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Cartolina. Cinque miliardi di dollari fa

Oggi che servono circa 13 lire turche per un dollaro – a marzo scorso ne bastavano sei – non si può guardare che con tenerezza alla banca centrale turca che alla fine del 2021 vendeva cinque miliardi di dollari per sostenere un cambio che intanto superava le 12 lire per dollaro. Soldi bruciati sul falò della vanità di un capo del governo che ha deciso di scrivere una sua personalissima teoria economica che ignora qualsiasi fondamentale. Pure quello che suggerisce come strategia vagamente suicida quella di prendere a prestito a breve termine valuta estera e poi venderla – come molti osservatori sospettano o forse temono – per sostenere un cambio che si sgonfia come un soufflé mal cotto. Rimane la domanda di cosa sarà della lira turca se la banca centrale dovesse finire le munizioni, in un contesto dove l’inflazione su base annua ormai sfiora il 50%. Ma nessun turco, a cominciare da chi governa, vuole conoscere la risposta.

Cartolina. Trent’anni di solitudine

Stavamo meglio quando stavamo peggio perciò. Quindi nel 1990, all’apice dei terribili Ottanta, figli dei pessimi Settanta. Però stavamo meglio, almeno a giudicare dal livello delle retribuzioni che da allora è diminuito – caso unico fra i paesi avanzati – del 3,7%. Quindi nel 1990 gli stipendi erano più alti del 3,7% rispetto al 2020, quando per sovrammercato sono diminuiti di un altro robusto 5,9%, mentre negli Usa, nonostante la pandemia, crescevano del 4,5%. Ma figuriamoci se possiamo dirci americani, noi. Laggiù le retribuzioni sono cresciute di oltre il 46%, in questa guerra dei trent’anni, quando noi siamo rimasti soli a grattarci la rogna. Soli in tutta l’Ocse, dove le retribuzioni aumentavano di oltre il 32%. Ma non è che questa solitudine ci abbia resi più saggi. Semmai più nostalgici. E questo nessun aumento di reddito lo può compensare. Ammesso che arrivi.

Cartolina. Quota 2020

Gli economisti americani si stanno scervellando per capire come mai nel 2020 la percentuale dei pensionati sia schizzata alle stelle rispetto ai trend consolidati. Fino al 2019 la curva dei pensionamenti era allineata con quella demografica, che segnava un’impennata dovuta all’ingresso nell’età pensionabile della generazione dei baby boomer. Ma poi, a febbraio 2020, proprio prima che la pandemia si avvitasse attorno al collo della società, questa percentuale era già arrivata al 18,3 per cento – era stata del 15,5 fra il 1995 e il 2008 – per schizzare al 19,3 nell’agosto scorso. Perché? La pandemia, certo. Dice uno. Ma anche il fatto che è cresciuto il valore degli asset e quindi molti hanno trovato conveniente approfittarne per staccare l’assegno previdenziale, dice un altro. La verità forse è più semplice. Avevano altro da fare.

Cartolina. Globalis-action

Sbaglierebbe chi pensasse che la globalizzazione ha cambiato il mondo. Oddio, è vero che rispetto a vent’anni fa il commercio globale sul pil è passato dal 30 al 40 per cento, dopo aver toccato il picco del 50 per cento prima della crisi del 2008. Ed è vero anche nell’eurozona questo rapporto è arrivato all’80 per cento, se si includono anche gli interscambi interni all’area. Soprattutto, e si perdoni il pessimo gioco di parole, sono emersi gli emergenti, che ormai contribuiscono al pil mondiale per oltre il 40 per cento. E tuttavia sbaglierebbe chi pensasse che la globalizzazione ha cambiato il mondo. Per la semplice ragione che l’azione della globalizzazione non è meno potente di quanto fosse vent’anni fa. Anzi, forse è ancora più forte. Quindi la globalizzazione non ha cambiato il mondo. Lo sta cambiando.

Cartolina. Roaring Twenties

Anche il XXI secolo avrà i suoi ruggenti anni Venti, a quanto pare. E in mancanza di un altro Fitzgerald che ce li racconti, tocca accontentarsi del Fondo Monetario, che fa quello che può: raccoglie dati e produce statistiche. Così abbiamo scoperto che a ruggire, nel nostro secolo, sono i debiti, che nell’attuale decennio è assai probabile andranno ben oltre i limiti che ci hanno abituato a conoscere le guerre e le tragedie di un secolo fa. Ma poiché la vulgata indulge all’ottimismo, è giusto dire che non dobbiamo preoccuparci. Gli anni Venti del XX secolo finirono nell’ottobre del 1929. I nostri, probabilmente, prima.

