mantenuta, ecco che il mattone cinese pesa anche su di noi. Solo che non lo vediamo.

Cartolina. L’inflazione del debito

Certo che ci avete pensato. Al fatto che l’aumento improvviso e violento dell’inflazione qualcosa di buono l’ha portato: ha fatto diminuire il valore dei debiti. Di sicuro chi gestisce i debiti del governo ci ha pensato eccome. Oltreoceano, per dire, dove in pratica l’aumento del debito pubblico è stato “mangiato” dalla crescita dei prezzi. Vittoria di Pirro? Sicuramente. Ma intanto al Tesoro festeggiano. Sarà una festa breve, probabilmente. Prima o poi i mercati se ne accorgeranno e chiederanno tassi più alti sennò il debito se lo comprerà qualcun altro. E poiché le banche centrali hanno chiuso i rubinetti, rimane solo il vecchio risparmiatore, che sarà pure fesso, ma fino a un certo punto. Perciò, dopo la sbornia degli anni Dieci, godiamoci la festa d’inizio anni Venti. Breve, ma intensa.

Cartolina. Ma la Cina (e il Giappone) no

E adesso spiegatemelo voi, che sapete tutto, perché in Cina e in Giappone non c’è l’inflazione. Che, rima a parte, è davvero un mistero gioioso. Uno dice: è colpa (merito) del comunismo. E allora il Giappone? Un altro dice: è merito (colpa) del capitalismo. E allora in Cina? E un altro ancora: è merito della posizione geografica. E via discorrendo. E noi, poveracci, travolti dall’ignoranza. Una cosa però la sappiamo, e possiamo urlarla ai quattro venti, senza tema di essere smentiti. Da noi l’inflazione è all’8 per cento o giù di lì. In Cina (e Giappone) no.

Cartolina. CriptoSvaluta

Non siamo tipi che amano gongolare della disgrazie altrui, specie quando abbiamo già le nostre a ricordarci che la vita è una cosa meravigliosa che riposa su un letto di spine. Tantomeno gongoliamo quando queste disgrazie erano ampiamente previste e prevedibili. Sapevamo tutti che prima o poi la giostra del denaro facile si sarebbe fermata e i primi a piangere sarebbero stati gli asset speculativi, fra quali ormai s’iscrivono d’ufficio anche le mitiche criptovalute che solo pochissimi maneggiano con consapevolezza, mentre la maggioranza semplicemente ci casca. Ecco, adesso che ci sono cascati tutti, e hanno iniziato la lasciarci le penne, suggeriamo pacatamente un emendamento alla vulgata, che magari può servire a rendere chiaro al pubblico cosa siano questi arnesi. Una proposta semplicissima. Chiamiamole criproSvalute.

Cartolina. Forza Australia

I prezzi reali degli immobili in Australia stanno decelerando. Nell’ultimo trimestre del 2021 sono cresciuti di appena il 19 per cento su base annua, esibendo un triste declino rispetto a un anno fa, quando crescevano ben oltre il 20 per cento, per la gioia dei compratori di casa. Adesso lo sprint pare si sia spostato in Nuova Zelanda, dove la crescita annuale dei prezzi, nell’ultimo quarto, è arrivata al 20 per cento, seguendo una curva di rincari che farebbe emozionare qualunque palazzinaro. Meno magari le famiglie, ma ce ne faremo una ragione. E sicuramente anche loro. Ma non è detto che sia finita, per gli australiani, che hanno visto crescere di oltre il 40 per cento il costo delle abitazioni dal 2010, con la metà di questi aumenti concentrati negli ultimi due anni. Ci sono ancora ampi spazi per tornare in vetta. Quindi che dire? Forza Australia.

Cartolina. Il debito che piace

E’ una questione di gusto, probabilmente. Gli italiani amano i debiti che fanno gli altri, non i propri. Se poi questi altri sono entità pubbliche ancora meglio. Questo potrebbe spiegare perché siamo l’unico paese avanzato al mondo ad avere un livello assai modesto di debito privato e un altissimo livello di debito pubblico. Non è che il debito non sia nelle nostre corde, insomma. Semplicemente lasciamo che se ne occupi lo stato. Che siamo sempre noi, dicono tutti. Ma nessuno ci crede.

Cartolina. Gli ultimi pagheranno per primi

Per una corretta interpretazione del grafico sopra, dovete sapere che i primi, quelli dall’istogramma più alto, sono gli ultimi. Nel senso che sono quelli che se la passano peggio degli altri nella distribuzione (ufficiale) dei redditi. Questi ultimi, di conseguenza, sono quelli che soffrono di più i guasti provocati dal caro energia, visto che, come i primi, ossia quelli che tanno in cima alla piramide del reddito, devono pagare le bollette e fare il pieno, ma a differenza loro, per gli ultimi queste due incombenze sono già un fardello niente male nella contabilità familiare. Fra bollette e trasporti, si calcola infatti che impegnino già quasi il 35 per cento dei loro redditi. Ed ecco che il grafico si chiarisce. Gli ultimi saranno i primi, assicurava qualcuno. Per adesso solo quando si tratta di pagare.

Cartolina. Per me pari sono

Non stiamo adesso a sottilizzare su quanto indebitati siano i ricchi emergenti e quanto poco i paesi a basso reddito: potremmo persino scoprire che c’è un collegamento fra il livello dei debiti e quello della ricchezza, ossia dei crediti. E verrebbe meno tutta una letteratura. E sorvoliamo anche sul fatto che il debito pubblico è cresciuto molto più del privato, sempre in quei famosi paesi ricchi, che pudicamente vengono chiamati “avanzati”. Perché il punto è proprio questo. Privati e pubblici, quanto all’aumento del debito, per me pari sono, come diceva il poeta. E pure per i mercati, evidentemente.