Etichettato: crisi della globalizzazione

Il mondo in un vortice da 293 trilioni


Sfoglio curioso la nuova Relazione annuale della Bis, alla ricerca di punti di vista originali che mi aiutino a comprendere la nostra attualità e trovo un capitolo molto interessante che improvvisamente mi regala uno squarcio di comprensione. Si parla di globalizzazione, ma sarebbe meglio dire che parliamo di noi stessi, di quello che siamo diventati, ossia atomi che viaggiano a velocità impensabili lungo rotte commerciali, che sono divenute giocoforza anche finanziarie.

In questo nostro viaggiare, che oggi si declina con l’unico verbo davvero globale – acquistare – l’uomo di oggi sembra aver realizzato finalmente la sua dimensione unica della quale già Musil ci raccontava all’inizio del secolo scorso. E sarebbe felice, quest’atomo insaziabile, se al tempo stesso non fosse arrabbiato. Non perché è praticamente costretto a comprare, ma perché non può comprare abbastanza. La critica alla globalizzazione, che agita le nostre cronache in difetto di profondità, sta tutta qua. Non critica la globalizzazione il cinese che fino a ieri mangiava a rate. La critica il ceto medio dei paesi avanzati perché ha visto la sua ricchezza assottigliarsi a vantaggio di pochi che l’hanno vista ispessirsi. E di questo assottigliamento incolpa la globalizzazione anziché come sarebbe più giusto e onesto – e come la Bis rileva – la tecnologia, che ha compiuto questo miracolo.

E’ la tecnologia il driver dell’ondata di globalizzazione che come mai nella storia ha sommerso il mondo. Ed è pro o contro la tecnologia che l’uomo ricco d’Occidente dovrebbe votare, piuttosto che contro la globalizzazione. Perché senza tecnologia non sarebbe stato possibile non solo far viaggiare merci sempre più complesse lungo catene di valore assai intricate, ma neanche tessere quella ragnatela di relazioni finanziarie che la globalizzazione ha originato, finendo col generare un organismo che ormai vive di vita autonoma.

Anche per questo, la relazione Bis è illuminante. Il commercio genera i suoi legami finanziari, esattamente come la matita genera il suo segno. E questi legami, procedendo i commerci su scala sempre più complessa e internazionale, provocano la nascita di entità gigantesche che devono gestire legami finanziari in giro per il mondo che valevano il 36% del pil mondiale nel 1960 e adesso sono arrivati al 400%. Parliamo di 293.000 miliardi di dollari di rapporti finanziari attivi e passivi, che somigliano a una nube invisibile, eppure assai concreta, che avvolge il globo come un’atmosfera. E proprio come l’atmosfera che ci consente di respirare e vivere, questa nube finanziaria ci consente di vivere nella nostra realtà di atomi acquirenti. E sempre come l’atmosfera sopra la nostra testa, quest’altra, che si compone di debiti e crediti, è volatile e facile alle perturbazioni. Appartiene d’altronde alla natura dell’immenso essere pervasivo e instabile. Come un turbine, questi 293 miliardi vorticano in giro per il globo, con l’aggravante di essere in larga parte espressi in valuta statunitense. Che vuol dire che l’atmosfera del mondo dipende dal clima di un solo paese, con i suoi capricci e i suoi mal di pancia.

Anche questo vuol dire globalizzazione. Ma pure qui, questa nube mai sarebbe riuscita a svilupparsi senza il conforto di reti sottomarine di trasmissione dati e interi capannoni carichi di server. La tecnologia, di nuovo, che non fece in tempo a far sorgere il terzo strato di globalizzazione – come lo chiama la Bis – ossia quello squisitamente finanziario prima della Grande Guerra, ma che invece comparve come un lievito miracoloso in tempo per la seconda iniziata negli anni ’50 del secolo scorso. La rivoluzione informatica, i microprocessori, la fabbrica dei cervelli artificiali transistorizzati. Tutto ciò ha congiurato per consentirmi di scrivere e pubblicare questo post senza bisogno di null’altro che una presa elettrica, un cavo di rete e un computer, ormai disponibili a poco prezzo. E’ questa l’autentica globalizzazione per la quale dobbiamo decidere e che dobbiamo giudicare, ammesso che poi davvero possiamo decidere.