Cartolina. Sogno americano

Servirebbe un filosofo che ci spiegasse come mai la domanda delle popolazioni di essere governate cresca in ragione inversa della considerazione che le stesse popolazioni hanno di chi governa. Forse la domanda insoddisfatta genera repulsione, o magari la speranza di essere governati genera disperazione. Vai a capire. Rimane il fatto che fra coloro – e sono tanti – che credono che ci siano troppe disparità di reddito nel loro paese, la stragrande maggioranza, con noi italiani a primeggiare, pensa che sia compito del governo intervenire. A questa voglia crescente di governissimo sfuggono gli americani: laggiù meno del 50 per cento crede che la redistribuzione debba farla il governo. Il resto, ossia la maggioranza, si affida ai sogni. Almeno al sogno americano.

Cartolina. La sicurezza non paga

C’era una volta, tanto tempo fa in un paese lontano, un’obbligazione sicura che pagava il 20 per cento di interessi, proprio perché era sicura, visto che normalmente i prestiti costavano molto di più. Ma durò poco. Il mondo s’industriò per impedire che i debitori si svenassero, e soprattutto i governi, che si indebitavano più di tutti. E così, un secolo dopo l’altro, l’obbligazione sicura, quella che il progresso oggi chiama safe asset, ha iniziato a pagare sempre meno. Nella seconda metà del secolo XX, addirittura, pagavano i creditori. Oggi, più moderatamente, il safe asset rende uno zero tondo, quando va bene. Viviamo tempi sommamente tranquilli, evidentemente. E quindi la sicurezza non paga.

Cartolina. Sanzioni globali

Sicuramente inosservata, fra i tanti che lamentano i guasti della globalizzazione, la circostanza della mania delle sanzioni che penalizzano il commercio si diffonde come il peggiore dei virus, per il quale non si annuncia alcun tipo di vaccino. I peana degli studiosi, che lamentano i guasti che il virus delle restrizioni provoca alla crescita internazionale, passano pressoché inosservati e nessuno probabilmente sospetta che il malanno è assai più grave oggi che non venti o trent’anni fa. La narrazione che vuole la globalizzazione trionfare dai mitici anni ’80 non ne parla. E tuttavia le sanzioni sono le grandi protagoniste della globalizzazione. non se ne parla. Ma si vede.

Cartolina. Globalizzazione, reloaded

Pessima notizia per i medievisti che animano le nostalgie contemporanee: la globalizzazione gode di ottima salute, e al netto di qualche strozzatura, quel tanto di inflazione e la solita pandemia, gli scambi internazionali, soprattutto di denaro, vanno meglio di prima. I dati Ocse che fotografano gli investimenti diretti (FDI) dicono che nella prima metà del 2021 questi investimenti erano l’89% e il 109% più elevati dei sue semestri precedenti, che non sarebbe una notizia (il mondo era congelato dal virus) se non fosse che il livello 2021 era più elevato di quello raggiunto nello stesso periodo del 2018 e del 2019. Il grosso di questi fondi si indirizza verso la Cina, ovviamente. Chissà perché, la globalizzazione reloaded somiglia a quella di prima.

Cartolina. Trilionari

Avrete notato sicuramente che ormai non si parla quasi più di miliardi. E figuriamoci se ci scomodiamo per i milioni: nell’economia globale sono l’unità di misura dei poveracci. I miliardi ancora reggono, ma per poco. Giusto per segnalare i profitti dei giganti globali, finanziari o hi tech. Ma se guardiamo ai bisogni degli stati, o – peggio ancora – alle necessità del mondo – l’unica misura consentita è il trilione, che ancora molti non sanno neanche bene quanti zeri abbia. Per fortuna i politici ci addestrano. Biden ha fatto una manovra da tot trilioni. E tutti giù a informarsi. Servono quattro trilioni fino al 2030 per la transizione energetica, e via di calcolatrice. Il XIX secolo è stato il tempo dei milionari. Il XX dei miliardari. Il XXI sarà quello dei trilionari. Il denaro d’altronde non basta mai.