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Cartolina: L’importanza di chiamarsi Cina


Si può pure pensar male della Cina, come ormai pare sia giocoforza in molti ambienti euro-atlantici, senza neanche far peccato. Il Moloch cinese spaventerebbe anche persone poco avvezze alla tremarella. Si più persino trattar male la Cina, come ormai sembra sia consuetudine negli stessi ambienti, senza neanche pagar dazio, a parte quelli commerciali, ovviamente. E tuttavia rimane il fatto che chi abbia frequentato la storia anche di sfuggita sa – o dovrebbe sapere – quanto abbia pesato la Cina nella storia millenaria delle globalizzazioni. E soprattutto quanto pesi adesso. Si può anche decidere di non far affari con la Cina, ma non è lo stesso che decidere di far affari contro la Cina. Fra una torta piccola e nessuna torta si farebbe bene a distinguere. Prima che sia tardi.

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Cartolina: Il tasso di disinteresse


Potremmo gingillarci per ore a chiederci se venga prima l’uovo dei tassi sottoterra o la gallina del debito globale che ha superato il 250 per cento del pil. Ciò che conta è che i tassi reali di lungo termine siano negativi ormai da parecchi anni. E quindi che i creditori sembra siano rassegnati all’idea di pagare purché qualcuno prenda a prestito. I debitori non si fanno pregare, ovviamente. Il problema è dove ci condurrà questa rivoluzione che mina le fondamenta psicologiche, prima ancora che economiche, del capitalismo. E’ presto per dirlo. Tuttavia quando il denaro si da via per meno di niente vuol dire che non è più l’interesse a far profitto a orientare le scelte economiche, ma qualcos’altro. E non è affatto detto che questo qualcos’altro sia un principio migliore. Per secoli l’economia è cresciuta misurandosi con tassi di interesse anche elevati, che in qualche modo rappresentavano il desiderio di affari dei capitalisti. Quest’epoca è tramontata. Oggi si misura il tasso di disinteresse.

Cartolina: La scomparsa del surplus cinese


C’era una volta una Cina che aveva avanzi correnti notevoli, che generavano insieme invidia e irritazione. Il miracolo cinese concorreva agli squilibri globali – si diceva – e le notevoli esportazioni cinesi di merci corrompevano le virtuose manifatture occidentali, impoverendo milioni di abitanti del ceto medio. Questa storia, ammesso che mai sia stata vera, ormai non lo è più, e da anni. I cinesi continuano ad avere un robusto attivo sulla bilancia delle merci, ma spendono sempre più i loro soldi, per lo più perché hanno scoperto il piacere di viaggiare all’estero, con ciò cumulando notevoli deficit sul conto dei servizi. In più pagano profumate rendite ai signori del capitalismo occidentale che sono andati laggiù a costruire fabbriche. E così il surplus corrente cinese ormai si avvia a sparire. Quest’anno sarà di poco superiore allo zero e l’anno prossimo chissà. La Cina che c’era non c’è più. Rimane la domanda sulla Cina che ci sarà.

Cronicario: Ode al rifugiato (fiscale)


Proverbio del 20 giugno Per chi fa la cosa al momento giusto ogni giorno ne vale tre

Numero del giorno: 70.571.000.000 Offerta della Walt Disney per comprare la Fox

Poiché oggi si celebra la giornata mondiale del rifugiato, categoria sfortunatissima di persone che vive male dov’è nata e perciò viene guardata con sospetto anche altrove, ho pensato di dedicare il nostro Cronicario a una declinazione particolare di rifugiato che condivide col rifugiato geografico una pessima stampa: il rifugiato fiscale. Trovare rifugio dal fisco onnivoro e pantagruelico che ci risucchia fino all’ultimo euro in cambio di niente (quando va bene) è diventata una vocazione nazionale radicata al punto che ormai esiste un’ampia letteratura edificante che si arricchisce di giorno in giorno.

E badate bene: non siamo gli unici. Anche paesi insospettabili come la Francia covano nel proprio seno legioni di rifugiati che sognano il paradiso in terra e si contentano di un paradiso fiscale, avendo peraltro la fortuna di trovarsi a due passi dal Lussemburgo che, com’è noto ha un grande spirito umanitario. Le cronache riportano di vere e proprie eccellenze. La commissione Ue ha beccato una società francese che, grazie all’accoglienza lussemburghese, è riuscita a pagare lo 0,3% di tasse sul reddito per almeno un decennio prima di essere beccata, col risultato di aver evitato – evaso è esagerato dai – di pagare allo stato tiranno francese un 120 milioni di tasse nel frattempo.

