Etichettato: Credit booms: implications for the public and the private sector

La “pre-crisi” della Germania


Ora la domanda che mi faccio è molto semplice: com’è possibile che il boom di liquidità dei primi anni 2000 abbia servito così male la Grecia e così bene la Germania?

E poi un’altra: l’eurovincolismo, ossia il rispetto di alcuni parametri macroeconomici che hanno evidente ricadute politiche, alla base dell’unificazione europea, ha fallito perché implicitamente sbagliato, o proprio a causa dell’eccessiva liquidità che l’ha accompagnato?

Provo a rispondermi seguendo il filo tracciato dal paper della Bis (“Credit booms: implications for the public and the private sector”) che proprio alle implicazioni dei boom creditizi sui settori pubblici e privati dedica la sua attenzione.

Qui trovo un paragrafo che cattura la mia attenzione già dal titolo: “Vincoli al lavoro, il caso della Germania”.

Già, la Germania: l’altra metà del cielo. L’anti-Grecia, viene da dire, asseverando così tutta la peggiore vulgata vagamente razzista che ha inondato la nostra pubblicistica più o meno recente.

Ancora una volta mi impongo di far piazza pulita di tutti i miei pregiudizi, che come ognuno covo nelle pieghe del mio spirito, e m’impongo di leggere, con la mente sgombra da ciò che credo di sapere, l’analisi del nostro autore, che qui vi riepilogo perché credo contenga diversi spunti interessanti.

A cominciare dalla domanda iniziale che somiglia alla mia.

“Negli anni successivi all’introduzione dell’euro, la Germania si è impegnata in dolorose riforme del suo welfare state. Perché la Germania ha adottato le riforme che molti paesi periferici hanno invece rifiutato?”.

Già, perché? A meno di non dar ragione alla solita vulgata, bisognerà pure cercare di capire cosa spinse i politici tedeschi a fare quello che hanno fatto.

La risposta, secondo l’autore, va ricercata nel grafico che visualizza l’andamento dei tassi nominali in alcuni paesi dell’eurozona. “L’euro consentì la convergenza dei tassi verso il livello della Germania – osserva – ma i tassi della Germania erano già al livello della Germania. Di conseguenza, per i tedeschi, l’euro implicò un vincolo di restrizione fiscale, a differenza di quanto accadde per il Portogallo o la Grecia. In assenza di margini di manovra, la Germania non ha potuto che agire”.

Come dire, siamo tutti peccatori, anche chi è costretto a redimersi. Non c’è poi questa gran differenza fra greci e tedeschi. Almeno relativamente al problema.

Per capire perché la Germania fosse costretta a redimersi, tocca fare un altro passo indietro. “Dopo gli anni che seguirono alla riunificazione – sottolinea – l’economia tedesca rallentò durante gli anni che condussero all’euro. La media della crescita nella seconda metà dei ’90 fu all’incirca dell’1%. Come risultato la disoccupazione raggiunse l’11%”.

Inoltre i fattori demografici giocavano contro la Germania. La quota della popolazione attiva (15-64enni) aveva raggiunto il picco nell’87 e iniziato a declinare negli anni successivi. A questo si aggiunse l’eredità dell’economia dell’est, in condizioni assai difficili, senza che la Germania riuscisse neanche ad entrare nel ciclo espansivo dell’immobiliare, a differenza di Spagna o Irlanda. In Germania, infatti, i prezzi del mattone calarono a lungo. Solo di recente, lo ricordo, hanno iniziato un percorso di crescita.

Il risultato di questa situazione fu che il settore del welfare entrò in fibrillazione. Ciò condusse a una maggiore tassazione, per coprire i costi della social security, che finì col danneggiare la competitività tedesca.

In pratica l’aumento del peso relativo dei contributi fece esplodere il costo del lavoro.

L’autore calcola che fra il 1990 e il 1998 il peso dei contributi sociale sul costo del lavoro complessivo passò dal 35,5 al 42,1%, spinto in su dal costo della riunificazione tedesca. Ciò contribuì alla perdita di competitività e, in ultima analisi, all’aumento della disoccupazione.

