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Cartolina: La globalizzazione dei boiardi
Osservare come gli stipendi degli executive delle grandi aziende siano cresciuti imitando il ritmo del commercio internazionale alimenterà di sicuro i sospetti di molti – e gli odi no global di moltissimi altri – circa gli esiti più autentici dell’economia dell’ultimo ventennio. Sembra che una classe, quella dei boiardi, pubblici e privati, abbia vinto il primo premio e sia l’unica autenticamente globalizzata. Dovunque, nelle economie che contano, i grandi dirigenti sono diventati milionari, a volte miliardari. Ma soprattutto si sono moltiplicati. Ormai ogni grande capitalista germina mille burocrati d’azienda che il birignao contemporaneo chiama manager. Costoro adducono la complessità come scusante della loro voracità e giurano che restituiscono in profitto la loro retribuzione. Nessuno può dire se ciò sia vero o falso. Sappiamo solo che loro crescono, per numero e stipendio. L’economia assai meno.
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Cartolina: La moneta internazionale
Si può capire molto del carattere di un popolo osservando il modo in cui tratta il denaro. Un popolo timoroso del futuro, come pare siamo diventati noi italiani dopo gli ultimi otto anni di crisi, ritira il denaro dal giro vorticoso dei mercati e lo parcheggia nei conti correnti, pronto a qualunque evenienza. Un popolo gagliardo come quello britannico, sempre otto anni dopo, invece prende i soldi dal cassetto bancario e li getta nella mischia del risparmio gestito, ossia nella girandola delle quotazioni. Oppure ci sono i tedeschi, che sempre hanno mantenuto uguale la loro rilevante quota di depositi bancari, la più alta fra i grandi paesi europei dopo la Spagna, mostrando ancora una volta la loro fermezza di carattere. Si può capire molto del carattere di un popolo guardando al denaro, a patto di ricordare che il denaro è il modo migliore che abbiamo inventato per comprare, ognuno a suo modo e comunque illudendosi, un po’ di tranquillità nel tempo futuro a spese del nostro tempo passato. Il denaro è tempo. E il tempo è l’autentica moneta internazionale.
Cartolina: La mezzanotte del Mezzogiorno
Il futuro che si prepara per il Mezzogiorno d’Italia, secondo quanto prevede l’Istat è abitato per metà da vecchi e bambini, nella proporzione di tre anziani e mezzo, forse quattro, per un giovane e per metà da popolazione in età lavorativa, che perciò dovrà farsi carico di tutti, con l’aggravante d’esser meridionale, ossia in costante debito di lavoro. Il Meridione avrà sempre meno persone, perché molti non ce la faranno e andranno via, riscoprendo la sua vocazione di deserto, che ben si attaglia ai suoi climi secchi e i suoi colori tersi. Un deserto abitato da tanti vecchi che attendono di dipartire e pochi bambini addestrati a partire con l’altra metà del cielo a sgobbare. Il futuro che si prepara per il Mezzogiorno d’Italia, secondo quanto prevede l’Istat, è quello della mezzanotte: l’ora dei fantasmi.
Cartolina: La socializzazione delle perdite
Nell’abbracciarsi quasi erotico col quale la curva in rialzo del debito dei governi incontra quella al ribasso del settore finanziario si raffigura il significato della gigantesca socializzazione pubblica delle perdite private che si è consumata in questi anni. Solo la cattiva coscienza di chi pensa le banche nemiche del popolo può alimentare la narrazione secondo la quale questo passo è stata una disgrazia, mentre lo sarebbe stata il non farlo. Usare i soldi di tutti per salvare i soldi di tutti: di questo si è trattato, e faremmo bene ad accettarlo. Anche perché diverso e più profondo è il danno che la socializzazione delle perdite genera in una società, ragion per cui dovremmo sempre evitare di farvi ricorso. Questi eventi, difatti, diffondono come una peste il senso del fallimento, da cui si originano lo sconforto e la paura. Poiché tutti perdiamo, nessuno crede più di poter vincere. E non basta una ulteriore iniezione di denaro di tutti – come ci vogliono far credere – per far tornare a tutti la voglia di far denaro. Serve altro. Nessuno sa cosa sia. Forse il tempo.