Pur non toccando queste vette di eccellenza anche noi italiani non ci facciamo mancare niente. Oggi la GdF ha presentato i dati di quasi un anno e mezzo di attività, da gennaio 2017 a maggio 2018, secondo i quali circa 1.000 dei nostri rifugiati fiscali hanno sottratto alle grinfie del fisco ben 2,3 miliardi. Una media di un paio di milioni ognuno: dei geni. Di grande rilievo è il fatto che i finanzieri, oltre a loro, abbiano scovato ben 13 mila fantasmi, ossia persone sconosciute al fisco, che si candidano al futuro reddito di cittadinanza, mentre intanto incassano di sicuro una qualche prebenda pubblica.

E sempre in giornata, d’altronde non si festeggiano mica i rifugiati a caso, arriva notizia di un’altra truffa al fisco, che evidentemente se le merita, da 150 milioni che coinvolge 500 aziende, 400 delle quali in Campania. I rifugiati del sud sono i migliori, com’è noto. I soliti studi professionali e tributari – lo sapevate che per diventare rifugiati servono avvocati e commercialisti? – hanno costruito una sorta di ong con l’ausilio di personale dell’Agenzia delle entrate per salvare chissà quante centinaia di rifugiati dal fisco. Dalle cronache è trapelato persino che qualcuno di questi rifugiati neanche sapeva di stare fuggendo. Erano evasori a loro insaputa. Il commercialista, per evidente bontà d’animo, ha rischiato di suo per salvare i suoi clienti dal fisco.

 

Di fronte a questo proliferare di rifugiati, il nostro neo ministro dell’Interno, notoriamente di buon cuore, oltre che bello, nonché molto sensibile al tema rifugiati, che occupa i suoi pensieri un giorno sì e l’altro pure, ha arringato una platea assisa spiegando che è arrivato il momento che il governo – ossia lui a quanto pare – rottami tutte le cartelle esattoriali di Equitalia sotto i 100 mila euro, in tal modo facendo rientrare in patria le migliaia di rifugiati fiscali che stanno studiando l’espatrio dei conti correnti. Una proposta di rara intelligenza, nel momento in cui la pressione dei rifugiati mette addirittura in forse l’Unione Europea. Questa visione illuminata, frutto del grande genio italico, rischia però di essere fieramente compromessa da un altro ministro, quello del Tesoro e perciò anche del fisco, che promette di ricavare risorse spremendo quelli volgarmente chiamati evasori, invece che campioni di libertà. Facendo leva sul principio, ormai fuorimoda, che servono soldi per poterli spendere e che è meglio prenderli a chi ce li ha e dovrebbe già darli a fisco. Non vi sto a dire chi la spunterà. Tanto lo sapete.

A domani.

Cartolina: La minoranza rumorosa


La fonte (la Commissione Ue) rende sospetto il sondaggio (il sostegno popolare all’euro), diranno molti. E il problema sta tutto qua. Questi molti in realtà sono pochi ma molto rumorosi: percuotono le tastiere sui social network, rintronando il web, e urlano ai comizi o nelle tv, che li ospita per amore di spettacolo, lanciando anatemi contro la moneta unica, che nelle loro possenti elucubrazioni è fonte di ogni male. Però, pure se la fonte rende sospetto il sondaggio, come dirà questa minoranza rumorosa, rimane il fatto che suona credibile osservare che almeno uno su quattro, fra gli eurodotati ai giorni nostri, odi l’euro, probabilmente perché vorrebbe più denaro e crede che, scambiando l’euro con un altro conio, questo miracolo avverrebbe. Nessuno può dire a queste persone che si tratta di pensiero magico senza essere accusato d’ogni nefandezza. Perché questa minoranza, oltre ad essere rumorosa, è anche assai permalosa e dotata di invidiabili certezze. Ma a ben vedere il problema non sono questi contrari che, sempre secondo il sondaggio, non sono mai stati più di uno su tre. Il problema sono i favorevoli. Che non lo sono abbastanza.

Cartolina: Un americano a Pechino


C’è stato un tempo nel quale i cinesi giravano in bicicletta perché ignoravano le gioie del Capitale e del consumo compulsivo. Quest’ultimo allignava in Occidente, sebbene l’Oriente fin dai tempi della storia, fosse famoso per la sua opulenza e le sue ostentazioni. Poi la storia è cambiata e adesso i cinesi stanno in coda dentro chilometri di automobili, proprio come noi, e, autentica novità, hanno imparato meglio dei maestri occidentali a spendere senza ritegno. Tant’è vero che in trent’anni hanno triplicato i loro debiti privati rispetto al pil; che poi, essendo cinesi, è facile che questi vizi privati siano pubblici. In questa meravigliosa evoluzione la Cina si è lasciata alle spalle non solo le altre economie emergenti, assai più sparagnine, ma anche il Giappone, autentico avanguardista dell’Occidente, l’Europa e soprattutto gli americani. Costoro anzi hanno la minor quota di debito privato dell’Occidente. Forse perché adesso abitano a Pechino.