Ciò anche a causa della fisionomia del mercato del lavoro tedesco, tutt’altro che austero a quei tempi malgrado si tenda a pensare il contrario. “Il mercato del lavoro tedesco – nota l’autore – era caratterizzato da spese elevate e programmi di lunga durata. E poiché i sistemi di assicurazione sociale erano essenzialmente pagati dai dipendenti, un calo delle ore lavorate ha reso la situazione disastrosa”.

Cosa ha impedito alla Germania di socializzare, seguendo la via fiscale, tale stress finanziario?

Secondo il nostro autore concorsero l’indipendenza della Bundesbank e la frammentazione politica associata al federalismo, che prevennero “la domanda di sostegno pubblico all’impiego”. Ciò determinò che l’unica area comune da aggredire fosse il welfare. E l’arrivo dell’euro non fece che affrettare questo processo che la Germania aveva evitato di affrontare in maniera decisa malgrado la riunificazione le avesse fornito un’occasione unica.

Le riforme non piacciono a nessuno, insomma. Neanche a quelli che le predicano.

Anche qui il caso delle pensioni è icastico. Il sussidio federale ai fondi pensione ammontava al 18,5% del totale delle entrate di questi fondi ai primi anni ’90. Tale contributo iniziò a crescere da allora, arrivando a sfiorare il 27% nel 2003.

Nel 1997, per frenare questa deriva, il cancelliere Kohl  approvò una riforma delle pensioni che si proponeva di collegare le prestazioni alla speranza di vita. Ma nel ’98, i socialdemocratici vinsero le elezioni promettendo, fra le altre cose, di cambiare questa impostazione. Ciò provocò un aumento delle spese e, di conseguenza, la necessità di finanziarle. Il che mise ulteriormente in tensione il bilancio federale costringendo il governo a ripensare tutta l’architettura.

Sicché quando partì l’euro la Germania si trovò in una situazione di stress finanziario senza neanche poter contare sul sollievo dei tassi bassi che stavano sperimentando i paesi del Sud Europa né tantomeno sulla benevolenza della Bce.

Si ricorda di quel tempo un’intervista rilasciata dal cancelliere Schröder al New York Times, il 30 giugno 2001, nella quale ricordava alla Bce che la sua missione non era soltanto la stabilità dei prezzi ma di pensare anche alla crescita. La prima di una lunga serie, viene da dire. Anche se nel tempo cambierà la nazionalità dell’intervistato.

Per farvela breve, la Germania si trovò all’angolo. Non le restò che elaborare una riforma tanto impopolare quanto necessaria.

Schröder varò l’Agenda 2010, un vasto programma di riforme il cui cuore furono quelle Hartz I-IV, “la più grande revisione del welfare tedesco dalla seconda guerra mondiale”.

Gli studiosi sono ancora in disaccordo circa l’ipotesi che le riforme Hartz siano all’origine della buona performance tedesca durante la crisi. Altri ritengono che l’impeto riformista, che risale alla riunificazione, sia stato ancora più centrale. Ma il punto centrale è comprendere che la Germania – o meglio alcune categorie di cittadini tedeschi – ha pagato il suo prezzo. Solo che l’ha pagato prima. E non perché sia stata scaltra, ma perché non ha avuto altra scelta.

Sicuramente non l’avrebbe fatto se non fosse stata costretta.

(2/fine)

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L’ipocrita tenzone fra Europa e Grecia


Non so voi, ma io osservo con preoccupato disagio il balletto inscenato da Grecia e l’Europa, con la Germania a far la voce grossa e la Francia in rumoroso silenzio.

Il governo greco, fresco di nomina, vuole l’applauso dei suoi sostenitori, ossia i debitori, che dalla Grecia dilagano in tante parti d’Europa. I tedeschi e le autorità europee quello dei creditori, intanto, ricordando che i patti si rispettano eccetera eccetera.

Sicché l’arena si riempie di cori da stadio che lasciano pochissimo spazio all’osservatore pacato. Negli stadi si trovano a loro agio solo i tifosi. Capirete perciò il mio disagio.