Cartolina: Il secolo dei creditori
Si tende a dimenticare che gli oltre 215 trilioni di debiti che il mondo ha cumulato a fine 2016, secondo quanto ci raccontano i volenterosi enumeratori delle nostre obbligazioni, corrispondono ad altrettanti crediti. I corifei che lamentano – magari giustamente – i guasti che i troppi debiti infliggono a economie vecchie e stanche come le nostre, dovrebbero renderci edotti, al tempo stesso, circa l’effetto dei troppi crediti, che sono anche depositi, bancari o postali, assicurazioni, fondi pensione, fondi di risparmio, e non solo azioni, bond, più o meno subordinati, o altri spericolati prodotti finanziari che pochi spregiudicati speculatori gestiscono sulle spalle della povera gente. E invece tacciono, forse perché mentre si riflette molto sui guasti prodotti dal debito eccessivo, poco o nulla si ragiona su quelli che può provocare il credito esagerato. Si sottolinea con comprensibile raccapriccio che in vent’anni i debiti globali sono più che triplicati, raggiungendo il 315% del Pil. Ma non si ricorda che, di conseguenza, è più che triplicata anche la ricchezza di alcuni, che sono tanti, pure se assai meno di quelli che sono poveri. Mai i creditori sono stati tanto numerosi e tanto ricchi come in questo inizio di secolo. E forse è questo che turba le anime belle. Non i debiti.
Cartolina: I cinesi d’Occidente
I cinesi d’Occidente sono all’incirca 500 milioni. Vivono su un territorio di oltre quattro milioni di metri quadri che spazia dall’oceano alla steppa, traversando teorie di paesaggi ognuno dei quali racconta storie vecchie di secoli. I cinesi d’Occidente sono straordinari mercanti perché lo sono sempre stati. Nel tempo lontano viaggiavano per mesi in cerca di spezie e metalli preziosi, armati di coraggio, scaltrezza e di merci da scambiare. Con i secoli questi mercanti sono cresciuti come cambiavalute, banchieri e infine finanzieri. Oggi fanno lo stesso e tanta esperienza li ha condotti a vendere al resto del mondo beni per un valore che sfiora i cinque trilioni di dollari, mentre i cinesi d’Oriente, quelli più conosciuti per il loro commerci esteri, che fanno 1,3 miliardi di abitanti su un territorio che è più del doppio di quello dei cugini Occidentali, arrivano a vendere nemmeno la metà. Questo perché i cinesi d’Occidente sono un popolo di mercanti nati. Gli altri lo sono diventati.
Cartolina: La zona (euro) dei redditieri
Gli europei che abitano nel mondo dell’euro hanno mille ragioni di lamentarsi salvo una: che siano carenti di denaro. Al contrario, la zona dell’euro non mai stata così ricca negli anni recenti, se per ricchezza intendiamo la capacità di estrarre reddito dal resto del mondo. Questo non vuol dire che gli europei che abitano nella zona euro siano tutti ricchi. Al contrario. La stessa zona che esibisce un surplus delle partite correnti del 3,3% del Pil, parliamo su base annua di oltre 300 miliardi di euro, ospita una quota notevole di persone a rischio povertà. E questa forse è una conseguenza del fatto che mentre le rendite dall’estero sono cresciute del 40% nel corso del 2016 rispetto all’anno prima, se così intendiamo la voce dei redditi primari, la stessa zona soffre di una mancanza di investimenti che certo non giova ai tanti che ancora necessitano di un reddito dignitoso. I redditieri e i disoccupati convivono nella stessa zona, ma questo non vuol dire che vivano nello stesso modo.
Cartolina: Diseguaglianza dell’età
Crescendo scambiamo tempo con denaro, almeno chi riesce a compensare il decumulo della vita con l’accumulo di ricchezza. Una magra compensazione, ma molti si accontentano di poco. Gli altri, la gran parte che non capitalizza, invecchia e basta. E tuttavia nell’arco di una vita la consolazione di un piccolo patrimonio, sogno di ognuno divenuto realtà al tempo del risparmio come diritto, del Tfr e della pensione, è di gran lunga più diffuso di quanto certe cronache del piagnisteo ci rappresentino. In media – e come in ogni media con un sottofondo di bugia – gli anziani hanno più denaro dei giovani, ricchi solo di futuro, proprio perché hanno speso più tempo. Un mondo fa i giovani potevano sopportare la ricchezza degli anziani, che voleva dire anche pagare loro una pensione generosa, perché gli anziani erano pochi. Ma poi, un mondo dopo, gli anziani sono diventati troppi e i giovani pochi. Le pensioni sono rimaste, però, sommandosi alla ricchezza cumulata in una vita. E i giovani si sono scoperti ultimo anello della catena sociale. Senza niente, a parte un tempo svuotato persino delle sue promesse. Alla diseguaglianza delle opportunità, che da secoli corruccia i popoli, se n’è aggiunta una peggiore, perché non v’è ricetta alcuna che possa mitigarla. La diseguaglianza dell’età.








