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La Cina prepara la sua nuova avventura imperiale


La storia dunque, assai più della macroeconomia, aiuta a capire cosa sia diventata la Cina e soprattutto suggerisce cosa voglia diventare. Quando il presidente Xi dice che la Cina sarà una potenza di rango globale entro il 2050, dotata di forza economica e militare sufficienti allo scopo, stupisce molti di noi. Quale paese occidentale è anche solo capace di immaginare una pianificazione a così lungo termine? Xi per allora magari sarà morto, ma la Cina no. La Cina ha un orizzonte di pensiero secolare. E soprattutto una notevole pazienza. L’impero cinese è stato edificato più volte nel corso dei secoli, è crollato ed è stato ricostruito, a volte da popoli non cinesi, come i mongoli o i mancesi, che poi sono stati assimilati dalla cultura cinese. La Cina ha vissuto molti rinascimenti, seguiti a secoli bui di lotte intestine e guerre, e ogni volta ne è uscita con un impero diverso e più forte.

Oggi la Cina sembra si stia preparando alla sua prossima avventura imperiale, stavolta su scala globale, e lo sta facendo con grande pazienza, ricostruendo antiche relazioni (Asia centrale e Medio Oriente) e tessendone di nuove (Africa). Anche qui ci viene in aiuto il Fmi che nel suo ultimo staff report illustra con due grafici molto istruttivi il livello di penetrazione dell’economia cinese nel mondo.

Questo grafico misura il livello di dipendenza finanziaria dai prestiti cinesi in una scala che va da meno dell’1% a più del 25% del pil dei paesi considerati. Di fatto è la cartina tornasole del crescente potere bancario di Pechino. Cinesi d’altronde sono quattro delle prime cinque banche internazionali.

Quest’altro grafico invece misura, con la stessa scala in relazione al pil dei paesi considerati, la quantità delle esportazioni totali degli altri paesi verso la Cina.

Notate che i paesi centroasiatici, che non hanno legami finanziari con la Cina, sono comunque molto coinvolti nel commercio con la Cina. E notate soprattutto la posizione dell’Australia, che esporta fra il 5 e il 10% delle sue merci in Cina e ha anche una discreta dipendenza finanziaria dalle banche cinesi. Ma soprattutto bisogna osservare l’Africa, i cui legami crescenti con la Cina sono la vera novità del nascente impero cinese, mentre non stupiscono gli stretti legami con la Mongolia – l’impero Yuan raccontato da Marco Polo era mongolo – e con alcuni paesi del sud est asiatico, che risalgono alle varie età imperiali cinesi. Anche il rapporto con la Russia è parecchio consolidato e si è sempre contraddistinto, ieri come oggi, da un difficile equilibrio fra conflitto e collaborazione.

Questa rappresentazione, veloce e quindi necessariamente semplificata, offre una possibilità di interpretazione delle informazioni raccolte dal Fmi e quindi una chiave di lettura delle affermazioni di principio fatte dai leader cinesi (e dalle decisioni che ne sono conseguite) in tempi recenti. Fra le tante, quella secondo la quale è intenzione del governo cinese sostituire l’idea di una crescita quantitativamente robusta con una crescita qualitativamente robusta, che, detto in termini economici, implica voler sostituire un sistema basato sugli stimoli (pubblici) alla domanda a un sistema che scommetta su riforme capaci di migliorare l’offerta. La qualcosa implica la promozione della competitività delle imprese cinesi, piuttosto che la loro protezione, l’innovazione tecnica e scientifica, il miglioramento industriale e una ulteriore apertura verso l’esterno. Per dirla in termini occidentali, che però tuttavia poco si attagliano allo spirito e alla filosofia cinesi, il governo vuole aumentare il grado di liberalismo nella sua economia finora a chiara vocazione social-nazionale. “La Cina è a una svolta storica – commenta il Fmi -. Dopo decenni di crescita ad alta velocità, le autorità adesso si stanno concentrando di una crescita di alta qualità. Se e come questo spostamento verrà portato avanti determinerà il percorso di sviluppo della Cina per i decenni a venire”.

Il bivio cinese, inevitabilmente, riguarda tutti noi, e spiega in parte le crescenti frizioni con l’impero in carica, quello statunitense che si esprime nei circuiti rarefatti dell’anglosfera. Ancora una volta la storia ci propone un parallelo. Ai primi del XIX secolo la Cina primeggiava nel commercio estero con l’Europa, con una bilancia commerciale fortemente attiva che suscitava parecchie irritazioni specie nella Gran Bretagna, all’epoca potenza dominante nei commerci internazionali, che non riusciva a imporre i suoi prodotti al paese per la semplice ragione che i cinesi non li volevano. Per riequilibrare il commercio estero, l’UK iniziò a esportare in Cina oppio prodotto nel Bengala, generando notevoli difficoltà sociali nel paese che culminarono nella prima guerra dell’oppio che segnò una grave sconfitta per la Cina. Le furono imposti trattati che prevedevano, fra le altre cose, la possibilità di installare avamposti britannici britannici sul territorio cinese. Gli inglesi si appropriarono di Hong Kong, restituita alla Cina solo nel 1997. Da lì in poi iniziò la penetrazione dell’Occidente, del Giappone e della Russia in Cina, che generò l’ennesimo lento dissolvimento dell’ultimo impero cinese, che verrà interrotta solo dalla rivoluzione comunista di Mao. Oltre cent’anni di anni di caos e guerre.

I dazi di Trump, che mirano e minano il surplus commerciale della Cina, che ricordano l’irritazione inglese per la Cina imperiale, le tensioni nel Mare cinese meridionale, la proposta Usa-Australia-Giappone di investimenti congiunti nell’area dell’Indo Pacifico da opporre al progetto cinese della Belt and Road initiative, sono alcune delle doglie di un nascente ordine globale che potrebbe annunciare la prossima Cina a vocazione imperiale. Ma tutto si gioca sulla solidità dello sviluppo cinese. E su questo l’analisi del Fmi ci può suggerire qualche altra cosa.

(2/segue)

Prima puntata: Cina, fra socialismo e il mercato c’è di mezzo Confucio

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