Faccio solo qualche esempio. Qualche giorno fa la stampa ha riportato che il governo greco avrebbe rialzato il salario minimo a 750 euro. Poi che era stata bloccata la privatizzazione di alcune infrastrutture strategiche. Poi che saranno riassunti 3.500 statali greci licenziati in ossequio alla Troika. Al contempo, quasi a far da eco, si son levate le voci arrochite di politici tedeschi e europei che vi risparmio perché potete immaginare da soli cosa abbiano detto.

Nel mentre i mercati affossavano la Grecia, con spread alle stelle e borse in calo, guidate dalle banche, che però l’indomani si riprendono ma solo per ricadere il dì appresso.

Nulla di nuovo sotto il sole. E’ chiaro che è iniziata una trattativa che ha per oggetto le obbligazioni del greci. E che tale trattativa venga declinata con la solita politica degli annunci e degli spauracchi. Ma questo non dovrebbe impedirci di ragionare e porci domande.

Sicché mentre rimuginavo su queste cronache, afflitto e molto annoiato, mi è finito sotto gli occhi un pregevole paper della Bis uscito pochi giorni fa (Credit booms: implications for the public and the private sector) che ha illuminato di una luce diversa tutto lo scenario.

D’improvviso l’ennesima replica della tragedia greca, con gli eurogermanici nel ruolo di spietati aguzzini, mi si rivela per quello che è in sostanza: una fiera dell’ipocrisia, dove due combattenti s’impegnano in una lite, che entrambi hanno contribuito a innescare sotto lo sguardo benedicente e malpensante (o il contrario, fate voi) di mamma Europa. Una singolar tenzone fatta d’apparenza più che di sostanza. Puro teatro a uso del pubblico pagante (con le tasse), con i giochi decisi dietro le quinte.

Il fatto che questa stantìa rappresentazione coinvolga ancora gli spettatori – gli attoniti cittadini europei e i mercati dispettosi – è l’ennesima prova di quanto sia breve la memoria nel nostro tempo.

Lo scopo del paper, in realtà, non è quello di raccontare della Grecia o della Germania. L’autore infatti si propone di analizzare gli effetti dei boom creditizi nei settori pubblici e privati.

Senonché, e possiamo davvero vantarcene, l’eurozona è diventato un caso di scuola, circa i danni che può provocare il credito erogato scriteriatamente. Perciò il caso greco, come anche quello portoghese e spagnolo, vengono analizzati seguendo intanto l’ipotesi che l’ampia liquidità disponibile nei primi 2000 abbia avuto un’influenza anche sulle politiche economiche. Deleteria, peraltro.

E qui il caso greco casca a fagiolo, visto che “l’eliminazione del rischio di cambio e la completa integrazione dei mercati dei capitali ha condotto a forti affussi di fondi dal centro dell’eurozona alla periferia”, dato acquisito ormai. Così come sappiamo che è stato il movimento inverso a generare la crisi. “L’eurozona è un interessante laboratorio per queste idee – recita il paper – perché molti si aspettavano che l’euro avrebbe corretto alcuni problemi di politica economica che avevano ritardato le riforme”.  Tutto il contrario, come sappiamo bene.

Come amarcord l’autore ci regala una dichiarazione dell’allora governatore della banca centrale ellenica, Lucas Papademos, che nel 2001, parlando dell’ingresso nell’euro della Grecia disse che “nell’eurozona sarà impossibile migliorare la competitività svalutando il tasso di cambio. Gli obiettivi di una maggiore occupazione e di una maggiore produttività devono essere perseguiti attraverso riforme fiscali strutturali che puntino ad aumentare la competitività aumentando la produttività, migliorando la qualità dei beni e servizi greci e assicurando insieme la stabilità dei prezzi”.

Un vero manifesto politico.

Non è quindi, che non ce l’avessero detto. Chiunque poteva leggere le parole del governatore greco. A cominciare dai suoi connazionali.