Ai protezionisti che sognano frontiere sbarrate e finanza repressa vorrei solo domandare se siano disposti a rinunciare al loro smartphone e alle loro scorribande on line. Purtroppo non è possibile chiederglielo. Ma immagino già la risposta.

Annunci

Verso la globalizzazione 2.0


Il fenomeno ormai è talmente visibile che nessuno prova neanche più a minimizzarlo: l’idea stessa della globalizzazione, prima ancora delle pratiche che la incarnano, è definitivamente entrata in crisi nel mondo dopo il 2008. La cronaca si incarica di confermare queste evidenza praticamente ogni giorno. Da ultima l’Ocse, pochi giorni fa, ha elaborato l’ennesimo rapporto che evidenzia il sostanziale regresso del commercio internazionale, ossia una delle costituenti della globalizzazione, mentre l’altra, la libera circolazione dei capitali, viene seriamente questionata da osservatori insospettabili e blasonati.

Comprensibile che molti si stiano ponendo il problema di invertire questa tendenza verso la disgregrazione provando a immaginare una nuova evoluzione del concetto di globalizzazione che sia in qualche modo ulteriore rispetto a quella che abbiamo visto sinora. Una globalizzazione 2.0, per usare la dizione che Benoit Couré, componente del board della Bce ha recentemente utilizzato in uno speech recitato a margine di una conferenza a Parigi da titolo di per sé assai eloquente: “Rethinking Capital Controls and Capital Flows“.

Diventa perciò interessante leggere l’opinione di Couré, che in qualche modo sommarizza pensieri e preoccupazioni di tutto un mondo che la globalizzazione ha promosso e voluto e che adesso si trova a doverne gestire le conseguenze non previste. “La crescita della globalizzazione – ricorda – è un fenomeno che ha caratterizzato gli ultimi 30 anni e che all’indomani della crisi è entrata in stallo”. Non è ancora chiaro, dice, “se i recenti episodi caratterizzino una nuova era di minore integrazione, segnalando l’inizio di un trend di deglobalizzazione, o se sia semplicemente una pausa”. Ma rimane il fatto che il consenso prevalente fra gli economisti e le organizzazioni internazionali, per lungo tempo, fosse sulla circostanza che “la globalizzazione finanziaria fosse desiderabile”. A differenza di allora, adesso gli stessi sostenitori riconoscono che in presenza di mercati imperfetti e pratiche regolatorie inadeguate “gli afflussi di capitale alimentano costosi cicli di boom e bust” che finiscono col danneggiare l’economia.

La soluzione allora è tornare ai controlli di capitale? “Credo – risponde – che ridurre l’integrazione finanziaria riduce i sintomi, senza però risolvere il problema alla radice. Peggio ancora, il rimedio del protezionismo finanziario a, proprio come quello del protezionismo commerciale, genera effetti avversi che riducono la crescita potenziale. Per questa ragione non serve una deglobalizzazione, ma una globalizzazione 2.0”.

Questa nuova globalizzazioni dovrebbe declinarsi lungo tre parole d’ordine: “Efficient, enduring ed equitable”, che potremmo tradurre con efficace, resiliente ed equa. Le tre E della globalizzazione 2.0. In teoria sembra tutto molto semplice. Avere una globalizzazione finanziaria efficiente vuol dire favorire i flussi di capitale che si indirizzano verso usi produttivi, piuttosto che su strumenti che favoriscono i boom e i bust. Renderla resiliente significa monitorare questi flussi e avere la capacità di modificarli, se necessario. Infine, equità va intesa nel senso di evitare che abbiano effetti distributivi non desiderabili, che finiscano ad esempio con l’aumentare la diseguaglianza. In pratica, tutto il contrario di quanto è avvenuto finora.

