Etichettato: China Petroleum & Chemical Corporation (Sinopec)

La questione energetica cinese. Gli investimenti esteri


Poiché l’appetito energetico cinese chiede di essere soddisfatto, e abbiamo visto come sia composito e quantitativamente rilevante, non bisogna stupirsi se nel tempo ciò abbia determinato un notevole attivismo delle imprese cinesi all’estero. Mettere in sicurezza le forniture energetiche non è uno scherzo: servono grandi capitali, buone relazioni e una sostanziale spregiudicatezza. E questa è stata la principale preoccupazione delle imprese cinesi che operano nel settore, almeno nell’ultimo decennio.

Già dal 2004, quando vale a dire la fame emergetica del paese iniziava a emergere, la National Development and Reform Commission (NDRC) cinese si era messa all’opera alla ricerca di opportunità di investimento. I frutti si videro negli anni successivi.

Fra il 2005 e il 2013 circa la metà degli investimenti diretti cinesi all’estero andarono al settore energetico. Dopo, questa quota è scesa a circa il 20%, collocandosi tuttavia a un livello medio compreso fra i 20 e i 40 miliardi di dollari l’anno nell’ultimo decennio. Per l’intero periodo compreso fra il 2005 e il 2019 si calcola che il settore energetico abbia assorbito circa 400 miliardi di dollari di investimenti cinesi all’estero, costituendo una ragnatela di interessi diffusa in tutto il globo.

Come si può osservare, il grosso di questi investimenti si concentra in Asia, con circa il 30%, un Europa, Russia compresa, per un altro 20% e l’America Latina, di poco sotto il 20%. L’Africa quota circa un 8%, anche se è probabile che molti degli investimenti sfuggano ai radar degli osservatori, mentre fra i singoli paesi spiccano il Brasile e il Canada, destinatari dell’11%.

Quanto alla commodity, buona parte dell’attenzione cinese negli anni recenti si è concentrata sul petrolio, che abbiamo visto serve soprattutto per i trasporti. Ma molte risorse sono state dedicate al carbone, che rimane ancora la principale risorsa energetica cinese, e al gas, che è quella “emergente”.

Negli anni più recenti l’attenzione si è concentrata sulle rinnovabili. Con un occhio anche agli aspetti più commerciali. Magari si investe su un impianto eolico all’estero, ma si ha cura di installare turbine prodotte in Cina.

La parte del leone, in queste scorribande all’estero, l’ha fatta la China National Petroleum Corporation (CNPC), che si calcola abbia investito oltre 70 miliardi di dollari. seguita dalla China Petroleum & Chemical Corporation (Sinopec) con 60 miliardi e dalla China National Offshore Oil Corporation (CNOOC) con 40 miliardi. Anche la China Investment Corporation (CIC), che non opera nel settore energetico ma è una importante compagnia di investimento statale, ha messo sul piatto altri 30 miliardi. Altri 20 a testa, infine, sono stati investiti dalle compagnia statali che gestiscono reti: la State Grid e la China Three Gorges Corporation (CTG).

L’impegno energetico cinese all’estero non si esaurisce con la voce degli investimenti diretti. Le compagnie cinesi partecipano a numerosi progetti di sviluppo nei paesi emergenti, soprattutto in Asia e in Africa. Fra le altre cose, la Cina offre prestiti ai paesi intenzionati a investire in questo settore. Ad esempio per la costruzione di infrastrutture, come è successo per gli oleodotti e i gasdotti che la collegano con la Russia.

Alcuni di questi progetti, si calcola circa un 10%, finiscono impantanati o conducono a nulla. Ma il resto è più che sufficiente per irrobustire le catene di fornitura cinese. E non solo quelle. La fame cinese di energia sembra destinata a cambiare la rete dei collegamenti nella grande massa euroasiatica e africana, oltre che le relazioni fra i vari paesi che la compongono e che hanno a che fare con l’energia.

Schematizzando, possiamo rappresentare la Cina e l’Europa come i due grandi motori che alimentano l’economia dell’Eurasia, che trovano nella sua parte centrale il suo carburante. Questi due motori sono naturalmente concorrenti – vanno in direzioni diverse – e anche molto diversi fra loro. Ma per chi vende il carburante questo non è un problema. Anzi, forse è la migliore delle opportunità.

(6/fine)

Puntata precedente. La fuga nel gas