L’analisi prosegue notando che l’introduzione dell’euro ebbe il noto effetto sui tassi di interesse, che iniziarono a convergere verso quello tedesco. Un grafico ci mostra come i tassi nominali greci, che nel ’93 stavano poco sotto il 25%, arrivando nel ’97 intorno al 10%, dal ’99 in poi iniziarono a convergere intorno al 5%, esattamente come accadde in Irlanda, Spagna, Portogallo e Germania.

Il grafico successivo ci mostra l’andamento dei prestiti ai residenti privati effettuati dalle banche fra il ’99 e il 2012 in percentuale sul Pil. La Grecia, visto che parliamo di lei, stava sotto il 50% del Pil prima dell’ingresso dell’euro e da lì la curva ha iniziato a crescere con regolarità.

Alla fine del 2009 si raggiunge il picco, intorno all’80%. Nel corso del 2010, quindi nel bel mezzo della crisi, una lieve flessione, per poi conoscere, da fine 2010, una rapida impennata, assai più rapida che negli anni precedenti. Nel suo periodo peggiore il debito privato dei greci è cresciuto più che nel periodo migliore. Nel primo quarto 2012 era intorno al 120% del Pil.

Ciò mostra chiaramente, secondo l’autore, che se è sicuro che il debito privato è cresciuto in Grecia con l’ingresso dell’euro, i problemi sofferti dal Paese sono stati provocati, prima della crisi, principalmente dal settore pubblico, che ha importato risorse dall’estero per finanziare la sua spesa corrente, creando un notevole deficit nella bilancia dei pagamenti. Il contrario è avvenuto in Portogallo e in Spagna.

L’idea che gli squilibri del settore pubblico possano aver danneggiato la Grecia più di quelli del settore privato farà innervosire qualcuno, però merita di essere osservata senza pregiudizi.

L’autore cita il caso della riforma delle pensioni pubbliche, “una delle questioni più salienti che da due decenni viene definita come essenziale” nel dibattito sulla crisi greca.

Due grafici fotografano efficacemente la situazione. Il primo illustra il pension replacement rate del sistema pensionistico pubblico greco, ossia la percentuali dei guadagni pensionistici sul reddito antecedente al pensionamento. Ebbene, in Grecia (dato Ocse 2011) il Prr supera il 90% che, semplificando, vuol dire che un pensionato ha una pensione di oltre il 90% dell’ultimo stipendio, quando la media Ocse è intorno al 60. In Germania poi è poco sopra il 40%. Ma il dato ovviamente non include il contributo del settore dei fondi pensione. Si discute, lo ricordo di previdenza pubblica.

Rimane il fatto però, e di questo parla il secondo grafico, che sempre l’Ocse ha calcolato (dato 2011) che il fabbisogno del sistema pensionistico pubblico greco arriverà a sfiorare il 25% del Pil nel 2060 impennandosi dal 2030 in poi. Calcoli certo ipotetici, ma che la dicono lunga sulla sostenibilità della previdenza ellenica.

Le pensioni, dunque.

Un paper del 2003 ci ricorda che il primo serio tentativo di riformare le pensioni risale al periodo 1990-92, quando le finanze pubbliche greche erano in grave crisi” Tanto da complicare non poco l’inserimento della Grecia nel progetto europeo.

Il primo tentativo di riformare le pensioni greche risale al 1990, ma “i timidi tentativi del governo lasciarono i problemi strutturali irrisolti”. Si ritentò, ma con scarso successo.

Nel 2002 un altro paper sommarizzò così il problema: “Le pensioni hanno continuato ad essere molto generose, comparate con la contribuzione in termini attuariali, anche per i nuovi entrati nel mercato del lavoro”.

Si ritentò nel ’96, e con maggiore decisione nel 2001, quando si propose di innalzare l’età pensionistica e l’età contributiva, e si ridusse il replacement rate al 60%. Ma la proposta fu ritirata per le massicce proteste della popolazione.