Rimane da chiedersi se il fatto che i nostri massimi decisori abbiano raggiunto questa consapevolezza voglia dire pure che siano in grado di fare tutto ciò che è necessario, per citare il vecchio brocardo di Mario Draghi. E soprattutto se dispongono degli strumenti per riuscire. Couré ricorda le misure di gestione dei flussi di capitale (capital flow management measures CFMs), che includono anche un più stringente uso della regolazione finanziaria, già all’indomani della crisi utilizzati dai vari policy maker. Gli stessi che oggi guardano più benignamente all’ipotesi di restrizioni temporanee ai flussi di capitale.

L’utilizzo di queste pratiche, dice Couré, ha condotto a una diminuzione dei flussi bancari transfrontalieri, anche se è lecito domandarsi se a tale effetto non abbiano contribuito le crisi di fiducia assai più delle misura di contenimento della varie autorità. In ogni caso è apparso chiaro che la globalizzazione finanziaria somigliava poco al magnifico film che nei primi anni 2000 veniva proiettato in ogni dove. Più che un romanzo rosa a lieto fine, somigliava a un film horror a finale aperto.

E così arriviamo ad oggi. Queste autorità, se vorranno ancora avere un senso politico – e la Bce che da almeno due anni lotta con poco successo contro un’inflazione azzerata è fra queste – dovranno essere in grado, oltre a proporre una nuova narrazione, e in fondo questa è la globalizzazione 2.0 – di sviluppare una nuova azione, i cui contorni finora sono appena delineati. La retorica delle tre E (efficient, enduring ed equitable) può andar bene per i titoli dei giornali, ma rischia di rimanere lettera morta. Ciò in quanto alla base di questa nuova visione ci sta la capacità dei singoli paesi di “migliorare la loro capacità di assorbimento”. Che somiglia molto al vecchio concetto di tenere la casa in ordine. “Nell’eurozona in particolare – osserva – le riforme strutturali devono supportare la crescita e migliorarne il potenziale, e questo può succedere solo allocando il capitale nei settori più produttivi. Un ragionamento simile può essere fatto a livello globale, con la differenza che il contesto istituzionale può essere migliorato prima che i flussi finanziari siano liberalizzati”.

Il secondo passo è migliorare la qualità dei flussi di capitale, favorendo quelli a lungo termine, che si immaginano produttivi, invece di quelli a breve termine, che si sospettano speculativi. Ma questo, come sa chiunque abbia conoscenza della storia, è un tema vecchio e mai risolto. Se ne parlava già all’inizio degli anni ’30, e si replicava alla fine dei cinquanta, quando le monete europee divennero convertibili. Oggi, a differenza di allora, si immaginano soluzioni tecniche nuove. Couré, ad esempio, si domanda se non sia il caso di promuovere, tramite le istituzioni internazionali, dei bond indicizzati al tasso di crescita, di cui hanno discusso nel febbraio scorso gli economisti del PIIE. In sostanza si tratta di scambiare flussi di capitale “buoni” con flussi “cattivi”. Ciò per far comprendere che non è il flusso in sé il problema, ma il tipo di flusso che si fa circolare.

Infine, bisogna vigilare per garantire l’equità, altro grande tema che ormai getta benzina sul fuoco che sta consumando la globalizzazione. Piaccia o meno, molte opinioni pubbliche sono convinte che la globalizzazione abbia nuociuto loro, e questo alimenta la voglia di de-globalizzare. A monte del fatto ci sta la constatazione. che Couré non ha difficoltà a riconoscere, che “apertura del commercio e globalizzazione finanziaria sono interconnesse”. Quest’ultima ha reso molto facile a molte multinazionali “di spostare i propri profitti nei paesi a bassa tassazione e agli individui più ricchi di spostare fondi non dichiarati in conti bancari nei paesi off shore”. “Di conseguenza – sottolinea – i paesi hanno visto erosa la loro base di tassazione e hanno avuto meno risorse a disposizione per redistribuire i guadagni che sono derivati dall’integrazione dei commerci”. Anche qui, la soluzione è la cooperazione internazionale.

A ben vedere, quindi, la globalizzazione 2.0 si fonda su un ruolo rafforzato e raffinato degli organismi internazionali, ossia esattamente il contrario di ciò che la vulgata della deglobalizzazione vuole perseguire. Quest’ultima vuole lasciare, i primi vogliono raddoppiare: chi la spunterà? Si accettano scommesse.