Cartolina: La socializzazione delle perdite


Nell’abbracciarsi quasi erotico col quale la curva in rialzo del debito dei governi incontra quella al ribasso del settore finanziario si raffigura il significato della gigantesca socializzazione pubblica delle perdite private che si è consumata in questi anni. Solo la cattiva coscienza di chi pensa le banche nemiche del popolo può alimentare la narrazione secondo la quale questo passo è stata una disgrazia, mentre lo sarebbe stata il non farlo. Usare i soldi di tutti per salvare i soldi di tutti: di questo si è trattato, e faremmo bene ad accettarlo. Anche perché diverso e più profondo è il danno che la socializzazione delle perdite genera in una società, ragion per cui dovremmo sempre evitare di farvi ricorso. Questi eventi, difatti, diffondono come una peste il senso del fallimento, da cui si originano lo sconforto e la paura. Poiché tutti perdiamo, nessuno crede più di poter vincere. E non basta una ulteriore iniezione di denaro di tutti – come ci vogliono far credere – per far tornare a tutti la voglia di far denaro. Serve altro. Nessuno sa cosa sia. Forse il tempo.

Cartolina: La zona (euro) dei redditieri


Gli europei che abitano nel mondo dell’euro hanno mille ragioni di lamentarsi salvo una: che siano carenti di denaro. Al contrario, la zona dell’euro non  mai stata così ricca negli anni recenti, se per ricchezza intendiamo la capacità di estrarre reddito dal resto del mondo. Questo non vuol dire che gli europei che abitano nella zona euro siano tutti ricchi. Al contrario. La stessa zona che esibisce un surplus delle partite correnti del 3,3% del Pil, parliamo su base annua di oltre 300 miliardi di euro, ospita una quota notevole di persone a rischio povertà. E questa forse è una conseguenza del fatto che mentre le rendite dall’estero sono cresciute del 40% nel corso del 2016 rispetto all’anno prima, se così intendiamo la voce dei redditi primari, la stessa zona soffre di una mancanza di investimenti che certo non giova ai tanti che ancora necessitano di un reddito dignitoso. I redditieri e i disoccupati convivono nella stessa zona, ma questo non vuol dire che vivano nello stesso modo.

Cartolina: Diseguaglianza dell’età


Crescendo scambiamo tempo con denaro, almeno chi riesce a compensare il decumulo della vita con l’accumulo di ricchezza. Una magra compensazione, ma molti si accontentano di poco. Gli altri, la gran parte che non capitalizza, invecchia e basta. E tuttavia nell’arco di una vita la consolazione di un piccolo patrimonio, sogno di ognuno divenuto realtà al tempo del risparmio come diritto, del Tfr e della pensione, è di gran lunga più diffuso di quanto certe cronache del piagnisteo ci rappresentino.  In media – e come in ogni media con un sottofondo di bugia – gli anziani hanno più denaro dei giovani, ricchi solo di futuro, proprio perché hanno speso più tempo. Un mondo fa i giovani potevano sopportare la ricchezza degli anziani, che voleva dire anche pagare loro una pensione generosa, perché gli anziani erano pochi. Ma poi, un mondo dopo, gli anziani sono diventati troppi e i giovani pochi. Le pensioni sono rimaste, però, sommandosi alla ricchezza cumulata in una vita. E i giovani si sono scoperti ultimo anello della catena sociale. Senza niente, a parte un tempo svuotato persino delle sue promesse. Alla diseguaglianza delle opportunità, che da secoli corruccia i popoli, se n’è aggiunta una peggiore, perché non v’è ricetta alcuna che possa mitigarla. La diseguaglianza dell’età.

Cartolina: Il paese dei solitari


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Ci sarà un giorno un paese lontano, ma poi neanche tanto, dove nel 2035 abiteranno quasi 43 milioni di famiglie, un numero grandissimo che evoca eserciti, esodi, e, a fianco di questa moltitudine, un’avanguardia di schiamazzatori: i bambini, ossia il futuro. Senonché 19 milioni di queste famiglie saranno composte da una persona sola, e altri 15 milioni da due. Le famiglie di tre persone, quindi con un figlio, saranno solo 4 milioni, esattamente come quelle con più di tre persone. Ciò vuol dire che il peso di sostenere il futuro di questo paese lontano ricadrà su una minoranza sparuta di famiglie. E siccome è molto difficile che ce la faccia, questa minoranza, il destino di questo paese, la cui potenza economica oggi stupisce il mondo, sarà quello di un paese di solitari: ricchi di denaro ma poveri di futuro. Un paese stanco. Il destino della Germania.