Si continuò a discutere, ma le nuove proposte del governo non cambiarono la sostanza delle problematiche pensionistiche greche. Il sistema rimaneva poco sostenibile, ineguale e frammentato. Finché l’impeto riformista non svanì nel bengodi degli anni buoni dell’euro. Ma ancora nel 2003 il Fmi notava la sostanziale insostenibilità della spesa pensionistica greca.

Tutto ciò che ottennero le cassandre della previdenza greca fu che con la mini riforma del 2002 la spesa pensionistica greca, nel 2040, arrivasse dal 22,5% del Pil, dov’era prevista, al 21,4%.

Cosa fece l’Unione europea di fronte a questa situazione? “Piuttosto che imporre alla Grecia un vero e proprio vincolo di bilancio, stabilì di ‘Facilitarle l’apprendimento delle politiche'”. Fece da consulente, insomma.

Eppure già da allora, siamo nel tempo che precedeva l’adozione dell’euro, “il sistema pensionistico greco era visto come un problema chiave, visto che le pensioni consumavano il 12,1% del prodotto e impegnavano il 52% del totale della spesa sociale a fronte del 28% della media Ue”. E ciò malgrado il rischio di povertà dei pensionati greci fosse 2,3 volte maggiore di quelli dei pensionati del resto dell’Ue.

Il solito gioco delle tre scimmiette, che non vedono, non sentono e non parlano. Fin quando non è troppo tardi.

Dopo fu peggio. “Una volta che la Grecia entrò nell’euro il ruolo dell’Europa cambiò. Non ci fu più spazio per le pressioni a fare riforme reali, ma si optò per una linea soft” che la burocrazia Ue chiamava “metodo aperto di coordinamento”.

Ossia: fate come ti pare.

“In altre parole, una volta che la Grecia vinse la sfida per l’ingresso nell’euro, e il suo budget pubblico divenne sostenibile grazie al calo della spesa per interessi, il momento per la riforma delle pensioni fu perduto”. Ma fu l’insieme delle riforme, che doveva inziare già dal ’92, a finire nel dimenticatoio. Fino all’esplodere della crisi.

L’abbondante liquidità dei primi anni 2000, insomma, nell’analisi del nostro autore, unita al calo dei tassi favorito dall’euro, fece finire in soffitta l’impeto, mai troppo pronunciato, della Grecia a riformare il sue settore pubblico, malgrado fosse fonte di squilibrio.

Dopo l’esplosione della crisi, l’avvento della Troika non poteva risparmiare il settore pensionistico. Nell’ultimo Pension outlook dell’Ocse leggo che i bonus per i pensionati a basso reddito sono stati ridotti sin dal 2013. Poi che l’indicizzazione è stata congelata dal 2011 al 2015, collegando peraltro all’indice dei prezzi e non più, com’era prima (anche da noi nella preistoria) ai salari dei dipendenti pubblici. Quindi si è adeguata l’età pensionistica fra uomini e donne, portando quella del gentil sesso ai 65 anni e, dulcis in fundo, nel 2013, l’età pensionabile è stata innalzata a 67 anni. Dobbiamo aspettarci dichiarazioni di fuoco del governo greco anche contro questa “austerità” pensionistica?

E mentre leggo mi viene in mente una lettera che Mario Draghi ha mandato qualche giorno fa a un europarlamentare greco nella quale si ricorda senza mezzi termini che la pressione fiscale in Grecia è poco superiore al 34%, assai meno che la media dell’eurozona.

Mi chiedo se sia giusto, di conseguenza, da cittadino che ha subito diverse e dolorose riforme delle pensioni e che sopporta una pressione fiscale di oltre il 43% supportare la battaglia dei greci. Pagare, ad esempio, per la difesa delle loro pensioni.

Ma poi capisco che è un gioco a somma zero: il classico ragionamento da guerra fra poveri. L’ennesima declinazione della finzione teatrale.

Molto semplicemente, nessuno è innocente in questa rappresentazione tragica. Nemmeno le vittime, pure a volerle considerare tali.

E questo si capisce bene se si guarda all’altra metà del cielo: la Germania.

Ma di questo vi dirò la prossima volta.

(1/segue)

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